La notte su Gaza ha il suono sordo dei palazzi che crollano e delle sirene spente: nuovi raid su grattacieli e scuole-rifugio, con almeno 17 morti a Gaza City secondo Al Jazeera; cinque persone, tra cui bambini, sono morte di fame nelle ultime 24 ore, portando il totale a 387. Anche la rete vacilla: tagli ai cavi nel Mar Rosso hanno interrotto l’accesso a internet in parte del Medio Oriente.
La Global Sumud Flotilla ripete ciò che dovrebbe essere ovvio nel diritto e nell’umanità: un corridoio umanitario immediato, la protezione integrale di una missione civile e nonviolenta, la fine dell’uso della fame come arma, il riconoscimento dell’illegittimità dell’occupazione. «La nostra è un’iniziativa legale e, in quanto tale, non può essere attaccata né fermata», si legge nella dichiarazione sottoscritta da rappresentanti eletti di 25 Paesi. La Flotilla chiarisce che i training sono selettivi: la lista dei partecipanti sarà definita solo a conclusione della formazione.
Fuori dalle carte, c’è la pressione delle piazze. Ieri Roma è scesa di nuovo in strada: l’Ordine dei giornalisti del Lazio ha ricordato i reporter uccisi e chi rischia ogni giorno per raccontare. E non solo Roma: La Spezia ha sfilato per chiedere la pace, Viterbo ha manifestato a sostegno della Flotilla. È la «ciurma di terra» che protegge i naviganti, smonta i calunniatori e costringe i governi a uscire dall’ambiguità.
La cronaca del genocidio continua ad aggiornarsi a colpi di cifre e di macerie. La rotta resta semplice: in mare si naviga, a terra si tiene il punto. Non è retorica: è un promemoria per chi ha responsabilità pubbliche e crede di poter temporeggiare.
ll governo di Netanyahu nega l’emergenza nella Striscia. Ma indicatori come la grave carenza di cibo, la malnutrizione acuta tra i bambini e la mortalità, confermati da Who/Fao/Wfp/Unicef, certificano la catastrofe in atto. E il diritto internazionale umanitario vieta l’uso della fame dei civili come metodo di guerra. La macchina negazionista di Tel Aviv è sbugiardata.
La carestia a Gaza non è un’opinione. Il 22 agosto 2025 la rete Ipc (Integrated Food Security Phase Classification) ha confermato la sua esistenza a Gaza City, attestando il superamento delle tre soglie tecniche: consumi alimentari estremamente insufficienti (almeno una famiglia su cinque si trova ad affrontare una grave carenza di cibo), malnutrizione acuta del 30 per cento o più tra i bambini e mortalità che è arrivata a toccare e superare la soglia delle due vittime ogni 10 mila persone al giorno. L’Organizzazione mondiale della sanità (Who), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il World Food Programme (Wfp) e l’Unicef hanno sostenuto l’analisi e ne hanno chiesto la conseguenza più semplice e più difficile: accesso umanitario reale. Mentre i numeri salgono, l’apparato politico-diplomatico israeliano nega. È il paradosso di queste settimane: la scienza dei dati contro l’ingegneria del dubbio.
Un bimbo palestinese di due anni con la madre (foto Ansa).
Tre soglie ben definite: catastrofe, emergenza, crisi
La parola “carestia” è una soglia giuridico-operativa, non un aggettivo. L’Ipc decide su base multi-fonte e con la revisione di un comitato indipendente, il Famine Review Committee. Le tre soglie sono note, pubbliche, ripetibili. Il 22 agosto la fotografia è stata netta: centinaia di migliaia di persone in Fase 5 (Catastrophic) nell’area di Gaza City, oltre un milione in Fase 4 (Emergency) e un’ulteriore fascia in Fase 3 (Crisis), con previsione di estensione verso Sud nelle settimane successive.
Protesta conto la carestia a Gaza vicino al quartier generale delle Nazioni Unite a New York (foto Ansa).
Collasso dei servizi essenziali e distruzione del tessuto agricolo
«Le condizioni per dichiarare una carestia sono state soddisfatte», recita la nota tecnica congiunta Who/Fao/Wfp/Unicef, che collega l’esplosione della fame a tre fattori concatenati: ostacoli all’accesso umanitario, collasso dei servizi essenziali, distruzione o inaccessibilità del tessuto agricolo. Nel dossier sanitario diffuso il giorno stesso, Who e Unicef segnalano un picco storico di malnutrizione acuta infantile: oltre 12 mila bambini identificati in un mese, incremento dei casi Sam (severe acute malnutrition), nascite premature e sotto-peso in aumento.
Camion bloccati, i lanci aerei non colmano il fabbisogno
La cronologia aiuta a capire la responsabilità: il 15 marzo 2024 l’Ipc annunciava il pericolo di carestia imminente al Nord «entro maggio» se non fosse migliorato l’accesso; il 29 luglio 2025 l’allerta si era fatta stringente («due soglie già superate»); il 22 agosto la carestia è stata infine confermata. Da allora la curva non è più scesa. Il cibo che non arriva si misura anche a ruote: Wfp e l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) ricordano che servono 500-600 camion al giorno; nei mesi estivi gli ingressi effettivi sono stati molto inferiori, spesso poche decine o poco più di un centinaio al giorno, con periodi di sospensione, rifiuti per motivi burocratici, ritardi ai varchi e restrizioni di sicurezza. I lanci aerei non colmano il fabbisogno: costano, coprono poco, dipendono dal vento e dall’orografia urbana; sono l’eccezione, non la soluzione. È aritmetica, non propaganda.
Aiuti umanitari del world food programme a Gaza (foto Ansa).
Le agenzie Onu ribadiscono che la classificazione è «tecnica»
Alla conferma della carestia, la macchina della comunicazione israeliana ha risposto con un doppio binario. Primo: delegittimare il misuratore. Il ministero degli Esteri ha definito l’analisi Ipc «politica travestita da scienza», chiedendo una ritrattazione e mettendo in dubbio metodologia e integrità. L’Ipc ha replicato punto per punto: soglie immutate, procedure di verifica rispettate, fonti plurime e indipendenti. Lo hanno ribadito le agenzie Onu: la classificazione è «tecnica» e segue standard consolidati.
Clip di ristoranti montate ad arte dalla propaganda israeliana
Secondo binario: cambiare cornice visiva. In parallelo, canali istituzionali e media alleati hanno rilanciato clip di ristoranti, mercati, vetrine “piene” come prova che «a Gaza non c’è fame». Una parte della stampa israeliana ha documentato il piano di comunicazione che seleziona e amplifica immagini di “normalità”. Le redazioni di fact-checking internazionali hanno smontato la tesi: France24 Observers ha verificato video e post, ricostruendo aperture intermittenti, menù ridotti, prezzi proibitivi, clientele ristrettissime, spesso in quartieri meno colpiti o in giorni eccezionali. Niente, in quelle immagini, confuta gli indicatori quantitativi di carestia. Al contrario, li spiega: anche in una carestia esistono “isole di offerta” che non sono accessibili alla maggioranza.
Il dispositivo retorico è collaudato. Ma esistenza non è sinonimo di accessibilità. L’Ipc non misura se un bar ha alzato la serranda, ma quanti riescono a nutrirsi in rapporto a prezzi, redditi, sicurezza. La fame è strutturale quando il paniere minimo è fuori portata: monetaria, fisica, sanitaria. Qui si aggiunge un fattore ulteriore: il collasso dei servizi (acqua, energia, sanità) che rende inutile anche il poco cibo disponibile. «La misurazione della carestia è area-basata», spiegano i manuali Ipc: fotografie di eccezioni non falsificano la regola.
Vietato l’uso della fame dei civili come metodo di guerra
L’Ocha descrive un quadro di accessi a singhiozzo: varchi Kerem Shalom e Zikim soggetti a coordinamento discrezionale, lunghe attese, convogli respinti per presunte non conformità, cambi di itinerario all’ultimo. Il Wfp segnala che anche nei giorni “buoni” il flusso non si avvicina ai 500-600 camion richiesti. Intanto i prezzi esplodono: in economia di guerra e di blocco il mercato diventa una lotteria di sopravvivenza. È qui che la carestia si fa giuridica: il diritto internazionale umanitario vieta espressamente l’uso della fame dei civili come metodo di guerra (Protocollo aggiuntivo I, art. 54; consuetudine Icrc).
Proteste nel nord di Israele contro la guerra a Gaza (foto Ansa).
Lo Statuto di Roma qualifica come crimine di guerra «l’uso intenzionale della fame… anche impedendo i soccorsi» (art. 8(2)(b)(xxv)). Nelle sue comunicazioni più recenti, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha richiamato proprio questa fattispecie tra i possibili capi d’accusa. Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunito a fine agosto, ha definito la carestia a Gaza «una crisi provocata dall’uomo», richiamando gli obblighi di facilitazione degli aiuti.
Mortalità evitabile per malattia e mancanza di cure
Il capitolo più sporco è quello della mortalità evitabile. La carestia non uccide solo per assenza di calorie: uccide attraverso la malattia e la mancanza di cure. Who e Unicef hanno registrato un incremento di infezioni, disidratazione, nascite pretermine, complicanze ostetriche e neonatali che diventano letali in ospedali senza farmaci, senza incubatrici, senza elettricità. La morte, in carestia, è sistemica. È questo che i video di un locale aperto non mostrano: il resto della città.
Palestinesi in fila per il cibo (foto Ansa).
Il contro-esempio aneddotico per annullare la serie statistica
La propaganda lavora sull’intuizione più semplice: se vedo piatti serviti, allora la fame è una menzogna. È un sofisma. Anche nelle crisi peggiori restano poche nicchie di disponibilità, spesso alimentate da aiuti privati, rimesse, speculazione o scorte. Ma il parametro dell’emergenza alimentare non è il piatto di qualcuno: è la possibilità per la maggioranza di accedere a cibo sufficiente e sicuro. France24 Observers documenta che i locali citati come “prova” sono inaccessibili alla quasi totalità della popolazione: prezzi fuori scala, materie prime sostituite, aperture saltuarie. Il giornale israeliano progressista Haaretz ha ricostruito la selezione e il rilancio istituzionale di queste immagini: servono a spostare la cornice dal numero al frame. L’effetto è cinico: si pretende che un contro-esempio aneddotico annulli una serie statistica certificata.
Ribadita la robustezza metodologica delle stime
Nel frattempo la macchina del dubbio attacca le fonti. Alla richiesta israeliana di ritirare il report, l’Ipc ha risposto che non ha abbassato alcuno standard e che le valutazioni sono state validate dal Famine Review Committee. Le agenzie Onu hanno ribadito la robustezza metodologica delle stime. Non è un derby di opinioni: è un processo tecnico che attribuisce responsabilità operative. L’alternativa è semplice e scomoda: o si rimuovono gli ostacoli all’accesso, o si accetta l’aumento della mortalità.
Manifestazione pro Palestina con le foto dei bambini malnutriti. Sana’a, Yemen (foto Ansa).
Servono corridori sicuri e volumi giornalieri adeguati
C’è una frase che conviene incidere nell’incipit e nel finale: «L’uso della fame dei civili come metodo di guerra è vietato». Non è un hashtag; è diritto positivo. Il combinato disposto tra Protocollo I e Statuto di Roma rende giudicabile ciò che oggi viene negato nelle conferenze stampa. La carestia confermata dall’Ipc trasforma la discussione: non è più un dibattito sull’esagerazione o il montaggio di clip, ma un tema di responsabilità e adempimenti. Il Consiglio di sicurezza Onu, a fine agosto, ha parlato chiaro; l’Ufficio del procuratore della Cpi ha indicato la rotta; le agenzie umanitarie hanno elencato ciò che serve: corridori sicuri, volumi giornalieri adeguati, stop alle restrizioni arbitrarie, ripristino dei servizi minimi. Tutto il resto è cornice.
Attivisti israeliani e arabi protestano a Tel Aviv contro la guerra a Gaza (foto Ansa).
Le immagini selezionate dagli israeliani non cambiano la realtà
Per chi scrive, l’obbligo è blindare il racconto. Le date: 15 marzo 2024 (allerta), 29 luglio 2025 (due soglie superate), 22 agosto 2025 (carestia confermata). I criteri: consumi, malnutrizione, mortalità. I volumi: 500-600 camion al giorno necessari, ingressi molto inferiori. Le fonti: Ipc/Who/Fao/Wfp/Unicef, Ocha/Wfp, Who/Unicef per la salute, Haaretz e France24 Observers per la propaganda dei ristoranti, Statuto di Roma e Icrc per il diritto. E una regola di igiene mentale: davanti a una carestia certificata, un locale aperto non è una confutazione, è una scena dentro un disastro. «La carestia a Gaza è una crisi provocata dall’uomo», hanno detto 14 Paesi su 15 al Consiglio di sicurezza Onu. Le immagini selezionate non cambiano quella frase. Gli aiuti che passano e quelli che non passano, sì.
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Gli annunci sono partiti prima dei numeri. In vista della manovra ogni partito di governo alza la propria bandiera: ForzaItalia ha rilanciato una flat tax al 24 per cento con taglio dell’aliquota intermedia dal 35 al 33; la Lega ha promesso il 15 per cento «per tutti» e una nuova pace fiscale con rottamazioni a rate lunghe; PalazzoChigi assicura il rafforzamento del pacchetto natalità e soldi veri contro le liste d’attesa. Sulla carta, tutto insieme e subito. Il problema è nei margini di bilancio e nelle nuove regole europee: gli spazi sono stretti, le misure strutturali pesano a regime e ogni euro stabile ne esige un altro in copertura.
Fisco e pensioni
Forza Italia difende l’aliquotapiatta al 24 per cento e un allargamento dello scaglione medio. La Lega non arretra dal 15 per cento e vuole riaprire la stagione delle sanatorie: sconti su sanzioni e interessi, piani di rientro più lunghi, cassa subito. Le due linee cozzano tra loro e con la contabilità: un taglio generalizzato dell’Irpef costa in modo ricorrente e non si sterilizza senza entrate aggiuntive; le rottamazioni, per esperienza, incassano all’inizio ma generano un alto tasso di insoluti e gettito incerto negli anni successivi. Per questo dal Ministero arrivano ipotesi più prudenti: proroga del taglio del cuneo, ritocchi agli scaglioni, detassazione selettiva di tredicesime e straordinari. Anche sulle pensioni lo scarto è evidente. La «Quota41 per tutti» che era un vessillo leghista costoso e poco compatibile con i saldi pare definitivamente tramontata come ipotesi; l’idea delle minime a 1.000 euro, ciclicamente evocata in area azzurra, non ha mai trovato coperture universali. Al massimo si intravedono micro-correzioni e finestre mirate: manutenzione, non riforma.
Sanità, famiglia, casa
Il ministro della Salute promette di abbattere le liste d’attesa e di rafforzare gli organici. Obiettivi giusti e popolari, ma costosi: assunzioni, straordinari, acquisto di prestazioni dal privato convenzionato e rinnovi contrattuali non si finanziano con una tantum. Se l’intervento è strutturale, anche la copertura deve esserlo. Sul fronte natalità la maggioranza rivendica bonusmamme, un assegno unico più generoso, congedi più lunghi e asili «sostanzialmente gratuiti». Ogni punto aggiuntivo vale miliardi e impone scelte: o nuove entrate, o tagli selettivi ad altri capitoli. Intanto il capitolo abitativo è diventato il totem della stagione: la promessa di 150.000 alloggi popolari entro metà 2026 mostra il divario tra slogan e cantieri. Tra bonifiche, progettazioni, gare, perizie, varianti e costruzioni, quel numero nei tempi annunciati non è realistico se non spacchettandolo in ristrutturazioni leggere, acquisizioni di immobili sfitti e quote di social housing attivate da leve fiscali. Sullo sfondo c’è la retorica eterna delle accise: dopo i proclami, il 2025 ha visto il riallineamento tra benzina e diesel coerente con gli impegni europei. E il canoneRai, altro terreno d’annuncio, è tornato a 90 euro.
Coperture e verità dei numeri
Il nodo è come pagare. Una parte della coalizione guarda a prelievi “di scopo” su buyback e profitti finanziari; l’ala più ortodossa respinge l’idea di «nuove tasse» in nome della neutralità fiscale. La spendingreview resta la formula magica di ogni settembre, ma significa scelte impopolari: riordino dei bonus, tagli ai trasferimenti, riallineamento di agevolazioni stratificate. Ognuna di queste voci apre un controfronte sociale o territoriale. In controluce pesano altri impegni fissi, dalla difesa alle indicizzazioni, che comprimono i margini. Per questo lo sbocco più probabile è una manovra di conferme: rinnovo del taglio del cuneo, piccoli aggiustamenti Irpef, qualche misura sulla natalità ricalibrata, un fondo anti-liste d’attesa, interventi circoscritti su mutui e prima casa, forse una rottamazione più prudente e selettiva. La flat tax “vera” difficilmente supererà il setaccio della Ragioneria; il piano casa in numeri tondi resterà un titolo.
La prova di verità è nel passato prossimo. Le promesse cicliche che non sono mai diventate legge — accise, canone, minime a 1.000 euro, flat tax generalizzata — raccontano meglio di qualsiasi conferenza stampa lo scarto tra propaganda e contabilità. Per orientarsi bastano tre domande, più utili di uno slogan: quanto costa con quali coperture stabili? a scapito di quale altra priorità? Se una di queste risposte vacilla, l’annuncio è solo un titolo. E quando la politica si accontenta dei titoli, il conto arriva lo stesso: meno servizi dove servono, meno investimenti dove servirebbero, più debito dove pesa di più. È la lezione che ritorna a ogni autunno di promesse.
Global Sumud Flottilla, giorno 5. Le barche italiane non partono a caso: si concentrano con quelle che risalgono dalla Spagna e da Tunisi, per salpare insieme. È logistica e buon senso: arrivare alla spicciolata sarebbe un regalo a chi vuole isolare ogni equipaggio. Gli organizzatori indicano la finestra del 7 settembre per l’innesto da Catania e Tunisia, dopo controlli e prove di sicurezza: la flotta cresce a onde, non a colpi di foto.
Intanto Gaza sanguina. Nelle ultime 24 ore i raid hanno ucciso almeno 69 persone e ne hanno ferite oltre 400, portando il bilancio complessivo a circa 64.300 morti dall’ottobre 2023.
A Gaza City l’offensiva ha raso al suolo un grattacielo nel quartiere Rimal, mentre le sirene corrono tra le tende degli sfollati. La cronaca è una sola: bombardamenti su edifici, famiglie, strade.
A Roma la premier risponde a Elly Schlein promettendo «tutela per gli italiani a bordo», invitando però ad «avvalersi dei canali umanitari già attivi» per evitare rischi. I famosi canali umanitari che non incanalano mentre accade lo sterminio.
È la solita protezione condizionata: la dignità viene messa a bilancio, come se la legge del mare e il dovere consolare fossero optional. Chi oggi parla di oneri dovrebbe guardare i numeri di Gaza e decidere da che parte stare.
Noi, intanto, facciamo ciò che va fatto: proteggere i naviganti, smentire i complottisti, ricordare che le acque di Gaza non sono proprietà privata. La partenza del segmento italiano avverrà con la concentrazione di tutte le barche — dalla Spagna alla Tunisia — perché questa è la forza: un’unica rotta, un’unica notizia, un’unica richiesta agli Stati che tacciono
Ascoltando Teresa Ribera abbiamo avuto un sussulto. Ci è sembrato che, per un istante, nei palazzi ovattati di Bruxelles fosse tornata di moda la dignità. Che qualcuno, con un incarico di peso, avesse trovato le parole giuste per nominare l’indicibile: genocidio. Non una provocazione, ma una constatazione. Ribera, vicepresidente della Commissione europea, ha parlato del genocidio a Gaza e lo ha fatto in pubblico, in apertura dell’anno accademico di Science Po a Parigi. Ha aggiunto che questa tragedia «mette in luce il fallimento dell’Europa nell’agire e nel parlare con una sola voce». È tutto vero.
Poi, in perfetto orario con l’ufficio comunicazione della Realpolitik, sono arrivate le smentite. La Commissione europea – quella che si dice “dei valori” – ha subito precisato che Ribera «parlava a titolo personale», che «non c’è una posizione ufficiale sulla definizione di genocidio», che giudicare «spetta solo ai tribunali». Come se chiamare le cose con il loro nome fosse una colpa, e non un dovere morale e politico.
Nel frattempo, si celebrano nuovi contratti di armamento, si firma per il sostegno “difensivo” a chi bombarda i civili, si ascolta senza fiatare la propaganda secondo cui tutto è “reazione”. Si invocano le corti internazionali solo per nascondere l’assenza di volontà politica. Anche la dignità, ormai, è facoltativa.
E allora vale la pena chiederselo, oggi più che mai: chi rappresenta davvero questa Commissione? Chi guarda alle macerie di Gaza e sceglie il silenzio perché una parola «non è stata votata dal Collegio»? Chi tace mentre i governi vendono armi a Israele e si limitano a invocare «pause umanitarie» tra un bombardamento e l’altro? Chi non ha trovato il coraggio di interrompere gli accordi di cooperazione, neppure davanti ai corpi dei bambini? E soprattutto: chi si sente rappresentato da questa Commissione, oggi?
Perché chi si riconosce in questa Europa che scarica la sua vicepresidente per aver detto la verità, un giorno ne dovrà rispondere. Non a un portavoce, non in una conferenza stampa, ma davanti alla storia. E davanti alle vittime.
Isaac Herzog è uscito dal Vaticano raccontando un incontro «caloroso». La Sala Stampa ha parlato di «tragica situazione» e di «futuro per il popolo palestinese», con i soliti capitoli: cessate il fuoco, aiuti umanitari, due Stati, ostaggi. Ma qui sta la frattura: mentre il presidente israeliano colleziona foto di normalità diplomatica, il lessico ufficiale della Santa Sede scivola verso un neutralismo che non nomina mai ciò che va nominato. Nessuna parola su genocidio, pulizia etnica, apartheid, uso sistematico della fame; nessun riferimento ai migliaia di palestinesi detenuti senza accuse. La grammatica della cautela diventa, di fatto, un’amnistia semantica.
Herzog non è un ospite neutrale. Nell’ottobre 2023 disse che «un’intera nazione» a Gaza è responsabile: una frase diventata prova di retorica disumanizzante nelle carte internazionali. Ha firmato un proiettile diretto a Gaza, ha sostenuto politicamente l’assedio che ha demolito ospedali e scuole. La stretta di mano, in questo quadro, non è gesto di pace: è un credito simbolico concesso a chi ha coperture e complicità nella punizione collettiva.
La diplomazia ha un limite: quando la prudenza lessicale cancella le vittime. Il Vaticano può rivendicare equidistanza tra comunicati, ma l’equidistanza tra occupante e occupato non regge alla prova dei fatti. Se il pontefice chiede il rispetto del diritto umanitario, allora l’udienza deve diventare atto di verità: nominare i crimini, pretendere responsabilità, indicare condizioni concrete (cessazione dei bombardamenti, fine dell’assedio, liberazione dei prigionieri politici oltre che degli ostaggi). Altrimenti l’abbraccio resta una fotografia riuscita per Herzog e un’occasione persa per la Chiesa: non un ponte, ma un silenzio che pesa.
La rotta è ripresa, la scia si allunga: dai video di bordo si contano già una dozzina di navi in mare e altre in arrivo, mentre dalla Tunisia si muove una piccola flotta che domenica si aggancerà alla carovana mediterranea.Cresce la presenza pubblica — quattro parlamentari italiani, Emergency, osservatori legali irlandesi — e la piazza italiana si fa sentire da Catania a Genova.
C’è anche un necessario chiarimento: la delegazione italiana smentisce la “barca stampa” di Claudio Locatelli. Non è autorizzata a unirsi né a raccogliere fondi a nome della missione. «Non abbiamo bisogno di eroi né di “combattenti”, la nostra unica arma è la nonviolenza», ricorda la portavoce Maria Elena Delia. Le uniche eccezioni ammesse sono il mezzo di Emergency e il team legale della Freedom Flotilla Irlanda.
Intanto Gaza sanguina. Dall’alba nuovi bombardamenti hanno ucciso decine di persone, con attacchi che colpiscono case e campi profughi; i morti per fame, indotta dall’assedio, sono saliti a 370, tra cui 131 bambini. Nelle strade mancano proteine e verdura fresca: si raziona, si sopravvive a un pasto al giorno.
È qui che entra in scena la “ciurma di terra”, la chiave di tutto. Le mobilitazioni di questa settimana — da Roma alle città di porto — servono a proteggere chi naviga, a smontare i vigliacchi e i millantatori, a ricordare che il diritto internazionale è dalla parte della Flottilla e che le acque di Gaza non sono proprietà di Israele. Servono a pretendere l’apertura di un canale umanitario e politico che, per forza di vergogna, costringa gli Stati a muoversi.
Se l’Europa vuole davvero “difendere la legalità”, cominci da qui. Il resto è rumore di fondo.
Il federalismo secondo il governo Meloni. Dall’inizio della XIX legislatura, dal 13 ottobre 2022, i consigli regionali hanno depositato 111 proposte di legge: una ogni dieci giorni. Nessuna è diventata legge. L’unico testo che avanza è la riforma dello statuto del Friuli-Venezia Giulia, su binario costituzionale; nove proposte sono state assorbite in altri iter, cinque respinte, una ritirata (Puglia, assicurazione per monopattini, poi recepita nel nuovo Codice della strada approvato a novembre 2024). È la fotografia messa in fila oggi da Pagella Politica, che registra un attivismo crescente dei consigli senza alcun esito normativo.
Numeri e gerarchie dell’agenda
Nel lungo periodo la tendenza è netta: 69 proposte nella XVI legislatura, 78 nella XVII, 98 nella XVIII, 111 nell’attuale. Cresce l’offerta, lo sbocco resta nullo. La ragione sta nella gerarchia reale della produzione normativa. Secondo la banca dati del Senato, su 236 leggi approvate finora oltre il 70 per cento (174) è di iniziativa del governo, fra disegni di legge e decreti-legge. L’Aula è ingolfata dalle conversioni e dalle priorità dell’esecutivo; ciò che non entra nel perimetro governativo scivola in coda, comprese le iniziative che arrivano dai territori. Sono numeri che fotografano uno squilibrio strutturale tra centro decisionale e rappresentanza regionale.
La Costituzione, all’articolo 121, riconosce ai consigli regionali il potere d’iniziativa, ma non ne disciplina le modalità: ogni regione si organizza con statuti e regolamenti. In Lombardia, per esempio, una proposta destinata a Roma deve seguire l’iter pieno delle leggi regionali, con commissioni, Aula e voto. Non è dunque un problema di “leggerezza” locale; manca una corsia parlamentare e soprattutto manca la volontà politica di aprirla. Il costituzionalista Giuseppe Arconzo, citato da Pagella Politica, sintetizza così: «Se non c’è un accordo con il governo, le possibilità che la proposta venga davvero approvata sono praticamente nulle».
Federalismo evocato, ascolto assente
Il lessico pubblico parla di «federalismo» e «autonomia». La pratica mostra altro. La politicaregionale si è verticalizzata: presidenti e giunte si rafforzano, i consigli perdono centralità, e i partiti locali restano estensioni delle direzioni nazionali. L’interlocuzione si sposta sul canale diretto tra presidenti e governo, mentre l’iniziativa formale dei consigli assume un valore prevalentemente comunicativo, utile a segnalare agli elettori che «ci si sta muovendo» più che a incidere sul diritto nazionale. È una dinamica che svuota la funzione delle assemblee territoriali e smentisce l’idea di un Parlamento realmente permeabile alle istanze dal basso.
L’eccezione friulana conferma la regola. La modifica dello statuto del Friuli-Venezia Giulia procede perché è una legge costituzionale, con doppia lettura e, se del caso, referendum. Non dice nulla sulla sorte ordinaria delle proposte regionali. Nel frattempo la decretazione d’urgenza, che l’articolo77 riserva ai «casi straordinari di necessità e urgenza», resta routine: occupa tempi e risorse, blinda i testi con la fiducia e riduce gli spazi per l’istruttoria di tutto ciò che non nasce a PalazzoChigi. È qui che si consuma lo scarto tra retorica e realtà: l’agenda è centrata sull’esecutivo, non sulle priorità che i territori portano in Parlamento.
C’è un dato politico, prima ancora che procedurale. La retorica dell’autonomia differenziata promette responsabilità e prossimità; i numeri dicono che la voce delle assemblee regionali non entra nel circuito legislativo nazionale. Non si giudicano qui i contenuti – dalla riorganizzazione dei tribunali proposta dalla Sicilia agli incentivi per la montagna emiliana, fino al sostegno alle rinnovabili chiesto dal Piemonte – ma il canale che dovrebbe portarli a Roma, divenuto un imbuto. Le correzioni sono misurabili: tempi certi di istruttoria in commissione, una quota minima d’Aula dedicata alle iniziative regionali, un argine all’abuso dei decreti. Finché questo non accade, resterà l’aritmetica a smentire la propaganda: più testi arrivano dal territorio, meno il Parlamento li ascolta. E il «federalismo» evocato rimane uno slogan.
È mezzogiorno meno venti quando Massimiliano Baldini rompe gli indugi. «Voglio segnare la mia distanza dalla “vannaccizzazione” della Lega… non mi ricandido alle regionali», scrive, e chiude con un rovesciamento perfetto: «Generale, nella Lega il vero mondo al contrario sei te». Accusa un metodo: il «listino bloccato» per chi è nel partito «da quattro mesi». E disegna il perimetro della frattura toscana: candidati calati dall’alto, territorio scavalcato, una macchina commissariata dalla popolarità del vicesegretario Roberto Vannacci. È l’istantanea di oggi, ma è anche l’ultimo fotogramma di un film che dura da mesi.
La trama è chiara nelle date. Il 18 marzo 2025 Marco Casucci, consigliere regionale e vicepresidente dell’Assemblea toscana, lascia la Lega e la sua carica: «partito spinto troppo a destra», dice, e passa al Misto. Il 5 luglio, nelle Marche, il segretario provinciale di Ascoli Piceno Roberto Maravalli si dimette. Il giorno dopo, 6 luglio, la consigliera regionale Monica Acciarri abbandona il Carroccio e approda in Forza Italia; lo stesso 6 luglio Riccardo Gagliardi annuncia l’addio e la rinuncia agli incarichi legati all’Antimafia regionale, motivando con l’“effetto Vannacci”. Oggi tocca a Baldini in Toscana, che non molla Salvini ma prende le distanze dalla linea incarnata dal generale. Geografia e cronologia coincidono: Toscana e Marche come laboratori della sostituzione di classe dirigente.
Il partito consegnato al generale
La scelta politica sta tutta qui: per inseguire un dividendo di consenso immediato, Matteo Salvini ha spalancato il partito al carisma di Vannacci, fino a farne il regista delle liste e dei territori in cui si gioca la partita più delicata, la Toscana. A febbraio il generale aveva già fatto intendere di voler rimettere mano alla candidatura della governatrice, criticando pubblicamente il nome uscito dagli organismi; poi la spinta organizzativa si è allargata, con comitati, cene, pacche sulle spalle a centinaia di militanti, e la promessa di «fare il botto» nel 2025. Nel frattempo, però, i campanelli d’allarme suonavano: ogni ingresso di Vannacci nel processo decisionale era un passo indietro per la classe dirigente locale, un logoramento lento di regole e consuetudini che tengono insieme un partito vero.
L’effetto è misurabile. Si svuotano i ruoli intermedi, si alza il tasso di conflitto interno, si moltiplicano i “non ci sto” di amministratori e consiglieri che, nell’ultimo anno, hanno portato voti, dossier e relazioni sui territori. La semplificazione che funziona in Tv – una figura forte, un racconto identitario, un nemico simbolico – non regge quando si passa alla meccanica delle liste: lì contano equilibrio, radicamento, riconoscimenti. Il «listino bloccato» evocato da Baldini è la metafora di un’occupazione dall’alto che scambia il partito per una lista personale. E chi quella struttura l’ha costruita oggi se la vede scippare.
Il conto politico di “un pugno di voti”
La tesi è facile da formulare e difficile da smentire: per un pugno di voti in più, Salvini sta regalando la Lega a chi, politicamente, vuole mangiarsela. L’effetto cannibale si vede già: il brand Lega diventa veicolo della leadership personale di Vannacci; il segretario affida a un vice la leva che decide le carriere interne; gli amministratori misurano la distanza tra le regole di ieri e il metodo di oggi e scelgono l’uscita. Non è un dibattito sulle idee – quelle, del generale, sono note -, è una questione di potere: chi decide, dove si decide, quanto contano i territori. E in Toscana, regione simbolo per il Carroccio di governo, l’errore rischia di costare doppio.
La cronaca di questi mesi consegna a Salvini un avviso formale. Casucci in marzo, Maravalli e poi Acciarri e Gagliardi in luglio, oggi Baldini: non sono “casi personali”, compongono un pattern. È la filiera che si spezza: dai vertici regionali alle segreterie provinciali fino alle aule consiliari. Ogni addio è un pezzo di organizzazione che va perduto, una rete che si allenta, un pacchetto di relazioni che migra altrove. Intanto, nella narrazione nazionale, la Lega non parla più con la voce del suo segretario: parla con quella del suo vicesegretario, che indica candidati, bacchetta le scelte, promette di correre anche “da solo” se serve e chiede fedeltà più che militanza.
Una strategia paradossale
Il paradosso lo raccontano le parole di Baldini: «nella Lega il vero mondo al contrario sei te». È un rovesciamento che non riguarda la sola Toscana. Dalle Marche arrivano segnali identici, con riorientamenti verso Forza Italia e uscite motivate dall’“estrema destra” imboccata dal partito. Se l’obiettivo era allargare, il risultato è restringere: restringere la base, restringere la classe dirigente, restringere la possibilità di governare territori complessi dove contano competenza, mediazione e memoria lunga.
La politica è scelta di priorità. Salvini ha scelto di scommettere sul magnete elettorale del generale, accettando il prezzo di una resa interna. Può funzionare in una campagna elettorale corta, può pagare al primo giro, può produrre titoli e decibel. Ma un partito è un organismo: se gli togli anticorpi e cervello territoriale, resta solo il muscolo. E il muscolo, alla prima prova vera, cede. Oggi la Lega incassa un altro addio pesante. Domani, se la rotta resta questa, incasserà il conto politico della consegna. Con un’aggravante: il debitore, a quel punto, sarà proprio chi oggi viene descritto come il valore aggiunto. E la cassa, quella della Lega, potrebbe trovarsela già vuota.