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Ponte sullo Stretto, la data promessa slitta ancora: Salvini ora assicura cantieri aperti a ottobre

Oggi Matteo Salvini promette che i cantieri del Ponte sullo Stretto partiranno «a ottobre». È l’ennesima scadenza di un calendario che negli ultimi due anni ha sbandato più volte. Eppure l’atto necessario non c’è: la delibera del Cipess che autorizza la spesa da 13,5 miliardi non è stata perfezionata né inviata alla Corte dei conti per la registrazione e la pubblicazione ufficiale. Senza quella firma si resta ai rendering. Lo attesta la risposta ufficiale del Cipess, che parla di provvedimento «tutt’oggi in corso di perfezionamento».  

Il dettaglio non è burocratico. Anche volendo, «ottobre» significherebbe al massimo lavori propedeutici, perché il progetto esecutivo del collegamento e delle opere connesse deve ancora recepire 62 prescrizioni della Commissione Via del ministero dell’Ambiente. E i magistrati contabili, quando riceveranno gli atti, hanno trenta giorni per la registrazione, prorogabili con motivazione. È il contrario del «si parte».  

Le promesse mancate

Dall’inizio della legislatura le date promesse da Salvini si sono accumulate. La prima era l’estate 2024, ribadita in tv e comizi. Poi lo spostamento «entro la fine del 2024». All’alba dell’anno successivo il traguardo diventa «inizio 2025», riformulato in «primavera 2025». Nei mesi seguenti entra in scena «estate 2025». Oggi la bandierina è piantata su ottobre. Cinque finestre temporali rinviate, più quella di oggi. È la fotografia di una corsa agli annunci più che agli atti: senza delibera Cipess registrata e senza progetto esecutivo approvato, l’avvio dei lavori resta una promessa politica in cerca di documenti.

Il contesto finanziario aumenta i dubbi. Nel 2010, quando la gara fu aggiudicata al consorzio Eurolink, una parte del rischio doveva restare ai privati con la leva dei pedaggi. Oggi, per scelta del governo, l’onere è interamente sul bilancio pubblico. Non solo: la cifra di 13,5 miliardi è stata fissata nel 2023 per legge e non tramite una validazione tecnica terza. È un passaggio che pesa, anche perché la Corte dei conti dovrà verificare coerenza e coperture, e perché l’iter Cipess, come detto, non è concluso. Lo ricorda la ricostruzione allegata alla risposta del Cipess.  

I numeri ballerini dei posti di lavoro

Alla giostra delle date si è aggiunta quella dei numeri. In pochi mesi Salvini ha parlato di «mal contati 50 mila» posti, poi di «120 mila», quindi di «oltre 100 mila unità tra diretti e indiretti». Ma i «120 mila» non sono persone assunte: sono Unità lavorative annue (ULA), l’equivalente in anni-uomo lungo l’intero ciclo dell’opera, che somma occupazione diretta, indiretta e indotta. Tradotto: non 120 mila contratti, ma la somma di periodi di lavoro che, spalmati nel tempo, generano quell’ammontare teorico. Le stesse carte societarie indicano per il cantiere un fabbisogno medio di poche migliaia di addetti l’anno, con un picco nei momenti di maggiore attività: molto meno impressionante dell’enfasi propagandistica. È il motivo per cui gli osservatori distinguono tra ULA e posti effettivi, ricordando che il saldo occupazionale stabile dipende da tempi, subappalti, turnazioni e durata reale delle lavorazioni. 

Oggi, mentre il ministro ripete «ottobre», il quadro resta invariato: delibera assente, progetto esecutivo da chiudere, numeri occupazionali raccontati come posti quando sono ULA, coperture interamente pubbliche fissate per legge. Il ponte più annunciato della politica italiana rimane fermo alle carte. Se davvero si vuole cominciare, la prima cosa da posare non è una pietra ma gli atti: completi, trasparenti, verificabili. Fino ad allora le promesse restano promesse e l’autunno, come le stagioni precedenti, rischia di essere un’altra data scritta a penna rossa sull’agenda e poi cancellata alla prima verifica.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #9

A Gaza la notte ha portato altri numeri da camera mortuaria: secondo fonti locali almeno 83 civili sono stati uccisi e 223 feriti nelle ultime 24 ore. Dall’alba, i bombardamenti hanno fatto altre 35 vittime. Il genocidio continua a scorrere sotto gli occhi di un mondo che finge di non vedere.

Intanto, sulla sponda tunisina, la vicenda della Family si trasforma in una farsa crudele. Il governo ha parlato di una sigaretta spenta a bordo per spiegare l’incendio, ma il video dell’esplosione – verificato da media internazionali – smentisce clamorosamente quella versione. Non un incidente domestico, ma un attacco che porta la firma dei droni. Una vigliaccheria istituzionale che tenta di coprire la vigliaccheria militare.

La rotta della Global Sumud Flotilla, però, non si interrompe. Giovedì 11 settembre salperanno da Siracusa altre imbarcazioni italiane per unirsi alla missione. Un segnale chiaro: ogni colpo subito moltiplica la determinazione.

A Roma, ieri, la ciurma da terra è scesa in piazza. È la rete che veglia, sbugiarda, protegge. Che impedisce a governi e istituzioni di continuare a mascherarsi dietro la retorica della “neutralità”. Il viaggio di terra è periglioso come quello di mare: tenere gli occhi su Gaza, non cedere ai millantatori e resistere ai fiancheggiatori del governo criminale di Israele. Anche la delegittimazione è un’arma. 

Il giorno 9 della Global Sumud Flotilla racconta due scene parallele: a Gaza i cadaveri si accumulano sotto le macerie, nel Mediterraneo le barche continuano a puntare verso sud-est. La resistenza è tutta lì, in mare e a terra, contro chi sperava di spegnere la luce con una sigaretta spenta.

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Global Sumud Flotilla sotto attacco, Delia: «Nessun passo indietro»

9 settembre 2025. Tunisi, porto della capitale. Una delle barche della Global Sumud Flotilla è stata colpita da un drone mentre era all’ormeggio. Nessun ferito, danni allo scafo della Family Boat. Le autorità tunisine hanno minimizzato parlando di un incendio accidentale, «forse una sigaretta». I volontari mostrano video e fotogrammi che riprendono un oggetto caduto dal velivolo e l’innesco dell’incendio. Maria Elena Delia, insegnante torinese di fisica e matematica e referente nazionale della Global Sumud Flotilla, definisce l’episodio «un tentativo di intimidazione». Le prossime mosse: partenza confermata dopodomani da Siracusa, questa sera mobilitazione a Roma.

Una missione nel mirino

A inizio maggio la «Conscience», una delle navi più grandi della Freedom Flotilla, fu bombardata da un drone nelle acque di Malta. «Eravamo in Europa. Ora siamo nel porto di una capitale», ricorda Delia. L’obiettivo, secondo l’attivista, è logorare: forzare rinvii, abbattere il morale, spegnere l’attenzione pubblica. «Domani partiamo da Siracusa. Il piano non cambia: convoglio civile, corridoi umanitari, consegna di cibo e medicinali». La barca danneggiata è in grado di navigare dopo le verifiche: la spedizione non si ferma. A bordo l’umore è segnato dall’attacco ma prevale la determinazione: «Chi parte sa che può essere fermato o arrestato, ma anche che restare fermi significherebbe accettare la resa».

La zona grigia delle responsabilità

La versione ufficiale tunisina resta minimalista, ma l’anomalia viene prima dell’impatto: un drone militare sopra un’imbarcazione civile in un porto non dovrebbe esserci. C’è poi un profilo giuridico e simbolico: l’unità colpita batte bandiera portoghese. «Colpire quella barca significa toccare un pezzo d’Europa». Intanto si allarga la delegittimazione: «radical chic», «quattro scappati di casa». È il sarcasmo che erode credibilità e, una volta sedimentato, produce effetti difficili da invertire. «È il lavoro lento delle fake news che conosciamo bene», dice Delia.

Canali “ufficiali” che non esistono

Alla premier Giorgia Meloni che invita a «usare i canali ufficiali», Delia oppone la domanda chiave: quali canali? «A giugno abbiamo tentato l’accesso da Rafah via terra: respinti dall’Egitto. Conosciamo ONG che provano a far entrare cibo e farmaci: non passa nulla». Se vie esistono sono nelle mani dei governi e vanno aperte con atti verificabili, non con dichiarazioni. «Si aprano corridoi e si garantisca il passaggio delle navi civili: questa è la via ufficiale». Nel frattempo resta la pressione dal basso: piazze, monitoraggio dei porti, diplomazia civica. «Ci aspettiamo altri attacchi nelle prossime settimane: la protezione migliore, ora, è la vigilanza pubblica».

Gaza, carestia indotta

A chi accusa la Flotilla di occuparsi solo di Gaza, Delia oppone un dato: la fame non è un disastro naturale. «Non c’è stata una siccità di nove mesi. La carestia è conseguenza del blocco dei rifornimenti deciso dal governo israeliano». Da qui l’insistenza sul carattere umanitario della missione e sul diritto di passaggio: rompere l’assedio con mezzi civili, documentare ogni tratta, non usare la forza. «Siamo barche civili. Trasportiamo aiuti. Chiediamo protezione, non privilegi». L’obiettivo è pragmatico: portare viveri, acqua e medicinali, ma anche testimonianza, perché la rotta sia visibile e più difficile da ostacolare.

L’indifferenza europea

Il tassello che manca è l’Europa. «Viviamo un tempo in cui barche civili vengono aggredite e le reazioni non sono proporzionate alla gravità», dice Delia. Nella pratica: equipaggi che salpano sotto minaccia, porti opachi, autorità che archiviano. Il dibattito, intanto, si perde nei dettagli, mentre resta il punto essenziale: un drone ha colpito un’imbarcazione civile in un porto della capitale tunisina. Da qui l’appello finale: «Nessun passo indietro. Partiremo da Siracusa e chiederemo la tutela che spetta a chi porta aiuti». La mobilitazione di piazza è la barriera minima contro l’assuefazione.

In controluce, l’intervista restituisce l’ostinazione di un movimento che rifiuta l’idea dell’impotenza. La mappa è fatta di tasselli concreti: l’attacco a Tunisi, i precedenti di Malta, la chiusura di Rafah, la retorica dei «canali ufficiali». Chi colpisce prova a trasformare l’eccezione in abitudine. La risposta, per ora, sta nei fatti verificabili: barche civili, carichi tracciati, partenze annunciate, presìdi nelle città. A volte insistere sul reale basta a scalfire la propaganda. «Si parte, si documenta, si chiede protezione. E si torna in mare finché serve». Ora.

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Affari Italiani su Moussa in Paradiso in anteprima a Milano, CIQ

Martedì, 9 settembre 2025

Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli al C.I.Q. di Milano

Venerdì 12 settembre alle 21 il Centro Internazionale di Quartiere di Milano ospita un’anteprima speciale di Moussa in paradiso, l’ultima produzione di Teatro Aquilante, e di Giulio Cavalli

di Roberto Servio

Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli al C.I.Q. di Milano

Venerdì 12 settembre alle 21.00, il C.I.Q. – Centro Internazionale di Quartiere di Milano (Via Fabio Massimo, 19) ospita un’anteprima speciale di Moussa in paradiso, l’ultima produzione di Teatro Aquilante, e di Giulio Cavalli, prima del suo debutto ufficiale previsto per novembre 2025. 

Una serata di teatro civile e confronto, in cui Giulio Cavalli, scrittore, attore e giornalista, oltre che attivista (dal 31 agosto il suo Diario di Bordo è una voce di riferimento per la rete italiana della Global Sumud Flotilla) presenta la storia vera di Moussa Diarra, 26 anni, ucciso a Verona da un agente della Polfer lo scorso ottobre 2024. Ironia tragica e denuncia si intrecciano per raccontare l’ingiustizia attingendo dalla tradizione della satira e della giullarata per sovvertire l’ordine costituito del razzismo istituzionale e della burocrazia disumana di questa fortezza Europa.

Moussa in paradiso, un atto di teatro politico

Moussa Diarra a 26 anni, è morto una volta nel deserto, al guinzaglio dei trafficanti. È morto in Libia per gli accordi infami con i seviziatori nelle carceri, morto in Italia inseguendo l’amo di un permesso di soggiorno sventolato ad ogni elezione politica, infine è morto di fronte alla stazione di Porta Nuova, per la pallottola di un poliziotto. Quando Moussa Diarra arriva in Paradiso, il cancello rimane chiuso. Davanti a lui trova un angelo burocrate, con le carte in mano e il verbale già compilato. E anche nella morte, come nella vita, si ritrova a dover spiegare, giustificarsi, rispondere di accuse che non ha mai scelto.

Dopo lo spettacolo ci sarà un dibattito con il pubblico e Giulio Cavalli in dialogo con Sara Facciani di Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI – IPSIA, ong che promuove progetti in Italia e lungo la rotta balcanica a supporto e accompagnamento delle persone in movimento sulle strade della tratta.

Ingresso con prenotazione e TESSERA TEATRO AQUILANTE 2025 (€ 10,00) – Link per il tesseramento online: https://pci.jotform.com/form/252484138723056

Macron inchiodato, governi a rotoli: è questo il modello Meloni?

Lunedì 8 settembre a Parigi è caduto l’ennesimo governo: terzo in un anno, quinto in meno di due. Emmanuel Macron resta blindato nel suo ruolo di presidente, mentre i primi ministri passano come figuranti di una commedia già scritta. È questo il modello che Giorgia Meloni vorrebbe importare in Italia col suo presidenzialismo da manuale di propaganda: «garantire stabilità» e «rispettare la volontà degli elettori». Chiedetelo ai francesi.

La Francia oggi è governata da un presidente che nessuno può sfiduciare e da un Parlamento che non riesce a costruire maggioranze. Il risultato è la paralisi: bilanci bloccati, leggi respinte, governi bruciati in poche settimane. Non esiste la stabilità promessa, esiste l’ingovernabilità certificata, con un presidente inchiodato al potere e ministri che cadono uno dopo l’altro. Una fotografia che dovrebbe far tremare chiunque parli di «modello francese» con leggerezza.

Eppure Meloni insiste. Si aggrappa al presidenzialismo perché garantisce a chi sta a Palazzo Chigi di trasformare un mandato politico in un regno personale, scavalcando il Parlamento e sterilizzando i contrappesi. La Costituzione italiana non è un ferrovecchio da adattare agli umori della maggioranza: è un equilibrio che tiene insieme rappresentanza, fiducia e responsabilità.

Oggi il governo francese dimostra che l’elezione diretta del presidente non è sinonimo di stabilità, ma di immobilismo. La «volontà popolare» si traduce in un leader che resta al suo posto mentre tutto intorno crolla. Ed è proprio questo che Meloni vuole: restare, a prescindere da tutto. Chiamatelo pure presidenzialismo. In realtà è l’arte di blindare il potere.

Buon martedì.

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“Non avete mai chiamato”: il Venezuela smonta la versione del governo italiano su Alberto Trentini

L’accusa è nitida, e oggi ha un nome e una data: un funzionario diplomatico venezuelano sostiene che «il governo Meloni non ha mai chiamato Caracas» per discutere del dossier di Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto in Venezuela da novembre 2024. La scrive nero su bianco Il Fatto Quotidiano, spiegando come l’anonimo funzionario venezuelano ritenga questo atteggiamento «infantile», nonché segno di «distacco e mancata volontà politica».

Cronologia di un’inerzia

Trentini viene fermato sulla tratta Caracas–Guasdualito il 15 novembre 2024 e scompare per mesi tra Dgcim e carceri speciali. A gennaio 2025 la IACHR (Osa) adotta misure cautelari a sua tutela; nello stesso periodo Palazzo Chigi convoca una riunione interministeriale e protesta formalmente con Caracas, annunciando «massima discrezione». Ma nessun contatto politico di vertice viene documentato.  

Il primo, flebile segnale arriva solo a fine luglio: Trentini riesce a telefonare a casa. Il viceministro Edmondo Cirielli parla di «passo in avanti» e di «lavoro diplomatico in corso». Sono parole che non spiegano la sostanza: chi ha parlato con chi, quando, con quali impegni reciproci? Il comunicato resta generico.   

Nel frattempo il governo nomina l’ambasciatore Luigi Vignali inviato speciale. La missione, annunciata, atterra a Caracas ad agosto ma non sarebbe stata ricevuta da alcun esponente dell’esecutivo Maduro: rinvio, ricalendarizzazione, nessun risultato. È il punto che più incrina la narrativa dell’«interlocuzione continua».   

Dichiarazioni, smentite e responsabilità

La frase chiave di oggi («mai chiamato Caracas») stride con mesi di rassicurazioni pubbliche. Tajani, il 4 settembre, rivendica che «il governo non è immobile» e indica due rilasci avvenuti il 24 agosto (Americo De Grazia e Margarita Assenza). Ma la fonte venezuelana smentisce qualsiasi ruolo italiano nella scelta dei nomi: «l’Italia non ha toccato palla», si sarebbe trattato di una «scelta sovrana» e di un «affare interno», senza alcun coinvolgimento delle autorità di Roma riporta ancora Il Fatto.

Sul fronte umano, la madre di Alberto riceve una telefonata di cortesia da Giorgia Meloni ad aprile 2025; da allora, nessuna ricezione ufficiale a Palazzo Chigi e aggiornamenti frammentari. La comunicazione resta oscillante: silenzio quando servivano garanzie minime (visite, assistenza legale, terapie), poi enfasi mediatica su «segnali positivi» che non cambiano le condizioni materiali della detenzione.    

Il confronto con altri casi coevi pesa. Gli Stati Uniti hanno ottenuto rilasci negoziando su un binario politico-umanitario; la Svizzera ha visto uscire un compagno di cella di Trentini. L’Italia, invece, ha scelto una postura rigida (non riconoscimento di Maduro) senza attrezzarsi con un «doppio binario» che separi il giudizio politico dalla tutela del cittadino. Il risultato è lo stallo.  

Resta, inoltre, l’incidente della missione diplomatica: in diplomazia non si vola «al buio». Se l’interlocutore non ti riceve, significa che il canale politico non esiste o non è stato coltivato. È qui che la frase del funzionario venezuelano assume il peso specifico di una prova indiretta.    

Che cosa manca oggi. Tre dati verificabili, che il governo potrebbe fornire in un minuto: date e interlocutori delle telefonate ai massimi livelli; esito delle richieste di visita consolare dalla prima nota verbale in poi; il mandato negoziale (con eventuale cornice Ue/Osa o Santa Sede) consegnato all’inviato speciale. In assenza di queste risposte, le responsabilità politiche restano scolpite: ritardi iniziali, missione preparata male, comunicazione opaca con la famiglia, sovrapposizione di propaganda e informazione.  

In attesa di una smentita puntuale, resta un fatto: a oggi, 8 settembre 2025, Alberto Trentini è detenuto da quasi 300 giorni e non c’è una sola evidenza pubblica di un vero negoziato politico Italia–Venezuela sul suo nome. Tutto il resto è propaganda sulla pelle di un italiano detenuto senza la formalizzazione delle accuse, della sua famiglia, dei suoi amici. 

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #8

Global Sumud Flottilla, giorno 8.

A Gaza la notte non passa: almeno venti morti dall’alba sotto i bombardamenti e altri sei decessi per fame nelle ultime 24 ore, dicono i bollettini locali e le agenzie internazionali. La guerra ha superato la soglia della denutrizione dichiarata persino nei tribunali israeliani, dove la Corte suprema ha imposto al governo di garantire cibo sufficiente ai prigionieri palestinesi: una sentenza rara, che fotografa il livello della disumanità diventata amministrazione ordinaria.  

Gerusalemme si risveglia con un attentato: sei morti e una dozzina di feriti. La risposta è la solita, l’uso politico del terrore. Il terrorismo, per Hamas come per il governo Netanyahu, è ormai governance: serve a consolidare poteri, a disciplinare il dissenso, a tenere il mondo in ostaggio di una retorica di «guerra totale».

Nel Mediterraneo intanto la Global Sumud Flottilla approda a Sidi Bou Said, accolta da centinaia di persone. E proprio oggi la Commissione europea ha scelto la via più comoda: «non incoraggiamo operazioni come la Global Sumud Flottilla, aggravano la situazione». Traduzione: la società civile è un problema da disinnescare. Un alito lercio di vigliaccheria. 

Dicono che «presto» arriverà l’accordo, che «ci sono garanzie significative», che «tutto è sotto controllo». Intanto i droni colpiscono, i numeri dei morti crescono, le famiglie si assottigliano e i bambini restano senza cure. La Flottilla non è la soluzione: è un promemoria. Ricorda a tutti — governi, istituzioni, commentatori di professione — che quando il diritto è sequestrato dalla ragion di Stato, il dovere è provarci lo stesso. Oggi più di ieri.  

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Regionali: centrosinistra compatto, destre impantanate. La narrazione sovranista si infrange nello scontro di potere tra i partiti della maggioranza

Per mesi – e in alcuni casi per anni – la maggioranza di governo e l’universo mediatico a essa collegato hanno dipinto il centrosinistra come una coalizione patologicamente litigiosa. «Ogni finestra elettorale… è un terreno solcato da liti, veti e colpi incrociati», scriveva Libero a proposito delle regionali in Calabria. Per La Verità, la sinistra è «sempre nel caos», incapace di presentare un progetto credibile. E ancora: i soliti editoriali sul Partito Democratico: “radical chic”, chiuso nei suoi salotti, dilaniato da correnti.

Una retorica consolidata, che ha trovato amplificatori nelle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni: «La sinistra rinuncia alla via democratica», ha detto a fine agosto, accusando gli avversari di cercare «il soccorso della magistratura». La linea è sempre la stessa: delegittimare l’opposizione in quanto incapace a prescindere.

Il paradosso, oggi, è che proprio il centrosinistra ha già completato la selezione dei candidati per le prossime elezioni regionali in tutte e sette le regioni al voto: Marche, Calabria, Toscana, Puglia, Campania, Veneto e Valle d’Aosta. Il centrodestra, invece, arranca,  ostaggio dei suoi stessi equilibri interni.

Un centrosinistra che sorprende (soprattutto i suoi detrattori)

Il 6 settembre, con un annuncio ufficiale, il centrosinistra ha presentato la lista completa dei propri candidati presidenti: Matteo Ricci nelle Marche, Pasquale Tridico in Calabria, Eugenio Giani in Toscana, Antonio Decaro in Puglia, Roberto Fico in Campania, Giovanni Manildo in Veneto. Per la Valle d’Aosta, come noto, si procede con un’alleanza autonomista-progressista in costruzione, in coerenza con il sistema elettorale locale.

Il percorso per arrivare a queste scelte non è stato indolore: in Puglia è servita una mediazione complessa per superare il “nodo Emiliano”; in Calabria la convergenza su Tridico ha richiesto un confronto serrato tra Pd e M5S. Ma il dato politico è evidente: la coalizione ha risolto le divergenze, ha trovato la sintesi e ha avviato con settimane di anticipo le campagne territoriali.

Come ha scritto Il Sole 24 Ore, si tratta di un “campo largo coeso e pronto”. Fanpage, Il Post e Sky TG24 hanno sottolineato la capacità del centrosinistra di mettere da parte i personalismi. E mentre gli avversari si rincorrono nelle segrete stanze romane, i candidati progressisti già presidiano i territori.

Il centrodestra e l’arte di non decidere

Dall’altra parte, la coalizione di governo dà spettacolo di sé. A oggi, non esistono candidature definitive in Veneto, Campania e Puglia. L’eredità di Zaia ha spaccato la Lega e Fratelli d’Italia: entrambi reclamano la guida della Regione, ma la mediazione è ancora lontana. In Campania, la girandola di nomi va da Edmondo Cirielli (Fdi) a Giosy Romano (civico vicino a FI): ma la scelta non c’è. In Puglia, il partito della premier è diviso tra Fitto e Gemmato, mentre Forza Italia non ha nomi forti da spendere.

La cronaca politica di queste settimane è fatta di vertici annunciati e poi annullati. Antonio Tajani ha promesso il confronto “entro fine agosto”, Salvini parlava di “candidature a breve”. Ma a oggi (8 settembre), il dossier è ancora aperto. La premier Meloni, rientrata dalle vacanze in Puglia, ha indicato le regionali come priorità: intanto, però, il vertice decisivo non arriva.

Il dato più rilevante è che, a differenza del passato, il centrodestra oggi litiga non su come vincere, ma su chi deve governare dopo aver già vinto. Un segnale di arroganza e di tensione interna.

Un boomerang comunicativo per la destra di governo

Quello che era il principale punto di forza del centrodestra – l’immagine di una coalizione stabile, compatta, capace di decidere – si sta sgretolando proprio quando dovrebbe concretizzarsi. Come ha osservato Massimo Franco sul Corriere della Sera, l’attuale stallo è il frutto dell’egemonia di Fratelli d’Italia, che pretende di guidare anche le regioni storicamente “controllate” da Lega e Forza Italia.

I sondaggi delle europee 2024 fotografano il problema: FdI è al 28,8%, FI al 9,6% e la Lega sotto al 9%. Questa sproporzione ha rotto i vecchi equilibri paritari: ora Meloni vuole tutto, ma Salvini e Tajani resistono. Il risultato è una paralisi da “battaglia tra eredi” – in Veneto, in Campania, in Puglia – mentre il centrosinistra guadagna campo.

E il punto più interessante è che proprio il centrodestra, che accusa la sinistra di essere sempre in campagna elettorale, è oggi incapace di iniziare la propria. Perché senza candidati non si fa strategia. Senza strategia, si rincorrono gli altri.

La favola del centrosinistra litigioso, raccontata per anni da Meloni, Salvini, Tajani e dai giornali amici, oggi si infrange contro la realtà. A pochi mesi dal voto, il campo largo ha scelto. Il governo, invece, è ancora alla finestra. E se il buongiorno si vede dal mattino, la campagna elettorale del centrodestra comincia con un ritardo che, stavolta, non si può imputare ai “giudici” o ai “complotti mediatici”. Solo alla propria (in)capacità di decidere.

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Israele-Italia si gioca, stasera la sfida delle polemiche. E ora non raccontateci più che lo sport è neutrale

Quando questa sera la nazionale italiana scenderà in campo contro Israele, giocherà molto più di una partita. Nonostante le bombe su Gaza, i dossier delle Nazioni Unite e i comunicati di decine di federazioni internazionali, la UEFA e la FIFA continuano a garantire a Israele una partecipazione piena alle competizioni europee. Senza sanzioni. Senza sospensioni. E, soprattutto, senza imbarazzi.

La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: «la politica non deve entrare nello sport». Un mantra ipocrita, già smentito decine di volte. Non si tratta di decidere se la partita si debba giocare. Si tratta di ammettere che ogni scelta – giocarla, non giocarla, protestare o tacere – è politica. E che, almeno, si smetta di raccontare la favola dell’imparzialità.

FIFA, sanzioni selettive

Negli ultimi decenni, la FIFA ha escluso nazionali per motivi politici, umanitari e amministrativi. Sudafrica, Jugoslavia, Russia, Nigeria, Zimbabwe, Pakistan, Congo: in tutti questi casi, l’organizzazione ha agito – spesso con estrema rapidità – per difendere valori come la non discriminazione, la pace o l’autonomia federale   .

Nel 1992, la Jugoslavia venne espulsa da UEFA Euro pochi giorni prima del torneo, in applicazione diretta della Risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza Onu. Nel 2022, la Russia fu sospesa da FIFA e UEFA quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, in seguito al rifiuto pubblico di Polonia, Svezia e Repubblica Ceca di affrontarla nei playoff. Anche la Bielorussia, pur non essendo formalmente sospesa, è costretta a giocare in campo neutro e a porte chiuse.

E Israele? Da ottobre 2023, il conflitto a Gaza ha provocato oltre 60.000 morti. Le denunce delle organizzazioni umanitarie si moltiplicano. La Palestinian Football Association ha documentato la distruzione di stadi, il bombardamento di infrastrutture sportive, l’impossibilità di circolare per gli atleti palestinesi e l’inclusione illegale di squadre di insediamenti in campionati israeliani. Sono elementi che violano direttamente gli statuti FIFA. Eppure, nessuna sospensione. Solo gare spostate in campo neutro «per motivi di sicurezza».

L’eccezione permanente di Israele

Per comprendere come sia possibile, occorre fare un passo indietro. Israele è stata fondata nel 1948 ed è entrata nella AFC (Confederazione calcistica asiatica) nel 1954. Ma nel 1974, su mozione del Kuwait e con l’appoggio di 17 federazioni, fu espulsa: troppe le rinunce di squadre arabe e musulmane a giocare contro di lei. Da allora, per 20 anni, ha vagato tra qualificazioni via Oceania, partite occasionali e tornei su invito.

Nel 1994, UEFA ha accolto Israele come membro a pieno titolo. La motivazione fu pratica: senza una confederazione di riferimento, Israele non poteva partecipare regolarmente alle competizioni. Non si trattò di una scelta valoriale, ma di un compromesso geopolitico. E tuttavia oggi quella scelta ha un peso.

Israele gioca in Europa non per “meriti” geografici o culturali, ma perché in Asia nessuno voleva affrontarla. Eppure, a differenza di quanto accaduto per la Russia nel 2022, nessuna federazione europea ha finora dichiarato formalmente di voler rifiutare la partita . È questo che UEFA usa come scudo per giustificare l’inazione.

Il campo da gioco è truccato

Nel 2022, il presidente UEFA Čeferin ammise che la sospensione della Russia fu il risultato di una «pressione politica fortissima». Sul caso Israele, invece, la pressione proviene da organizzazioni civili, da federazioni dell’Asia occidentale e da iniziative come BDS o “Red Card for Israel”. Tutti attori considerati poco influenti nel palazzo di Nyon.

La conseguenza è una politica a doppia velocità. La Russia è sospesa; Israele no. Le squadre palestinesi non possono allenarsi; quelle israeliane degli insediamenti partecipano ai campionati nazionali. L’apartheid sudafricano fu punito con trent’anni di esclusione; quello denunciato oggi da centinaia di giuristi e organizzazioni non produce alcuna reazione. Non serve condividere ogni singola accusa contro Israele per riconoscere l’evidenza: il principio della neutralità è usato come paravento, selettivamente. Si invoca per giustificare l’inazione quando Israele bombarda uno stadio; ma viene accantonato quando bisogna espellere qualcun altro in quattro giorni, come accadde con Mosca.

Questa sera, mentre l’Italia giocherà contro Israele, ognuno potrà fare le proprie scelte. Può voltarsi dall’altra parte. Può indignarsi. Può limitarsi a tifare. Ma nessuno dica che è solo sport. Perché non lo è. Non lo è mai stato. E allora che almeno si smetta di prendere in giro chi guarda. Giocate pure, ma abbiate il coraggio di dire che anche questa è politica.

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La crisi spiegata a rovescio: colpa dei clienti, parola ai quotidiani

Sul Corriere della Sera è andato in vetrina il caso del ristoratore di Bologna che chiede una «mancia obbligatoria del 5%» per salvare i locali dalla crisi. Chiamarla mancia è un esercizio di maquillage: se è obbligatoria è prezzo. E il prezzo si espone sul menu, si fattura, sconta l’Iva, entra nella busta paga. Tutto il resto è fumo che sposta un pezzo di salario dal conto dell’impresa al portafogli del cliente.

I conti della ristorazione sono stretti, l’energia morde, l’inflazione ha gonfiato gli acquisti: vero. Il punto però è il lavoro. Turni sfiancanti, part-time di comodo, straordinari elastici: il sistema regge se il cameriere vive di propine? In Italia i minimi li fissano i contratti, non le collettine al tavolo. Se il modello d’impresa sta in piedi solo con l’obolo coatto, il problema non è la “tirchieria” dei clienti, è la fragilità del modello.

Qui entra in scena l’informazione. Un grande quotidiano che rilancia la trovata come “soluzione” dovrebbe almeno inseguire le domande elementari: chi incassa quel 5%? come si ripartisce? è tracciato? i contratti sono rispettati? Senza queste risposte si mette il timbro di qualità su uno scivolamento culturale: il rischio d’impresa diventa tassa al tavolo, la trasparenza evapora nell’angolo delle buone intenzioni.

La via corretta è meno glamour e più adulta: prezzi chiari, conti puliti, controlli veri. Se serve, si alzano i listini e lo si dice. E se ancora non torna, si cambia organizzazione o si chiude: si chiama concorrenza. Il salario non si baratta alla cassa; e una stampa che si rispetti non vende il trucco come innovazione, ma lo smonta riga per riga, dalla prima all’ultima.

Buon lunedì.

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