Vai al contenuto

Non è un caso Paragon. È un caso Italia

Quindi anche Roberto D’Agostino, anima del sito Dagospia, è stato spiato con il Graphite, il software che l’azienda Paragon Solutions vende solo ai governi e ai loro apparati di intelligence. Con Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino – di Fanpage – D’Agostino è il terzo giornalista ad essere stato avvisato di avere il telefono infettato. Nel suo caso è stata Apple a chiedergli di spedire il telefono per ulteriori controlli a un laboratorio statunitense.

Quando si tratta di spioni, di spiati e di servizi, il gioco dei governi consiste nel rendere complicato anche ciò che è lapalissiano. Giorgia Meloni, per ora, ritiene inutile proferire una sola parola sull’argomento, come se avere giornalisti spiati fosse un incidente normale in una democrazia. Qualche commentatore vorrebbe rivendere la questione come una sgrammaticatura non grave, il grillo di governo Italo Bocchino ha bisbigliato che «anche altri governi spiavano i giornalisti».

Eppure Paragon Solutions, anche ieri, ha ribadito di aver interrotto i rapporti con il governo italiano “a seguito del sospetto di un uso improprio che andava oltre le condizioni d’uso definite nell’accordo con l’azienda”, ricordando che è a disposizione per scoprire (o forse semplicemente svelare) chi siano gli spioni.

Il “caso Paragon” non esiste. Esiste, per ora, una compatta omertà di governo, di maggioranza, e di pezzi dell’opposizione che aspettano che la polvere si posi e che tutto passi. Non farlo passare è l’imperativo di ciascuno di noi. Anche se lo scandalo dovesse scoperchiare qualche malefatta di coloro che si considerano amici.

Buon venerdì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Vent’anni di disastri non sono bastati. Usa e Israele vogliono l’escalation anche in Iran

Una bomba nucleare come quella sganciata su Hiroshima nel 1945 sprigiona circa 15 chilotoni di TNT. Una bomba convenzionale da 2.000 libbre – la più usata da Israele e Stati Uniti – ha una potenza esplosiva di appena 0,0009 chilotoni. Ma se se ne sganciano 15.000, 25.000, 40.000, il risultato cambia. È questa la provocazione: per produrre devastazione atomica, al netto delle radiazioni, non serve una bomba atomica. Bastano quantità sufficienti, ripetute, tollerate e spesso ignorate. Basta una guerra continua, con le regole piegate e le parole corrette. In vent’anni, Israele e Stati Uniti hanno causato – per tonnellaggio, impatto e vittime – una distruzione paragonabile a dodici Hiroshima. Senza mai usare il nucleare.

Le bombe che non fanno notizia

Negli ultimi due decenni Israele ha impiegato una potenza esplosiva convenzionale pari a 85 chilotoni di TNT: oltre cinque “equivalenti Hiroshima”. Gli Stati Uniti ne hanno impiegati 112: circa sette bombe nucleari per potenza. I teatri sono noti, anche se sempre meno raccontati: Gaza, Libano, Siria per Israele; Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen, Libia, Somalia e Pakistan per Washington.

Non è solo una questione di numeri. È una questione di sguardo. Quando una bomba nucleare esplode, la memoria storica si attiva, il mondo osserva, le diplomazie si muovono. Quando 20.000 bombe da 2.000 libbre piovono su una striscia di terra come Gaza in meno di un anno, con effetti paragonabili, il rischio è che tutto passi come “difesa proporzionata”.

Gli Stati Uniti e la potenza normalizzata

In Afghanistan, la campagna aerea ha impiegato decine di migliaia di bombe in vent’anni. In Iraq, le missioni iniziate nel 2003 sono continuate per anni con una media di oltre 3.000 bombe all’anno. La sola operazione contro l’ISIS in Siria e Iraq – dal 2014 al 2019 – ha impiegato oltre 100.000 munizioni. Nella sola battaglia di Mosul (2017), la potenza esplosiva liberata supera quella di una testata nucleare. La battaglia di Raqqa, descritta da Amnesty International come “la più distruttiva dell’era moderna”, ha causato migliaia di vittime civili, colpite da una raffica di attacchi definiti imprecisi, frettolosi e indiscriminati.

Il Costs of War Project della Brown University stima che le guerre statunitensi post-11 settembre abbiano causato oltre 387.000 morti civili. Ma è una cifra che raramente fa notizia.

Israele: potenza concentrata in un luogo solo

La guerra del 2023–2025 a Gaza ha segnato una svolta. Secondo Euro-Med Human Rights Monitor, Israele ha sganciato oltre 70.000 tonnellate di esplosivi in meno di 18 mesi: l’equivalente di cinque Hiroshima. Il 69% degli edifici è stato danneggiato o distrutto. Oltre 70.000 morti stimati da fonti indipendenti e confermati dallo studio The Lancet. La Corte Penale Internazionale ha aperto procedimenti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Ma anche prima di questa guerra, Israele aveva già colpito Gaza con operazioni a cadenza quasi regolare: Piombo Fuso (2008-2009), Margine Protettivo (2014), Guardia alle Mura (2021). In tutti i casi, l’uso di bombe da 2.000 libbre – tra le più distruttive – è stato documentato da osservatori internazionali. In molti casi, le bombe sono cadute in aree densamente popolate: scuole, mercati, ospedali.

La forza dell’ipocrisia

Ciò che rende questa contabilità ancora più insopportabile è il doppio standard con cui viene gestita. Mentre Stati Uniti e Israele usano bombe convenzionali per devastare interi territori, spesso con impunità garantita, denunciano la possibilità che un altro Stato – l’Iran – possa un giorno possedere un’arma atomica. Ma un’atomica, da sola, è solo un simbolo. La devastazione vera la si misura sulla pelle dei civili.

Chi teme la bomba degli altri spesso ha già disseminato la propria. Solo che non fa luce. Fa silenzio.

L’articolo Vent’anni di disastri non sono bastati. Usa e Israele vogliono l’escalation anche in Iran sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Non permettere che Gaza sia uno sfondo

A Gaza, ieri, sono morti altri diciotto palestinesi. Alcuni erano in fila per ricevere aiuti umanitari, altri dormivano in tenda. L’ospedale Al-Quds ha ricevuto oltre 140 corpi in 24 ore e curato 560 feriti. La rete è ancora isolata nel sud della Striscia per il secondo giorno consecutivo, colpita da un raid mirato all’infrastruttura. Queste notizie, che fino a una settimana fa avrebbero spalancato aperture e indignazione, ora faticano a guadagnare spazio tra le righe dei dispacci, soffocate dalla nuova centralità iraniana.

La quotidianità dell’orrore a Gaza non è diminuita. È diventata abitudine. E l’abitudine, si sa, è l’anticamera dell’indifferenza. Nel gioco ottuso delle gerarchie geopolitiche, il massacro a Gaza sembra declassato a “danno collaterale prolungato”, persino mentre Israele estende i bombardamenti su Rafah, Khan Younis, Gaza City. Le stesse zone, gli stessi obiettivi civili, gli stessi corpi mutilati nei sacchi di plastica. Il ragazzo che urla disperato accanto al cadavere del padre ucciso in fila per un pacco alimentare, oggi, non fa più notizia.

Il mondo guarda altrove. E così facendo, lo legittima. Legittima la logica per cui una strage, se reiterata abbastanza a lungo, smette di essere una notizia. E diventa routine. Accettare che Gaza resti uno sfondo silenzioso mentre si negozia tra Teheran e Tel Aviv significa accettare che il dolore palestinese valga meno. Gaza non è la scenografia dei potenti del mondo. Gaza non può divenire l’ennesima guerra a bassa intensità mediatica e politica. La normalizzazione dell’orrore è la più subdola delle complicità: quella che si nasconde dietro lo sguardo distolto.

L’articolo Non permettere che Gaza sia uno sfondo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Fiducie parlamentari, nuovo record del governo Meloni: 2,85 voti al mese. Il premierato di fatto esiste già

Dal 2022 a oggi, Giorgia Meloni ha chiesto la fiducia al Parlamento 91 volte. È un record. Nessun altro governo, negli ultimi vent’anni, ha premuto così spesso quel pulsante d’emergenza che, da eccezione costituzionale, si è trasformato in ordinaria amministrazione. I numeri li ha messi in fila Openpolis: Draghi si era fermato a 55 voti di fiducia, il Conte II a 50, Renzi a 68. Ma più che la quantità, è la frequenza a raccontare una mutazione della forma di governo: la presidente del Consiglio pone in media 2,85 questioni di fiducia al mese, più di Draghi (2,68), più di Conte (2,22). Solo il governo Monti, travolto dalla crisi finanziaria del 2011, si era spinto oltre. Con una differenza: non c’era una maggioranza blindata, ma un’emergenza riconosciuta da tutti.

Il Parlamento come formalità

Il ricorso al voto di fiducia è la spia di un metodo. Non si tratta solo di “serrare i ranghi” della maggioranza. È un espediente per tagliare fuori il Parlamento, impedire modifiche ai testi, sterilizzare il dibattito. Dal 2022, il 37% delle leggi approvate sono conversioni di decreti legge, la percentuale più alta dal 1996. Non si discute, si ratifica: se la fiducia viene bocciata, cade il governo.

In questa legislatura, 38 decreti legge sono stati approvati con doppio voto di fiducia, uno alla Camera e uno al Senato. Mai così tanti. In un sistema che dovrebbe essere parlamentare, l’esecutivo ha assunto un ruolo sovrastante, trasformando i rappresentanti eletti in semplici notai del governo. La Costituzione prevede i decreti legge per “casi straordinari di necessità e urgenza”. Ma l’emergenza è finita da tempo, e la prassi è rimasta. Oggi, anche i provvedimenti più controversi — come il “decreto sicurezza” o le norme sull’Albania e sulla cittadinanza — passano per decreto e fiducia.

Un Parlamento ridotto a pubblico

L’effetto non è solo tecnico. È politico. Con i decreti e la fiducia, si riduce il tempo della discussione, si elimina il confronto pubblico, si spengono le voci discordanti. Il cittadino non ha accesso a un dibattito vero, né in Aula né nel Paese. L’uso disinvolto della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia rende opaco il processo legislativo e indebolisce la capacità di vigilanza dell’opinione pubblica.

Anche le leggi ordinarie approvate fuori dalla logica dell’urgenza evitano i temi sensibili. Tra le 85 leggi non riconducibili a decreti, molte sono ratifiche di trattati internazionali, norme tecniche, disposizioni celebrative. Le leggi “pesanti”, quelle che decidono il senso della politica, passano per il governo, non per il Parlamento.

Tutti i presidi sotto attacco

Il vuoto del Parlamento non è un accidente. È parte di una strategia più ampia di concentrazione del potere. È lo stesso riflesso che porta il governo Meloni ad attaccare i magistrati “che parlano troppo”, i giornalisti “faziosi”, la Corte dei Conti che controlla gli investimenti pubblici, l’Ufficio parlamentare di bilancio che segnala i buchi nelle manovre. Ogni voce autonoma, ogni organismo di controllo è percepito come un ostacolo da indebolire. Ogni limite è un fastidio.

Ma sono proprio queste “istituzioni di garanzia” — Parlamento, stampa, giustizia, Corte dei Conti, UPB — a costituire l’ossatura della democrazia costituzionale. Svuotarle, delegittimarle, umiliarle non è solo un abuso di potere. È una riscrittura silenziosa della democrazia.

Nel Paese che dovrebbe imparare dagli anni bui del passato, il potere esecutivo ha imparato a soffocare il dissenso con gli strumenti della legalità formale. Voti la fiducia, chiudi il Parlamento, zittisci chi controlla. È tutto in regola. Ma non tutto è democratico.

L’articolo Fiducie parlamentari, nuovo record del governo Meloni: 2,85 voti al mese. Il premierato di fatto esiste già sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni oscura Zelensky, la nuova strategia comunicativa “a doppio binario” della premier con l’alleato che è meglio non esibire

Al vertice del G7 in Canada, Giorgia Meloni ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo ha dichiarato lei stessa in conferenza stampa, ribadendo il “sostegno del popolo italiano” all’Ucraina. Eppure, tra le foto pubblicate sui suoi canali social – accanto a Donald Trump, Narendra Modi, Keir Starmer e Friedrich Merz – Zelensky non c’era. Ancora una volta.

Non è una svista. È una scelta. E, come dimostra un’analisi puntuale pubblicata da Pagella Politica, si tratta di una costante: Meloni evita sistematicamente di pubblicare sui suoi social personali le immagini con il presidente ucraino, anche quando l’incontro è ufficiale e il sostegno politico ribadito. Le foto, quando ci sono, finiscono nei canali istituzionali – il sito di Palazzo Chigi, al massimo il canale YouTube della Presidenza – ma restano assenti da Instagram e X, le piattaforme più identitarie della comunicazione personale della premier.

Il doppio binario

Ufficialmente, Palazzo Chigi parla di “diversificazione dei canali”: i temi geopolitici sarebbero destinati a X e YouTube. Una spiegazione che vacilla alla prima verifica. Anche su quei canali, le immagini con Zelensky scarseggiano. E allora diventa evidente che ci troviamo di fronte a una strategia più articolata, che Pagella Politica e altre fonti giornalistiche definiscono “comunicazione a doppio binario”.

Da una parte, Meloni garantisce agli alleati internazionali la collocazione atlantista dell’Italia, mostrandosi coerente con le linee Nato e Ue. Dall’altra, mantiene nei suoi canali personali un silenzio che parla chiaro a una parte del suo elettorato, scettico nei confronti di Zelensky e dell’impegno pro-Kiev. È una forma sofisticata di equilibrismo: statista a Bruxelles, leader nazionalista a casa.

Il riflesso dell’elettorato

Secondo i sondaggi citati da YouTrend e Ipsos, Zelensky divide l’opinione pubblica italiana. Il 46% ne ha un’opinione negativa; solo il 41% lo guarda con favore. Tra gli elettori di Fratelli d’Italia, la quota di sostegno all’Ucraina è più alta che tra gli alleati di governo, ma resta attraversata da ambivalenze. Emerge una “stanchezza da guerra” che alimenta il disimpegno emotivo e politico. Per Meloni, evitare l’icona Zelensky sui social personali è un modo per non inasprire questa frattura interna.

Il precedente del maggio 2023 è significativo: in quell’occasione, una foto con Zelensky pubblicata da Meloni scatenò critiche furibonde tra i suoi follower, accusandola di servilismo atlantico e di cedere alla retorica bellicista. Il risultato? Meno like, meno commenti positivi, meno engagement. Una lezione che lo staff della premier ha imparato bene.

Non è solo tattica: è politica

Il silenzio fotografico ha effetti concreti. Durante il G7 del giugno 2025, mentre Macron e Trudeau si facevano ritrarre sorridenti accanto a Zelensky – per ribadire con il linguaggio visivo ciò che le parole non bastano a comunicare – Meloni si asteneva. Ha scelto invece di pubblicare foto con Modi, leader di un Paese che non fa parte del G7, ma che le garantisce un pubblico entusiasta su Instagram, specie tra gli utenti indiani. La selezione dei volti da mostrare non segue criteri diplomatici, ma algoritmi di consenso e fedeltà.

Un’imbarazzata alleanza

Il paradosso è evidente: l’Italia continua a sostenere l’Ucraina anche militarmente, ma la sua leader non si mostra accanto al simbolo internazionale di quella resistenza. Non è un atto di neutralità, è una mossa di prudenza interna. E ha anche una funzione di equilibrio di coalizione. Matteo Salvini, alleato-rivale di Meloni, ha una base storicamente più filorussa e ostile a Zelensky. Esporsi visivamente con il presidente ucraino significherebbe innescare tensioni, che la premier cerca invece di disinnescare silenziando l’immagine, senza toccare la sostanza.

La foto che non c’è

L’assenza delle foto con Zelensky non è una dimenticanza. È il punto di intersezione tra consenso, coalizione e comunicazione. È la negazione pubblica di un impegno che rimane nei dossier, nei voti parlamentari e nei documenti Nato. Un modo per dire sì senza pronunciarlo. Un modo per esserci senza mostrarsi. Giorgia Meloni ha scelto di sostenere l’Ucraina in giacca istituzionale, ma di non portarla nel proprio album personale.

Una strategia di “distanza controllata” che dice molto di più di mille strette di mano.

L’articolo Meloni oscura Zelensky, la nuova strategia comunicativa “a doppio binario” della premier con l’alleato che è meglio non esibire sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Iran senza bomba, editorialisti senza vergogna

Bisogna partire da qui, almeno per riconoscere, in questo caos bellicista, quali siano le voci da prendere sul serio.

“Siamo arrivati alla conclusione di non poter affermare che al momento ci sia stato alcuno sforzo sistematico in Iran per cercare di sviluppare un’arma nucleare.” Lo ha detto ieri a Sky News il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, secondo cui il rapporto presentato nei giorni scorsi – e usato da Israele per giustificare l’attacco contro Teheran – afferma che l’Iran sta arricchendo l’uranio al 60%, unico Paese al mondo a farlo, e che “questo è un elemento di preoccupazione”. Ma, ha aggiunto, “dire che stanno costruendo un’arma nucleare… non abbiamo detto questo”.

Quindi gran parte degli editoriali, degli articoli e dei dibattiti che vi siete sorbiti in questi giorni sono “una cagata pazzesca”, come direbbe Fantozzi. Solo che le cagate pazzesche, in quest’epoca, tirano moltissimo. Costruiscono addirittura stimatissimi opinionisti che verrebbero derisi perfino al bar della bocciofila, eppure imperversano sulle reti e sui giornali più popolari.

Tolto l’alibi della bomba nucleare che non c’è, qualcuno potrebbe dire che Israele attacchi per legittima difesa. Solo che il diritto internazionale è una cosa molto più seria delle simulazioni dei criminali di guerra.

Alla fine, quindi, rimane la vergogna. Non quella degli svalvolati Netanyahu e Trump, che per natura non si vergognano. Rimane la vergogna di coloro che si sono prostituiti come megafoni della propaganda.

Buon giovedì.

Murale raffigurante Khamenei a Kashmar

L’articolo proviene da Left.it qui

Spese militari al 5% del Pil, ecco il conto (salato) della retorica bellica: 400 miliardi in più per fingere potenza

Nel linguaggio dei proclami bellici e delle strette di mano nei vertici Nato si nasconde una cifra che basta da sola a spiegare il peso reale delle promesse italiane: oltre 400 miliardi di euro. È quanto costerebbe in dieci anni, secondo l’ultima analisi di Mil€x – Osservatorio sulle spese militari italiane, l’adeguamento del nostro Paese al nuovo target del 5% del Pil per la spesa militare, ipotesi che potrebbe ricevere luce verde al summit dell’Alleanza atlantica del 23-24 giugno a L’Aja. Un salto che non è solo aritmetico, ma politico, sociale e culturale.

Una corsa a tre cifre

Oggi la spesa italiana per difesa e sicurezza si attesta intorno ai 45 miliardi di euro annui, pari al 2% del Pil (percentuale raggiunta con qualche espediente contabile che ricomprende nella stesso capitolo stipendi e pensioni di corpi come Guardia Costiera e Finanza). Portare la spesa al 5% significherebbe arrivare a 145 miliardi annui entro il 2035. Una progressione che comporterebbe incrementi medi di 10 miliardi ogni anno, per un totale aggiuntivo di 100 miliardi in dieci anni.

Ma l’analisi Mil€x va oltre il dato di flusso annuale. Confrontando il costo complessivo dei prossimi dieci anni con l’attuale trend al 2%, emerge il vero squilibrio: 964 miliardi contro 519, ovvero 445 miliardi in più per sostenere una retorica di riarmo che ha già iniziato a contagiare il dibattito istituzionale.

Crosetto prepara il terreno

Il ministro della Difesa Guido Crosetto non lo nasconde. Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha chiarito che, per raggiungere gli obiettivi futuri della Nato, saranno necessarie “nuove risorse finanziarie”. E le cifre non lasciano margine all’ambiguità: il solo passaggio al 4% del Pil (ipotesi che Meloni e Crosetto porteranno come proposta negoziale) comporterebbe comunque oltre 300 miliardi in più rispetto alla linea attuale. La differenza tra i due scenari (4% o 5%) è una forchetta tra 30 e 40 miliardi l’anno di spesa aggiuntiva, ma entrambe le traiettorie condividono un tratto comune: l’incompatibilità strutturale con qualsiasi seria politica sociale, sanitaria, ambientale o educativa.

Il paradosso del vincolo Nato

La narrazione ufficiale parla di “vincolo Nato”, ma il vincolo – come spesso accade – è più ideologico che giuridico. L’obiettivo del 2%, stabilito nel 2014, era dichiaratamente indicativo e non vincolante. Oggi il salto al 5%, se confermato, sarebbe una decisione volontaria dei Paesi membri. Una scelta. E in quanto tale, politicamente responsabilizzante, perché ogni miliardo speso in carri armati e cybersicurezza è un miliardo sottratto a una scuola, un ospedale, un salario minimo.

Chi ci guadagna

A guadagnarci, è facile intuirlo, sarebbe l’industria bellica, nazionale e internazionale. Già oggi, come documentato da Mil€x, sono in corso programmi di riarmo per 73 miliardi, che alimentano il circuito tra governo, aziende della difesa e apparato militare. Il nuovo target Nato diventerebbe l’occasione per blindare questa filiera nei prossimi decenni. Non si tratta di una corsa difensiva, ma di un modello economico alternativo fondato sulla guerra permanente.

Chi ci rimette

Nel quadro attuale, la decisione di portare la spesa militare al 5% del Pil non è mai stata discussa pubblicamente. Nessun voto in Parlamento, nessuna consultazione popolare, nessuna valutazione d’impatto sociale. È una trattativa gestita nei salotti diplomatici, dove il linguaggio della sicurezza serve a mascherare la rinuncia a ogni altro progetto di futuro. Non si tratta di difendere i confini, ma di ridefinire le priorità del Paese nel silenzio delle istituzioni.

Se l’Italia decidesse davvero di investire 100 miliardi in più per rincorrere l’illusione della deterrenza muscolare, sarà bene ricordare – ogni volta che mancheranno le risorse per un pronto soccorso, un congedo parentale o un treno regionale – che quei soldi non sono spariti. Sono stati scelti. E firmati, a mano armata.

L’articolo Spese militari al 5% del Pil, ecco il conto (salato) della retorica bellica: 400 miliardi in più per fingere potenza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Pacificatore immaginario

Nel maggio 2023, in una delle sue ennesime performance da salotto televisivo, Donald Trump dichiarava: “Se fossi presidente, la guerra in Ucraina la chiuderei in 24 ore”. Lo ripeté più volte, alzando il volume a ogni comizio. Poi, davanti alle prime obiezioni, fece retromarcia: “Era sarcasmo”, disse. E fu solo l’inizio.

Dopo il ritorno alla Casa Bianca, quella promessa si è scontrata con le sue stesse scelte. Anziché smorzare i conflitti, Trump li ha alimentati: con dichiarazioni incendiarie, con manovre che isolano gli alleati, con un uso spregiudicato della minaccia militare come strumento di politica interna.

Ucraina: retorica da paciere, azioni da sabotatore

Nel secondo mandato Trump ha intensificato una linea ambigua: da un lato dichiara che “vuole che smettano di morire tutti”, dall’altro blocca o minaccia di sospendere gli aiuti militari a Kiev, accusa Zelensky di “non voler la pace” e si presenta come mediatore neutrale, dopo aver definito Putin “intelligente” e “strategico”.

La Casa Bianca trumpiana ha trattato l’Ucraina come una variabile negoziabile, mettendo pressioni sul governo di Kyev e legittimando indirettamente le pretese territoriali russe. Altro che neutralità: qui si tratta di logiche transazionali, con il destino di un popolo ridotto a leva elettorale.

Iran: la minaccia permanente

Con l’Iran, Trump ha scelto la linea dura a prescindere da ogni contesto. Evoca “bombardamenti come non si sono mai visti” in caso di mancato accordo nucleare, rilanciando la retorica dell’“obbligo alla resa incondizionata”.

In questi giorni di scontro tra Israele e Teheran, continua a oscillare tra sostegno cieco a Tel Aviv e vaghe promesse di contenimento. Il risultato è stata una crescita esponenziale del rischio bellico, con gli Stati Uniti coinvolti in operazioni militari mirate contro milizie filo-iraniane. A oggi, nessun negoziato è in corso. Solo ultimatum.

Siria: una diplomazia improvvisata

Il 13 maggio 2025, Trump ha annunciato la revoca delle sanzioni economiche alla Siria, su richiesta dell’Arabia Saudita. Nessun dibattito pubblico, nessun passaggio multilaterale. Un’inversione a U improvvisa che ha allarmato anche gli alleati più cauti. La motivazione? Ricostruire rapporti con il nuovo presidente siriano. La conseguenza Instabilità, ulteriore legittimazione di un regime autoritario e nuovi margini di manovra per Teheran nella regione.

Ancora una volta, l’approccio trumpiano si è mostrato fondato sulla convenienza tattica, non su una strategia diplomatica coerente.

Corea del Nord: tregua di facciata, arsenali attivi

Durante l’attuale mandato, Trump ha ripreso i contatti diretti con Kim Jong-un, rilanciando l’illusione di un dialogo personale risolutore. Ma mentre gli incontri bilaterali si accumulano, i test missilistici nordcoreani proseguono indisturbati. La denuclearizzazione non è nemmeno più sul tavolo. La minaccia si è solo normalizzata, mentre l’apparato propagandistico trumpiano rivende ogni telefonata con Pyongyang come “diplomazia efficace”.

Una guerra che parte da casa

Se all’estero Trump agita le armi, in patria ha riaperto le faglie sociali. Nel secondo mandato ha ripreso a definire i manifestanti “teppisti”, ha parlato di “nemici interni” e ha flirtato con gruppi armati e milizie estreme. Le parole contano, e Trump lo sa: ogni comizio diventa una dichiarazione di guerra culturale. La sua è una pace di facciata, fondata sull’idea che il silenzio degli avversari equivalga a concordia.

Nessun conflitto risolto, molti ravvivati

Nel nuovo ciclo presidenziale, Trump non ha portato la pace in nessun teatro di crisi. Ha irrigidito l’Ucraina, infiammato l’Iran, isolato la Siria, vanificato ogni dialogo con la Corea del Nord e raddoppiato la polarizzazione interna. Le sue parole restano in bilico tra minaccia e messinscena. E la “pace in 24 ore” è diventata la più crudele delle provocazioni.

L’articolo Pacificatore immaginario sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Gaza è il nostro test morale. E lo stiamo fallendo.

Mentre le sirene suonano a Teheran e i missili infiammano le prime pagine, Gaza scompare. La crisi umanitaria più grave del XXI secolo — 186.000 morti stimati, tra cui decine di migliaia di bambini — è stata scalzata da una guerra “più leggibile”, tra due Stati sovrani, più comoda da raccontare. L’IDF definisce Gaza “fronte secondario”. I media obbediscono.

Dall’Angelus di Papa Francesco fino all’ONU, Gaza è stata definita un test morale per l’umanità. Non per retorica, ma perché rivela chi siamo quando gli innocenti muoiono e il mondo volta lo sguardo. Lì si misura la bancarotta dell’ordine legale internazionale, il fallimento della responsabilità di proteggere, la complicità diplomatica dei governi. “Il silenzio è complicità”, dice Bassam Saleh.

Nei talk show italiani, Gaza è ormai un’eco. Nei telegiornali, una nota a piè di pagina. Nei quotidiani, la parola “genocidio” è evaporata. C’è addirittura chi ha derubricato il tutto a “conflitto regionale”. Sui social, l’hashtag #Gaza ha ceduto il passo a #Iran, come se la carneficina fosse sospesa, come se il sangue potesse aspettare.

Ma Gaza continua a sanguinare. È un laboratorio di disumanizzazione, dice Ahmad Amara: non solo il più grande carcere a cielo aperto del mondo, ma anche il luogo dove testiamo — e perdiamo — la nostra umanità. Ogni giorno che passa senza indignazione è un giorno in cui la brutalità diventa norma, e la dignità un’eccezione.

Zack Beauchamp ha scritto che Gaza ci pone una domanda semplice: “Credi che sia giusto far soffrire gli innocenti in questo modo?” Se la risposta è no, allora la responsabilità comincia ora. Se la risposta è sì — o se si tace — allora non si è neutrali. Si è perduti.

L’articolo Gaza è il nostro test morale. E lo stiamo fallendo. sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui