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Negare ogni soluzione, la disinformazione climatica cambia volto

Nel dibattito globale sul cambiamento climatico, la verità scientifica è diventata una delle prime vittime. Il nuovo rapporto dell’International Panel on the Information Environment (IPIE) documenta con rigore l’evoluzione della disinformazione climatica: da semplice negazione dei dati a sofisticato attacco contro le soluzioni. Secondo l’analisi di trecento studi internazionali, la distorsione dei fatti ambientali non è un errore, ma una strategia pianificata. Le informazioni false, deliberatamente diffuse da industrie dei combustibili fossili, partiti politici e apparati statali, hanno rallentato, confuso e in molti casi sabotato le risposte alla crisi climatica. La catastrofe avanza anche perché viene raccontata male, o non viene raccontata affatto.

L’informazione come strumento di sabotaggio

La disinformazione oggi non si limita a negare il cambiamento climatico, ma cerca di screditare ogni tentativo di affrontarlo. L’IPIE mostra come la nuova frontiera dell’inganno sia quella che colpisce le soluzioni: l’energia rinnovabile viene accusata di causare blackout, le politiche ambientali vengono descritte come minacce per la sovranità, gli scienziati vengono ridotti a comparse in un dibattito ideologico. Questo slittamento semantico, secondo il rapporto, è l’effetto diretto di una strategia comunicativa sistematica, finanziata da aziende con un interesse economico diretto a ritardare la transizione ecologica. Non si tratta più di negare l’evidenza, ma di renderla politicamente inoperante.

Una parte consistente di questa operazione avviene nel sottobosco digitale. I ricercatori documentano un uso massiccio di bot, troll e reti di account coordinati che amplificano contenuti falsi, costruendo camere dell’eco dove la propaganda si traveste da opinione. Ma il problema non si limita ai social: anche canali televisivi, giornali e agenzie di comunicazione sono coinvolti nel diffondere narrazioni fuorvianti. Il greenwashing – la pratica di presentare come sostenibili attività che non lo sono – è ormai parte integrante della comunicazione aziendale di molte multinazionali del settore energetico, alimentare, turistico e tecnologico.

I bersagli: politica, scienza e cittadini

La crisi dell’integrità informativa, scrive il rapporto, ha effetti misurabili. I cittadini confusi non sanno più distinguere tra fatti e opinioni. I decisori politici diventano oggetto di campagne mirate che ne ostacolano l’azione. Gli scienziati vengono delegittimati non per gli errori – che la scienza sa correggere – ma perché mettono in discussione un sistema di interessi consolidati. Negli Stati Uniti, gran parte della disinformazione proviene da figure pubbliche legate all’industria fossile o a think tank conservatori. In Europa, partiti come AfD, Vox e Rassemblement National rifiutano apertamente la scienza del clima, brandendo l’ideologia nazionalista contro qualsiasi forma di cooperazione ambientale.

Questa dinamica ha effetti sistemici. Le parole pesano più delle leggi quando riescono a svuotarle di significato. La distorsione delle informazioni produce sfiducia, e la sfiducia genera stallo. Il risultato è una democrazia ambientale paralizzata.

Un problema globale, una risposta ancora debole

L’ONU ha lanciato una Global Initiative for Information Integrity on Climate Change, ma il divario tra Nord e Sud del mondo resta profondo anche sul piano della ricerca: dei trecento studi analizzati, solo uno riguarda l’Africa. La relatrice speciale ONU Elisa Morgera ha proposto di criminalizzare il greenwashing e le campagne di disinformazione, mentre il segretario Guterres ha chiesto di vietare la pubblicità per le aziende fossili. Ma le resistenze sono forti, e i responsabili restano perlopiù impuniti.

L’IPIE indica alcune linee di intervento: maggiore regolamentazione dei contenuti digitali, obblighi di trasparenza per le imprese, educazione diffusa sulla scienza del clima. Ma il tempo stringe. Come ricorda il rapporto, restano cinque anni per dimezzare le emissioni. Senza un’informazione libera, verificata e accessibile, non ci sarà possibilità di riuscirci. Perché la catastrofe climatica non avanza da sola: viene accompagnata, ogni giorno, da parole che la giustificano.

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Deportazione per asfissia: il piano israeliano metro dopo metro

Nel lessico militare israeliano, la parola “evacuazione” è diventata un eufemismo per deportazione forzata. Ogni comunicato dell’Idf inizia con lo stesso refrain ipocrita: “Per la vostra sicurezza”. Poi segue la mappa, aggiornata in rosso. Ma quelle aree non tornano mai bianche. Gaza si restringe ogni giorno, e due milioni di persone sono stipate nel 18% del territorio. Le altre zone sono morte civile, marchiate come bersagli.

Nel fango di Muwasi o tra le rovine di Gaza City si vive senza spazio, senza acqua, senza pudore. C’è chi dorme tra i rifiuti, chi accende fuochi bruciando plastica, chi ha un solo gabinetto per 200 persone. Le donne smettono di bere per non dover urinare, evitano di partorire, smettono di allattare. Non è sopravvivenza, è umiliazione sistematica.

Le Nazioni Unite parlano di emergenza sanitaria. Le testimonianze parlano di dignità ridotta in briciole. “Non tolgo mai il velo, nemmeno per dormire”, dice una donna, “è l’unica cosa che mi resta”. I bambini crescono senza scuola, coperti di punture, bruciati da acqua bollente o dal fuoco. Il sole cuoce le tende. Le zanzare escono di notte, le bombe anche.

Non è la “guerra al terrorismo”. È la guerra alla vita. Un assedio che scava nella pelle, nei corpi, nella psiche. E l’Occidente guarda altrove, ancora una volta. Aspetta una tregua che servirà solo a ridisegnare meglio il prossimo inferno.

Questo è il piano: svuotare Gaza centimetro per centimetro, fino a che nessuno possa più chiamarla casa. Senza sparare un colpo. Basta stringere il recinto. E poi fingere che non stia succedendo niente.

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Affonda la direttiva anti-truffa ecologica. E l’Europa perde la faccia

Il 20 giugno 2025 la Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di ritirare la direttiva sui “green claims”, cioè le dichiarazioni ambientali con cui le aziende millantano sostenibilità. Doveva essere la norma cardine per stanare il greenwashing e rendere verificabili le affermazioni ecologiche. Era a un passo dall’approvazione definitiva. Ma a Bruxelles è bastata una lettera del Partito Popolare Europeo per rovesciare il tavolo e provocare quello che perfino i portavoce della Commissione chiamano oggi un “gran casino”.

L’annuncio – affidato con improvvisazione a un portavoce e non a un atto ufficiale – ha colto di sorpresa Parlamento e Consiglio, pronti al trilogo finale. A detta della Commissione, la norma rischiava di includere “30 milioni di microimprese”, creando oneri eccessivi. Ma la giustificazione non regge: il testo prevedeva già esenzioni, e i negoziati su questi dettagli non erano ancora nemmeno cominciati.

Il cuore della norma

La direttiva sui green claims avrebbe vietato dichiarazioni come “100% green”, “eco” o “a impatto zero” senza solide prove scientifiche. Ogni affermazione ambientale sarebbe stata sottoposta a verifica indipendente prima della pubblicazione. Nessuna autocertificazione, nessun bollino inventato, nessuna neutralità climatica di facciata basata solo sulla compensazione delle emissioni. Era un cambio di paradigma: passare dal marketing all’obbligo di verità, dal far west alla trasparenza.

Secondo uno studio Ue del 2020, il 53% delle affermazioni ecologiche era fuorviante o infondata. Il 40% era privo di qualunque prova. Le aziende virtuose, che investono davvero in sostenibilità, sono penalizzate da chi si limita a comprare crediti di carbonio o a inventare etichette. La direttiva avrebbe creato un mercato equo. Non è passata.

Chi ha vinto davvero

Dietro le quinte, il fronte del ritiro era composto da Ppe, Ecr e Pfi, ma soprattutto da una costellazione di lobby industriali. Gli argomenti erano sempre gli stessi: costi, burocrazia, minaccia alla competitività. La narrazione si è spostata dal diritto dei consumatori alla difesa delle imprese. Ma non di tutte: solo di quelle che hanno da perdere da un sistema regolato.

Non è un caso che tra i più accesi sostenitori del ritiro ci sia Andreas Schwab (Cdu, Ppe), che ha rivendicato la mossa come “iniziativa del gruppo Ppe”. Una forzatura politica che ha aggirato il Parlamento per colpire una direttiva simbolica del Green Deal.

Una crisi di sistema

La reazione dei gruppi Renew, S&D e Verdi è stata durissima. Il relatore Sandro Gozi ha parlato apertamente di “tradimento del mandato europeo” e di “Commissione trasformata in esecutore politico del Ppe e dell’estrema destra”. La presidente dei liberali Valérie Hayer ha denunciato “una crisi istituzionale senza precedenti”. E le conseguenze potrebbero andare ben oltre la direttiva: a rischio c’è la tenuta dell’intera coalizione che sostiene Ursula von der Leyen.

Sullo sfondo, infatti, c’è il vero nodo: la politicizzazione della Commissione. La sua Presidente e il Commissario all’Ambiente appartengono entrambe al Ppe. Ritirare una direttiva per obbedire al proprio partito e non agli equilibri tra istituzioni è una frattura del mandato europeo. Non è semplificazione: è una resa di sovranità istituzionale.

Il vuoto che resta

Il Green Deal perde un altro pezzo. La direttiva Green Claims era complementare a quella sulle pratiche commerciali sleali (Ecgt) e al sistema del Product Environmental Footprint. Senza di lei, l’architettura Ue contro il greenwashing crolla: niente più regole chiare, niente più controlli preventivi, niente più sanzioni. Si torna a un mercato dove chi grida più verde vince. Anche se mente.

E nel frattempo, chi davvero investe in sostenibilità rischia di restare zitto per paura di esporsi: è il “green hushing”, l’effetto contrario alla trasparenza. Così, tra silenzi pilotati e dichiarazioni inventate, la transizione ecologica si trasforma in marketing. E l’Europa perde credibilità proprio mentre il mondo ha più bisogno di regole e verità.

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Occidente tossico: il terrore come metodo, dio come alibi

Poiché la guerra, come la violenza, è l’ultimo rifugio degli incapaci, solo alcuni avventati ministri e qualche giornalista supponente potevano davvero credere che Donald Trump potesse essere un presidente che avrebbe portato pace nel mondo. Se a questo si aggiunge la storica inclinazione degli Usa nel considerare le bombe e i conflitti come accettabili strumenti geopolitici, la miscela esplosiva è completa.

Del resto, il presidente israeliano Netanyahu e il presidente Usa hanno molti caratteri in comune. Entrambi considerano le bombe la via più facile per mantenere saldo il proprio potere, confidando nel terrore come bromuro per gli oppositori. Entrambi maneggiano con molta disinvoltura dio, ritenendosi i suoi migliori alleati, i suoi consiglieri e usandolo come clava contro i nemici. Entrambi vivono con molto fastidio il diritto internazionale e, nella solitudine della loro camerata, si domandano stizziti come possa esistere una legge superiore a quello che sono, che vogliono, che decidono. Entrambi sono alfieri dell’occidentalismo più bieco, quello che guarda di sottecchi il resto del mondo, considerandolo appartenente a un’umanità minore.

Che tutte queste caratteristiche corrispondano ai profili dei peggiori criminali della storia non è un caso. Anzi, quello avrebbe potuto essere un monito, ma la storia – insieme alla geografia, alla letteratura, alla cultura in generale – è anch’essa nemica giurata, perché non si può governare. Ci penserà lei – almeno lei – a condannarli come meritano.

Buon lunedì.

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Se Dio c’è, è steso per terra, accanto ai sacchi di farina

A Gaza si muore così: con le braccia alzate verso un sacco di farina, colpiti alla testa, al petto. Almeno 474 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo. Sparati, dilaniati, lasciati nelle “zone di distribuzione”, che la Croce Rossa chiama “zone della morte”. È tutto documentato: numeri, feriti, testimonianze. Non è un incidente. È un metodo. La Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele e Stati Uniti, ha sostituito l’UNRWA e piazza i punti di raccolta là dove si spara, dove passano i carri armati, dove si bombarda. Si chiama “aiuto”, ma è una trappola.

Nel frattempo, Trump ha deciso di farsi valere. Ha ordinato il bombardamento dei siti nucleari iraniani, con i B-2 partiti dal Missouri che hanno sorvolato Israele. L’operazione si chiama “Midnight Hammer”: un nome da videogioco per un’azione reale. Tre impianti colpiti, migliaia di vite appese a un filo, la diplomazia calpestata. Sono stati gli Stati Uniti a farlo, ma con la regia di Tel Aviv. Netanyahu comanda, Trump esegue. E mentre il mondo guarda all’Iran, a Gaza si continua a morire nel silenzio. I colpi arrivano anche lì. I corpi si contano anche lì. Le urla si sentono solo se si vuole ascoltarle.

Il Papa all’Angelus ha parlato di “grido di umanità che invoca la pace” e ha avvertito: “Non esistono conflitti lontani”. Ma Trump e Netanyahu, invece di ascoltare, si aggrappano a Dio per giustificare il sangue. Lo usano, lo sventolano, lo invocano. Uno dice “God bless America”, l’altro parla di “terra promessa”. Se Dio c’è, non è con loro. Se Dio c’è, è steso per terra, accanto ai sacchi di farina.

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Trump si fa trascinare in guerra da Netanyahu

Donald Trump aveva promesso che con lui l’America non avrebbe più combattuto guerre inutili. “L’uomo della pace”, così si faceva chiamare: il negoziatore, il presidente che aveva disertato i conflitti altrui. Ma le immagini arrivate dalla Situation Room questa notte raccontano altro: Trump, cappellino rosso «Make America Great Again» in testa, osserva impassibile il monitor che trasmette in tempo reale i bombardamenti americani contro l’Iran. “Distrutti tre siti nucleari: Fordow, Natanz e Esfahan. Uno straordinario successo militare”, ha esultato poche ore dopo.

Mentre Trump si celebrava, Tel Aviv e Gerusalemme venivano colpite dai missili iraniani. Due edifici sventrati, decine di feriti, e la promessa dei Pasdaran: “Le basi americane in Medio Oriente saranno ridotte in cenere”. Gli Houthi dichiaravano finito il cessate il fuoco. La regione già martoriata dalla guerra a Gaza ora brucia su più fronti.

L’America si accoda. L’operazione è israeliana

I raid statunitensi arrivano a una settimana dall’operazione “Rising Lion”, lanciata da Israele: un’operazione militare su vasta scala che ha visto l’aviazione israeliana colpire obiettivi strategici sul suolo iraniano, tra cui strutture nucleari, centri radar e basi militari. Un attacco unilaterale, spacciato per difesa preventiva, che ha provocato centinaia di vittime e ha decapitato parte dell’apparato di sicurezza iraniano.

Con l’attacco statunitense del 22 giugno, Washington smette di fingersi spettatrice. Trump ha scelto di allinearsi apertamente alla strategia di escalation di Netanyahu, rivendicando la piena “coordinazione operativa” tra le forze americane e israeliane. E lo ha fatto senza passare dal Congresso, senza coinvolgere la diplomazia, con la consueta teatralità da reality: diretta social, cappellino da campagna elettorale, e foto ufficiali dalla Situation Room pubblicate come trofei.

Il bullo del Medio Oriente ha trovato compagnia

La diplomazia, già agonizzante, è stata completamente schiacciata. “Una grave violazione della Carta ONU”, denuncia Teheran. “Conseguenze eterne”, minacciano i suoi vertici. Ma a Washington l’aria è da vittoria. Il presidente israeliano Herzog applaude: “La campagna non è finita”. Il premier britannico Starmer giustifica: “Gli Usa hanno attenuato la minaccia nucleare”.

Trump ha lanciato i bombardieri B-2 dal Missouri. Ma ha fatto molto di più: ha trasformato un conflitto bilaterale in una guerra sistemica, in cui ogni alleato sarà trascinato, volente o nolente. I canali diplomatici si chiudono, mentre aerei e droni prendono il posto dei negoziati.

L’eredità indelebile dell’uomo “di pace”

Cinque presidenti americani hanno valutato se colpire l’Iran. Solo uno lo ha fatto: Donald Trump. Il pacificatore si è tolto la maschera. La sua firma ora è impressa su un’azione che rischia di incendiare un’intera regione. “Ora la scelta è dell’Iran”, ha detto dopo i bombardamenti, “e se sbaglieranno, continueremo ad attaccare”.

L’ONU è paralizzata, i civili pagano. E intanto, sulle piattaforme social, Trump raccoglie consensi e rilancia la sua campagna di consenso. Le bombe servono anche a quello. Perché, quando il potere scarseggia, la guerra torna sempre utile.

E se l’Iran non cede? Se gli Houthi, Hezbollah, le milizie irachene, risponderanno davvero? L’America sarà pronta a pagare il prezzo? O, come sempre, toccherà agli altri – ai civili senza nome, ai Paesi confinanti, alle città già sventrate – rimediare all’arroganza di chi gioca a fare Dio da uno schermo nella Situation Room?

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Campo santo: perché l’allarme glifosato resta inascoltato – Lettera43

L’esposizione all’erbicida, anche nelle dosi consentite dalla legge, è cancerogeno. Lo evidenzia un nuovo studio dell’Istituto Ramazzini. Eppure le Agenzie Ue e Usa continuano a ignorarlo. Preferendo basarsi su ricerche condotte dall’industria. Siamo allo scontro tra diritto alla salute e interessi agroindustriali. Che ne dice il ministro Lollobrigida?

Campo santo: perché l’allarme glifosato resta inascoltato

Il glifosato è l’erbicida più utilizzato al mondo. Legalmente impiegato in agricoltura intensiva in tutta l’Unione Europea e negli Stati Uniti, è presente nei campi, nei cibi, nell’acqua. E secondo il più grande studio tossicologico mai condotto, è cancerogeno anche alle dosi considerate sicure. È quanto emerge dal Global Glyphosate Study, coordinato dall’Istituto Ramazzini e pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health. Lo studio dimostra che l’esposizione cronica al glifosato, anche ai livelli stabiliti come «non pericolosi» dai regolatori, provoca tumori in numerosi organi e porta a decessi precoci, in particolare per leucemia.

Campo santo: perché l'allarme glifosato resta inascoltato
Il glifosato è l’erbicida più usato al mondo (Ansa).

Anche a dosi considerate ‘accettabili’ il glifosato si è rivelato cancerogeno

La ricerca ha coinvolto oltre 1.000 ratti Sprague-Dawley, esposti al glifosato e a due formulazioni commerciali (Roundup Bioflow e RangerPro) a dosi di 0,5, 5 e 50 mg/kg al giorno per due anni, a partire dalla fase prenatale. I dosaggi non sono casuali: 0,5 mg/kg corrisponde alla dose giornaliera ammissibile (Dga) fissata dall’Ue; 50 mg/kg è il livello senza effetti avversi osservabili (Noale). In altre parole, si tratta delle soglie su cui si basa la nostra normativa. I risultati sono devastanti: aumento significativo di tumori multipli (leucemie, tumori epatici, tiroidei, al sistema nervoso, alle ovaie, alle ghiandole endocrine, alle ossa). Molti di questi tumori sono rari nei ratti utilizzati e ancora più significativi per questo. Il 40 per cento dei decessi per leucemia è avvenuto entro il primo anno di vita, un’età comparabile a 35-40 anni negli esseri umani. Il glifosato non solo provoca tumori, ma lo fa precocemente. Secondo Daniele Mandrioli, direttore del Centro di ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini, «l’insorgenza giovanile e la mortalità precoce per tumori maligni rari sono un segnale inequivocabile». Alcuni gruppi hanno registrato decessi medi a 62 settimane di vita, contro le 118 dei controlli. Leucemie e carcinomi epatici sono i più precoci. E ciò che rende ancora più allarmante il dato è che l’effetto è dose-dipendente, ma presente già al livello più basso, quello legalmente tollerato.

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Una protesta contro l’uso del glifosato (Ansa).

Lo studio ha incluso non solo la sostanza pure ma anche le sue formulazioni commerciali

Il glifosato testato in purezza è già cancerogeno. Ma lo studio ha incluso anche le formulazioni commerciali, quelle vendute nei supermercati e utilizzate nei campi. Roundup e RangerPro contengono coformulanti – surfattanti, adiuvanti – che amplificano la tossicità. Alcuni tumori, come i tricoepiteliomi o i carcinomi del rene, sono comparsi solo nei gruppi trattati con questi formulati, mai con il principio attivo puro. E mai nei controlli storici. Un dato che mina l’intera architettura delle autorizzazioni normative, basate quasi esclusivamente sulla tossicologia del solo glifosato.

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Un campo trattato con il glifosato (Ansa).

Le agenzie europee e americane ignorano il rischio 

Eppure, L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel luglio 2023 ha dichiarato di «non aver individuato aree critiche di preoccupazione». La Commissione Europea ha rinnovato l’autorizzazione per altri 10 anni, fino al 2033. Il glifosato è stato difeso anche dall’Environmental Protection Agency americana (Epa), nonostante la Corte d’Appello del Nono Circuito abbia annullato la valutazione sanitaria dell’agenzia, ordinando una revisione. Bayer, che ha acquisito Monsanto, ha bollato lo studio del Ramazzini come «non affidabile», evitando qualsiasi replica sul merito e concentrandosi sugli attacchi all’istituto. La frattura è epistemologica. Lo studio Ramazzini è stato finanziato da 30 mila cittadini, condotto con protocolli trasparenti e con peer review. Le valutazioni dell’Efsa e dell’Epa si basano per lo più su studi inediti, finanziati dall’industria, condotti secondo linee guida Glp, e giudicano inaffidabili gli studi accademici. Il sistema normativo, a cui è demandata la protezione della salute pubblica, si fonda su evidenze prodotte da chi ha interesse a minimizzare i rischi.

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Il logo Bayer (Ansa).

Il ministro Lollobrigida ascolterà l’appello di Slow Food?

«Chiediamo al governo italiano e alla Commissione europea di vietare subito il glifosato», ha dichiarato Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. È un appello che parte dai dati e approda al conflitto politico più aspro: quello tra diritto alla salute e interessi agroindustriali. Il glifosato continua a essere venduto, utilizzato, diffuso. Ma ora sappiamo che non esistono dosi sicure. Non è più una questione di probabilità. È una questione di responsabilità. Chissà che ne dice il ministro Lollobrigida.

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Francesco Lollobrigida (Ansa).

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Netanyahu devasta Gaza e pensa alle nozze del figlio

Benjamin Netanyahu ha spostato il matrimonio del figlio a causa della guerra, e ne ha parlato pubblicamente con toni da sacrificio personale: “È un costo per tutta la mia famiglia”, ha detto all’ospedale Soroka, colpito da un missile iraniano. Ha evocato il Blitz su Londra e il dolore di un padre costretto a rinunciare a un evento gioioso. Ma l’indignazione non è esplosa per il rinvio del ricevimento: è esplosa perché mentre Gaza è devastata, mentre il 94% degli ospedali palestinesi è stato distrutto da Israele, Netanyahu pretendeva compassione per il proprio disagio familiare.

Lo stesso premier che ha definito “atto terroristico” il colpo iraniano sull’ospedale israeliano – un singolo missile con feriti ma senza vittime – ha autorizzato una campagna militare che ha raso al suolo strutture sanitarie, ambulanze, reparti neonatali, come attestano l’OMS e l’OHCHR. Israele si indigna quando subisce, ma rivendica “necessità militare” quando bombarda. È l’architettura retorica del doppio standard: il diritto internazionale vale solo se protegge se stessi, non se accusa.

Così, mentre l’esercito israeliano è accusato da AP e Haaretz di usare “scudi umani” palestinesi in modo sistematico – la cosiddetta “procedura zanzara” – Tel Aviv continua ad accusare Hamas di fare lo stesso, giustificando i propri crimini. Il diritto, la morale, persino la sofferenza diventano strumenti da impugnare solo se servono a rafforzare una narrativa. Ed è questa manipolazione sistematica che mina ogni pretesa di legittimità. Ma a Gaza non ci sono matrimoni da rimandare: ci sono bambini da seppellire e ospedali da scavare sotto le macerie.

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Disarmo uguale giustizia: a Roma due cortei per la pace

Domani, sabato 21 giugno, Roma sarà attraversata da una mobilitazione nazionale per la pace, promossa da oltre 440 sigle della società civile, sindacati, partiti e movimenti. La manifestazione, intitolata “Stop Rearm Europe – No guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo”, si articolerà in due cortei distinti: uno partirà da Porta San Paolo, l’altro da Piazza Vittorio. Entrambi si muoveranno dalle ore 14, con percorsi e piattaforme differenziate, ma un obiettivo comune: fermare la corsa europea al riarmo e riaffermare la centralità della pace.

“Stop Rearm Europe”: contro le spese militari, per i diritti sociali

Il corteo principale, promosso dalla piattaforma “Stop Rearm Europe”, rappresenta la componente più ampia e trasversale della mobilitazione. Vi aderiscono CGIL, ARCI, ANPI, Rete Italiana Pace e Disarmo, Pax Christi, Emergency, Greenpeace, Fondazione PerugiAssisi, oltre a partiti come Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. La partenza è fissata per le 14:00 da Porta San Paolo; l’arrivo al Colosseo sarà accompagnato da un flash mob simbolico: un “die-in” di massa, con lenzuola bianche e i suoni registrati delle bombe su Gaza.

La piattaforma “Stop Rearm Europe” si oppone frontalmente al piano europeo di spesa militare da 800 miliardi in quattro anni, considerato una minaccia per il welfare e la coesione sociale. Le parole d’ordine sono chiare: “rubano il futuro ai cittadini per investirlo in guerra”. Si chiede di reindirizzare le risorse verso la sanità, la scuola, la transizione ecologica, la giustizia sociale e climatica. La proposta è quella di una “sicurezza reale”, fondata sui diritti e sulla cooperazione, non sulla deterrenza armata. Il motto evocato è quello di Sandro Pertini: “Svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai”.

“Disarmiamoli”: no alla NATO, no al sistema guerra

Il secondo corteo, con partenza da Piazza Vittorio, è promosso dalla piattaforma “Disarmiamoli” e da organizzazioni come Potere al Popolo, USB, Rete dei Comunisti e sindacati di base. Questo spezzone porta una lettura strutturale della guerra: non solo contro l’aumento della spesa militare, ma contro le sue radici sistemiche, individuate nel capitalismo, nell’imperialismo e nell’Alleanza Atlantica. Lo slogan è esplicito: “Dire no al riarmo è dire no alla NATO”.

In questa visione, il riarmo è parte di un progetto politico globale che lega la militarizzazione esterna alla repressione interna. Vengono citati il Decreto Sicurezza e il crescente controllo sociale come espressione del “regime di guerra”. La protesta si salda alla vertenza sociale: “Abbassate le armi, alzate i salari”, recita lo slogan dello sciopero generale indetto da USB il 20 giugno. Le aziende del comparto bellico, come Leonardo S.p.A., sono accusate di fare profitti sulla morte e di contribuire, anche con fondi pubblici, al massacro a Gaza.

Le voci politiche: chi scende in piazza

La mobilitazione coinvolge anche il fronte politico. Il Movimento 5 Stelle partecipa al corteo di “Stop Rearm Europe”, sottolineando la necessità di investire nei servizi pubblici anziché negli armamenti. Il presidente Giuseppe Conte ha dichiarato: “Non si può parlare di pace e tagliare il reddito a chi vive in povertà, mentre si spendono miliardi in armi”.

Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha confermato la presenza. Il deputato Angelo Bonelli ha attaccato il piano europeo da 800 miliardi: “Ogni euro speso in armi è un euro tolto alla sanità, all’istruzione, alla lotta alla povertà. Questa corsa ci porta verso il baratro”.

Potere al Popolo, invece, guida il corteo di “Disarmiamoli”, con una linea esplicitamente anti-NATO e anti-imperialista. I portavoce Marta Collot e Giuliano Granato denunciano il “genocidio in corso” in Palestina e la complicità italiana, anche economica, nel sostenerlo. Presenti anche la Rete dei Comunisti, il PCI e i centri sociali.

Più defilata appare la posizione del Partito Democratico, che non ha annunciato una partecipazione ufficiale. Dopo la manifestazione per Gaza del giugno scorso, l’assenza odierna segnala l’ambiguità del PD sulle politiche di riarmo e sull’atlantismo.

La Chiesa, Gaza e la dimensione simbolica

Accanto ai movimenti pacifisti, si fa sentire anche la voce del mondo cattolico. Il cardinal Zuppi, presidente della CEI, ha ribadito l’opposizione della Chiesa alla corsa agli armamenti e ha espresso preoccupazione per le politiche europee. L’iniziativa “Donna vita libertà”, promossa dalle donne iraniane in esilio, aderisce con lo slogan: “La guerra di Israele contro l’Iran non è nel mio nome”.

Al centro dell’intera mobilitazione c’è il dramma di Gaza. Le accuse di “genocidio” rivolte al governo israeliano sono presenti in entrambi i cortei. La protesta romana coincide con una fase cruciale: la Corte Internazionale di Giustizia ha confermato la “plausibilità del rischio genocidio”, mentre l’Italia continua a votare contro la sospensione degli accordi commerciali UE con Israele.

Una giornata decisiva

La manifestazione del 21 giugno non è un episodio isolato. Si inserisce in una settimana europea di mobilitazione che culminerà con il vertice NATO all’Aja, dove si discuteranno nuovi obiettivi di spesa fino al 5% del PIL. Secondo i promotori, si tratta di una svolta storica: se la politica continua a seguire la logica del riarmo, la società civile ha il dovere di indicare una strada alternativa. Per questo, domani, due cortei attraverseranno Roma. Entrambi chiamano la stessa cosa: pace, giustizia, disarmo.

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La prima vera vittima è la verità

C’è una guerra che si combatte a colpi di propaganda. Spesso vestita da “linee guida” o “obiettivi condivisi”. Propaganda che serve a giustificare l’insostenibile, a far sembrare dovuto ciò che è già eccesso. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Milex demolisce una delle narrazioni più durevoli della retorica bellicista: quella che vorrebbe l’Italia inadempiente nella contribuzione Nato. È il contrario. Siamo tra i primi.

Secondo il nuovo Burdensharing Index, che tiene conto della capacità reale di ogni Paese di contribuire alla sicurezza globale (non solo del Pil), l’Italia è il primo alleato Nato dopo Stati Uniti e Giappone. Il nostro indice di contribuzione assoluta è 4,75, superiore a Francia, Regno Unito, Germania e Olanda. Se poi si considera la nostra capacità economica, risultiamo il settimo contributore Nato, con un Burdensharing Ratio di 1,12. Tradotto: stiamo già dando più di quanto le nostre possibilità giustificherebbero.

Eppure si insiste nel raccontare un’Italia “in ritardo”, da redimere con un salto al 5% del Pil in spese militari. Una forzatura che richiederebbe, secondo Milex, oltre 400 miliardi aggiuntivi in un decennio. Intanto la Banca Europea degli Investimenti finanzia con 540 milioni una base militare in Lituania, mentre Ursula von der Leyen legittima l’esclusione del Parlamento europeo dalle decisioni sul riarmo con la scusa della “sfida esistenziale”. Il tutto mentre la Spagna prende le distanze, definendo “irrazionale” il nuovo target della Nato e “incompatibile col nostro welfare”. Appunto.

In questo quadro, il dibattito democratico viene trattato come un intralcio. I vincoli di bilancio spariscono solo per i carri armati. Le clausole di emergenza diventano la regola. Gli investimenti diventano spese solo quando riguardano la sanità, non la difesa. La guerra, per tornare accettabile, ha bisogno di sembrare naturale. E naturale, oggi, è solo il diritto a non crederci più.

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