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Trump, il «capolavoro» che regala a Xi le chiavi del mondo

Donald Trump rivendica «l’arte dell’accordo», ma a forza di trattare per la foto di copertina ha dato a Xi Jinping le chiavi dell’ordine globale. L’incontro con Putin, venduto come discontinuità, ha sdoganato il Cremlino dall’angolo delle sanzioni e consegnato a Pechino un partner rivitalizzato, libero di giocare la partita anti-occidentale senza pagare il prezzo dell’isolamento. Il risultato non è una pace: è una resa.

Il «capolavoro» è tutto qui. Trump ha smontato, pezzo dopo pezzo, il perno atlantico costruito dagli Stati Uniti. Ha messo in saldo la sicurezza europea e trasformato l’Ucraina in moneta di scambio, mentre Xi e Putin incassano il dividendo: un asse che propone un nuovo ordine, meno regole condivise e più sfere d’influenza.

Il resto è propaganda. Mentre a Washington si celebra l’«accordo storico», a Mosca si brinda alla fine dell’isolamento: a Putin è bastato presentarsi per tornare interlocutore inevitabile. A Pechino, invece, si pianifica. La Cina ottiene tempo e margini: guida il sud globale, attira capitali fuori dal dollaro, fissa norme alternative per infrastrutture e tecnologie. E gli alleati europei restano senza bussola, costretti a negoziare da deboli su energia e sicurezza e tecnologia. E l’Europa paga il conto: una Nato più fragile, mercati nervosi, diritti ridotti a pedine sulla scacchiera delle concessioni.

Non è realpolitik: è miopia. Un presidente che scambia le luci del palco per politica estera ha regalato ai rivali ciò che inseguivano da anni. Chiamarlo capolavoro è corretto solo se si aggiunge l’aggettivo: fallimentare.

Buon martedì. 

 

Foto di rob walsh su Unsplash

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #1

Diario di bordo, giorno uno. La Global Sumud Flottilla lascia Barcellona e Genova con viveri, medici, delegazioni da 44 Paesi su una ventina di barche. Appena l’orizzonte si apre, arrivano le ritorsioni annunciate: il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir promette che gli attivisti «saranno trattati come terroristi». Non una figura retorica: carceri speciali, condizioni punitive, sequestro delle imbarcazioni. La minaccia è un programma politico dichiarato.  

Dalla Spagna arriva la postura che in Europa dovrebbe essere normale e che invece fa notizia: il ministro degli Esteri José Manuel Albares annuncia «tutta la protezione diplomatica» per i cittadini imbarcati e mette sul tavolo in Ue embargo sulle armi a Israele, sospensione dell’accordo di associazione e nuove sanzioni contro i coloni violenti. La legge internazionale non è un’opinione, ricorda. 

Che cosa fa l’Italia Balbetta. Le richieste di tutela arrivano da parlamentari di opposizione; il Pd parla di minacce «da rispedire al mittente», Più Europa chiede sostegno diplomatico, Conte domanda alla premier se intenda difendere i connazionali e quando si deciderà a prendere le distanze dalle parole di Ben-Gvir. Dal governo, silenzio operativo: un vuoto che pesa come una scelta.  

La portavoce in Italia Maria Elena Delia ricorda che Global Sumud Flottilla opera nella totale legalità. La politica di domani dirà chi, tra Stati membri, ha difeso i suoi cittadini e il diritto internazionale. La Spagna alza la testa. L’Italia, come troppo spesso accade, la china. E quando si china la testa in mare, si rischia di ingoiare acqua.  

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Riarmo, surge, readiness, truppe… Ecco il nuovo lessico unico di Ursula von der Leyen

Il punto è misurabile. Nei palchi di massima risonanza istituzionale tra dicembre 2024 e agosto 2025 – vertici Ue, Monaco, Parlamento, conferenze stampa “difesa”, lettere ai leader – il 62–70% degli interventi di Ursula von der Leyen è centrato su sicurezza, industria militare e Ucraina. Su lavoro, salari, povertà e ambiente restano passaggi episodici, senza un pacchetto paragonabile per scala e densità.  

Il 18 febbraio 2025 alla Munich Security Conference la presidente fissa il frame: «al centro di tutto c’è la difesa e la sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa». Il 4 marzo, a Bruxelles, la conferenza sul “defence package” porta l’espressione-chiave: «siamo in un’era di riarmo», con il lancio di Readiness 2030/ReArm Europe; l’11 marzo in plenaria a Strasburgo parla di «surge nella difesa europea».  

Tra il 28 agosto e il 1° settembre 2025 rivendica piani «abbastanza precisi» per un dispiegamento multinazionale di truppe in Ucraina come garanzia post-conflitto: parole che confermano la centralità militare del mandato.  

I soldi e le regole: debito e deroghe per le armi

Lo squilibrio non è solo retorico, è materiale. Readiness 2030 mette sul tavolo una capacità di mobilitazione «fino a 800 miliardi» tra flessibilità del Patto, prestiti comuni e capitali privati; lo strumento SAFE abilita fino a 150 miliardi di prestiti per acquisti congiunti; EDIP vale 1,5 miliardi in grant entro il 2027; il Fondo europeo per la difesa nel 2025 alloca 1,065 miliardi per la R&S collaborativa.  

La Commissione, tra febbraio e marzo, propone di allentare temporaneamente le regole di bilancio per accomodare l’aumento delle spese militari (la “clausola di fuga”), aprendo uno spazio fiscale dedicato alla difesa che nei fatti non ha equivalenti per welfare o clima. È il segno politico: per armare l’Europa si piegano regole che sul sociale restano inflessibili.  

Nel frattempo si stabilizza l’architettura industriale: la strategia EDIS e il nuovo commissario alla Difesa spingono verso un vero mercato unico degli armamenti, con obiettivi su acquisti congiunti e “made in Ue” e con la retorica della «economia di guerra» evocata dal responsabile del Mercato interno. Un ecosistema che integra produzione, procurement e finanza, con regia della Commissione.  

Il resto dell’agenda: sociale e clima in retromarcia

Sul lavoro e sui salari si registrano richiami a produttività, competenze e dialogo sociale (Tripartite Social Summit), ma senza una nuova architettura di intervento: a Davos 2025 la presidente insiste su competitività e “piano comune per decarbonizzazione e competitività”, senza cifre paragonabili alle risorse evocate per la difesa.  

Sul clima la bussola slitta verso il “Clean Industrial Deal”. Reti indipendenti segnalano il rischio di un annacquamento della dimensione verde nel reset economico, con tagli o riassegnazioni ai programmi ambientali del MFF e a LIFE; sul Fondo per una transizione giusta (19,3 miliardi 2021–2027) pesa l’ipotesi di fusione in contenitori più ampi che ne diluirebbero la missione. Allarmi che fotografano la priorità ridotta, mentre l’asse militare cresce.  

Anche l’allargamento e la politica industriale vengono assorbiti nel lessico della sicurezza: autonomia strategica, supply chain critiche, «deterrenza attraverso il diniego». È la cornice che, occupando il centro, spinge ai margini povertà, salari, casa, servizi.  

La sproporzione è nei fatti. Nei nove mesi osservati, tre elementi oggettivi si sommano: frequenza dei discorsi-chiave sulla difesa; massa finanziaria e ingegneria normativa messe a disposizione del settore (clausole di flessibilità, prestiti comuni, programmi dedicati); lessico e simboli – «riarmo», «surge», «readiness», «truppe» – che occupano lo spazio politico e mediatico. Il resto c’è, ma non muove l’asticella.  

Più difesa a scapito del sociale

La controprova sta nei confronti: mentre si costruisce una potenza di fuoco potenziale da centinaia di miliardi, gli strumenti sociali muovono decine di miliardi in sette anni e, in alcuni casi, arretrano. Per la povertà infantile non si vedono impegni strutturali paragonabili; per l’abitazione si crea un portafoglio, non un “Housing Action for Europe” con debito comune e deroghe. Il messaggio implicito è chiaro: le emergenze sociali diventano gestione ordinaria, la difesa è la priorità che consente di piegare regole e bilanci.

In questo quadro, la presidente rivendica «piani abbastanza precisi» perfino per opzioni sul terreno ucraino. È una scelta politica, non un automatismo tecnico: l’Unione mostra di saper mobilitare risorse straordinarie quando definisce un’urgenza esistenziale. La domanda, per i cittadini europei, resta in sospeso: perché questa urgenza non vale per i salari stagnanti, la povertà che cresce, l’aria che respiriamo.  

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Direttiva TTD: il braccio di ferro sulla tassazione su sigarette, e-cig e nicotina in Ue – Lettera43

La Commissione europea è impegnata nella revisione della accise. E, come sempre, aumenta la pressione delle lobby con incontri “non registrati” e triangolazioni con associazioni ombrello. Bruxelles che promette una generazione senza tabacco riuscirà a proteggere le politiche dagli interessi industriali? Il resto è fumo.

Direttiva TTD: il braccio di ferro sulla tassazione su sigarette, e-cig e nicotina in Ue

La cornice è semplice e brutale. Il fumo provoca in Europa circa 700 mila morti l’anno; la promessa è ridurre al 5 per cento la popolazione che consuma tabacco entro il 2040. La domanda politica non è se si intervenire, ma quanto resistere ai professionisti del rinvio. La proposta tocca tre nervi scoperti. Aumenta in modo significativo le accise sulle sigarette; estende l’armonizzazione ai nuovi prodotti con aliquote minime orientative (40 per cento per i liquidi da svapo, 55 per cento per gli stick riscaldati, 50 per cento per le bustine di nicotina); rafforza i controlli sul tabacco grezzo e introduce l’idea di destinare una quota fissa del gettito al bilancio Ue. È una riforma che mira a chiudere buchi usati come vie di fuga commerciali. Il copione è collaudato. I grandi gruppi del tabacco presidiano l’argomento economico (posti di lavoro, gettito, contrabbando). Attorno, l’ecosistema dei nuovi prodotti promuove lo svapo e le bustine come strada di «riduzione del danno», chiedendo sconti fiscali e regolatori. Nei registri europei la spesa dichiarata sfiora i 19–20 milioni l’anno: definita dagli osservatori «punta dell’iceberg» rispetto alle risorse effettive.

Riforma della Rai, corsa contro il tempo per evitare l'infrazione Ue
Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue (Imagoeconomica).

Il modello Svezia e le critiche dell’Oms

La storia recente racconta come funziona. Nella revisione del 2014 sulla presentazione e vendita dei prodotti del tabacco, l’industria dispiegò oltre 160 lobbisti, raggiunse 233 eurodeputati, e ottenne di spostare il centro di gravità dalle direzioni sanitarie a quelle economiche della Commissione. Nel frattempo esplose il “Dalli-gate“, con le dimissioni del commissario alla Salute per una presunta mazzetta da un produttore di tabacco e un processo rallentato. Quell’intensità ha normalizzato il contatto costante con chi vende dipendenza. Oggi la narrazione «Svezia modello» viene agitata per sostenere che tassare poco gli alternativi riduce i fumatori. L’Organizzazione mondiale della sanità contesta quel racconto come storytelling di matrice industriale. È il cuore della disputa: presentare prodotti di nicotina come soluzione mentre se ne difende la convenienza fiscale. Dopo i richiami del Mediatore europeo, dal primo gennaio 2025 Bruxelles ha imposto a circa 1.500 funzionari la pubblicazione degli incontri e il principio degli appuntamenti con l’industria «solo se strettamente necessari».

Una ricerca inglese ha scoperto che svapo e fumo cagionano gli stessi danni ai polmoni dei giovani. Dall'affaticamento al fiato, i risultati.
Una donna fuma una e-cig (Getty Images).

Parlamento e Consiglio Ue restano impermeabili

È un passo avanti. Ma parlamento e Consiglio Ue restano più permeabili, e la zona grigia è ancora viva. Nelle ultime settimane sono ricomparsi interlocutori non iscritti al registro della trasparenza che chiedono meeting con eurodeputati sul dossier nicotina; alcuni sono stati rifiutati, altri no. Accade anche che l’industria entri da porte laterali, appoggiandosi a grandi associazioni datoriali per ottenere incontri al riparo dalle nuove cautele. È esattamente il varco da chiudere. Non è un tecnicismo. Se l’Unione destina una quota fissa del gettito al proprio bilancio mentre discute se alzare le accise, si espone all’accusa di conflitto di interessi che l’industria userà per seminare scetticismo. L’unico antidoto è documentare tutto: chi incontra chi, quando, con quali argomenti. La neutralità, qui, è un alibi.

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Alberto Trentini ancora là. E noi?

Da 290 giorni Alberto Trentini, 46 anni, cooperante veneziano, è in cella a El Rodeo, Caracas, senza accuse e senza visite. Fu fermato il 15 novembre mentre viaggiava verso Guasdualito; da allora due sole telefonate. Un ex compagno di cella svizzero racconta di 45 minuti d’aria tre volte la settimana; intanto due italo-argentini sono stati liberati il 10 agosto e una decina di americani sono rientrati in patria. La sua storia, con nomi e date, l’ha ricostruita Carlo Verdelli sul Corriere il 30 agosto 2025. 

Il punto è politico: dopo la rielezione di Nicolás Maduro a luglio oltre 60 stranieri sono merce di scambio; Trentini è l’unico italiano «puro». L’Italia si è mossa forse male e sicuramente tardi: ad aprile la telefonata di Giorgia Meloni alla madre; a fine luglio l’inviato speciale Luigi Maria Vignali con la sua missione a vuoto a Caracas. Antonio Tajani dice che «ci sono altri prigionieri» come se fosse un alibi possibile. Serve diplomazia ora, non proclami: con Erdogan, Al-Sisi e Putin i canali non sono mai mancati. La credibilità politica si misura con i risultati, mica con con la narrazione dell’impegno. 

Trentini lavorava per «Humanity & Inclusion», Nobel per la pace 1997; portava protesi e acqua nelle periferie. La sua avvocata è Alessandra Ballerini, la stessa che da nove anni chiede giustizia per Giulio Regeni. Al Lido la madre di Alberto ha chiesto: «Cosa penserà mio figlio del suo Paese?». Oggi la risposta è amara. Governo e opposizioni hanno lasciato scivolare il caso in fondo all’agenda. A Roma servirebbero astuzia e tenacia: missione preparata, mediatori terzi, un’offerta concreta. Finché Alberto non torna il risultato minimo non è raggiunto. 

Buon lunedì.

Immagine dalla pagina Facebook “Alberto Trentini libero”

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Lido pieno, palazzi vuoti: Gaza chiede politica, non posture

Gaza City è stata dichiarata «zona di combattimento». Israele rallenta o interrompe gli aiuti al nord e spinge nuove evacuazioni verso sud. La Croce Rossa avverte che un’evacuazione di massa «non può avvenire in modo sicuro e dignitoso».

I fatti delle ultime ore: raid e un panificio colpito ad al-Nasr, undici civili uccisi. Dall’alba 44 morti, 66 nelle 24 ore secondo le autorità sanitarie locali. Colpire i forni quando manca il pane è più di un segnale militare: è una scelta politica sulla vita dei civili.

L’Europa parla ma resta ferma. «Gaza ha bisogno di meno guerra, non di più», dice Kaja Kallas. Ma non è una guerra quella in cui un esercito trucida civili, donne e bambini, gente in fila per la farina e il pane. Gaza ha bisogno di meno vigliaccheria europea. Solo quello. 

Fuori dai palazzi la realtà spinge: in cinquemila al Lido di Venezia e, da Genova, la Global Sumud Flottilla prepara oltre 300 tonnellate di aiuti. La società civile misura il vuoto della politica.

Intanto Washington restringe il perimetro diplomatico: visti revocati ad Abu Mazen e a funzionari palestinesi a ridosso dell’Assemblea generale. L’Onu chiede chiarimenti.

Se “sicurezza” significa bombardare quartieri, ridurre gli aiuti e mettere in strada un milione di persone senza rifugio, allora stiamo descrivendo altro. Lo sanno le agenzie umanitarie, lo vedono le piazze europee. L’unica scelta seria è cessate il fuoco, pieno accesso umanitario, sanzioni efficaci contro chi sabota il diritto internazionale. Chiamare le cose col loro nome non è radicalismo: è la minima igiene della verità. Ora.

La storia condannerà chi ha parlato senza agire. 

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Gli amici di Putin sono sempre gli stessi

C’è un filo che torna e s’annoda dove la politica finge di non vedere. Il Consiglio dei ministri del 28 agosto 2025 ha nominato Stefano Beltrame ambasciatore a Mosca, crocevia simbolico e reale della nostra postura estera. È più di una promozione: un segnale. A Vladimir Putin, con cui dovrà «gestire i rapporti», e a Matteo Salvini, di cui Beltrame è stato consigliere diplomatico nel governo Conte I e compagno di itinerari russi. Secondo le ricostruzioni, fu tra gli organizzatori della missione a Mosca del 2018 attorno all’hotel Metropol. Spezzoni di biografia diventano linea di governo. 

Il ministro Tajani rivendica la decisione come ordinaria amministrazione mentre a Roma si riorganizza la Farnesina: Cecilia Piccioni trasloca alla Direzione generale per gli Affari politici, Beltrame s’insedia a Mosca. La Lega esulta, Luca Zaia saluta «una garanzia», Giorgetti non smentisce il pressing. Palazzo Chigi manda un messaggio: nessuno strappo, si torna alla realpolitik che chiude gli occhi sulle guerre quando conviene alla coalizione e alle convenienze di partito. In sintonia con la nuova Casa Bianca di Trump.

In un Paese serio, una scelta così si spiega in Parlamento, con trasparenza su dossier, criteri e indirizzi. Qui si procede di tacito accordo, come se il passato non esistesse e come se la Russia fosse un capitolo neutro. È l’ennesimo pezzo di politica estera piegato agli equilibri interni: una cartolina inviata a Mosca e alla sede della Lega. Il resto è scena. E il conto, come sempre, lo paga la credibilità dell’Italia.

Buon venerdì. 

 

Foto Gov

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Allergica alle domande, affamata di palchi

C’è un tratto costante nell’ultima stagione di Giorgia Meloni: trasformare ogni palco in un contro-Parlamento. Al Meeting di Rimini ha ripetuto il canovaccio: santini e poeti, promesse per «famiglie» e scuole private, poi l’affondo contro giudici e migranti. «Le toghe non ci fermeranno», «non c’è giudice, politico o burocrate» che le impedirà di imporre il suo schema securitario. La fiera devota diventa tribunale itinerante: la premier accusa, decide, assolve se stessa. 

Il dettaglio politico, più che estetico, è la gestione della parola pubblica. Meloni è fieramente allergica alle domande: lo ha detto a Trump con un orgoglio che suona programma, e a Rimini l’hanno blindata perfino dai cronisti. Niente conferenze stampa, pochi spigoli imprevisti, molto palco amico per «fare opposizione all’opposizione». E Comunione e Liberazione applaude, fedele alla sua antica inclinazione a carezzare il potere, qualsiasi volto indossi.

Nel merito, la sostanza sta nei bersagli. La riforma della giustizia è proclamata come liberazione dalle «correnti», ma si addita una «minoranza di giudici politicizzati» come nemico politico. Sull’immigrazione si rivendicano i campi in Albania e la guerra alle Ong; sul welfare si invoca la «libertà educativa» con più fondi alle private; sui salari, silenzio. È una pedagogia del consenso che alimenta tifoserie e non risposte. Gli applausi di Rimini dicono molto di lei, ma soprattutto di chi preferisce il quieto zelo all’utile contraddizione. 

Buon giovedì. 

 

Foto Gov

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Proiettili sull’Ocean Viking, silenzio da Roma

La sera di domenica, in acque internazionali, una motovedetta libica ha sparato contro la nave umanitaria Ocean Viking mentre si dirigeva – su indicazione del centro di coordinamento italiano – verso un barcone in pericolo. Proiettili ad altezza d’uomo hanno infranto i vetri del ponte di comando. La procura di Siracusa ha aperto un’inchiesta, l’Unione europea chiede spiegazioni a Tripoli, il governo italiano evita di rispondere. Questo è il quadro.

C’è una catena di comando e di responsabilità: Roma affida la gestione dei soccorsi, la «guardia costiera» libica interviene con le armi, l’Ue che l’ha finanziata prende tempo. Nel frattempo, persino la «libera pratica» sanitaria viene negata alla nave come se un adempimento potesse sterilizzare la violenza delle pallottole. L’unica urgenza, per il Viminale, diventa colpire chi salva vite: Mediterranea fermata a Trapani per aver rifiutato il porto-fantasma di Genova dopo dieci persone recuperate in mare.

I numeri smentiscono la propaganda che vorrebbe sbarchi «in crollo» a colpi di confronti truccati col 2023. La realtà è un’altra: lo Stato delega il lavoro sporco, la politica si rifugia nelle formule («chiediamo chiarimenti») e nel frattempo si costruisce un precedente. Se sparare a una nave di soccorso non comporta conseguenze immediate, che messaggio si manda al Mediterraneo? Che la vita umana può essere trattata come una variabile negoziabile in un memorandum. In questa resa dei conti, il silenzio istituzionale diventa una forma di complicità.

Buon mercoledì

Immagini dalla pagina ufficiale di Sos Mediterranee

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Il governo degli amici degli evasori

Il governo recita la parte del paladino della «legalità», ma al bilancio la maschera cade. La Corte dei conti certifica che nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione accertata, allo Stato sono arrivati 12,8 miliardi: il 17,7%. Quando l’accertamento diventa cartella esattoriale, l’incasso precipita al 3%.  

La stessa Corte indica la causa: «Radicate aspettative di successive rottamazioni» e la diffusa convinzione di poter sfuggire all’esecuzione forzata. Chi attende la prossima sanatoria scommette sullo Stato smemorato e vince. I controlli sfiorano l’irrilevanza: 1,4% delle attività economiche in un anno, una su settanta.  

La narrazione dei «risultati storici» regge solo confondendo gli incassi da pace fiscale con la lotta all’evasione. Sono scorciatoie che drogano i numeri e indeboliscono la deterrenza. La rottamazione-quater ha già lasciato per strada 11,2 miliardi di rate scadute tra il 2023 e il 2024: adesioni usate per rinviare i pignoramenti, non per pagare. 

Il punto politico: un esecutivo che invoca legalità a giorni alterni ha scelto la clemenza strutturale verso chi evade, riducendo i controlli e moltiplicando le vie d’uscita. Lo Stato è inflessibile con chi dichiara e distratto con chi scompare. E la comunità, cui mancano scuole, sanità, trasporti, paga due volte: quando l’imposta non entra e quando l’ingiustizia diventa sistema. La legalità, se è tale, pretende continuità e coraggio: meno condoni, più controlli, più riscossione vera.

Buon martedì. 

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