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Difesi da Trump, leccati da Rutte: ecco la Nato dei suonati

Il primo comandamento nei corridoi della Nato è un’aspirazione molto in voga anche dalle nostre parti: apparire competenti. Non serve esserlo, anzi, meglio evitare troppa reale preparazione ché, altrimenti, si alzerebbe il velo sui conti, sulle regalie e soprattutto sulla stortura di un mondo visto solo dalla lente degli armamenti. Serve piuttosto una simulata competenza che agghindi una banda di suonati (affamati di armi) in un consesso di responsabili difensori del mondo.

Peccato che, nella vita reale, tocchi essere presenti, parlare, mostrarsi, a differenza del dorato mondo di X e dei social dove – anche dalle nostre parti – imperversano analisti e delfini Nato che poi si smontano al primo dibattito dal vivo.

Così ora sappiamo che il gran capo dei competenti della Nato – Mark Rutte – è uno scodinzolante signore che, a lato di Trump, analizza la crisi geopolitica attuale spiegandoci che “paparino a volte deve usare i toni forti”. Il “paparino” in questione è quel Donald Trump che definisce la guerra e le bombe tra Israele e Iran una “litigata tra ragazzi nel cortile di scuola”.

Non si era ancora asciugata la bava di Rutte di qualche giorno fa, quando, in estasi, aveva scritto sempre a Trump per complimentarsi per essere riuscito a “ottenere qualcosa che NESSUN presidente americano è riuscito a fare negli ultimi decenni. L’Europa pagherà UN SACCO di soldi, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria”.

E Trump che ne pensa di Rutte? “Io piaccio a Rutte, credo di piacergli. Se non gli piaccio ve lo farò sapere, tornerò qui e gli darò delle botte, ok?”, ha detto ieri.

Dite la verità, non vi sentite enormemente più sicuri nel sapere di esservi indebitati fino al collo per farsi difendere da gente così?

Buon giovedì.

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Scacco Ue ai clan, il patto criminale e il buco milionario: così la Camorra si spartiva l’Europa

“Il cinquanta percento è il nostro… e il cinquanta percento è loro“. In quella frase, catturata da un’intercettazione ambientale, si condensa la nuova grammatica dell’alleanza criminale fra i clan Nuvoletta e Licciardi, due storiche dinastie camorristiche, che non si sono limitate a spartirsi un territorio, ma hanno co-gestito un intero business internazionale basato sulle false fatturazioni. A svelarlo è l’indagine coordinata dalla Procura Europea (Eppo) che, con gli arresti del 25 giugno 2025, ha scoperchiato un colossale sistema di frode all’IVA intracomunitaria da oltre 520 milioni di euro. Undici persone in manette, beni sequestrati per più di mezzo miliardo, e una verità giudiziaria ormai consolidata: la camorra ha abbandonato i metodi tradizionali per sedersi nei consigli d’amministrazione del crimine finanziario.

Da Marano alla Masseria Cardone: le due facce dell’accordo

Il clan Nuvoletta, antica “ambasciata” dei Corleonesi in Campania, e il clan Licciardi, cuore dell’Alleanza di Secondigliano, avrebbero messo insieme capitale, protezione e know-how logistico per orchestrare uno schema da manuale: la frode carosello. Giovanni e Lorenzo Nuvoletta, quest’ultimo ancora detenuto, ricevevano aggiornamenti costanti. “Deve riferire sopra… deve dire tutto quello che guadagno io“, diceva uno degli indagati, confermando la regia familiare.

Dall’altra parte, secondo gli investigatori, il clan Licciardi offriva la rete operativa. La roccaforte della Masseria Cardone non era solo simbolo di potere territoriale: diventava centrale logistica e camera di compensazione mafiosa per un business che attraversava dieci Paesi e 400 società di comodo. Le intercettazioni parlano di incontri fissati “domani sera”, tra “gli ex parenti tuoi” e “quelli di qua”, segno che la governance criminale si muoveva come una holding transnazionale.

La frode carosello come modello d’impresa mafiosa

Lo schema è ormai noto, ma mai con questi livelli di sofisticazione. Le società-fantasma acquistavano prodotti elettronici in esenzione d’Iva da altri Paesi Ue — AirPods, laptop, microcomponenti — per poi rivenderli in Italia con l’imposta, che non veniva mai versata. Il profitto, enorme, veniva reinvestito in immobili di lusso, resort, supercar, orologi e conti offshore. Tutto formalmente in regola, tutto legalmente blindato.

Le “cartiere” duravano in media due anni. Chiuse le partite Iva, svanivano. I prestanome erano nullatenenti, spesso inconsapevoli, mentre il denaro ripulito finiva nei circuiti bancari europei. Secondo l’Eppo, l’Italia è oggi il primo Paese Ue per danni economici da frode Iva, con una stima di 2,7 miliardi di euro solo nel 2023.

Il ruolo dell’Eppo: scacco europeo ai clan

A coordinare l’inchiesta, ancora una volta, è stato l’ufficio della procuratrice europea Laura Kövesi. Palermo, Milano, Varese e Dubai sono i nodi di un’indagine che ha dimostrato quanto il crimine organizzato sia diventato mobile e quanto servisse una risposta giudiziaria transnazionale. L’Eeppo — organismo operativo dal 2021 — ha diretto le operazioni in oltre dieci Stati membri, con perquisizioni, rogatorie e ordini europei di arresto.

Il nome del filone, “Moby Dick”, non è casuale. Come la balena bianca, l’organizzazione criminale aveva dimensioni ciclopiche ma restava invisibile. Fino all’arresto, nel maggio 2025, di Rodolphe Ballaera: broker belga e figura-chiave, fermato a Malpensa dopo sei mesi di latitanza. A lui si riconduce parte dell’architettura finanziaria dell’intero schema.

La mafia che parla la lingua dei mercati

Quella venuta alla luce con l’arresto di giugno non è una camorra retriva. È un modello d’impresa criminale che abbandona la violenza per trasformarsi in attore occulto del mercato legale. I magistrati parlano di “metodo mafioso”, ma i reati contestati sono tipici delle white collar crimes: autoriciclaggio, frode fiscale, associazione transnazionale. L’obiettivo non è più il controllo del territorio, ma quello delle filiere produttive e delle asimmetrie normative europee.

L’alleanza Nuvoletta-Licciardi è quindi un progetto. Non certo un patto emergenziale, si tratta di una strategia consolidata. La divisione in quote è la formalizzazione di ruoli: ai Nuvoletta la finanza, ai Licciardi la rete operativa. Un modello replicabile, adattabile, scalabile. Una camorra che parla la lingua del venture capital, e che si muove con la logica dell’investimento a rischio calcolato.

Il nuovo volto del crimine organizzato

L’operazione “Maxievasione Iva” è una cartina di tornasole. Mostra come la criminalità organizzata abbia smesso i panni della marginalità per diventare interlocutrice occulta delle economie legali. Le mafie non chiedono più il pizzo: si muovono tra piattaforme fiscali, broker internazionali e reti aziendali immateriali.

E mentre il diritto fatica a rincorrerle, queste nuove mafie progettano il futuro. Con i fondi del Pnrr alle porte, con la digitalizzazione dei sistemi fiscali europei, con nuove frontiere da colonizzare. La lezione è chiara: combattere la mafia oggi significa dotarsi di strumenti sovranazionali, capacità d’intelligence finanziaria e una visione di lungo periodo.

Sennò, quel cinquanta per cento diventerà cento.

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Corsa a sindaco di New York, il candidato Mamdani ha fatto ciò che in Italia si ritiene impossibile

Ieri alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, ha vinto Zohran Kwame Mamdani. Trentatré anni, nato a Kampala, musulmano, socialista democratico, membro dell’Assemblea statale e sostenuto dai Democratic Socialists of America. Ha sconfitto Andrew Cuomo, ex governatore, figura simbolo dell’establishment centrista, sostenuto da Clinton e Bloomberg. Ha vinto con il 43,5% dei voti nel sistema a scelta istantanea. Nessuna scorciatoia mediatica, nessun compromesso politico, nessun finanziamento dalle grandi corporation.

È stata una vittoria costruita da zero, con migliaia di volontari, mobilitazione capillare, organizzazione locale e una campagna interamente centrata sulla crisi materiale: “New York è troppo cara”, ha ripetuto ossessivamente. Lo scenario politico era segnato dalla fine traumatica del mandato di Eric Adams, dalla candidatura divisiva di Cuomo, dalla frammentazione della sinistra. In questo contesto, Mamdani è passato da outsider a candidato vincente. Il suo nome diventa ora il test nazionale per misurare la forza di un nuovo campo progressista.

Un programma radicale, costruito sui numeri

Il suo programma si intitola “New York per i Molti, Non per i Pochi”. Non contiene slogan generici, ma un’agenda dettagliata con coperture, target quantitativi, cronoprogrammi. Congelamento degli affitti per oltre 2 milioni di inquilini. Costruzione di 200.000 alloggi popolari in 10 anni, tramite un’Agenzia per l’edilizia sociale. Autobus urbani gratuiti, già sperimentati su 5 linee, da estendere in tutta la città. Asili nido pubblici e gratuiti, salari equiparati a quelli degli insegnanti. Supermercati municipali, per calmierare i prezzi alimentari e ridurre la dipendenza dai privati. Aumento della tassa sulle società all’11,5%. Tassa del 2% su redditi superiori al milione di dollari. Salario minimo cittadino a 30 dollari l’ora entro il 2030.

Centrale anche la proposta di un Dipartimento per la Sicurezza Comunitaria, alternativo al modello poliziesco tradizionale: operatori sociali, interventi di prevenzione, ambulatori psicologici, fondi per contrastare i crimini d’odio. Non è un programma simbolico, è una proposta di governo metropolitana con solide basi contabili.

La questione palestinese non è stata un incidente

Durante la campagna, Mamdani ha sostenuto pubblicamente la causa palestinese. Ha partecipato a manifestazioni, è stato arrestato nel 2023 durante una protesta per il cessate il fuoco, ha usato in pubblico lo slogan “Globalize the Intifada”, ha rifiutato di firmare la risoluzione per celebrare la fondazione di Israele, ha presentato il disegno di legge “Not On Our Dime!” contro il finanziamento pubblico alle violenze dei coloni israeliani. Tutto questo ha attirato attacchi da AIPAC, da esponenti democratici moderati e da parte dell’establishment ebraico newyorkese. Non ha ritrattato. Non ha smussato. Ha mantenuto la sua posizione anche nelle fasi più delicate della campagna.

Il risultato è stato un aumento del consenso nelle fasce under-40, tra elettorato musulmano e nei distretti a forte composizione migrante. È la prima volta che un candidato esplicitamente filo-palestinese vince una primaria in una delle città con la più grande popolazione ebraica al mondo. Il fatto politico è rilevante. Perché dimostra che è possibile sfidare apertamente il campo moderato su un tema ritenuto tabù. E vincere.

Il metodo: organizzare, non inseguire

La campagna non ha cercato di rincorrere il centro. Ha fatto l’opposto. Ha costruito un’agenda coerente, ha polarizzato il campo, ha usato la mobilitazione porta a porta, i social media, il relational organizing. Ha stretto alleanze con altri candidati progressisti, sfruttando con intelligenza il sistema di voto a scelta istantanea. Il sorpasso su Cuomo è arrivato al secondo conteggio. La vittoria è stata anche tattica.

L’organizzazione non è stata un accessorio della proposta politica, è stata parte integrante. La struttura di campagna era la stessa che, negli anni precedenti, aveva organizzato mutualismo durante la pandemia, presidi nei quartieri, sostegno agli sfrattati. Non una lista elettorale, ma un’infrastruttura militante, che ora si candida a diventare forza di governo.

La lezione per la sinistra italiana

Il caso Mamdani impone una riflessione immediata. Non è un modello da importare, ma un laboratorio che sollecita alcune domande essenziali. Primo: perché in Italia le sinistre continuano a separare ideologia e materialità, come se parlare di Palestina impedisse di parlare di affitti? Secondo: perché ci si ostina a difendere la cautela e il linguaggio del compromesso, mentre altrove il conflitto sociale è strumento di egemonia Terzo: perché si costruiscono ancora campagne elettorali verticali, senza base territoriale, senza linguaggi nuovi, senza una cultura organizzativa

Mamdani ha dimostrato che una proposta radicale può vincere. Che parlare di giustizia sociale, redistribuzione, sicurezza non repressiva e diritti internazionali non solo non è un ostacolo, ma può essere il centro di una proposta credibile. La sua vittoria, a New York, è anche una sconfitta per chi – da questa parte dell’oceano – ha costruito una sinistra senza popolo e senza conflitto.

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Due popoli, due Stati, zero vergogna

A Gaza si continua a morire mentre il mondo si congratula con sé stesso. Venti palestinesi uccisi nel sud della Striscia. Nove morti in fila per ricevere aiuti. Un totale di 41 corpi raccolti dall’alba, secondo le autorità sanitarie locali. Tra loro donne e bambini. Nessun combattente, nessuna “minaccia”. Solo fame, attesa e un’esplosione.

Israele piange sette soldati morti in un attacco a Khan Younis. Il governo parla di “eroi caduti per battere Hamas”. Nessuna parola per i 56mila palestinesi uccisi da ottobre, secondo i dati aggiornati. Nelle stesse ore in cui Netanyahu proclama “una vittoria storica” e l’esercito israeliano dichiara che “ora l’attenzione torna su Gaza”, i droni continuano a sorvolare i centri abitati e le colonne degli aiuti vengono trasformate in trappole mortali.

Donald Trump, che si attribuisce il merito della fragile tregua tra Israele e Iran, annuncia “grandi progressi su Gaza”. Intanto gli USA finanziano con 30 milioni di dollari un gruppo sostenuto da Israele per distribuire cibo nella Striscia. È la stessa “distribuzione umanitaria” che ha già provocato morti. L’ONU denuncia la “militarizzazione del cibo”. Gli aiuti sono usati come esche. 

L’illusione della pace si costruisce con le bombe, mentre le cancellerie occidentali fingono che le vittime siano un effetto collaterale. “Due popoli, due Stati” dice Giorgia Meloni, ma intanto non condanna lo Stato che sta infierendo su un intero popolo. 

La tregua tra Israele e Iran tiene. Quella tra Israele e Gaza, mai nemmeno iniziata, continua a scricchiolare sotto il peso dei corpi. Chi finge di non vedere, è già complice. E chi confonde l’umanitario con il militare, non salva: sorveglia.

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Dopo le bombe, la standing ovation: Meloni e la favola della stabilità

“Trump ha portato stabilità nel mondo”: parola di Giorgia Meloni. Ieri. Dovrebbe bastare questa frase per aggiornare la definizione di negazionismo geopolitico. Perché proprio ieri, mentre Meloni si concedeva il lusso della propaganda in Senato, si chiudeva la guerra-lampo tra Israele e Iran con un bilancio di 638 morti in dodici giorni, tra cui 610 iraniani. Un conflitto innescato e gestito da Donald Trump, che ha ordinato i bombardamenti contro i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, mentendo poi sui risultati ottenuti.

La verità, come spesso accade con Trump, arriva dai suoi stessi servizi segreti: secondo la Defense Intelligence Agency, il programma nucleare iraniano è stato “ritardato di pochi mesi”, non annientato. L’uranio arricchito è ancora in mano ai pasdaran, che ora più che mai cercheranno la bomba per recuperare il potere di deterrenza. Pronti per un’escalation a orologeria.

Trump si è attribuito ogni merito possibile, dichiarando di aver “imposto la tregua” dopo aver “distrutto” gli impianti. Ma la sua mossa, contraddittoria e disallineata persino dalla sua base Maga, ha solo scatenato l’instabilità che Meloni finge di non vedere. Il cosiddetto “anello di fuoco” dell’Iran si è momentaneamente spento, ma il prezzo politico e militare è altissimo: Israele ha pagato 75 miliardi di euro per questa “vittoria storica” di Netanyahu, e nulla è cambiato. E sullo sfondo rimane Gaza. 

Meloni non cita i civili uccisi. Ma si dice certa che quel Trump abbia portato la pace. In un mondo governato dalla propaganda, anche la guerra può essere raccontata come stabilità. A patto di non contare i morti.

Buon mercoledì.

Foto gov

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Spariti 337mila palestinesi nel silenzio del mondo

Quando lo dice Harvard, non è un’opinione: è un fatto. Secondo l’ultimo studio pubblicato nel Dataverse dell’università americana, 377.000 palestinesi risultano “scomparsi” a Gaza. Non evacuati, non dispersi: scomparsi. Mancano all’appello. Il dato emerge da un’analisi incrociata tra le mappe dei cosiddetti “centri umanitari” e le stime aggiornate della popolazione. Prima della guerra: 2.227.000. Adesso: 1.850.000. Ne mancano 377.000. Una voragine demografica che non si spiega né con gli sfollati, né con i sopravvissuti.

L’autore dello studio è Yaakov Garb, ricercatore israeliano e docente universitario, non un attivista radicale. Ha elaborato il report per identificare la trasformazione dei presunti centri di distribuzione in strumenti di controllo e sorveglianza. Ma nel lavoro, pubblicato da Harvard Dataverse, salta fuori un dato che gela il sangue: quasi un quinto della popolazione non è più registrabile da nessuna parte. Se metà della popolazione di Gaza sono bambini, significa che oltre 150.000 minori sono spariti, probabilmente morti sotto le macerie, senza tomba, senza nome, senza funerale.

Questo dato, in qualsiasi altro contesto, basterebbe a far tremare governi, a convocare commissioni d’inchiesta, a bloccare forniture militari. Invece il mondo tace. I media tacciono. Le istituzioni internazionali balbettano. Chi parla viene isolato. Chi scrive viene delegittimato. La fonte? È pubblica, è Harvard. Eppure non basta. L’orrore oggi ha bisogno di autorizzazione per essere definito tale.

È la normalizzazione della catastrofe, la banalità tecnica dell’annientamento.

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Von der Leyen e la coalizione dei rancori: chi la sostiene lo fa per convenienza

Nel secondo mandato da presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen governa su una maggioranza numerica che rassicura, ma politica che vacilla. I 401 voti che l’hanno confermata al Parlamento europeo nascondono un corpo legislativo in fermento, lacerato da fratture ideologiche profonde e da un clima di sfiducia che minaccia l’intera architettura della governance europea. Il caso emblematico è la direttiva sul greenwashing, ritirata sotto pressione del Ppe e dei suoi nuovi alleati a destra: un segnale inequivocabile della svolta strategica che la Commissione ha intrapreso, e del prezzo che rischia di pagare.

Maggioranza numerica ma non politica

La formula che ha garantito a von der Leyen un primo mandato relativamente stabile – una coalizione informale tra Ppe, Socialisti & Democratici (S&D) e Renew Europe – si è trasformata in una convivenza forzata, segnata da rancori e tatticismi. La decisione del PPE di spostarsi ancora più a destra, cercando alleanze estemporanee con i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e i Patrioti per l’Europa di Le Pen e Orbán, ha disarticolato il fragile equilibrio centrista. Il ritiro della direttiva contro il greenwashing, già in fase avanzata di negoziazione, ha rappresentato una rottura brutale: per i socialisti è stata una “umiliazione”; per i liberali, una violazione del metodo comunitario. Il risultato è una coalizione che esiste solo sulla carta e si regge su un patto di mutua necessità, non più su una visione comune.

Una strategia di potere che paralizza le riforme

Il nuovo corso politico promosso dal Ppe ha una logica precisa: polarizzare il dibattito per dettare l’agenda. Il green deal, cavallo di battaglia del primo mandato von der Leyen, è ora considerato un fardello economico da alleggerire. Le politiche ambientali vengono sacrificate sull’altare della competitività industriale, in una narrazione che sostituisce l’urgenza climatica con la deregolamentazione. Il rischio, però, è una paralisi del processo legislativo. I socialisti e i liberali hanno promesso ritorsioni: ostacolare il pacchetto di semplificazione delle norme ambientali (“omnibus”), bloccare le nuove regole sulle deportazioni, far naufragare la riforma della Politica Agricola Comune. Si profila uno scenario da guerra fredda parlamentare, in cui ogni dossier può diventare un campo minato.

Il prezzo della rielezione

Von der Leyen ha ottenuto la conferma a presidente della Commissione solo grazie a una serie di concessioni al suo stesso partito, il Ppe. Tra queste, la più simbolica è stata proprio il ritiro della direttiva sul greenwashing, percepita come un tributo dovuto alla svolta a destra del gruppo. Ma questo compromesso ha intaccato la sua reputazione di arbitra super partes e ha incrinato in modo permanente la fiducia dei suoi partner di maggioranza. Da figura di mediazione è diventata parte in causa, e ogni sua proposta sarà letta da ora in poi come una mossa tattica più che una scelta istituzionale.

Un equilibrio sempre più instabile

La crisi è resa ancora più grave dalla permeabilità tra politica nazionale e dinamiche parlamentari europee. La delegazione spagnola dei socialisti, dopo la perdita del potere a Madrid, potrebbe assumere una linea più oppositiva. La stessa Legge sul Ripristino della Natura è stata approvata solo al termine di un iter tortuoso, con l’opposizione del governo italiano e il voto contrario di numerosi alleati. Il messaggio è chiaro: la fedeltà partitica non garantisce più la compattezza nei voti.

Un’Unione con il freno a mano tirato

Il secondo mandato di von der Leyen si apre sotto il segno dell’instabilità strutturale. Le riforme che l’Ue dovrebbe approvare per affrontare le crisi globali – dal clima alla politica migratoria, dalla sicurezza alimentare al bilancio – rischiano di arenarsi in una spirale di ritorsioni legislative. L’Unione non è paralizzata, ma rallentata. Von der Leyen ha vinto la presidenza, ma a costo di un capitale politico che ora si consuma dossier dopo dossier. La maggioranza c’è, ma non funziona. E l’Europa, in bilico tra necessità di governare e tentazioni di sabotarsi a vicenda, rischia di pagare il prezzo più alto.

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Si vis pacem, para ballam: Meloni al Senato rimpiazza la realtà con la retorica

Davanti a un Senato al gran completo, Giorgia Meloni ha dipinto una realtà internazionale sterilizzata, dove i missili iraniani che colpiscono basi Usa sono “atti simbolici” e l’Italia può permettersi di restare in scena da attore “responsabile”. Nessun riferimento alla complessità dell’escalation, nessuna parola sui 60mila morti palestinesi, nessun bilancio umano. Solo equilibri strategici, come se la guerra fosse un affare di codici e conferenze stampa. Mentre Israele parlava già di “risposta forte” alla violazione della tregua da parte dell’Iran, la premier si diceva fiduciosa e intravedeva “divisioni a Teheran”, senza fornire prove, in una costruzione retorica che si fonda sull’illusione di controllo.

Due popoli, due Stati: il cerotto retorico

Sul dossier Gaza, Meloni ha evocato la formula diplomatica “due popoli, due Stati” e la necessità di un piano di ricostruzione guidato da “attori arabi”. Peccato che il suo governo continui a votare contro ogni risoluzione Onu che chieda il cessate il fuoco o condanni i crimini di guerra israeliani. L’export militare verso Tel Aviv non è mai stato messo in discussione, nemmeno dopo le stragi negli ospedali. L’equidistanza è solo mimetica, funzionale alla gestione dell’immagine, non alla risoluzione del conflitto.

“Si vis pacem”… secondo la Nato

Sul fronte interno, il cuore del discorso è un’operazione di maquillage. L’aumento delle spese militari al 5% del Pil viene venduto come “flessibile” e “sostenibile”, con una tempistica graduale e un rinvio al 2035. Peccato che Mark Rutte, segretario generale della Nato, abbia chiarito che non ci saranno “deroghe né accordi separati”. L’Italia si è legata mani e piedi a un obiettivo mostruoso: 100 miliardi in dieci anni, secondo le stime dell’opposizione.

Per schermarsi dalle critiche, ha rispolverato l’arma spuntata dell’accusa a Conte, accusandolo di non aver rispettato l’obiettivo del 2% firmato durante il suo governo. Peccato che quell’impegno fosse già in vigore dal 2014, e che la spesa militare sia aumentata proprio sotto Conte. Soprattutto, la premier omette la differenza macroscopica tra il 2% e il nuovo target del 5%, presentandoli come equivalenti. È una falsa equivalenza utile a disinnescare il dissenso, distorcendo i termini del confronto e mascherando la portata ideologica della svolta.

Europa, duplicazione e obbedienza

Meloni ha poi respinto l’idea di una difesa europea autonoma come “inutile duplicazione” della Nato. Un’affermazione che sembra neutra, ma è tutto fuorché tecnica. È una scelta politica netta: l’Italia si schiera contro l’autonomia strategica dell’Unione e preferisce ribadire il proprio ruolo subalterno nella catena atlantica di comando.

L’“Europa a guida francese” resta per Meloni un’anomalia da arginare, non un’opportunità da costruire. Il suo no a una difesa comune è un sì implicito al monopolio militare americano. Una fedeltà servile, nascosta dietro il paravento della “coesione”.

Le omissioni che contano

Il vero tratto distintivo del discorso non è solo ciò che Meloni ha detto. È ciò che ha scelto di non dire. Nessuna riflessione sul ruolo delle basi Usa in Italia nel conflitto mediorientale, nonostante i tracciamenti satellitari confermino l’utilizzo di Sigonella per i voli-spia P-8 Poseidon diretti a ridosso della Siria e del Libano. Nessun accenno al peso economico del riarmo sulle famiglie italiane, in un Paese in cui il 25% delle persone rinuncia alle cure mediche per ragioni economiche.

Nessuna valutazione sull’opportunità politica di farsi trainare da un Trump che ha definito “alleati ingrati” tutti i partner europei, Italia compresa. Il silenzio è una scelta. Omettere significa orientare. In questo caso, costruire l’idea di un’Italia determinante, quando la realtà è quella di un Paese che asseconda, subisce, spera di restare nella stanza dei grandi facendo finta di contare.

Comizio parlamentare

“Chi conta davvero lo diranno gli italiani”, dice Meloni per respingere le accuse dell’opposizione sull’irrilevanza italiana nei consessi europei: è l’emblema della sua strategia. Si rivolge direttamente al pubblico elettorale, non ai partner istituzionali. È un discorso da comizio, incastonato in una liturgia parlamentare.

Ma non basta la retorica identitaria per sopperire all’assenza di risultati. Le proposte italiane sul dossier Green Claims sono state ritirate. Il patto di stabilità è stato varato senza concessioni a Roma. I piani per la difesa comune ci vedono gregari. Anche l’appoggio alla candidatura di Ursula von der Leyen, smentito nei fatti, ha prodotto un isolamento crescente nel Ppe.

La risposta non è “lo diranno gli italiani”. La risposta è già scritta nei dossier diplomatici, nei vertici dove l’Italia prende atto, non decide. L’aula può applaudire, ma il mondo non si ferma a guardare.

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Migranti, gli sbarchi tornano a salire: la propaganda delle destre affonda in Albania

Giorgia Meloni lo aveva promesso con l’enfasi dei grandi annunci: il protocollo con l’Albania avrebbe fermato le partenze. Sarebbe stato un esempio per l’Europa, un “modello inedito” per dissuadere i migranti, un “deterrente potente”. Oggi, però, bastano i numeri ufficiali per smontare la narrazione: al 23 maggio 2025 sono già arrivati via mare 21.920 migranti, più dei 19.356 dello stesso periodo del 2024, e l’effetto deterrente sbandierato dal governo è evaporato prima ancora di toccare terra.

Numeri alla mano: la realtà smentisce la propaganda

La verità è che la diminuzione del 2024, usata propagandisticamente come prova dell’efficacia del piano, non era in alcun modo imputabile al protocollo. I centri in Albania non erano nemmeno operativi, e i primi tentativi – fallimentari – di trasferimento sono arrivati solo a ottobre. Inoltre, come documentato dall’Ispi e da fonti giornalistiche, il calo degli sbarchi era già cominciato a settembre 2023, ben prima della firma dell’accordo. Le condizioni meteo, gli equilibri nei Paesi di transito, l’accordo tra Ue e Tunisia: questi i fattori veri. L’Albania non c’entra. I dati del 2025 lo confermano.

A gennaio, gli arrivi erano già più che raddoppiati rispetto all’anno precedente: +136%. A maggio, sono tornati ai livelli del 2023. Altro che deterrente. Nel silenzio del governo, si è verificata una crescita lineare e costante, che smentisce in radice l’intero impianto su cui si fondava il piano albanese. L’idea che la remota possibilità di essere tra i 3.000 trasferiti nei centri di Gjader o Shengjin possa condizionare la scelta di partire, è tecnicamente insostenibile. Ma è stata politicamente utile.

La giustizia blocca, il governo rilancia. E fallisce ancora

La propaganda si regge su una finzione. La realtà, invece, racconta un crollo. I primi trasferimenti – 16 persone a ottobre 2024 – sono finiti con quattro rientri immediati (due minori e due vulnerabili) e con il Tribunale di Roma che ha negato la legittimità del trattenimento degli altri 12, smontando la presunta “sicurezza” dei Paesi di provenienza. A novembre, un altro blocco. A gennaio 2025, 49 nuovi trasferiti: cinque rientri immediati, e per gli altri 43 la Corte d’Appello ha disposto il ritorno. Nessuna convalida. Nessuna deterrenza.

I centri, costati milioni, sono rimasti vuoti. E allora il governo ha deciso di cambiare gioco: con un decreto d’urgenza ha stabilito che anche i migranti già detenuti nei Cpr italiani potessero essere deportati in Albania. Così, l’11 aprile, 41 persone sono state caricate su un volo e portate a Gjader, tra proteste e autolesionismi. Ma nemmeno questa manovra ha retto: il 19 aprile, la Corte d’Appello ha stabilito che chi presenta richiesta d’asilo non può essere trattenuto. Risultato: nuovi rientri, nuovo imbarazzo.

Soldi buttati, migranti in arrivo, credibilità in fuga

Nel frattempo, si bruciano soldi. Il costo complessivo del protocollo è stimato in almeno 653 milioni di euro in cinque anni. Di questi: 252 milioni per il personale (trasferte, alloggi, indennità), 95 milioni per il noleggio navi, 48 milioni per le infrastrutture, 47 milioni per l’assistenza legale. A oggi, i trasferimenti effettivi validati dalla giustizia si contano su una sola mano. E ogni migrante rimandato indietro è costato migliaia di euro. Un modello inefficiente, sproporzionato, economicamente insensato.

Il fallimento del deterrente è ormai acclarato. E non perché lo dicano gli oppositori, ma perché lo dice l’andamento stesso dei flussi migratori. Chi parte, lo fa spinto da fattori strutturali: guerre, crisi economiche, violenze. Il rischio – pur remoto – di finire in Albania per qualche settimana, in un centro dove la giustizia italiana ti rimanda subito indietro, non rappresenta né una minaccia credibile né un disincentivo reale.

La narrazione governativa ha costruito un castello mediatico sul nulla. L’accordo con l’Albania è diventato una scenografia vuota: inutile come politica migratoria, dispendiosa come operazione logistica, pericolosa come modello giuridico. Eppure il governo insiste, in un’ostinazione cieca e costosa. Intanto, i migranti continuano ad arrivare. E a Roma si continua a raccontare che “la soluzione è già in atto”. Ma l’unico effetto visibile, per ora, è la disillusione. E i conti da pagare.

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Diplomazia da baraccone mentre piovono bombe

Mentre il mondo risuona sotto le bombe, infilzato dal criminale Netanyahu e dallo psicopatico Trump, l’Italia, vista da lontano, è un cortile dal chiassoso intervallo. Il governo ha ottenuto, in questi ultimi convulsi mesi, una sola incontestabile vittoria nella politica estera: il libro di Giorgia Meloni è sbarcato negli Usa e qualche sguattero di Trump ne ha scritto la prefazione, lasciando all’inquilino della Casa Bianca l’onere di apporre la firma.

Nient’altro degno di nota. La presidente del Consiglio indossa la consueta maschera della diplomazia, sotto cui nasconde un’immobile cautela, terrorizzata dall’eventualità di irritare Usa e Israele. Il ministro Tajani spande a piene mani uno stucchevole paternalismo da fine zuffa. Salvini è il solito disco rotto.

Si potrebbe scalfire la maggioranza se l’opposizione avesse una linea estera comune. Ma è un miraggio. L’irresistibile voglia di distinguersi trasforma il campo largo in una concitata riunione di condominio senza conclusioni.

Si potrebbe confidare quindi nell’Unione Europea, ma anche questa è una battaglia persa: ieri la capa degli Esteri, Kaja Kallas, con i ministri dei Paesi Ue, è riuscita solo a concludere che Bruxelles “potrebbe agire” contro Israele se non migliorano le condizioni di vita degli abitanti di Gaza. Un cerotto su uno squarcio, con cui Tel Aviv ha risposto con la solita manfrina: «Antisemiti!».

Si dice che le bombe arrivino quando si esaurisce la politica. Le bombe ci sono, la latitanza della politica anche.

Buon martedì.

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