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Il diversivo suprematista sui genocidi

Nelle ultime ore i membri del governo si sono affannati a rendere omaggio a un suprematista razzista, idolatra delle armi, uno che considerava le stragi da fuoco negli Stati Uniti un prezzo inevitabile della libertà. Hanno scelto di ricordare lui, mentre il presente brucia. Nelle stesse ore sono riusciti a parlare di Gaza senza mai nominarla. Hanno distribuito condanne omeopatiche contro Israele, con la cautela di chi misura le parole come fossero benzina, e hanno ridotto la Global Sumud Flotilla a un diversivo da reality, pur di non affrontare il genocidio che scorre davanti agli occhi del mondo.

Intanto i giornali amici del governo hanno inaugurato la caccia agli “amici di Hamas”: titoli costruiti senza prove e insinuazioni, secondo uno schema noto. L’importante è non parlare di quello che accade davvero. Qui accade che la scuola ha riaperto con decine di migliaia di cattedre scoperte, con gli insegnanti intrappolati nei bachi di un algoritmo e con famiglie che si ritrovano senza sostegno né continuità. Qui accade che l’Italia si presenta al vertice internazionale come un peso piuma, irrilevante nei dossier decisivi. Qui accade che i dati sulla povertà restituiscono un Paese spaccato, con oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo l’Istat, mentre la retorica ufficiale continua a raccontare una ripresa inesistente.

Eppure l’agenda resta un’altra: l’eco di un culto per la violenza travestito da memoria, la prudenza lessicale per non disturbare l’alleato israeliano, le insinuazioni su chi prova a rompere il silenzio. Tutto pur di sviare lo sguardo. L’importante è che tutto il resto sia chiacchiericcio, che la realtà venga sostituita da un racconto addomesticato e funzionale. L’importante è eclissarsi fingendo di dire qualcosa senza dire niente. Ma fuori dal palazzo le parole non bastano più: c’è un Paese che non ha più tempo da perdere.

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Un’altra alba di raid a Gaza e solita conta dei morti

Gaza oggi è una mappa di sirene. Dall’alba i raid hanno colpito in serie: 35 morti nel primo bilancio, poi 42. L’UNICEF avverte che «450 mila bambini a Gaza City rischiano di morire» per mancanza di cibo e cure. Gli ospedali funzionano a singhiozzo, i convogli umanitari si accalcano ai valichi, interi quartieri vengono evacuati sotto le bombe. Le ore si consumano come conti alla rovescia, e ogni numero che arriva dalle agenzie è una condanna senza appello.

Intanto in Italia si consuma l’ennesima recita. La prima pagina di un blasonato quotidiano parla di «rete del terrore dietro la Flotilla». È il riflesso automatico di chi preferisce spostare il dibattito dalla catastrofe umanitaria alla caricatura politica. La Federazione nazionale della stampa ha diffuso un comunicato, a cui la Global Sumud Flotilla ha risposto chiarendo finalità, composizione e regole della missione. Tutto legittimo, tutto previsto, tutto secondario rispetto al rumore delle esplosioni che continuano a seppellire case e vite.

Mentre l’Europa discute mozioni e il governo italiano balbetta di diplomazia, le immagini da Gaza sono di tende sbriciolate, di famiglie in fuga nella notte, di ambulanze ferme davanti a cancelli chiusi. È la contabilità dell’emergenza che cresce a ogni ora, mentre da questa parte del Mediterraneo ci si accapiglia sulle etichette. Allora la domanda è semplice: cosa vi sembra più importante? I titoli che accusano chi porta aiuti o i nomi che scompaiono ogni giorno a Gaza Qui continueremo a raccontare la missione e le polemiche, ma l’unico compito che resta è uno: tenere gli occhi su Gaza. Sempre.

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Gaza muore, l’Europa discute

Mentre l’Unione europea si divide su una mozione d’acqua tiepida e Antonio Tajani balbetta giustificazioni, a Gaza si contano i morti. Dall’alba, almeno 43 persone uccise dai raid, famiglie spezzate in case senza ripari, con ospedali che non hanno più letti né anestetici. L’UNRWA ricorda che duemila civili sono stati ammazzati mentre erano in fila per un sacco di farina: non «scudi umani», ma affamati in attesa di aiuti. A Gaza City l’UNICEF certifica la carestia: un bambino su cinque è colpito da malnutrizione acuta; in tutta la Striscia il tasso è salito al 13,5% ad agosto (era l’8,3% a luglio). Tra i piccoli ricoverati, la forma più letale (SAM) è raddoppiata in sei mesi: dal 12% al 23%. Dieci centri nutrizionali sono stati costretti a chiudere sotto gli ordini di evacuazione e le esplosioni: niente visite, niente screening, niente cibo terapeutico. Il risultato si vede in culla: un neonato su cinque nasce prematuro o sottopeso.

I numeri sono persone. Dodicimila e ottocento bambini “identificati” come malnutriti in un solo mese: scheletri con occhi enormi, madri che allattano senza latte, acqua inquinata, antibiotici introvabili. A Khan Younis, i sanitari descrivono «una situazione mai vista prima». Le cliniche restano l’ultimo argine: quella di Emergency ad al-Qarara ha superato le 23 mila visite in sette mesi, con oltre metà pazienti minorenni. Intorno crolla tutto: scuole, acquedotti, strade. Anche le chiese tremano: il parroco di Gaza parla di esplosioni a quattrocento metri dalla parrocchia.

Mentre Netanyahu discute di «emigrazione volontaria» per svuotare la Striscia, l’Europa applaude la propria irrilevanza e l’Italia si rifugia nel paternalismo. Non servono altre parole, servono fatti: cessate il fuoco, accesso umanitario pieno, sanzioni verso chi bombarda e affama. Perché quando un continente non trova il coraggio, la contabilità la fanno i bambini. E la loro è già una sentenza.

Buon venerdì.

Disegno di Marilena Nardi

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #11

La Global Sumud Flotilla è salpata ieri da Siracusa, accompagnata dall’incoraggiamento della folla e dalle parole di Maria Elena Delia, portavoce italiana: «A bordo ci sono medici, giuristi, insegnanti, professionisti che scelgono di non voltarsi dall’altra parte». Non simboli astratti, ma competenze reali. Eppure il governo continua a trattarli come ragazzini da sorvegliare.

Antonio Tajani, in Senato, ha ribadito l’«assistenza diplomatica» ai 58 italiani a bordo, come se l’unica cornice possibile fosse quella dei cittadini da riportare a casa illesi. Una riduzione comoda, che evita di nominare l’assedio di Gaza, il blocco navale illegale e la missione politica che la Flotilla rappresenta. Il ministro ha usato la sua arma preferita: il paternalismo. Si preoccupa dei “sogni” palestinesi, come se fosse generoso concederli. Nel frattempo, l’Italia resta silente di fronte a un genocidio documentato, preferendo barcamenarsi tra i diktat atlantici e l’irrilevanza diplomatica.

Quelle navi non portano illusioni, ma un atto politico concreto che rivela l’impotenza – o la complicità – di chi governa. Non è un corteo folkloristico in mare, è la dimostrazione che cittadini europei si assumono responsabilità che i governi hanno scelto di abbandonare.

La scena è grottesca: da un lato le barche che sfidano il blocco, dall’altro un esecutivo che si limita a mettere timbri mentre a Gaza si contano centinaia di morti ogni settimana. La differenza è tra chi prova a forzare l’illegalità di un embargo e chi, per calcolo politico, si rifugia nella prudenza. La Flotilla è già il promemoria più severo per il governo: non esiste diplomazia credibile quando ci si riduce a custodi del silenzio altrui.

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Nuove droghe sintetiche: l’onda europea arriva in Italia

L’onda delle droghe sintetiche che attraversa l’Europa non si ferma più alle frontiere. Nel 2023 i sequestri di catinoni hanno toccato le 37 tonnellate (27 nel 2022; 4,5 nel 2021), secondo l’EU Drugs Agency. Il 3-CMC da solo rappresenta oltre il 60% delle partite intercettate, seguito da 2-MMC e N-ethylnorpentedrone. L’India resta la fonte principale, con i Paesi Bassi come hub di smistamento e la Polonia ormai consolidata come centro produttivo, con decine di laboratori clandestini smantellati in pochi mesi. La logica è industriale: poche spedizioni “bulk”, volumi elevati, rotte precise.

Parallelamente si affaccia una nuova minaccia: i nitazeni, oppioidi sintetici fino a cinquanta volte più potenti del fentanyl. L’ONU ne segnala la diffusione in 28 Paesi già nel 2023, con overdose difficili da trattare perché il naloxone tradizionale risulta spesso insufficiente. Secondo l’UNODC, sette dei dieci nuovi oppioidi segnalati nel 2023 appartenevano a questa famiglia, confermando un’espansione che segue logiche autonome rispetto all’eroina. Francia e altri Stati hanno già inserito i nitazeni tra le sostanze vietate, mentre a livello internazionale si raccomanda la predisposizione di scorte cliniche e protocolli dedicati.

I segnali italiani: acque reflue e sequestri

L’Italia non è più solo terra di transito. Le analisi delle acque reflue 2025 mostrano aumenti di MDMA e altri stimolanti a Milano, Bolzano e in numerose città, con picchi nel fine settimana che rivelano un consumo legato alla “party scene”. Lo studio europeo Score, che monitora 128 città, conferma che l’Italia segue la dinamica continentale, con MDMA e cocaina in crescita costante.

La Relazione al Parlamento 2025 del Dipartimento per le Politiche Antidroga certifica un’attenzione crescente verso MDMA, amfetamine e nuove sostanze psicoattive. Tra i 15-19enni l’uso di stimolanti è passato dal 2,1 al 2,9% e le NPS dal 5,8 al 6,4%. Nel 2023 quasi 360 mila minorenni hanno fatto uso di almeno una sostanza illegale: il 39% di chi consuma cocaina vi si è avvicinato prima dei 15 anni. Sono dati che smontano l’idea che le sintetiche restino fenomeni marginali o confinati a fasce ristrette della popolazione.

Sul fronte repressivo, la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga registra nel 2023 136,8 kg e 19.577 dosi di sintetiche sequestrate, con un incremento netto rispetto al 2022. Malpensa e i valichi lombardi risultano i principali punti di ingresso. A livello europeo, nel solo 2023 sono stati smantellati 93 laboratori di amfetamine e 36 di MDMA.

L’allarme degli esperti e le criticità italiane

Il criminologo Vincenzo Musacchio avverte che l’Italia rischia di essere sottovalutata come mercato finale: sequestri in crescita, diffusione tra i giovanissimi e un sistema di allerta nazionale che non riesce a intercettare in tempo reale le nuove molecole. Il Sistema Nazionale di Allerta Precoce (SNAP), attivo dal 2009 e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, è stato rafforzato negli ultimi anni ma resta più lento della rapidità con cui i laboratori illeciti immettono nuove varianti. Nel 2024 sono state identificate 70 sostanze emergenti, ma il processo di riconoscimento e divieto è ancora troppo macchinoso.

Le sfide sanitarie sono altrettanto evidenti. Per i nitazeni, le overdose richiedono protocolli dedicati, dosi multiple di naloxone e un monitoraggio prolungato per il rischio di risedazione. Le stesse relazioni parlamentari segnalano l’impreparazione del personale di primo soccorso, spesso privo di strumenti per fronteggiare intossicazioni acute da sostanze mai incontrate prima. A questo si aggiunge la pressione del policonsumo: MDMA e ketamina nei contesti ricreativi, cocaina e catinoni nelle piazze di spaccio urbane, con rischi di interazioni tossiche ancora poco conosciute.

Gli esperti insistono sulla necessità di una strategia intersettoriale. Sanità, forze dell’ordine e scuole devono muoversi insieme: formazione clinica mirata, protocolli aggiornati, cooperazione doganale con India e Paesi Bassi, campagne di prevenzione che parlino direttamente ai giovanissimi. «Il rischio – spiega Musacchio – è che la sottovalutazione trasformi l’Italia in un mercato stabile per le sintetiche».

L’onda europea è già arrivata. La finestra per predisporre risposte efficaci si sta restringendo e i dati raccontano che non è più possibile fingere di non vederla.

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Il caso Regna e l’Italia che arretra: quando la Giustizia assolve la violenza

Il pestaggio di Lucia Regna non è stato ritenuto abbastanza grave da mandare in carcere chi l’ha ridotta in fin di vita. Sette minuti di colpi, il volto sfigurato e ricostruito con ventuno placche di titanio, un occhio compromesso per sempre. Eppure il tribunale di Torino ha escluso i maltrattamenti, condannando l’ex compagno a un anno e mezzo con la condizionale. Nelle motivazioni si parla di «sfogo riconducibile alla logica delle relazioni umane», attribuendo alla vittima la responsabilità di aver «sfaldato un matrimonio ventennale».

Non solo il caso Regna, il filo rosso delle sentenze minimizzanti

Non è un incidente isolato. È un linguaggio che ritorna. Quando Salvatore Montefusco uccise moglie e figlia all’uscita dal tribunale, la Corte d’Assise parlò di «crimine umanamente comprensibile», riducendo la pena a trent’anni. Nel 2018, a Bologna, la Corte d’Appello dimezzò la condanna all’assassino di Olga Matei: la «tempesta emotiva» scatenata dalla gelosia venne considerata un’attenuante, fino all’intervento della Cassazione che dovette ricordare che gli stati passionali non riducono la responsabilità penale. Nel 2017, ad Ancona, due imputati per stupro furono assolti perché la ragazza era giudicata «troppo mascolina» per essere credibile. Anche in quel caso la Cassazione annullò, ma intanto la vittima aveva dovuto subire una seconda umiliazione.

Gli esempi recenti non mancano. A Torino, nel 2022, una corte parlò di «invito a osare» per giustificare un presunto consenso, solo perché la porta del bagno era rimasta socchiusa. A Roma, nel 2023, un operatore scolastico fu assolto perché la «palpata» a una studentessa sarebbe durata «pochi secondi». A Firenze, due carabinieri condannati per lo stupro di due studentesse americane hanno visto le pene dimezzate in appello: le giovani erano ubriache, quindi «non credibili». Casi di normalizzazione giudiziaria che ridimensiona i fatti, riportandoli dentro la cornice dei rapporti privati, cancella la parola femminicidio e la sostituisce con “raptus” o “dramma familiare”.

Cultura patriarcale e parole della politica

Il problema è sistemico. La Corte europea dei diritti umani ha condannato più volte l’Italia per l’uso di stereotipi sessisti nei processi. La Commissione parlamentare sul femminicidio ha documentato decisioni che riducono la violenza a «relazione turbolenta», occultando la struttura di potere che porta all’aggressione. Le statistiche sono implacabili: nel 2022 le donne uccise in Italia sono state 125, il 39% di tutti gli omicidi. Nel 91% dei casi in cui il partner uccide, la vittima è donna. Eppure, nei tribunali, i colpi diventano «pugni», le coltellate «gesti dettati dall’amarezza».

A rendere il terreno ancora più fertile sono le parole della politica. Ignazio La Russa ha parlato di «impeto di rabbia» per descrivere un femminicidio. Vittorio Sgarbi ha definito lo stalking «una delle forme di corteggiamento». Nella Lega a più riprese si riconducono i femminicidi all’immigrazione, quando i dati del Viminale mostrano che più dell’80% degli omicidi avviene in ambito familiare. E mentre Giorgia Meloni in pubblico invoca la difesa delle donne, nei fatti il governo continua a proporre misure punitive senza investire su centri antiviolenza, educazione affettiva, formazione della magistratura.

In Europa, la distanza si misura in leggi. La Spagna ha da vent’anni una normativa organica sulla violenza di genere che unisce prevenzione, protezione e pene. L’Italia resta indietro: l’indice europeo di uguaglianza di genere ci colloca al 14° posto, sotto la media. Ogni volta che un tribunale assolve, derubrica, attenua, non è solo un verdetto: è un segnale politico e culturale. È la conferma che nel Paese in cui fino al 1981 esistevano ancora i delitti d’onore, la tentazione di giustificare la violenza maschile è dura a morire.

Lucia Regna, oggi, legge le motivazioni con la sua psicologa. Le resta un volto sfregiato e la sensazione di essere stata processata lei, non chi l’ha massacrata. È la stessa ferita che accomuna centinaia di donne. Ed è la misura di un’Italia che continua a confondere il dolore con l’alibi, la violenza con lo sfogo, la giustizia con la comprensione.

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Charlie Kirk e i bambini di scuola: stessa resa culturale

Paradosso americano nudo: Charlie Kirk cade sotto un colpo durante un evento nello Utah; poche ore dopo un’altra scuola entra nelle breaking news tra spari e sirene. Violenza politica e accesso facile alle armi si toccano, si alimentano, si confondono. Non è un incidente: è un sistema che accetta il rischio come costo della libertà armata.

Kirk, volto di Turning Point USA e idolo dei razzisti e degli adoratori di armi, è stato ucciso a Utah Valley University. Le autorità parlano di attacco mirato; la politica condanna e volta pagina.

In Colorado, a Evergreen High School, due studenti feriti: a morire è il giovane aggressore con colpo su di sé. Nessun bambino “protetto” dall’idea che più armi significhino più sicurezza: solo aule svuotate e famiglie in fila.

La tesi che la circolazione capillare di pistole e fucili difenda un “bene superiore” ha un corollario: accettiamo vittime collaterali. È una resa culturale prima che legislativa. L’America che chiede metal detector e addestra i ragazzi ai lockdown drills non è più libera: è più rassegnata.

Arginare la violenza politica significa fare tre cose: raffreddare la retorica che disumanizza; restringere l’accesso alle armi, chiudendo varchi e responsabilizzando i proprietari; finanziare prevenzione e salute mentale nelle scuole. Il resto è cordoglio.

La democrazia non vive tra trincee domestiche e campus fortificati. Vive quando una platea può ascoltare senza cadere e quando l’uscita da scuola non è un percorso di guerra. Oggi non è così; e non lo sarà domani finché il sangue resterà un effetto collaterale accettabile. Per tutti, punto.

Buon giovedì.

Foto Wp

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #10

Giorno 10. La Flotilla ha imparato a navigare tra i colpi e le bugie. Dopo la Family, la “Alma” è stata colpita in acque tunisine: a bordo hanno trovato i resti di un ordigno elettronico, nessun ferito, solo l’ennesimo avvertimento a chi osa portare testimonianza verso Gaza. Lo dicono le agenzie, non “gli entusiasti di professione”. 

Intanto a Gaza la cronaca è una contabilità che non finisce. Dall’alba si contano nuovi morti nei raid e l’esercito israeliano ordina l’evacuazione di quartieri interi di Gaza City: fonti militari parlano di almeno 150mila persone in fuga verso sud, mentre cadono anche le torri simbolo della città. È l’urbanistica ridotta a bersaglio, la popolazione a variabile ignorabile. 

Qui, a terra, la propaganda tenta l’acrobazia: sminuire gli attacchi, insinuare il complotto, trasformare i sabotaggi in incidenti. L’abbiamo visto, l’abbiamo smontato. E sì: i millantatori che oggi giocano a fare i periti balistici sono gli stessi che ieri derubricavano Gaza a “danno collaterale”. La maschera scivola sempre quando arrivano i fatti.

Oggi si parte da Siracusa. Non è una cerimonia, è una promessa mantenuta: unire il mare corto del Mediterraneo alla distanza lunga della responsabilità. Partono barche e parte una rete che ha capito la propria funzione: vigilare, sbugiardare, proteggere. In Parlamento c’è chi chiede protezione diplomatica per gli equipaggi; fuori, c’è una società civile che non accetta più di essere spettatrice pagante. 

La Flotilla non sposta gli eserciti e non decide i confini. Ma misura il coraggio dei governi. Davanti ai droni che colpiscono imbarcazioni civili e a una striscia di terra stretta tra fame e sirene, si può scegliere: fingere di non vedere, o mettere il proprio nome accanto a chi prova a forzare l’assedio. Oggi tocca a Siracusa dare la rotta. Domani, a tutti gli altri.

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Povertà, ecco dove si annida in Italia: giovani, famiglie numerosi e impieghi discontinui. Oggi lavorare non basta più

In Italia vivono in povertà assoluta 5,6 milioni di persone, pari al 9,7% della popolazione: oltre 2,2 milioni di famiglie secondo Istat e Caritas. Se si allarga lo sguardo al rischio di povertà o esclusione sociale, la quota tocca circa il 23%, sopra la media Ue. Numeri elevati nonostante il raffreddamento dell’inflazione dopo i picchi 2022-23.

Chi è povero oggi

Lorenzo Ruffino, in un’analisi del 10 settembre, riassume così il profilo della povertà: «Giovani, famiglie numerose, lavoro discontinuo». Le serie Istat lo confermano: tra i nuclei con tre o più figli minori l’incidenza sfiora il 20%, quasi il doppio della media; tra i giovani sotto i 35 anni il rischio di esclusione supera il 30%, mentre scende circa il 15% tra gli over 65. La cittadinanza pesa: nelle famiglie di soli stranieri la povertà assoluta supera il 35% contro circa il 6% delle famiglie composte da soli italiani.

Il lavoro non basta a proteggere. La quota di “working poor” cresce dove sono diffuse ore ridotte e part-time involontari: tra gli operai l’incidenza di povertà è a doppia cifra, mentre tra impiegati resta più bassa. Dal 2013 al 2023 i redditi reali hanno perso potere d’acquisto; di fronte ad affitti e bollette in aumento le famiglie con un solo percettore restano esposte, e anche con due redditi il rischio non scompare nei contesti urbani.

Incide anche la geografia. Nel Mezzogiorno la povertà assoluta è stabilmente sopra il 12%, contro il 7% del Nord e il 6,5% del Centro. Secondo Caritas, oltre metà degli assistiti vive al Sud. In Sicilia si supera il 15%, in Sardegna si sfiora la stessa soglia. Le città pagano un sovraccosto: in area metropolitana un nucleo giovane con un figlio ha una soglia di povertà attorno a 1.765 euro mensili; lo stesso nucleo in un piccolo comune del Sud scende vicino a 1.146 euro. L’abitazione è il moltiplicatore del disagio: canoni e utenze assorbono quote crescenti del reddito disponibile, soprattutto nei capoluoghi.

Le incongruenze della narrazione

Il governo ha sostituito il Reddito di cittadinanza con l’Assegno di inclusione (AdI) e il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL), rivendicando una svolta. I dati amministrativi ridimensionano la promessa. Nel primo semestre 2025 i nuclei AdI attivi sono circa 660 mila, con un importo medio vicino ai 694 euro; i pagamenti mensili SFL si aggirano sui 72 mila, per 350 euro. La platea effettivamente raggiunta è inferiore alla metà dei poveri assoluti: la copertura è selettiva per disegno, perché l’AdI lega l’accesso a requisiti familiari stringenti e lo SFL richiede percorsi formativi e convocazioni non sempre disponibili nei territori.

Il divario tra comunicazione e statistiche emerge anche nella retorica per cui «il lavoro basta». Le serie Istat mostrano che tra le famiglie con un solo occupato l’incidenza della povertà resta a due cifre; con due percettori si riduce ma non scompare, specie nei capoluoghi dove canoni e servizi essenziali erodono i bilanci. Il carovita ha colpito di più i quintili bassi: resta regressivo.

Ruffino indica il perimetro delle priorità: «nuclei giovani e numerosi, affitti, servizi per l’infanzia, carriere intermittenti». È lo stesso tracciato che emerge dai rapporti sociali: senza un capitolo strutturale sull’abitazione, senza strumenti che stabilizzino le ore e riducano la discontinuità, i trasferimenti monetari faticano a portare stabilmente le famiglie sopra soglia. Un ultimo dato riguarda la persistenza. Le indagini longitudinali mostrano che meno di un terzo di chi entra in povertà ne esce nell’anno successivo; la permanenza pluriennale cresce dove i servizi territoriali sono deboli. Finché lo scarto tra propaganda e indicatori rimane questo, saranno numeri e soglie — non gli slogan — a raccontare l’Italia reale.

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Il governo Pinocchio incassa un nuovo capitolo: la “zarina” della Giustizia nel mirino

La vicenda che scuote il governo Meloni assume tinte sempre più grottesche. Non bastava che il ministro Nordio, il capo del Viminale Piantedosi e il sottosegretario Mantovano fossero finiti sotto inchiesta: ora anche Giusi Bartolozzi, “zarina” del ministero della Giustizia, è ufficialmente indagata per aver fornito «false informazioni» ai pubblici ministeri nel caso Almasri.

Secondo il Tribunale dei ministri, la versione fornita da Bartolozzi sul dossier Almasri — il comandante libico arrestato a gennaio e prontamente rimpatriato — era «inattendibile e mendace». La norma violata è l’articolo 371-bis del codice penale: fino a quattro anni di reclusione per chi, durante un’indagine, mentisce o tace di fronte ai magistrati.

Quel che colpisce è la fretta con cui la politica tenta di blindare la propria classe dirigente. Fratelli d’Italia – d’intesa con il governo – chiede alla Giunta per le autorizzazioni di estendere anche alla Bartolozzi la protezione parlamentare. Uno scudo che, pur non spettandole, potrebbe sottrarla a qualunque processo, così come accadrà – quasi certamente – per Nordio, Piantedosi e Mantovano.

Ecco il paradosso: la “difesa incolume” di un sistema che dice di voler riformare la giustizia ma che, alla prova del potere, fa quadrato attorno ai suoi. Il ministro Nordio si è affrettato a proclamare «massima solidarietà»: secondo lui, Bartolozzi «ha sempre agito nella massima correttezza e lealtà». Un plauso che assume il chiaro sapore di una protezione preventiva, ben prima di un eventuale svolgimento giudiziario.

Ma la gravità istituzionale resta. Non è solo un problema giudiziario: la rapidità con cui si mobilita lo “scudo politico” evidenzia un sistema in fibrillazione, disposto a neutralizzare l’indagine non con argomentazioni, ma con immunità condivise. Il governo che ama presentarsi come paladino della legalità si trova ancora una volta costretto a fughe in avanti e protezioni d’emergenza. Chissà quale favola racconteranno domani per giustificare l’ennesimo schermo al potere.

Buon mercoledì. 

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