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“Professionista d’altri tempi”: quali tempi, quale professione

Vedo gli Emilii Fede di oggi stracciarsi le vesti per l’Emilio Fede di ieri. È la liturgia consueta: il necrologio come candeggio, la memoria selettiva come editing d’emergenza. Si celebra il “professionista d’altri tempi”, ci si commuove per la voce roca e la sigla del Tg4, si stende un telo sul resto. Eppure quel resto è la sostanza: condanne definitive, dall’affare Ruby bis al tentato ricatto, l’uso sistematico del mezzo come clava politica, le sanzioni per squilibri informativi. Non si tratta, come potrebbe apparire, di un inciampo: è un vero e proprio modello. E quel modello non è scomparso, ha solo aggiornato il software.

I professionisti del lutto televisivo lo sanno benissimo. Perché l’Emilio Fede celebrato oggi fu anche il perfetto prototipo di una tv che confonde notizia e cortigianeria, cronaca e tifoseria, servizio pubblico e servizio al potente di turno. La par condicio violata, le campagne a senso unico, la narrazione costruita come sceneggiatura d’azienda: tutto questo non è archeologia. È la grammatica quotidiana di molte reti, profili, testate. Cambiano i toni, si addolcisce l’ironia, si spostano le piattaforme: l’impianto resta.

C’è da capirli, quelli che oggi piangono: ai tempi pagavano molto meglio. Ma il dividendo non fu solo in busta paga. Fu il capitale simbolico di una stagione in cui la fedeltà valeva più della verifica, la linea editoriale più del codice deontologico, l’audience più della realtà. Chi oggi fa finta di dimenticare racconta soprattutto se stesso. Il modo migliore per commemorare un giornalista non è il panegirico: è l’inventario. E l’inventario, nel caso di Fede, insegna una cosa semplice: quando l’informazione abdica, la propaganda prende il timone. Ieri, come oggi.

Buon giovedì

foto wcommons

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #3

GLobal Sumud Flottilla, giorno tre. Il Mediterraneo è un corridoio nervoso: mare in miglioramento dopo la notte di droni che ha allarmato gli equipaggi in rotta da Barcellona, alcune barche in sosta tecnica alle Baleari/Minorca, altre già ripartite. Sul ponte si contano presenze e responsabilità: dodici rappresentanti eletti chiedono «un corridoio umanitario immediato», delegazioni da 44 Paesi rivendicano la rotta civile, mentre l’esperta ONU Francesca Albanese ricorda che la missione «rispetta pienamente il diritto internazionale».

Intorno, la politica misura se stessa. Il ministro israeliano Ben-Gvir propone di classificare come «terroristi» i volontari e detenerli nelle carceri speciali e in Italia l’ANPI prende sul serio quelle minacce e chiede due azioni che chiamano il governo alla prova dei fatti: protezione diplomatica agli equipaggi e sospensione del memorandum con Israele.

Dalla Sicilia il quadro si completa: Emergency conferma la partecipazione con la Life Support in funzione di osservazione e supporto medico-logistico, con partenza dall’area di Catania insieme ad altre unità italiane. Dalla sponda sud, Tunisi è hub di raccolta e formazione: moduli su sicurezza, primo soccorso, protocolli legali; finestra di partenza a inizio settembre condizionata da meteo e verifiche, con possibili slittamenti decisi riunione dopo riunione.

Il diario, oggi, registra una verità semplice: non è una flotta di slogan. È logistica, diritto e diplomazia esposti alla luce del sole, contro un assedio dichiarato illegale da giuristi e organismi internazionali. Le barche avanzano lente, ma la loro velocità non è la misura del risultato.

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Sanità, i Livelli essenziali (Lea) non garantiti in 8 Regioni. Il governo canta vittoria per le 13 promosse, ma il sistema considera solo 26 indicatori su 88

Nel 2023 solo 13 Regioni raggiungono gli standard essenziali di cura (Lea): il numero è identico al 2022. In testa il Veneto; al Sud passano l’esame soltanto Puglia, Campania e Sardegna. Lo certificano la Relazione 2023 del Ministero della Salute (pubblicata il 6 agosto) e l’analisi della Fondazione Gimbe diffusa oggi, che misura il divario Nord-Sud e lo stato di salute del Ssn. «La tutela della salute dipende in larga misura dalla regione di residenza».

Una pagella che abbassa l’asticella

Il monitoraggio ministeriale usa il sottoinsieme “Core” del Nuovo Sistema di Garanzia: 26 indicatori su un totale di 88, suddivisi in prevenzione, distretto e ospedale. Per essere “adempienti” bastano 60 punti in ciascuna area. È la pagella ufficiale, ma è costruita per essere indulgente: poche misure, soglie basse, un cruscotto che racconta la sopravvivenza del sistema più che la qualità dell’assistenza. Gimbe, infatti, ha ricalcolato la classifica sommando i punteggi delle tre aree, rendendo più nitido lo scarto territoriale: tra le prime dieci Regioni, sei sono del Nord, tre del Centro e solo una del Sud; nelle ultime sette posizioni, fatta eccezione per la Valle d’Aosta, compaiono solo territori meridionali.

Il quadro puntuale è chiaro: nel 2023 risultano adempienti Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Provincia di Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Veneto. Entrano tra le “promosse” Campania e Sardegna; retrocedono Basilicata e Liguria. Restano inadempienti per una sola area Calabria, Molise e Bolzano; per due aree Abruzzo, Sicilia e Valle d’Aosta. Non è un dettaglio: significa che in ampie porzioni del Paese l’accesso alle prestazioni essenziali resta a rischio di discontinuità.

I numeri dicono che la diga cede anche dove sembrava solida. Tra 2022 e 2023 peggiorano otto Regioni; i cali peggiori sono in Basilicata (−19), Lombardia (−14), Sicilia (−11) e Lazio (−10). Sul fronte opposto migliorano Calabria (+41) e Sardegna (+26). Se arretrano territori “forti” per risorse e reputazione sanitaria, la tenuta del Ssn non è più garantita. È, per usare le parole di Gimbe, «un campanello d’allarme che non può essere ignorato».

Responsabilità politiche, non geografiche

Qui sta il nodo politico. Quando il governo accetta una pagella che pesca 26 indicatori su 88 e si accontenta della “sufficienza” a 60 punti, istituzionalizza l’idea che basti galleggiare. La propaganda può dire “tutto bene”, ma i dati non mentono: le Regioni adempienti restano 13, come l’anno precedente; la frattura Nord-Sud «non accenna a ridursi»; e le riclassifiche di Gimbe mostrano che l’uniformità nell’erogazione è l’eccezione, non la regola. In Calabria, Valle d’Aosta, Liguria e Bolzano gli sbilanciamenti tra prevenzione, distretto e ospedale rivelano sistemi che funzionano a macchia di leopardo: una sanità “buona” in un’area e fragile nelle altre non risponde ai bisogni reali.

La responsabilità è nazionale, prima che regionale. Se il Ministero mantiene soglie basse e un perimetro di misurazione così ridotto, certifica un universalismo di carta. Serve l’opposto: allargare e ruotare gli indicatori; usare piani di rientro e commissariamenti come strumenti di qualità e non solo di contabilità; fissare obiettivi esigenti su prevenzione e territorio; rendere immediatamente visibili – e politicamente sanzionabili – i fallimenti sui Lea. Perché oggi il diritto alla salute viaggia su binari diseguali: stesso Ssn sulla carta, servizi diversi nella realtà. E un governo che sventola la pagella mentre i divari crescono non difende il servizio pubblico: ne accompagna, pezzo dopo pezzo, il ridimensionamento.

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Altro che Meloni riformista, l’Italia tra i Paesi più conservatori d’Europa: ancora una volta i numeri battono la propaganda

Giorgia Meloni continua a presentarsi come leader «moderna» e «pragmatica». Ma i dati dicono altro: l’Italia è oggi tra i paesi più conservatori d’Europa, e il suo governo ne è il prodotto coerente, non l’eccezione. Lo mostra l’analisi di Lorenzo Ruffino sui dati della European Social Survey 2023: un termometro culturale che misura atteggiamenti verso immigrazione, diritti LGBTQ, rapporto con l’autorità e peso dell’identità nazionale rispetto a quella europea.

I numeri: un Paese a +1 sulla scala del conservatorismo

L’indice ricostruito da Ruffino, espresso in z-score (distanza dalla media Ue in deviazioni standard), colloca l’Italia a +1,0: una deviazione piena, sopra la media europea. Scomponendo l’indice, il quadro è ancora più netto: +0,8 sull’asse immigrazione/diritti e +1,4 su tradizionalismo e identità nazionale, il valore più alto tra i grandi paesi dell’Europa occidentale. Sono numeri pubblicati il 3 settembre 2025 e costruiti ponderando i campioni per renderli comparabili tra paesi.

Il confronto internazionale spazza via le autoassoluzioni: Francia vicino allo zero complessivo (-0,1), Germania leggermente più liberale (-0,5), Spagna a -1,1. In alto, il blocco più chiuso è quello dell’Est: Ungheria +2,5, Slovacchia +2,4, Bulgaria +2,0; dall’altra parte Svezia -1,6 e Norvegia -1,2. La mappa culturale dice che l’Italia è più vicina a Budapest che a Stoccolma: non un incidente, una tendenza.

La fotografia ovviamente ha una conseguenza immediata sul racconto politico. Se il Paese premia identità, ordine, gerarchie e confini, la «modernità» rivendicata da Palazzo Chigi diventa soprattutto estetica: un linguaggio aggiornato, una regia comunicativa aggressiva, un uso disinvolto delle parole «riforma» e «innovazione». Ma dentro, l’architettura valoriale resta ancorata alla tradizione come criterio, all’autorità come risposta, alla nazione come recinto.

L’agenda di governo allineata al clima culturale

Dal 2022 a oggi, l’impronta dell’esecutivo si legge nella scelta dei terreni simbolici e normativi: famiglia tradizionale come perno identitario, immigrazione trattata anzitutto come minaccia da contenere, diritti civili rinviati o compressi nel nome dell’ordine e delle priorità «vere». È il portato di quel +1,4 sul tradizionalismo: un Paese che chiede certezze verticali e riconoscibilità nazionale trova nel governo una risposta speculare. Chiamarla «modernizzazione» è scambiare la forma per la sostanza.

C’è poi il capitolo autorità: dalla retorica securitaria alla centralità dell’esecutivo nelle riforme istituzionali, l’asse si sposta verso un decisionismo che piace a un’opinione pubblica educata a fidarsi dei capi più che delle procedure. Anche questo rientra nell’indice: il rapporto con l’obbedienza e la leadership è una delle variabili considerate dall’European Social Survey e pesa nella direzione del conservatorismo culturale italiano.

Identità nazionale

Infine, identità nazionale versus europea. Qui il differenziale italiano è marcato: l’idea che il perimetro dei diritti e delle scelte debba coincidere con la nazione, e che Bruxelles sia un limite più che una garanzia, spinge il consenso a politiche che privilegiano appartenenza e radici rispetto a integrazione e standard comuni. È la ragione per cui il racconto «sovranista ma moderno» regge mediaticamente, mentre in realtà consolida un set di priorità antiche: famiglia, ordine, confini, autorità.

Il punto, dunque, non è se Meloni «sia» moderna: è che governa un Paese che non lo è e che, misurato con strumenti comparativi, sta una spanna sopra la media europea per chiusura culturale e tradizionalismo. La politica non fa che seguire – e rinforzare – quel solco. Gli editorialisti che continuano a venderci una premier «riformista» e «post-ideologica» dovrebbero prendersi un’ora, leggere l’analisi di Ruffino sui dati ESS 2023, e aggiornare il lessico: qui non c’è discontinuità, c’è coerenza con una domanda sociale conservatrice. Il resto è posa, trucco di scena. I numeri – ancora una volta – non applaudono.

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Scuola, criticità nel 90% degli edifici: il nodo della sicurezza nel dossier di Tuttoscuola

Nove edifici scolastici su dieci, in Italia, non sono pienamente a norma di sicurezza. Su circa 40 mila plessi statali, 36 mila risultano privi di una o più certificazioni obbligatorie; 3.588 scuole sono totalmente sprovviste di ogni documento previsto, con circa 700 mila persone tra studenti e personale che ogni giorno entrano in strutture «completamente irregolari». Il dato arriva dal dossier di Tuttoscuola, che incrocia gli open data dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica del MIM (pubblicati il 14 luglio) relativi all’a.s. 2023/24 e verifica, edificio per edificio, il possesso delle cinque certificazioni chiave: agibilità, prevenzione incendi, omologazione della centrale termica, piano di evacuazione, DVR.  

La mappa delle irregolarità

Il Paese è spaccato anche qui. Gli edifici totalmente privi di certificazioni sono 3.588: da zero in Valle d’Aosta a 674 in Campania. In termini percentuali, l’Abruzzo è il fanalino di coda: quasi un terzo delle scuole (32,4%) è senza alcun documento; seguono Campania e Calabria. Due terzi dei plessi completamente irregolari si concentrano nel Mezzogiorno, a conferma di una fragilità territoriale che si somma a quella edilizia.  

All’altro estremo, appena un edificio su dieci (9,8%) possiede la totalità degli atti. In valori assoluti guida la Lombardia (949 scuole), poi Veneto (526), Piemonte (408), Emilia-Romagna (394). Per incidenza percentuale spicca la Valle d’Aosta (26,6% di scuole “in regola”), mentre il Lazio non arriva al 2% e la Liguria è l’unica regione del Nord sotto la media nazionale.  

Il dossier ricorda che il quadro non è frutto di un’emergenza improvvisa ma di stratificazioni decennali: carenze di programmazione, burocrazia, scarico di responsabilità, risorse e competenze tecniche insufficienti negli enti proprietari (Comuni e Province), oltre a un patrimonio edilizio spesso inadeguato. Il 17% degli edifici è nato per altri usi ed è stato adattato a scuola; molti sono vincolati storici; migliaia sono in ristrutturazione. Intanto, il MIM rivendica il più grande ciclo di investimenti della storia recente (PNRR e altri fondi): interventi in corso su oltre 10 mila edifici, i cui esiti però non sono ancora riflessi nei dati 2023/24.  

Che cosa manca e chi decide

Il senso dei numeri è semplice: mancano documenti di legge senza i quali non si può parlare di sicurezza piena. Non significa che ogni scuola sia pericolante, ma significa che lo Stato non ha prove aggiornate e certificate che quell’edificio rispetti norme essenziali. È un problema giuridico e materiale. La «cabina di pilotaggio» per gli stabili è degli enti locali, proprietari degli immobili e responsabili di agibilità e manutenzioni; al Ministero spetta il ruolo di impulso, controllo dei dati e programmazione. Servono priorità, cronoprogrammi pubblici e responsabilità chiare per ridurre una zona grigia che oggi riguarda milioni di ore di lezione.  

Dal fronte scuola arriva un monito: «La scuola deve essere un luogo sicuro. Si parla di sicurezza troppo poco, con misure temporanee che non attaccano il nodo strutturale», osserva la Uil Scuola, chiedendo interventi organici e continui. Anche dall’opposizione si segnala la criticità del rischio sismico e la necessità di collaudi e progetti antisismici dove il pericolo è maggiore. Sono richieste che misurano la distanza tra annunci e cantieri effettivi, e che si confrontano con la geografia disegnata dai dati.  

La notizia, dunque, è doppia: il 90% non è “a norma” oggi e appena il 10% lo è. Il primo numero impone una verifica puntuale e piani di messa a norma edificio per edificio; il secondo dice che l’eccellenza non è la regola. Se il PNRR vuole lasciare un segno, dovrà essere valutato su questo: quante scuole, entro date certe, passeranno dagli annunci alle certificazioni, dalla fiducia ai documenti. I ragazzi e chi li accompagna hanno diritto a prove, non a rassicurazioni.    

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Buchi lavorativi e contributivi, gli Italiani sospesi: il tempo tra un impiego e l’altro si allunga

Il fatto è netto e misurabile: nel 2025 quasi un terzo dei curriculum italiani presenta un’interruzione di lavoro di almeno dodici mesi. Il 32%, per la precisione. A dirlo è il Rapporto sui gap di carriera di LiveCareer, basato su sette milioni di CV compilati tra il 1° gennaio 2020 e il 30 giugno 2025. Il confronto con il 2020 mostra un peggioramento: allora i buchi di un anno erano il 22% e i profili senza pause il 61%, oggi scesi al 50%. La continuità non è più la norma, con una quota di inattività lunga che supera gli anni del Covid.  

I numeri non riguardano solo la lunga durata. Crescono anche i vuoti “medi”: il 39% dei professionisti dichiara uno stop di almeno sei mesi. Nella metà dei CV con interruzioni compaiono poi pause brevi, sotto il mese: mercato più mobile e più fragile, il passaggio da un contratto all’altro è un corridoio. Nel 2025 le interruzioni prolungate toccano il picco: si erano ridotte lievemente nel 2024, poi sono tornate a crescere. È l’eredità di shock non esauriti: licenziamenti, ristrutturazioni, la «recessione dei colletti bianchi».    

La mappa delle carriere discontinue

Se metà dei candidati ha almeno una pausa e solo uno su due mantiene un percorso ininterrotto, la soglia della “normalità” cambia. La linearità non è più il lasciapassare implicito per essere letti. Continuare a filtrare i profili penalizzando i buchi significa scartare una maggioranza statistica. I dati, raccolti su scala nazionale con metodologia dichiarata e replicabile, incrociano qualifiche e date di impiego e, per evitare duplicazioni, considerano per ogni utente solo il CV più aggiornato.  

La lunga attesa tra due impieghi – la disoccupazione “tra un lavoro e l’altro” – produce effetti prevedibili: erosione delle competenze percepite, rientri con contratti più deboli, compressione salariale. Esiste però anche un’altra faccia: una parte di quelle pause è tempo attivo, tra formazione, assistenza, riqualificazione. Lo riassume la career expert Jasmine Escalera: «I periodi di pausa nella carriera sono ormai una realtà consolidata nel mondo del lavoro di oggi», per cui i datori «dovrebbero superare i vecchi pregiudizi», puntando su competenze e potenziale.  

Oltre la pandemia: che cosa cambia davvero

Chiedere ai candidati di occultare i vuoti è un anacronismo. Serve trasparenza su cause e apprendimenti, ma soprattutto pratiche di selezione coerenti con il mercato reale. La fotografia più aggiornata – comunicata il 10 luglio 2025 e ribadita nella nota ai media del 2 settembre – parla di una tendenza consolidata: i gap di almeno un anno crescono lungo il quinquennio e raggiungono il massimo nel 2025, mentre cala la quota di percorsi senza interruzioni.    

Qui la leva non può essere solo individuale. Se le pause tra un contratto e l’altro diventano strutturali, vanno accorciate con strumenti che funzionino davvero: orientamento e intermediazione efficaci, formazione continua accessibile, incentivi alla stabilizzazione di lungo periodo, servizi di cura che non espellano chi se ne fa carico. L’analisi dei CV è un indicatore anticipatore: quando i percorsi cambiano, ordinamenti e pratiche devono adeguarsi in fretta.

Il quadro finale è chiaro: più pause, più lunghe, più visibili. La generazione che entra e quella che rientra trovano un mercato che invoca resilienza ma fatica a riconoscerla. Tocca ai candidati raccontare il tempo sospeso con precisione; alle imprese aggiornare i criteri; alla politica riportare al centro la continuità occupazionale. I curriculum sono il diario collettivo del lavoro: oggi dicono che l’attesa tra due impieghi non è un inciampo, è la regola del gioco. Ignorarla significa ampliare la disuguaglianza.

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #2

La testa della flotta è già in mare dopo la partenza del 1° settembre da Barcellona. La notte è stata dura: mare grosso, apparati in tilt, molte radio mute. Gli attivisti parlano di «tempesta elettromagnetica» che ha costretto alcune barche al rientro, mentre chi è rimasto in rotta ha navigato a vista con quattordici unità. In mattinata il segnale è tornato: i report di bordo dicono che la navigazione prosegue, con danni leggeri e equipaggi in grado di tenere la linea.

A terra si muove il resto del mosaico. Le unità che hanno fatto scalo a Genova hanno già lasciato il porto; il concentramento italiano e le partenze sono in Sicilia, in coordinamento con Tunisi. A metà mese l’obiettivo è tagliare la rotta verso Gaza.

Sul piano politico la pressione sale di grado. Tel Aviv continua a criminalizzare la missione e ora minaccia l’intera Europa che la sostiene: un avvertimento che fa coincidere la solidarietà civile con la guerra ibrida. Nelle capitali si discute di sicurezza marittima evitando la parola blocco, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani, incalzato, ha detto l’ovvio: «terroristi a bordo? Non mi risulta».

Intanto Gaza resta una ferita aperta. Le cifre dei morti e della fame scivolano via dalle cronache; ogni miglio percorso rimette al centro chi sopravvive dietro il muro e chi prova a raggiungerlo dal mare. È il senso del “sumud”, la testardaggine del restare umani: una flotta di gommoni, pescherecci e persone comuni che trasformano il Mediterraneo in un registro pubblico. Se arriveranno, avremo una prova che la politica può ancora inseguire il diritto. Se verranno fermati, resterà, nitida, la traccia della mano che li ha fermati.

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Il giocattolo di Salvini trema: il Ponte non è una spesa militare

Toh, che sorpresa! La Nato vuole i soldi veri, niente finanza creativa. A Bled, il 2 settembre, l’ambasciatore Usa presso la Nato Matthew Whitaker ha gelato i contabili di Palazzo Chigi: l’obiettivo del 5% chiesto da Trump riguarda «specificamente la difesa e le spese correlate», non «ponti privi di valore strategico-militare» né scuole. Traduzione: stop a infilare il Ponte sullo Stretto nel capitolo Difesa per far quadrare i numeri. 

Per Meloni è un problema politico e contabile. Per mesi il governo ha ammiccato alla classificazione “strategica” dell’opera da 13,5 miliardi, arruolando il cantiere nella retorica della sicurezza nazionale e internazionale; Salvini ha parlato di «doppio uso», civile e militare, per spingere la pratica. Ora Washington risponde che la lista della spesa è fatta di truppe, mezzi, munizioni, e cyberdifesa. Il resto sono «stravaganti opere di ingegneria». 

E così il Ponte, da scorciatoia contabile, torna a essere quello che è: un gigantesco impegno di cassa senza marchio Nato. In soldoni, costa il doppio: perché l’Italia dovrà mettere i 13,5 miliardi sull’infrastruttura e, in aggiunta, trovare risorse vere per colmare il divario verso il 5% del Pil. Fine dell’alchimia. Inizia la responsabilità: dire agli italiani chi paga, con quali priorità e perché l’emergenza vera — salari, scuole reali, sanità — viene sempre dopo il giocattolo del «bambino Salvini».  Da Bled la smentita: la Nato vuole capacità reali, non slogan; i conti truccati non fanno deterrenza.

Buon mercoledì. 

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Cimitero Mediterraneo, dieci anni dopo Aylan: l’Europa che aveva promesso “mai più”

Dieci anni fa, il 2 settembre 2015 il corpo del piccolo Aylan Kurdi, tre anni, fu ritrovato senza vita su una spiaggia di Bodrum. L’immagine, scattata dalla fotoreporter Nilüfer Demir, divenne un simbolo globale e spinse i leader europei a giurare che simili tragedie non sarebbero più state tollerate. Le parole furono solenni: «mai più», «solidarietà», «responsabilità condivisa». Dieci anni dopo, il conto è di almeno 30mila persone morte o disperse nel Mediterraneo secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’Europa che aveva promesso di cambiare rotta si è rifugiata nell’esternalizzazione dei confini e in un lessico burocratico che ha reso invisibili altre centinaia di bambini annegati.

Il pacchetto Juncker e le promesse del 2015

Il 9 settembre 2015, nello State of the Union, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker propose un pacchetto straordinario: ricollocamento obbligatorio di 160mila richiedenti asilo da Italia e Grecia, apertura di hotspot per identificazioni rapide, più fondi per reinsediamenti e corridoi umanitari, una riforma strutturale del regolamento di Dublino. Angela Merkel, pochi giorni prima, aveva pronunciato il suo «Wir schaffen das»; François Hollande si allineò, Donald Tusk promise di rafforzare Frontex «senza rinunciare a salvare vite». In Italia, Matteo Renzi rivendicò il «dovere di salvare vite umane» chiedendo una risposta europea.
Nel concreto, però, la relocation straordinaria si fermò a meno di 29mila persone tra il 2015 e il 2017, circa il 18% dell’obiettivo. Nel 2020 la Corte di giustizia condannò Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per il rifiuto delle quote. La riforma di Dublino rimase bloccata fino al nuovo Patto migrazione e asilo del 2024. La promessa simbolica di quel settembre è stata tradita.

Dal “mai più” all’esternalizzazione

L’anno successivo arrivò la svolta. Il 18 marzo 2016 l’Unione europea firmò l’accordo con la Turchia: contenere le partenze nell’Egeo in cambio di miliardi di euro e concessioni politiche. Amnesty International e l’Onu denunciarono violazioni dei diritti e respingimenti. Nel febbraio 2017 l’Italia sottoscrisse con la Libia il memorandum che ancora oggi finanzia e addestra la cosiddetta Guardia costiera libica, documentata per intercettazioni illegali e ritorni in centri di detenzione segnati da torture e violenze. Rinnovato nel 2020 e nel 2023, è diventato un pilastro della politica migratoria italiana, sostenuto da governi di segno diverso.
Nel frattempo l’operazione europea “Sophia”, che almeno aveva avuto una componente di ricerca e soccorso, è stata chiusa nel 2020 e sostituita da “Irini”, centrata sull’embargo di armi. Una scelta che ha svuotato di fatto l’impegno pubblico europeo per il salvataggio in mare. Tra il 2023 e il 2024 Bruxelles ha replicato lo schema: intesa da oltre un miliardo con la Tunisia, partenariato con l’Egitto per 7,4 miliardi, protocollo Italia-Albania che consente di trattenere e processare richiedenti soccorsi da navi italiane in centri extra-UE. Nel 2024, con il Patto migrazione e asilo, la solidarietà è diventata “flessibile”: gli Stati possono sostituire i ricollocamenti con contributi finanziari.

Trentamila morti e i bambini senza nome

I dati OIM e UNHCR dicono che tra il 2015 e l’agosto 2025 nel Mediterraneo sono morte o scomparse almeno 32.854 persone. Il 2016 resta l’anno più letale con 5.096 vittime. Dopo un calo nel 2019, le morti sono risalite: 3.231 nel 2021, 4.110 nel 2023, 3.530 nel 2024 e già 1.292 nei primi otto mesi del 2025. La letalità della rotta centrale è aumentata: nel 2024 è morto un migrante ogni 120 persone partite.
Tra queste vittime ci sono circa 3.500 bambini, uno ogni tre giorni. Molti senza nome, mai diventati simbolo come Aylan. Nel 2020 «Joseph», sei mesi, muore dopo un’evacuazione; nel 2022 annega un neonato di venti giorni; nel 2023 un bimbo di cinque mesi non sopravvive a un naufragio a Lampedusa. Nel giugno 2023, nel naufragio al largo della Grecia, decine di minori risultano dispersi, ma la vicenda è stata rapidamente archiviata dai governi e dalla stampa.

Dieci anni dopo, la promessa di Bodrum non si misura più nelle parole ma nei vuoti. I leader europei che nel 2015 garantivano solidarietà hanno eretto barriere giuridiche e fisiche; gli Stati che piangevano Aylan hanno rinnovato intese con milizie accusate di crimini. Senza canali legali di ingresso, senza una missione pubblica di ricerca e soccorso, senza un meccanismo obbligatorio e automatico di redistribuzione, il Mediterraneo resterà un cimitero liquido. Ogni anniversario, più che ricordare, certifica l’ipocrisia.

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Regionali in Puglia, la proxy war nel Pd che può logorare Schlein. E intanto il centrodestra aggiusta la mira: “Loro litigano, noi governiamo”

Il fatto. Il 22 agosto Antonio Decaro ha rotto il silenzio: «Sono pronto a candidarmi». Ma a una condizione esplicita: niente candidatura al Consiglio regionale per Michele Emiliano e Nichi Vendola. «Voglio essere un presidente libero, non ostaggio delle decisioni di chi mi ha preceduto», ha scritto nel post che ha riaperto la partita. Da allora la bussola non si muove: Emiliano non arretra sull’idea di correre, Vendola respinge il veto e rivendica l’autonomia delle liste di Avs, mentre il M5S conferma l’appoggio a Decaro. Il Nazareno prova a cucire: la vicenda non è più solo locale.  

Veti incrociati, stallo reale

Il veto su Emiliano è politico, non personale: per Decaro la coabitazione in Consiglio con i due predecessori trasformerebbe il nuovo presidente in un «presidente a metà». Emiliano, che di Decaro riconosce il profilo più competitivo, rifiuta però il «parricidio» e rivendica il diritto a correre da capolista Pd. Vendola, indicato come «candidato naturale», fissa il perimetro: «le liste Avs le decide Avs». Avs tiene la linea dell’autonomia, il M5S con Giuseppe Conte ha già dato il via libera a Decaro.  

Il peso specifico di Decaro influenza ogni mossa. Alle Europee 2024 ha raccolto quasi 500 mila preferenze; sondaggi di agosto (Yoodata) lo indicano nettamente avanti nello scenario secco. È la ragione per cui il Pd nazionale considera la sua candidatura la più competitiva e, allo stesso tempo, il motivo per cui la “discontinuità” indicata da Decaro diventa un ultimatum: governare senza “padri nobili” in lista. Non un affronto personale, ma un perimetro politico da cui far partire la legislatura. La controspinta arriva dagli alleati: Avs non accetta veti, il M5S pretende una rottura visibile con il ciclo Emiliano.  

La guerra interna al Pd

Ridurre tutto a un contenzioso locale è fuorviante. La Puglia è una proxy war che misura la tenuta di Elly Schlein sul terreno più scivoloso: il rapporto fra il “partito dei sindaci” e le culture politiche che hanno retto il laboratorio pugliese. Decaro gioca su due tavoli. A Bari si propone come discontinuità: niente delfinati in Consiglio, nessuna coabitazione forzata con i predecessori. A Roma costringe il Nazareno a riconoscere che senza di lui la coalizione perderebbe narrazione, voto moderato e un pezzo di credibilità nel Sud. Nelle letture interne, l’attrito è tattica: testare il perimetro di comando della segretaria e accumulare forza nell’area riformista e amministrativa che guarda a Bonaccini e, in prospettiva, allo stesso Decaro. Qui la questione pugliese diventa strumento di logoramento: se Schlein concede, appare sotto schiaffo; se resiste, rischia di bruciare una regione simbolo.  

Scenari e calendario

Il tempo è già politica. Il Nazareno ha fissato un perimetro: chiudere entro la Festa dell’Unità regionale di Bisceglie (5–7 settembre); convocare in settimana una riunione di coalizione; e incrociare domani la presenza congiunta di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sul palco della festa Avs al Monk di Roma, occasione utile per un contatto di vertice. In questo corridoio temporale si deciderà se la parola “discontinuità” sarà sostanza o mero slogan.  

Tre esiti sono sul tavolo. Il compromesso: Emiliano fa un passo di lato dalla corsa al Consiglio (o cambia ruolo), Avs preserva l’autonomia senza trasformare Vendola in totem, Decaro ufficializza e avvia la campagna. Il piano B: se i veti saltano, Decaro si sfila e il Pd cerca un nome di garanzia, con l’ipotesi Vendola che riemerge nel perimetro progressista e nuove frizioni con il M5S. La rottura: stallo prolungato, pratica rimessa a Roma, “campo largo” lacerato e vantaggio strutturale alla destra. In tutti i casi, più il tempo passa, più la decisione scivola da Bari alla capitale, erodendo margini e credibilità.  

Nel frattempo il centrodestra aggiusta il mirino. In quota FdI circola il sottosegretario Marcello Gemmato; nell’orbita di Forza Italia resta il nome di Mauro D’Attis. Una soluzione civica non è esclusa. È la narrativa più comoda per gli avversari: «loro litigano, noi governiamo». Il rischio per il centrosinistra è di regalare all’avversario la campagna più semplice, costruita sull’argomento più solido, la divisione degli altri.  

Il punto

Con Decaro candidato alle sue condizioni, Schlein potrà rivendicare di aver cucito il “campo largo”, pagando però un prezzo di autorità interna. Senza Decaro, la segretaria guadagnerebbe margine al Nazareno ma consegnerebbe alla destra l’immagine di un Pd diviso e a trazione romana. La Puglia non è una cartolina congressuale: è la regione più popolosa del Sud e un banco di prova su lavoro, sanità, transizione e fondi europei. Lì si misura la politica, oltre i personalismi. E lì, per ora, si misurano i veti.  

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