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Corte penale sotto assedio: l’Occidente firma l’impunità

All’Aja la giustizia internazionale oggi respira a tratti. Nei corridoi della Cpi una cappa di paura immobilizza persone e decisioni: effetto combinato delle pressioni Usa e Israele, ricostruite da Chiara Cruciati su Il Manifesto.

Le sanzioni statunitensi di febbraio contro Karim Khan e decine di funzionari di cui ha scritto Micaela Frulli su Left seguite da misure sui suoi vice, hanno prodotto uno stallo che blocca da maggio i mandati per apartheid contro Ben Gvir e Smotrich. 

Khan è in ferie forzate dopo accuse di molestie trasformate in leva politica; intanto un legale vicino a Israele gli ha sussurrato all’Aja «distruggeranno te e la Corte». 

L’8 luglio, all’Assemblea degli Stati membri, gli Usa hanno intimato di fermare indagini e mandati; nessun governo ha replicato. 

Qui sta lo scandalo: l’architettura del diritto internazionale vacilla per la scelta di piegare la Corte con sanzioni e intimidazioni. Se cade Khan, le indagini sul «file Palestina» rischiano l’archiviazione amministrativa o un binario morto. 

Cruciati indica il punto d’impatto: colonie e apartheid, il cuore dell’impresa israeliana che teme l’effetto domino di un precedente. 

Serve un ombrello politico, soprattutto dall’Europa. L’Italia tace. Se i governi abdicano, il messaggio è semplice: la forza detta la legge e la Corte, nata contro l’impunità, si fa monito impotente. È il passaggio in cui si decide se la Cpi resterà un tribunale o scivolerà a ornamento istituzionale.

Buon lunedì

 

In foto la sede della Corte penale internazionale, fonte Wcommons

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Europa, diritti a rischio: l’avanzata silenziosa degli integralismi interni – Lettera43

Oggi la minaccia non viene dal nemico esterno agitato nei talk, bensì da forme domestiche di fondamentalismi cristiani e islamisti che hanno imparato a parlare la nostra lingua istituzionale. Leggi anti-gender, restrizioni sull’aborto, ripristino della pena di morte: così dall’Olanda alla Polonia la democrazia è sotto pressione.

Europa, diritti a rischio: l’avanzata silenziosa degli integralismi interni

Nel racconto pubblico europeo c’è sempre un colpevole in prima fila: l’islam politico, evocato a ondate con parole totem come «califfato». Intanto nell’ombra ben illuminata delle nostre istituzioni avanzano fondamentalismi che parlano la lingua di casa e usano gli strumenti della democrazia per restringerla. La cartolina viene dai Paesi Bassi: la vicenda dello Staatkundig Gereformeerde Partij (Sgp) mostra come un partito parlamentare possa invocare la Scrittura per limitare l’accesso ai diritti politici mentre denuncia i fanatismi altrui. È più di un’anomalia da Bible Belt: il segnale di una crisi europea dell’etica liberale fatta di «specchi infranti», in cui gli estremismi si alimentano a vicenda e arretrano il perimetro dei diritti.

Contro l’idea di eleggibilità femminile

Il profilo è noto e ostinato: Sgp nasce nel 1918 nel solco del calvinismo più rigido; per decenni esclude le donne dalla rappresentanza politica, appellandosi a 1 Timoteo 2:12. Il contenzioso porta alla condanna della Corte suprema olandese (2010) e a una pronuncia di Strasburgo; seguono modifiche statutarie (2006 per l’iscrizione, 2013 per le candidature), ma la conformità resta minima. L’elezione di Lilian Janse a Vlissingen nel 2014 non cambia l’ortodossia nazionale: nel maggio 2025 i delegati respingono a larga maggioranza (299 a 53) l’idea stessa di eleggibilità femminile nei testi fondativi, mentre il partito conserva tre seggi alla Tweede Kamer grazie alla fedeltà della sua “cintura della Bibbia”. È la dimostrazione che una dottrina illiberale può stabilizzarsi dentro una democrazia liberale sfruttandone le garanzie.

Divieto di aborto e zone libere da Lgbt

Il caso olandese non è isolato. In Polonia il quasi-divieto di aborto passa per via giudiziaria con la regia intellettuale di Ordo Iuris e il contorno delle “zone libere da Lgbt”, segno di una teologia che entra dalla porta di servizio nella legge ordinaria. In Ungheria la legge del 2021 che limita contenuti su identità e orientamento è oggi al vaglio della Corte di giustizia, dopo il parere dell’avvocata generale che ne indica la contrarietà ai diritti fondamentali.

Europa, diritti a rischio: l’avanzata silenziosa degli integralismi interni
Manifestanti durante la “Marcia nazionale per la vita” in Polonia (foto Ansa).

Chiusure di moschee e associazioni accusate di islamismo

In Francia il governo scioglie il gruppo integralista cattolico Civitas per incitamento all’odio, mentre sul fronte opposto applica la normativa “anti-separatismo” con chiusure di moschee e associazioni accusate di islamismo, spostando il baricentro della laicità sull’asse sicurezza. In Spagna, dove Vox condiziona governi regionali, riemergono «pin parentale» e protocolli dissuasivi sull’aborto (Castiglia e León), poi stoppati da Madrid. A Malta, fino al 2023, l’aborto è vietato in toto e la riforma introduce solo un’eccezione minima; in Bulgaria nel 2024 arriva un divieto di “propaganda Lgbt” nelle scuole. È un’Europa a macchia di leopardo, ma la direzione è chiara.

Campagne “pro-famiglia” e “anti-gender”

Il disegno non è spontaneo. Documenti e inchieste ricostruiscono reti transnazionali che coordinano campagne “pro-famiglia” e “anti-gender”. “Agenda Europe” ha messo in un manifesto, “Restoring the Natural Order”, la tattica: riappropriarsi del linguaggio dei diritti per smontarli, sfruttare fondi pubblici, formare quadri giuridici. A fare da hub comunicativo ci sono CitizenGO/HazteOir, con snodi a Bruxelles e nelle capitali. Persino un europartito riconosciuto, l’allora European Christian Political Movement (oggi European Christian Political Party), ha cofinanziato con fondi europei alcuni summit, salvo poi ammettere l’“errore”: una infrastruttura che consente a piccoli attori nazionali di pesare oltre la loro forza elettorale.

Europa, diritti a rischio: l’avanzata silenziosa degli integralismi interni
Manifestazione in Polonia contro l’aborto (foto Ansa).

Il partito “Islam” che teorizza la sharia come fonte del diritto

In questo quadro esiste anche lo specchio islamista. In Belgio il partito “Islam” teorizza la sharia come fonte del diritto e persino il ripristino della pena di morte, ottenendo seggi municipali in quartieri come Molenbeek e offrendo sponda narrativa all’identitarismo europeo. Sullo sfondo agiscono reti come i Fratelli Musulmani e un salafismo spesso “quietista”, che alimenta radicalizzazioni. Ma la risposta statuale rischia scorciatoie: in Francia la stretta “anti-separatismo” ha moltiplicato chiusure e controlli amministrativi; in Austria l’operazione “Luxor” e la controversa “Islam-Map” hanno inaugurato una cartografia del sospetto criticata da giuristi e società civile. Qui la difesa della laicità tende a confondersi con dispositivi generalizzati che normalizzano l’idea di comunità “a rischio per natura”.

Europa, diritti a rischio: l’avanzata silenziosa degli integralismi interni
Il partito “Islam” raccoglie consensi in quartieri del Belgio come Molenbeek (foto Ansa).

L’arretramento corre su tre piani collegati

La traiettoria è confermata dai rapporti aggiornati al 21 agosto 2025: l’arretramento corre su tre piani collegati. Normativo, con leggi “anti-gender”, restrizioni all’aborto e filtri religiosi alla rappresentanza. Culturale, con il ritorno di famiglia, genere e sessualità a terreni “non negoziabili” e la riduzione del dissenso a propaganda. Istituzionale, con reti ben finanziate che colonizzano policy e agenda, mentre la reazione dell’Ue è lenta e spesso affidata al contenzioso.

Quali strumenti per contrastare il fenomeno

Non mancano gli strumenti: standard minimi vincolanti su parità e laicità, condizionalità sui fondi europei quando le riforme comprimono diritti fondamentali, trasparenza sui finanziamenti alle reti transfrontaliere “pro-famiglia”, alfabetizzazione civica e religiosa nelle scuole, tutela delle voci interne alle comunità religiose che difendono il pluralismo. Ma la premessa è politica: riconoscere che la minaccia più efficace ai diritti europei oggi non viene dal nemico esterno agitato nei talk, bensì da forme domestiche di integralismo che hanno imparato a parlare la nostra lingua istituzionale. Guardarle in faccia è il primo atto di difesa della democrazia liberale. E farlo senza doppi standard.

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L’estate che ha bruciato l’Europa: superata la soglia del milione di ettari in fumo per gli incendi

Nell’estate 2025 l’Unione europea ha superato la soglia psicologica del milione di ettari bruciati, per la prima volta da quando Effis raccoglie dati comparabili (2006): un’estensione più grande di Cipro. A metà agosto gli incendi significativi avevano già toccato quota 1.784 contro i 1.185 dello stesso periodo 2024, segnando l’accelerazione di una crisi che ha cambiato scala e intensità. 

Il salto di scala: dati e geografia

L’epicentro è la Penisola iberica: in Spagna sono andati in fumo oltre 380 mila ettari (peggior stagione dal 1994), in Portogallo poco meno di 274 mila. Ma l’onda si è allargata: Romania 126 mila, Italia 67.658, Grecia 45.290, Francia 35.600. Anche paesi considerati a rischio medio-basso hanno segnato record pluridecennali, segnale che la zona di pericolo si sposta verso nord. 

L’impatto climatico è doppio: caldo estremo e siccità hanno preparato il combustibile; le emissioni hanno chiuso il cerchio. Al 19 agosto le emissioni di CO₂ da incendi nell’Ue erano stimate in 38,04 megatonnellate, con l’Europa in traiettoria per superare il massimo del 2017. In Spagna il salto è stato “verticale” a inizio agosto, con il record annuale bruciato in una settimana. 

Il conto umano e sanitario è più largo dei numeri ufficiali. Almeno dieci vittime tra Penisola iberica, Cipro e Francia; migliaia di evacuati; qualità dell’aria deteriorata a centinaia di chilometri dai fronti di fuoco. La letteratura recente mostra che il particolato degli incendi è più dannoso di quello urbano e che la mortalità attribuita è stata finora sottostimata in modo sostanziale.

La macchina operativa ha lavorato al limite. Il Meccanismo europeo di protezione civile è stato attivato sedici volte entro metà agosto, quanto in tutto il 2024; la Spagna ha chiesto aiuto per la prima volta nella sua storia per gli incendi boschivi, mentre la riserva rescEU ha spostato aerei ed elicotteri su più fronti. Misure necessarie, ma insufficienti di fronte a incendi di nuova generazione. 

Prevenzione mancata, cosa serve davvero

La filiera delle cause è chiara: clima più caldo, paesaggi abbandonati e inneschi umani. Le ondate di calore e la siccità hanno agito su territori carichi di biomassa per l’abbandono agricolo e forestale e sull’interfaccia urbano-rurale in espansione; il 95% degli inneschi resta di origine antropica tra negligenza e dolo. È la combinazione a trasformare i focolai in megaincendi.

Sul versante delle politiche, l’11 giugno la Corte dei conti europea ha certificato la fragilità della prevenzione: progetti mal targettati, dati obsoleti per selezionare gli interventi, scarsa valutazione d’impatto e manutenzioni non garantite. La Commissione ha accolto le osservazioni, ma l’architettura resta sbilanciata sulla soppressione e non sulla gestione del combustibile. 

Alcuni Stati hanno irrigidito il quadro penale e migliorato il coordinamento, ma la risposta rimane reattiva. La Grecia ha alzato le pene per il reato d’incendio; in Italia il divieto di cambio di destinazione d’uso per le aree percorse dal fuoco esiste da anni, ma l’attuazione è disomogenea e i catasti incendi soffrono ritardi. Nel frattempo, l’Ue ha pre-posizionato una flotta condivisa e squadre terrestri, segno di una solidarietà che funziona nell’emergenza. 

Le buone pratiche ci sono e andrebbero scalate. L’Integrated Fire Management mediterraneo funziona quando combina fuoco prescritto, pascolo mirato, diradamenti, sorveglianza precoce e catena di comando chiara. L’esperienza INFΟCA in Andalusia mostra che prevenzione diffusa e addestramento specialistico riducono severità e costi. Ma richiedono programmazione pluriennale, indicatori di risultato e finanziamenti stabili. 

La priorità politica è spostare risorse dalla retorica dell’emergenza alla manutenzione del paesaggio: integrare agricoltura-foreste-protezione civile, usare la PAC per togliere combustibile, rendere obbligatorio l’home hardening nelle aree di interfaccia, completare la Forest Monitoring Law per dati omogenei e rendere permanente rescEU con procurement accelerato dei velivoli. L’estate 2025 consegna una lezione semplice: senza prevenzione strutturale il prossimo record è già scritto. 

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Fuori sede, l’Università resta un lusso: dalle tende ai rincari, le promesse evaporate di Bernini

La mappa aggiornata racconta un’emergenza strutturale: Milano è la città più cara (732 euro in media per una singola), seguono Bologna (632), Firenze (606), Roma (575). In dodici mesi il prezzo medio nazionale è passato da 461 a 613 euro: +152 euro. È l’istantanea che conferma la denuncia degli studenti: l’università fuori sede si paga come un lusso, in aperto contrasto con l’idea stessa di diritto allo studio. In controluce c’è un paradosso: in diverse piazze la domanda rallenta, ma i canoni continuano a salire. Torino registra un –3% di richieste, Firenze –6%, Milano –13%, Verona –20%, con cali più netti a Bologna e Napoli; nonostante ciò, le tariffe non arretrano.  L’aumento non è uniforme: Trento segna il picco (+42,78%), poi Modena (+31,43%) e Brescia (+30%), con studenti che parlano di condizioni «insostenibili». 

Questo scarto tra mercato e bisogni sociali è il risultato di un’offerta cronicamente insufficiente di posti pubblici e di un settore privato che, privo di vincoli reali, fissa il prezzo. La serie storica dei dati e le analisi convergono: la pressione sui fuori sede resta altissima e i rincari hanno eroso ogni margine per le famiglie a reddito medio-basso. 

Dalle tende alle promesse

La sequenza è nota. Primavera 2023: le tende davanti agli atenei costringono il governo a una reazione. La ministra Anna Maria Bernini annuncia censimenti degli immobili inutilizzati, fondi per alloggi e borse, l’impegno-bandiera di 60mila nuovi posti letto entro giugno 2026. Si parla di «svolta», «pagina voltata», «sfida ambiziosa».  Nel 2024 arriva il cosiddetto “pacchetto housing”: 1,2 miliardi, semplificazioni urbanistiche, il commissario straordinario per accelerare i cantieri. A ruota, il racconto di «8.500 posti in più» e dell’«individuazione degli immobili per altri 60mila». Ma i numeri, quando verificabili, non reggono l’enfasi. 

A primavera 2025 i report studenteschi e le inchieste mostrano che i posti effettivamente finanziati sono poco più di 11.600, con una prevalenza schiacciante di gestioni private ed ecclesiastiche e una distribuzione incoerente rispetto ai fabbisogni reali delle città universitarie. L’obiettivo Pnrr è lontanissimo e l’impatto sui canoni inesistente. Nel frattempo, i sostegni diretti restano residuali: il Fondo affitti per i fuori sede è rifinanziato ma, tra ritardi e importi medi nell’ordine di poche centinaia di euro l’anno, raggiunge una quota minima della platea e non sposta i prezzi. 

Pnrr, obiettivi mancati e mercato drogato

L’architettura scelta dal ministero ha privilegiato un meccanismo di contribuzione ai costi di gestione per i primi anni, non la costruzione o la ristrutturazione profonda. Con una dote attorno a 20mila euro a posto, il modello ha favorito i soggetti già capitalizzati (fondi immobiliari, grandi operatori, enti ecclesiastici) e tagliato fuori, di fatto, gli enti pubblici per il diritto allo studio. Risultato: il 98% dei posti finanziati va a privati, la copertura pubblica cresce impercettibilmente e i canoni non si calmierano. 

Il caso Modena è emblematico: l’apertura di uno studentato a tariffa “calmierata” intorno ai 550 euro ha spostato il riferimento del mercato verso l’alto, alimentando rincari anche nel privato diffuso. È la dinamica che gli studenti definiscono «drogare il mercato». La clausola sociale (sconti minimi rispetto ai valori di zona, una quota riservata agli idonei) non basta se i valori di zona sono già fuori portata, e se la destinazione d’uso “studentato” è limitata nel tempo, con il rischio di restituzione al mercato ordinario una volta scaduti i vincoli. 

Sul fronte dei tempi, l’asimmetria è evidente: anche ammettendo procedure veloci, nessun cantiere incide sui canoni dell’anno accademico in corso; nel frattempo, decine di migliaia di studenti si contendono il poco disponibile nelle settimane decisive per l’immatricolazione. L’effetto leva pubblico, così impostato, non ha calmierato i prezzi; li ha, semmai, consolidati. 

Dentro questa impasse pesano anche fattori cittadini: la crescita degli affitti brevi, la rendita turistica, regolazioni locali inadeguate, una pianificazione dell’edilizia studentesca che in alcuni casi ha ignorato proprio i poli con maggiore pressione. Il risultato è una geografia degli interventi “a macchia”, con intere aree universitarie sostanzialmente escluse dai nuovi posti. 

Il conto sociale e politico

L’escalation dei canoni sta ridefinendo l’università come selezione economica. La copertura pubblica dei posti letto resta marginale a fronte di una platea stimata tra 800 e 900mila fuori sede; il resto è affidato al mercato. «Frequentare fuori casa è un lusso per pochi», ripete l’Udu, e i numeri lo confermano. La scelta di spingere sulla leva privata, senza un ancoraggio nazionale ai canoni e senza un piano pluriennale di residenze pubbliche, ha prodotto l’effetto opposto a quello dichiarato: più risorse mobilitate, ma zero impatto sui prezzi entro le scadenze del Pnrr. 

Il governo ha preferito il linguaggio delle «svolte» alla fatica di una politica industriale dell’abitare: acquisizioni e riuso di patrimonio pubblico, programmazione stabile di Ersu/Edisu, vincoli reali sugli affitti brevi nelle aree universitarie, sostegni diretti tempestivi e capienti. Mentre la retorica del merito si consuma, migliaia di matricole valutano se rinunciare, fare pendolarismo estremo o ripiegare su soluzioni lontane dai campus. È un danno misurabile in abbandoni, ritardi, occasioni perdute: una tassa occulta sul futuro. 

La fotografia di oggi non è un incidente di percorso, è il segno di una direzione politica. Il prezzo lo pagano gli studenti e, con loro, le città che perdono vitalità e competenze. Finché il diritto all’alloggio rimarrà un sottocapitolo dell’urbanistica privata, ogni annuncio si sbriciolerà alla prova del mercato. I dati di agosto lo dicono senza retorica: più 152 euro non sono un titolo, sono una resa. 

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La balla della guerra “chirurgica”

Altro che “terroristi”. A Gaza il fuoco israeliano ha colpito soprattutto i civili: lo dice una banca dati interna dell’intelligence militare, non la “propaganda nemica”. Un’inchiesta di +972 Magazine e Local Call con il Guardian mostra che, allineando il database di Aman con i totali del ministero della Salute di Gaza, almeno l’83% dei palestinesi uccisi fino a maggio erano civili; considerando soltanto i decessi “certi”, la quota supera l’86%.

L’esercito ha confermato l’esistenza del database, poi ha provato a ritrattare: lo stesso zig-zag che da due anni accompagna i numeri degli “operativi eliminati”, gonfiati e sgonfiati senza coerenza mentre i numeri crescevano. Persino membri della commissione Esteri e Difesa della Knesset hanno messo in dubbio quei conteggi; l’ex Ombudsman dei soldati, Itzhak Brik, parla di una cultura della menzogna: «mentono senza sosta».

Il quadro operativo, intanto, racconta regole di ingaggio slargate: autorizzati più di cento civili uccisi per colpire un comandante di Hamas, fino a venti per un quadro intermedio. È la matematica del “danno collaterale” che diventa politica pubblica, con un rapporto di vittime civili rarissimo nelle guerre contemporanee.

Bugie insanguinate: ogni volta che emerge un fatto o un numero, l’ipocrisia genocidiaria si svela da sé. La “guerra chirurgica” era un comunicato con l’ossessione di far tornare le cifre prima che tornasse la verità. Se perfino i dati interni israeliani convergono sul massacro di civili, resta una domanda secca: quante altre smentite serviranno perché si ammetta che la strategia ha preso di mira un popolo più che un esercito?

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Il peso di un arresto mancato

Osama Njeem Almasri non è scappato: uno Stato (l’Italia di Giorgia Meloni)  l’ha riaccompagnato a Tripoli, ignorando il mandato della Corte penale internazionale. Ora le immagini rilanciate da media libici e testate italiane lo mostrano mentre aggredisce in strada, in pieno giorno, a mani nude (il video sarebbe del 2021 e l’aggredito non sarebbe morto). L’ICC aveva reso pubblico il mandato e le accuse per crimini di guerra e contro l’umanità; Roma ha scelto la via breve del rimpatrio con un aereo di Stato, rivendicandone le ragioni di sicurezza. È una decisione politica con conseguenze.

Qui la domanda non è retorica: che reato è lasciare libero chi è accusato di crimini gravissimi, sapendo chi è? Nel diritto penale la bussola è l’articolo 40, comma 2, c.p.: «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Vale quando esiste una posizione di garanzia. Nel caso Almasri lo Stato italiano aveva la custodia di un arrestato su mandato internazionale e un dovere di cooperazione con la Corte: lo ha sottratto al giudice.

Le responsabilità penali le accerteranno i tribunali: la posizione di Meloni è stata archiviata, altre restano in valutazione. Ma la responsabilità politica è già scritta: riportando Almasri in Libia, il governo si è assunto il peso delle sue decisioni. Oggi quel “peso” ha la consistenza di un corpo senza vita steso sull’asfalto. Quel corpo e tutti gli altri corpi torturati prima della sua liberazione e tutti i corpi che potrebbero aver subito violenze nei giorni successivi. Con la corresponsabilità morale e politica del nostro governo.

Non ci sono scuse né alibi. A quella scelta va dato un nome, davanti al Paese. Perché la giustizia internazionale non è un optional e perché ogni nuova vittima grida la complicità per omissione di chi si è preso questa responsabilità.

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Produzione, trading, lobby: chi ha fatto affari con la guerra dovrà adattarsi a convivere con la pace

L’idea di un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina ha già ottenuto un risultato che la diplomazia raramente riesce a fare: ha mosso il denaro. Negli ultimi giorni, sulle indiscrezioni da Washington, i titoli europei della difesa hanno perso terreno: il sottoindice aerospazio-difesa è sceso, con Rheinmetall e Renk in testa. Se l’emergenza si attenua, chi ha prosperato grazie all’emergenza soffre per primo.

La filiera della difesa che vive di ordini urgenti

Negli ultimi due anni il comparto ha accumulato arretrati e contratti come non accadeva da decenni. BAE Systems — sottomarini, caccia Typhoon, elettronica — ha chiuso il 2024 con ordini per 77,8 miliardi di sterline e 28,3 miliardi di vendite (bilancio 2024). Rheinmetall — munizioni da 155 mm, veicoli corazzati, sistemi antiaerei — ha portato il backlog a 63,2 miliardi di euro nel primo semestre 2025 (relazione semestrale). Oltreoceano il quadro è simile. Lockheed Martin — HIMARS e razzi GMLRS — nel 2023 ha ottenuto contratti DoD per 615 milioni sui lanciatori e fino a 4,79 miliardi su due lotti di razzi (notifiche 2023). Il consorzio Javelin (Lockheed+RTX) ha incamerato nuovi ordini; RTX, tramite Raytheon, presidia Patriot e i radar LTAMDS. Sono commesse consolidate che con la pace perdono la spinta straordinaria e riportano i multipli su livelli più sobri.

Reti di sicurezza pubbliche

La politica industriale ha steso paracadute. L’Ue ha varato l’«Ukraine Facility» da 50 miliardi fino al 2027 (Regolamento 2024/792) e sta costruendo l’Edip; la Nato ha aggiornato il «Defence Production Action Plan». Anche con la pace, questi binari restano: garantiscono scorte e standardizzazione, ma tagliano i picchi di margine.

I profitti della volatilità: oil major e case di trading

Se qualcuno ha beneficiato del caos energetico seguito all’invasione, sono stati i colossi integrati e, soprattutto, i trader puri. Shell — integrata dall’upstream alle reti di vendita — nel 2022 ha registrato 39,9 miliardi di utili «adjusted» (Annual Report 2022), spinti da prezzi elevati e trading LNG. Quella rendita da shock è temporanea e si contrae quando i flussi si normalizzano.

Ancora più eloquenti i conti dei «nomadi» dell’energia. Vitol — leader nel trading fisico — ha stimato 15 miliardi di utile nel 2022, circa 13 nel 2023 e 8-8,5 nel 2024; Trafigura nel 2023 ha chiuso a 7,4 miliardi; Gunvor, dopo il picco 2022, a 1,252 miliardi nel 2023. Sono margini legati a differenziali di prezzo e colli di bottiglia che una pace tende a comprimere. Vitol ha indicato volumi stabili ma ricavi in calo nel 2024 per prezzi meno frizzanti.

Le catene agro-alimentari

Nelle catene agro-alimentari la rendita è stata soprattutto logistica. Cargill — trading e trasformazione di cereali e oleaginose — ha investito nel terminale profondo «Neptune» a Pivdennyi; Adm gestiva terminal, frantoi e silos poi sospesi all’inizio dell’invasione. La pace riapre i corridoi del Mar Nero, riduce noli e premi assicurativi, accorcia le rotte: è un bene per Kiev e per i consumatori, meno per chi ha monetizzato spread e colli di bottiglia.

L’inerzia degli apparati e la spinta delle lobby

Un’altra categoria esposta è quella del «momentum istituzionale»: task force, consorzi, piani straordinari nati sull’onda dell’invasione. Eppure il settore parte dall’alto: secondo il Sipri le vendite dei Top 100 dell’industria bellica hanno toccato 632 miliardi di dollari nel 2023, +4,2% sul 2022 (SIPRI Fact Sheet 2024). Negli Stati Uniti l’attrito politico è oliato da strutture permanenti: nel 2024 il comparto «Defense» ha speso circa 150,6 milioni di dollari in lobbying federale; a metà 2025 i dati di OpenSecrets mostrano spese già molto consistenti per Lockheed Martin e RTX. Con la pace questi investimenti non spariscono: cambiano obiettivo, dalla corsa all’urgenza alla sostituzione scorte e alle tecnologie dual use.

Il conto della pace

Chi perde, allora Perde chi intercetta i picchi: i produttori che hanno beneficiato degli acquisti d’urgenza (munizioni e componenti a pronta consegna), i trader dell’energia che hanno trasformato i colli di bottiglia in super-profitti, gli apparati che hanno giustificato programmi straordinari con l’eccezionalità permanente. Ma non c’è solo perdita: le aziende della difesa restano agganciate ai piani Nato ed europei; gli oil major continuano a generare utili in mercati più ordinati; i trader si adattano con logistica, finanza e servizi.

La pace riscrive la curva dei ricavi: più piatta, meno sorprendente, più competitiva. E il mercato lo ha già mostrato: i titoli della difesa scendono sulle voci di negoziato, ma gli indici non crollano. È l’anteprima di un’economia che guadagna con meno «rendita da disordine». Se e quando Kiev e Mosca firmeranno qualcosa, la vera scommessa sarà trasformare spesa d’emergenza in capacità produttiva efficiente e profitti di crisi in investimenti stabili. Chi ha puntato tutto sulla tempesta, la bonaccia non la ama. È un passaggio inevitabile. .

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Regionali, il centrodestra cerca il patto del Resort: vertice di fine agosto in Puglia per disegnare la geografia delle candidature

La destra arriva al dossier regionali con i nervi scoperti e una novità: Giorgia Meloni prepara un confronto con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini in Puglia, ipotesi 25 agosto, per sbloccare le candidature (anche se, per ora, fonti del centrodestra smentiscono questo incontro). Il vertice nasce dall’urgenza di chiudere conti rimandati, tra rivendicazioni incrociate e sondaggi disallineati. In controluce c’è la gerarchia della coalizione nel passaggio d’autunno.

Veneto e Campania, la frizione che accende tutto

Il Veneto è il tavolo più esplosivo. Salvini rivendica la casella per la Lega e benedice una “lista Zaia” come valore aggiunto, marchio del presidente uscente anche senza ricandidarlo. Tajani frena e richiama alla cautela sulle liste personali che spiazzano i moderati. Fratelli d’Italia non vuole restare spettatore: circola il nome di Luca De Carlo. Il rischio è la concorrenza interna tra liste alleate e un derby di leadership.

In Campania FdI ha scelto il proprio totem: Edmondo Cirielli. Indicato da settimane, l’interessato ha aperto mantenendo un profilo di servizio. L’ipotesi Sangiuliano presidente si è sgonfiata: l’ex ministro vuole restare dove è, al più da capolista. C’è spazio per un’intesa con Forza Italia e Lega su liste e ruoli. La vera contesa è il baricentro: candidatura identitaria o ticket largo per insidiare il voto moderato.

Toscana, Puglia, Marche, Calabria: dove scorre la corrente

In Toscana la macchina di FdI è già in moto su Alessandro Tomasi: una civica lo sostiene e endorsement parlano di candidatura già in campo. Forza Italia non ha ancora siglato l’intesa e la Lega pretende peso, mentre il voto è per il 12 e 13 ottobre. Qui la partita è più di metodo che di nomi: tenere insieme la coalizione attorno a un profilo che parli ai ceti produttivi senza sacrificare rappresentanza.

La Puglia cambia spartito: virata su un profilo industriale e civico per sfidare l’effetto Decaro. Si cerca un candidato capace di parlare ai distretti produttivi senza trascinarsi le correnti romane. Il tentativo precedente è rientrato: Enzo Magistà, lanciato e poi fermato, è il primo dei bruciati. I tavoli locali chiedono nomi dell’economia reale più che volti televisivi.

Nelle Marche il quadro è definito: Francesco Acquaroli corre per il bis a fine settembre, passaggio utile a misurare umori prima delle partite autunnali. La Calabria è il banco più scivoloso. Roberto Occhiuto si ripresenta verso il voto d’autunno, mentre i Cinque Stelle schierano Pasquale Tridico. In Forza Italia serpeggiano malumori, ma la linea resta la continuità. La sfida si giocherà su sanità, conti regionali ed effetto giudiziario: variabili capaci di spostare consensi in poche settimane.

Valle d’Aosta è variabile locale: si vota il 28 settembre con alleanze più civiche. Conta poco sui rapporti di forza nazionali; incide però sul clima: chi parte bene prende inerzia. Sul fondo scorrono frasi che pesano. Salvini insiste sul Veneto e sulla lista Zaia come «valore aggiunto». Tajani raffredda i personalismi e chiede una rotta per i centristi. Donzelli marca due paletti: «Tomasi è già in campagna» in Toscana e «Cirielli è il migliore» in Campania. Non sono slogan: definiscono il perimetro del vertice pugliese, dove si decide chi guida e quanto spazio lasciare agli alleati.

Il riassunto è asciutto: quattro dossier aperti, due regioni in continuità, un calendario che corre. L’incastro più probabile: Veneto in orbita Lega con un candidato istituzionale che dialoghi con l’eredità zaiana; Campania blindata a Fratelli d’Italia con Cirielli. Toscana verso la formalizzazione di Tomasi e un accordo sugli equilibri. Puglia a trazione civica-imprenditoriale. Marche apripista, Calabria pronta a orientare settembre. Il resort serve a chiudere ora per non inseguire dopo. Adesso. Fine.

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Brindisi amaro: il vino lo paga l’Italia

Palazzo Chigi celebra il «bicchiere mezzo pieno»: «non è l’ideale ma abbiamo evitato una guerra commerciale». Nel conto, però, c’è un mezzo bicchiere di vino costosissimo. L’accordo Usa-Ue sui dazi fissa una tariffa orizzontale del 15% e, soprattutto, non concede l’esenzione ai simboli del made in Italy agroalimentare: vini, olio, pasta, formaggi. Proprio i vini sono la voce più colpita: 317 milioni di euro solo qui; per l’agroalimentare l’ammanco vale circa 1 miliardo. Sul totale dell’export italiano, Unimpresa stima un danno tra 7 e 8 miliardi, su una base di 66-70 miliardi: oltre il 10%. 

Mentre a Palazzo Chigi si brinda, a pagare saranno imprese e famiglie. Se i margini si assottigliano, i listini salgono: un’inflazione +0,3–0,5 punti costerebbe 2,5–4,2 miliardi alle famiglie. La narrazione del «male minore» regge fino a quando? La task force dazi riunita alla Farnesina prova a raddrizzare la rotta, ma intanto l’intesa impegna l’Europa ad acquistare più energia statunitense e a «incrementare in modo sostanziale le commesse di attrezzature militari» americane. Bruxelles alleggerisce i vincoli su emissioni e deforestazione per le produzioni Usa e «riconosce gli Stati uniti come destinazione più sicura per gli investimenti», dirottando capitali e commesse oltreoceano.

Il sovranismo che aveva promesso scudi per il made in Italy presenta un conto. L’alleanza celebrata come friend-shoring diventa dipendenza: energia, armamenti, tariffe. E quel bicchiere che il governo descrive mezzo pieno, per chi produce e per chi compra è già mezzo vuoto. Anzi: lo paghiamo tutto.

Buon venerdì. 

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La palla è dell’Ue: sanzioni ora o complicità

I sindacati europei tornano a fare il loro mestiere: difendere i diritti quando la politica abdica. Confederazioni e federazioni del lavoro chiedono alla Commissione di sospendere l’Accordo di associazione con Israele e di bloccare gli scambi con gli insediamenti nei Territori occupati. È il punto in cui le parole di circostanza hanno esaurito la loro utilità: davanti a Gaza affamata e rasa al suolo, il registro delle “preoccupazioni” è un alibi. Le sanzioni sono uno strumento di diritto, non un tabù.

Nel frattempo, un altro fronte civile si è mosso: gli allenatori italiani hanno scritto alla Figc chiedendo di inoltrare a Uefa e Fifa la sospensione temporanea di Israele dalle competizioni internazionali. Niente crociate ideologiche: in ballo c’è un principio semplice, lo sport non può normalizzare l’eccezione permanente. Quando i corpi dei bambini pesano più delle classifiche, l’unico risultato che conta è la pressione per fermare la violenza. La richiesta dell’Aiac è netta e, per una volta, coraggiosa.

Matteo Salvini ha risposto che «gli allenatori facciano gli allenatori». Accogliamo il criterio: i ministri facciano i ministri. Chi guida le Infrastrutture garantisca treni puntuali e opere trasparenti, senza usare lo sport come paravento di una linea politica impalpabile. Il governo ripete: «non politicizzate il calcio». Intanto chiede al Paese di abituarsi alla politica che non decide. Se i sindacati europei indicano la strada del diritto e gli allenatori ricordano il peso della coscienza, all’esecutivo resta un compito minimo: prendere atto che la neutralità, oggi, coincide con la complicità. 

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