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Dal Trentino al Friuli alla Campania, il Centrodestra è una polveriera

Nel centrodestra non esistono più alleanze, ma trincee. Le tensioni tra Lega e Fratelli d’Italia, formalmente unite nella coalizione di governo, sono ormai la colonna sonora di ogni campagna elettorale locale. Le Regioni non sono più roccaforti, ma campi di battaglia in cui si consuma la sfida per la leadership della destra italiana. La miccia è la questione del terzo mandato per i governatori, ma l’esplosione è politica, territoriale, identitaria.

Il terzo mandato come leva di potere

La Lega difende la possibilità di un terzo mandato per i propri presidenti regionali con l’argomento dell’autonomia e della legittimazione popolare. Salvini parla di “buon senso”. Calderoli, ministro per gli Affari Regionali, liquida come “politica” l’eventuale impugnazione della legge trentina voluta per permettere la ricandidatura di Fugatti.

Fratelli d’Italia, al contrario, trasforma il principio del ricambio in bandiera ideologica. Galeazzo Bignami sostiene che “il limite deve valere ovunque”, anche nelle Regioni a statuto speciale. Il governo Meloni, già nel 2024, ha impugnato la legge campana sul terzo mandato per De Luca. Ora si prepara a contestare anche quella trentina, estendendo un principio valido per le Regioni ordinarie anche a quelle autonome. La giurisprudenza come strumento di erosione del potere altrui.

Il caso Trentino: l’autonomia contro il centralismo di partito

La Provincia autonoma di Trento ha approvato una norma (ddl 52) per consentire a Maurizio Fugatti (Lega) un terzo mandato. FdI si è opposta con fermezza, ma due suoi consiglieri hanno votato a favore e poi lasciato il partito. “Abbiamo votato per l’interesse del Trentino”, hanno spiegato. Calderoli e Fugatti rivendicano l’autonomia della provincia. L’Avvocatura dello Stato, su pressione politica, ha predisposto un ricorso. Il governo doveva decidere entro il 19 maggio.

Qui la frattura è verticale: tra Roma e i territori, tra il diritto delle autonomie e la strategia nazionale di accentramento. FdI vuole imporre un principio nazionale per espellere un alleato-rivale da una delle sue roccaforti. La Lega difende l’eccezione locale solo quando le conviene. Il risultato è una guerra a colpi di norme, statuti e interpretazioni giuridiche strumentali.

Friuli-Venezia Giulia: una crisi cercata

Luca Ciriani, ministro FdI, ha accusato la giunta Fedriga di inefficienze sanitarie. Gli assessori della Lega e di Forza Italia hanno rimesso le deleghe. Marco Dreosto (Lega) ha denunciato “ambizioni personali”. Fedriga ha chiesto un incontro con Giorgia Meloni.

Il vero nodo è il futuro del governatore: Fedriga, popolare, potrebbe ambire a un terzo mandato. FdI lo sa e alza la tensione. La crisi, dunque, non nasce da un ospedale in ritardo ma da una regia nazionale che punta a delegittimare il potere leghista in vista del rinnovo. È la logica dell’assedio politico, travestita da dibattito amministrativo.

Veneto: la partita simbolica della successione a Zaia

Luca Zaia è a fine corsa. Per la Lega perdere il Veneto significherebbe perdere il suo ultimo bastione simbolico. Marcato ha detto: “Il prossimo candidato deve essere della Lega”. Fratelli d’Italia non ci sta. Il senatore meloniano Luca De Carlo ha rivendicato la forza del partito in Veneto e chiesto “di scegliere il nome migliore, non la casacca”.

FdI mira al bottino più grosso. La successione a Zaia è la prova del nove. Non è solo questione di poltrone, ma di geografia politica. Se Meloni conquista il Veneto, la Lega smette di essere forza territoriale e diventa una minoranza di governo. Se lo perde, FdI perde il suo slancio espansivo. Il compromesso sembra impossibile.

Campania: coalizione senza guida

In Campania nessuno riesce a imporsi. Il centrodestra litiga sui candidati. Il nome più quotato è quello di Edmondo Cirielli (FdI), ma Forza Italia reclama un ruolo attivo. Il voto disgiunto complica tutto. Ogni ambizione rischia di diventare un boomerang.

Il caos campano è il paradigma dell’alleanza a tre: nessuno vuole cedere, nessuno ha la forza per imporre una linea, e la litigiosità interna diventa il principale elemento di campagna elettorale.

Una coalizione implosa

Dietro la retorica dell’unità, il centrodestra è un’agenda di competizione interna. Fratelli d’Italia impone la sua linea da partito dominante. La Lega cerca di difendere il suo spazio e i suoi uomini. Forza Italia prova a capitalizzare i litigi. Le Regioni sono diventate un’estensione della guerra di logoramento tra Meloni e Salvini.

Il Parlamento è diventato il riflesso delle tensioni regionali. Le Regioni, un terreno di scontro permanente. Le alleanze si sono trasformate in coabitazioni forzate. La Lega tenta resistenze simboliche sull’autonomia, ma l’egemonia è altrove. Fratelli d’Italia non si accontenta di vincere: vuole governare tutto. Anche dove governa qualcun altro.

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Verso i Referendum: salari da fame e lavoro povero, ecco i numeri che smentiscono la propaganda

Nel Paese in cui ogni conferenza stampa del governo inizia vantando un “record di occupati”, c’è un dato che viene sistematicamente nascosto sotto il tappeto: in Italia oggi lavora e resta povero oltre il 10% degli occupati. È la fotografia che emerge con chiarezza dall’articolo di Lorenzo Ruffino pubblicato da Pagella Politica. Una lettura che smentisce, con i numeri, l’autocelebrazione.

Secondo i dati Eurostat, nel 2024 il 10,2% dei lavoratori italiani era a rischio povertà, in aumento rispetto al 9,9% dell’anno precedente. Parliamo di persone che hanno lavorato almeno sette mesi in un anno ma che, anche dopo imposte e sussidi, hanno un reddito disponibile troppo basso per vivere dignitosamente. È un fenomeno che, nei termini tecnici, si chiama in-work poverty: povertà da lavoro.

La retorica del lavoro come emancipazione è una favola

Il 10,2% italiano è molto più alto della media europea (8,2%) e supera quella di Francia (8,3%) e Germania (6,5%). Solo Lussemburgo, Bulgaria e Spagna hanno dati peggiori. Ma la vera questione non è il confronto con altri Paesi: è la narrazione tossica e distorta che continua a spacciare l’occupazione come condizione automaticamente sufficiente per uscire dalla marginalità economica.

Secondo i dati riportati da Ruffino, gli uomini sono più colpiti (11,7%) rispetto alle donne (8,3%), anche se il divario si sta lentamente assottigliando. Il rischio cresce vertiginosamente per chi ha contratti part-time: in Italia il 15,7% di questi lavoratori è povero, contro il 12,8% della media Ue. Un dato che, peraltro, si è ridotto rispetto al 2013, quando toccava il 19,2%. Ma resta strutturalmente alto, in particolare al Sud.

Contratti fragili, salari miseri

L’Inps, nel suo ultimo rapporto, individua il cuore del problema nei contratti atipici: tempo determinato, part-time involontario, lavoro intermittente e apprendistato. Nel 2022, tra i lavoratori part-time a tempo determinato, il rischio povertà era del 19,3%, con un picco del 23,8% nel Mezzogiorno.

Ma c’è di più. L’Inps distingue tra chi è povero per ragioni contingenti (malattia, maternità, cassa integrazione) e chi lo è per ragioni strutturali. Esiste infatti una fetta crescente di lavoratori poveri nonostante un impiego pieno e continuativo. Persone che lavorano a tempo pieno, tutto l’anno, e non riescono comunque a guadagnare abbastanza. Il loro problema è semplice: il salario.

Ed è qui che la retorica governativa inciampa nella realtà: perché questo zoccolo duro di povertà non si annida nei lavori irregolari, ma in settori coperti da contratti collettivi firmati dalle principali sigle sindacali. Commercio, vigilanza privata, logistica, ristorazione, servizi alla persona: settori dove la contrattazione non basta a garantire un reddito dignitoso. La legge nemmeno.

La povertà come condizione normalizzata

A questa povertà calcolata si aggiunge un’area grigia che sfugge alle statistiche ufficiali ma che è parte integrante del mercato del lavoro: finte partite Iva, autonomi mascherati da dipendenti, lavoro nero e contratti pirata. Una zona franca dove il lavoro impoverisce, senza nemmeno la parvenza di tutele.

Di fronte a questo scenario, la risposta politica è il silenzio. Il salario minimo è diventato terreno di propaganda, e i referendum dell’8 e 9 giugno – che pure toccano il cuore di queste contraddizioni – vengono raccontati solo come scontro ideologico. Nessuno ha il coraggio di dire che nel 2025, in Italia, puoi lavorare onestamente e restare povero. Perché dirlo significherebbe ammettere che il mercato del lavoro non funziona. Che i numeri da campagna elettorale non bastano. Che serve una riforma profonda.

Ma la riforma, come il salario dignitoso, continua a restare un’eccezione. Mentre la povertà diventa, sempre di più, una regola.

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Anna, la cima, l’elica e l’Italia che lavora morendo

Anna Chiti aveva diciassette anni. Era al suo primo giorno di lavoro come hostess-traduttrice su un catamarano a Venezia. Era sola con lo skipper. Senza salvagente. È morta impigliata tra una cima e un’elica, in una manovra che “di solito fa uno con decenni di esperienza”, come ha detto suo padre. Ma per l’Italia del lavoro minorile mascherato e della flessibilità da sconto stagionale, bastava lei.

Chi l’ha assunta Con quale contratto? Chi doveva sorvegliarla L’inchiesta della Procura di Venezia dovrà accertarlo, ma intanto è troppo tardi. Troppo tardi per una studentessa brillante dell’Istituto nautico, che parlava russo e ucraino, e sognava di diventare comandante di navi da crociera. Troppo tardi per evitare che una festa privata per turisti diventasse una tragedia italiana.

Il padre l’ha saputo il giorno prima, “da un amico di un cantiere”. Anna voleva mettere da parte qualche soldo per il suo diciottesimo compleanno. Si è trovata a gestire una barca da 10-12 metri in un’operazione pericolosa, come se un’adolescente potesse essere considerata forza lavoro marinaresca a costo zero, perché tanto “parla l’inglese”.

Ci sono le responsabilità penali che verranno accertate. Ma c’è una responsabilità più grande, collettiva: quella di un Paese che tollera che i ragazzi lavorino senza tutela, senza formazione, senza affiancamento, e spesso senza nemmeno un contratto. È lo stesso Paese dove ogni estate si piangono ragazzi schiacciati dai trattori, folgorati sui tetti o caduti dai ponteggi. E dove si fa fatica persino a chiamare per nome questa strage: lavoro.

Questa volta si chiamava Anna.

Buon martedì. 

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Una pita per Gaza, il resto è distruzione

Bezalel Smotrich l’ha detto chiaramente: “una pita e un piatto di stufato, e questo è tutto”. È il limite razionato della pietà, la misura della vita concessa per continuare a distruggere. Dietro il linguaggio della sicurezza e della fermezza, si delinea una strategia che ha poco a che fare con Hamas e molto con la punizione collettiva.

Il ministro delle Finanze israeliano ha definito “il minimo dei minimi” gli aiuti umanitari concessi alla popolazione di Gaza. Il fine non è sfamare, ma mantenere in piedi, con precisione millimetrica, un popolo sotto assedio. Per non far morire la narrazione della guerra “giusta”, serve che i gazawi restino abbastanza vivi da non scandalizzare l’Occidente. È la fame programmata come strumento di legittimazione internazionale.

Netanyahu lo ha detto apertamente: “non dobbiamo arrivare alla fame”, non per umanità, ma per non perdere “l’ombrello diplomatico” che protegge Israele dalle sanzioni e dal Tribunale dell’Aja. Così l’assistenza diventa operazione cosmetica: il pane serve più a Gerusalemme che a Gaza. Intanto le immagini dei camion in fila mostrano un’illusione di aiuto, mentre le cucine pubbliche razionano zuppa e propaganda.

Smotrich rivendica che “stiamo distruggendo tutto ciò che resta della Striscia di Gaza”. E lo fa con metodo, con parole studiate per diventare bandiera. Ogni briciola distribuita serve a prolungare l’assedio, non ad alleviarlo. La distruzione è fatta di calcoli, non di bombe.

Non è una guerra contro Hamas, ma la normalizzazione della distruzione amministrata. Un popolo trattato come corpo da ridurre a caloria, da spostare, da logorare. Smotrich lo chiama “leadership”. La storia lo chiamerà assedio.

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Il Green Deal evapora. Prima l’acqua, poi la verità

A Bruxelles il Partito popolare europeo, lo stesso di Ursula von der Leyen, ha preteso che ogni riferimento al Green Deal fosse rimosso dal rapporto parlamentare sulla resilienza idrica. Una richiesta esplicita, condizione per concedere il proprio sostegno.

La cancellazione è un segnale politico. Il Green Deal è stato espunto perché considerato tossico. Perché evocarlo significa riconoscere che l’acqua in Europa scarseggia, che l’agricoltura intensiva la prosciuga, che l’industria continua a inquinarla. Meglio riscrivere tutto: il testo originale chiedeva di attuare pienamente il Green Deal per affrontare la crisi climatica, fermare la perdita di biodiversità e contenere il consumo di risorse. La versione finale si limita a vaghe rassicurazioni su competitività agricola e sovranità alimentare.

Michal Wiezik e Christina Guarda, presenti ai negoziati, hanno raccontato che l’operazione è stata sostenuta anche dai gruppi di estrema destra. L’Epp, partito di maggioranza relativa, ha così sposato la linea del negazionismo pragmatista: se una parola disturba, si elimina.

Nel 2019 von der Leyen aveva lanciato il Green Deal come il cuore della sua legislatura. Oggi il suo stesso partito lo rimuove con cura dai documenti ufficiali. L’agenda ambientale viene sacrificata sull’altare della convenienza elettorale, nell’illusione che le priorità del presente siano un ostacolo rimandabile.

Nel frattempo, i rapporti scientifici segnalano che le riserve idriche europee sono sotto pressione crescente. L’evaporazione delle parole precede l’evaporazione dell’acqua.

Buon lunedì. 

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Le proteste pro Gaza smascherano l’ipocrisia dell’Eurovision – Lettera43

La contestazione alla cantante israeliana Yuval Raphael è l’ennesimo sintomo. Alla kermesse musicale, che escluse la Russia nel 2022 ma ha chiuso gli occhi sulla Palestina, mancano valori e coerenza etica. Finché si sbandiera fintamente la pace e non si garantiscono davvero i diritti, i fischi continueranno.

Le proteste pro Gaza smascherano l’ipocrisia dell’Eurovision

I fischi a Yuval Raphael non sono stati un incidente. Non sono stati «una minoranza rumorosa», come si è affrettata a dire l’European Broadcasting Union (Ebu). Non sono nemmeno solo un gesto contro Israele. Sono un sintomo. L’ennesimo. Nell’edizione 2025 dell’Eurovision Song Contest di Basilea le crepe sono diventate fratture. E non si possono più ignorare.

Tutto è stato politicizzato, altro che “solo musica”

L’artista israeliana si è esibita tra gli applausi e i fischi, dopo giorni di tensione, minacce e proteste. Ai margini dell’arena svizzera sventolavano bandiere palestinesi, cartelli con la scritta “nessun applauso per un genocidio” e “si canta mentre Gaza brucia”. Raphael ha raccontato di essersi salvata nel massacro del 7 ottobre fingendosi morta. La sua partecipazione, il suo brano, la sua storia: tutto era carico di significati. Tutto è stato politicizzato. E tutto è stato trattato, ancora una volta, come se fosse “solo musica”.

Le proteste pro Gaza smascherano l'ipocrisia dell'Eurovision
La cantante israeliana Yuval Raphael (foto Ansa).

Concetto di neutralità ormai svuotato

L’Ebu si ostina a presentare l’Eurovision come evento apolitico. Ma nel 2025 questa retorica si è sgretolata. Le contestazioni a Israele sono state precedute da una richiesta ufficiale, firmata da decine di ex partecipanti (incluso Nemo, vincitore del 2024), per escludere il Paese di Benjamin Netanyahu. L’Ebu ha ignorato la richiesta. Ha proibito bandiere e scritte. Ha chiesto «rispetto». Ha invocato le regole. Ma le stesse regole avevano già portato all’esclusione della Russia nel 2022. L’Ebu, oggi, seleziona il suo concetto di neutralità a seconda del contesto. E a forza di selezionarlo, lo ha svuotato.

Un sistema che lascia scontenti tutti

Non basta dire che il concorso è tra emittenti. L’emittente israeliana Kan è finanziata dallo Stato e parte integrante dell’apparato comunicativo del governo. La sua presenza è politica. E il pubblico lo sa. Anche quello che applaude. Nel 2025, come negli anni precedenti, la gara è stata decisa da un equilibrio instabile tra televoto e giurie. Ma i sospetti di irregolarità e l’ombra dei “blocchi regionali” continuano a minare la fiducia. Il televoto resta vulnerabile a mobilitazioni di massa. Le giurie, opache e autoreferenziali. I punteggi, spesso divergenti. Il risultato finale? Una somma imperfetta, che lascia scontenti sia i fan sia gli artisti.

Falle strutturali nel meccanismo di voto

La vicenda della Rai nel 2024 – con la diffusione anticipata dei dati del televoto pro Israele – non ha portato a una riforma credibile. L’Ebu ha annunciato nuove linee guida, un “codice di condotta”, un “protocollo di benessere”. Ma le falle strutturali nel meccanismo di voto restano. Nessuna risposta alla questione del “bloc voting”, nessuna trasparenza sui calcoli delle giurie, nessun controllo reale sul potere delle lobby culturali interne all’Unione.

Le proteste pro Gaza smascherano l'ipocrisia dell'Eurovision
Una bandiera israeliana esibita durante l’Eurovision (foto Ansa).

Prevale la logica dell’intrattenimento facile

Dietro le luci, l’Eurovision 2025 è stato ancora una volta un festival di cloni. L’inglese domina, le melodie si assomigliano, le messe in scena si rincorrono. La diversità linguistica è un ricordo. I brani originali, minoranza. Chi osa – nei temi o nei suoni – viene ridicolizzato, ignorato o spinto fuori dalla finale. La logica dell’intrattenimento facile ha avuto la meglio su quella artistica. Eppure il paradosso è che proprio il trash, spesso etichettato come deviante, è l’unico spazio dove si infilano ancora messaggi sovversivi. Ma anche quello viene sempre più normalizzato, addomesticato.

Bambie Thug nel 2024 è riuscita a insinuare il suo messaggio

Le battaglie Lgbtq+ storicamente legate all’Eurovision sopravvivono, ma sono state ingabbiate in un format ripetitivo, dove l’identità è spettacolarizzata e svuotata. Ogni bandiera, ogni riferimento alla Palestina, ogni gesto simbolico è stato sanzionato o censurato. Eppure l’artista irlandese Bambie Thug nel 2024 è riuscita comunque a insinuare il suo messaggio, nonostante le pressioni, tramite un make up pro Palestina poi censurato. La sua stessa presenza, come quella di Nemo, un anno fa ha salvato lo show dalla totale insignificanza.

Le proteste pro Gaza smascherano l'ipocrisia dell'Eurovision
Bambie Thug durante l’edizione del 2024 (foto Ansa).

Affari da milioni e contratti mai del tutto chiariti

L’Eurovision è anche un affare di milioni. Costi enormi per i Paesi ospitanti. Sponsorizzazioni opache. Contratti mai del tutto chiariti, come quello con Moroccanoil, brand di cosmetici legato all’economia israeliana. L’Ebu resta un organismo chiuso, che si presenta come garante dell’unità e della pace, ma gestisce il concorso con meccanismi che sembrano quelli di una multinazionale dell’intrattenimento.

Quali sarebbero i valori della manifestazione?

Le riforme annunciate dopo Malmö non hanno toccato i nodi politici, solo quelli logistici. Più zone protette, più pause, più comfort per gli artisti. Ma nessuna decisione sulla coerenza etica. Nessuna trasparenza sugli sponsor. Nessun criterio chiaro su cosa comporti, davvero, «violare i valori dell’Eurovision». Il problema dell’Eurovision non è Yuval Raphael. Non è Gaza. Non è nemmeno il pubblico che fischia. Il problema è la sproporzione crescente tra ciò che il festival dice di essere e ciò che mostra. Il 2025 ha offerto la prova che l’Eurovision non è un rifugio neutrale. È uno specchio. Riflette le tensioni, le diseguaglianze, i conflitti. E lo fa in modo distorto, perché cerca di negarle. Finché continuerà a vendere inclusione senza garantire diritti, a sbandierare pace mentre censura le guerre, a proclamarsi democratico mentre decide tutto dietro le quinte, i fischi non si fermeranno. E forse è giusto così. Perché sono, a oggi, il suono più onesto di tutto lo spettacolo.

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Femminicidi, tante parole e pochi fatti. E Nordio riaccende le polemiche

Il 15 maggio in Senato il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha affermato che le donne vittime di violenza dovrebbero “rifugiarsi in una chiesa o in una farmacia” in caso di pericolo. Le sue parole sono state definite “sconcertanti” da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – che le ha giudicate “un’ammissione implicita dell’incapacità dello Stato di garantire protezione effettiva”.

Le critiche si inseriscono in un contesto già segnato da gravi carenze. Insomma no, non sono solo parole. Secondo i dati preliminari forniti da osservatori indipendenti come Telefono Rosa e Casa delle Donne, nel primo quadrimestre del 2025 il numero di femminicidi si mantiene in linea con la media degli anni precedenti, tra 100 e 120 l’anno, senza segnali di inversione. La componente strutturale del fenomeno è confermata: oltre il 50% degli omicidi di donne avviene in ambito familiare o affettivo.

Dati stabili, risposte fragili

Dall’introduzione del “Codice Rosso” (Legge n. 69/2019), il quadro normativo è stato progressivamente ampliato, ma le associazioni denunciano l’inefficacia delle misure senza personale specializzato, integrazione territoriale e finanziamenti stabili. D.i.Re sottolinea che, nonostante l’obbligo di audizione della vittima entro tre giorni, le procure restano in affanno, spesso prive di risorse e formazione adeguata.

Le parole del ministro si sommano a una serie di dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti della maggioranza che – secondo UDI, Unione Donne in Italia – “riconducono il femminicidio a un problema individuale o emergenziale, negandone la natura sistemica e patriarcale”. Si contesta inoltre l’eccessiva enfasi repressiva a scapito della prevenzione.

Sulla scuola, il governo ha ostacolato proposte di educazione all’affettività e al consenso, etichettandole come “ideologia gender”. Per la rete dei centri antiviolenza, questa posizione “ostacola un intervento strutturale necessario a scardinare gli stereotipi culturali alla base della violenza”.

Fondi, piani e l’illusione dell’efficienza

Anche sul piano legislativo, le misure più recenti sono giudicate insufficienti. La bozza di legge governativa contro la violenza sulle donne – secondo le associazioni consultate – non prevede risorse adeguate, si concentra su pene e ammonimenti senza un investimento parallelo su percorsi per uomini maltrattanti e supporto all’autonomia delle donne.

Il GREVIO (organo di monitoraggio della Convenzione di Istanbul), in una precedente raccomandazione, aveva già sottolineato come l’Italia dovesse migliorare “l’effettiva implementazione del quadro normativo, il coordinamento interistituzionale e la raccolta sistematica dei dati”. Questi punti restano irrisolti.

Dal punto di vista finanziario, D.i.Re segnala che i fondi ai centri antiviolenza continuano a essere insufficienti, erogati in ritardo e non strutturali. Alcuni centri rischiano la chiusura o operano con personale precario, senza copertura h24, con forti limiti nell’offerta di consulenza legale, supporto psicologico e reinserimento lavorativo. Anche i programmi per il trattamento degli uomini autori di violenza (CUAV) risultano carenti. Gli esperti sottolineano la loro importanza per prevenire la recidiva, ma lamentano la scarsità dei fondi e la disomogeneità territoriale.

Le associazioni chiedono con insistenza una strategia nazionale integrata, che coordini gli interventi dei diversi ministeri, coinvolga attivamente enti locali e regioni, e sia sostenuta da finanziamenti certi e da un Piano Antiviolenza aggiornato, monitorato e dotato di strumenti operativi.

Secondo l’Osservatorio di Pavia e GiULiA Giornaliste, l’“effetto Cecchettin” ha migliorato temporaneamente la qualità della copertura mediatica, ma sono tornati in alcuni casi linguaggi inadeguati, narrazioni vittimizzanti e la tendenza a ignorare il processo giudiziario e il supporto alle sopravvissute. La fotografia italiana del 2025, secondo D.i.Re, è quella di uno Stato che ancora non garantisce protezione tempestiva ed efficace, che non investe in prevenzione culturale e che risponde all’emergenza strutturale con misure parziali, frammentarie e spesso non coordinate. Contro le donne non ci sono solo le parole del ministro.

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Un’Italia sempre più isolata

C’è un’Italia che continua a sedersi ai tavoli dell’Unione europea come se contasse per la sola ragione di esserci da sempre. È la stessa Italia che dimentica quanto, in un sistema basato su compromessi e credibilità, l’autorevolezza non sia un’eredità ma un capitale politico da costruire giorno dopo giorno. E oggi quel capitale è in fase di liquidazione.

Nel biennio 2024-2025 la posizione dell’Italia in Europa si è fatta via via più marginale. Ma non per un complotto delle cancellerie o per un supposto “asse franco-tedesco” che la escluderebbe a priori, quanto per una serie sistematica di scelte – e non scelte – che hanno scolorito l’immagine del nostro paese come partner affidabile. Dalla gestione ondivaga del Pnrr alla reticenza sulla ratifica del Mes, dall’ambiguità sull’aumento delle spese militari alla dissonanza diplomatica nei consessi multilaterali, l’Italia ha imboccato una traiettoria fatta di esitazioni, posture contraddittorie e politiche orientate più all’uso interno che alla costruzione di una linea europea coerente.

La distanza tra dichiarazioni e realtà

Il governo Meloni ha più volte rivendicato una posizione “costruttiva” e “pragmatica” in Europa. Ma alla prova dei fatti, ciò che Bruxelles vede è un Paese che rallenta l’attuazione del piano di ripresa, che propone proroghe non previste, che afferma di voler ridurre il debito ma rifiuta il coordinamento fiscale, e che si presenta con una voce politica spaccata su quasi ogni dossier rilevante. Il caso più eclatante è la riforma del Meccanismo europeo di stabilità: approvata da tutti i partner dell’eurozona, ma bloccata in Italia da un voto contrario dettato più da convenienze interne che da valutazioni tecniche. La conseguenza è un danno diretto alla credibilità finanziaria italiana, aggravato dalla consapevolezza – evidente a Bruxelles – che la coalizione di governo avrebbe i numeri per approvarla se lo volesse davvero. Invece la promessa non si è mai realizzata

Il “paradosso Meloni” è qui nella sua interezza: il tentativo di apparire responsabile agli occhi dell’Unione e allo stesso tempo accondiscendere alle pulsioni sovraniste di Salvini e al populismo di bassa lega della destra sociale. Una danza disordinata che produce immobilismo.

Una coalizione, tre politiche europee

Il quadro si complica ulteriormente se si osservano le fratture interne alla maggioranza. Fratelli d’Italia sogna di “cambiare l’Europa”, la Lega vuole uscirne mentalmente senza uscirne mai davvero, Forza Italia si aggrappa all’ombrello del Ppe. L’effetto è una rappresentanza politica tripolare che agisce all’estero senza una bussola comune. Il ministro Giorgetti chiede a Bruxelles più tempo e più flessibilità, salvo essere smentito dal commissario Fitto, suo connazionale. Tajani rassicura sulla lealtà atlantica, mentre Salvini si intrattiene con il vicepresidente Usa J.D. Vance auspicando una rottura degli equilibri esistenti. Nel frattempo, Meloni si presenta ai vertici con Macron e Scholz con ritrosia e atteggiamento da ospite scettico.

Questo disordine non è percepito come fisiologico da chi osserva l’Italia dall’esterno, ma come un difetto strutturale: il nostro Paese viene considerato oggi incapace di garantire una linea negoziale continua, e quindi poco utile per le trattative di medio-lungo termine. In un contesto in cui ogni compromesso richiede affidabilità, l’Italia si presenta come un attore inaffidabile, soggetto a continui cambi di posizione.

Un’occasione persa per la leadership mediterranea

La retorica della Meloni sul “protagonismo italiano” ha finito per produrre l’effetto opposto: non solo l’Italia non ha aumentato la sua influenza nei meccanismi decisionali europei, ma si è anche autoesclusa da numerosi consessi informali in cui si formano le priorità dell’agenda comune. Il mancato ingresso nell’Iniziativa dei Tre Mari è uno degli esempi più evidenti: una piattaforma di cooperazione infrastrutturale e strategica che oggi coinvolge 13 paesi, e da cui Roma rimane fuori per mera disattenzione diplomatica.

Il peso che il governo ha dato alle relazioni con Washington, in particolare con l’area trumpiana, ha finito per generare sospetti sulla lealtà italiana nei confronti delle priorità europee. A parole la Meloni difende l’Ucraina, nei fatti frena sui pacchetti di aiuti europei. A parole promuove la transizione ecologica, nei fatti aumenta le importazioni di gas. A parole si dice paladina dell’ordine, nei fatti produce tensioni con la magistratura, limitazioni alla stampa pubblica e un rapporto conflittuale con la società civile, alimentando la percezione di un Paese sempre più vicino al cluster Visegrád.

L’autorevolezza non è una bandiera

L’Unione europea funziona anche – e soprattutto – su una reputazione di coerenza. L’Italia, oggi, manca proprio di questo: coerenza tra dichiarazioni e politiche, tra linea ufficiale e posizioni interne, tra ambizione e realtà. L’autorevolezza, in Europa, si costruisce con l’affidabilità. Non con le uscite pubbliche a effetto, non con le alleanze occasionali, non con i calcoli di breve termine. E quando si perde, è difficile riconquistarla. Per questo, l’isolamento italiano non è un incidente. È una responsabilità.

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A Gaza tanti invocano Dio, ma se potesse li maledirebbe

Ci vuole una certa faccia per pronunciare il nome di Dio mentre si nega l’acqua a un bambino. Ci vuole una fede distorta per benedire i bombardamenti che riducono in cenere le tende in cui i bambini dormono, mutilati, sfiniti dalla fame e poi colpiti da missili. Secondo l’Unicef, solo negli ultimi due mesi più di 950 bambini sono stati uccisi nella Striscia di Gaza. Altri 45 nei soli ultimi due giorni. Sono i numeri, non le parole, a dire che Dio qui è solo una copertura.

Gaza è diventata un laboratorio di crudeltà, un teatro in cui ogni principio del diritto umanitario è stato violato con perseveranza scientifica. I bambini vengono uccisi ovunque: negli ospedali, nelle scuole, nei rifugi improvvisati, tra le braccia dei genitori. Subiscono sfollamenti continui, fame, malattie, assenza totale di cure. E mentre Edouard Beigbeder, direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, afferma che “le sofferenze quotidiane e l’uccisione di bambini devono finire immediatamente”, i governi amici del boia si limitano a mugugnare “preoccupazione”.

Poi ci sono loro, quelli che citano Dio prima di ogni massacro. Quelli che parlano di civiltà mentre sospendono gli aiuti umanitari. Che si dicono “luci nel buio” ma praticano una violenza sistematica, logistica, alimentata da complicità geopolitiche e rifornita di armi. Dio, se esiste, è tra le macerie. E se potesse parlare, maledirebbe chi ne profana il nome giustificando l’inferno. Maledirebbe anche chi guarda altrove, chi confonde la diplomazia con la viltà, chi si tiene stretti i contratti e sacrifica le vite. Perché la bestemmia non è solo dire il falso su Dio. È farlo morire ogni giorno con il silenzio.

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La sfida dei referendum: Renzi difende il Jobs Act ma i numeri lo smentiscono

La campagna di difesa del Jobs Act, lanciata da Matteo Renzi e dai renziani di Italia Viva in vista dei referendum di giugno, poggia su fondamenta fragili. Il tentativo di ribaltare la percezione di una riforma impopolare si è tradotto in un carosello su Instagram che pretende di “sbugiardare” le critiche. Ma è bastato un fact-checking puntuale di Pagella Politica per restituire alle parole il peso dei fatti e svelare le omissioni e le semplificazioni dietro quella che appare come un’operazione di maquillage politico.

L’articolo 18 non ritorna Solo a metà

Secondo Italia Viva, votare Sì al referendum per abrogare il contratto a tutele crescenti non ripristinerebbe l’articolo 18, ma la legge Fornero. Formalmente corretto, ma il messaggio è ingannevole. La legge Fornero fu il primo colpo all’articolo 18, il Jobs Act lo ha affondato definitivamente. Abrogare il decreto del 2015 significherebbe comunque eliminare la norma che ha sostituito il reintegro con una semplice indennità economica per i licenziamenti illegittimi dei nuovi assunti. La sostanza non cambia: si tratta di ripristinare un minimo di garanzie, dopo che il Jobs Act le ha rese residuali.

I numeri dell’occupazione

Renzi e i suoi rivendicano 1.270.000 nuovi posti di lavoro creati durante i governi Renzi e Gentiloni, metà dei quali a tempo indeterminato. Un numero reale, ma usato in modo distorto. Come sottolinea Pagella Politica, non si può attribuire quell’aumento al Jobs Act: la riforma è composta da misure frammentate e approvate in momenti diversi. E parlare di “posti di lavoro” invece che di “occupati” è una forzatura. Basti pensare che per essere considerati occupati basta anche un’ora di lavoro a settimana. In più, nel periodo considerato, tutta Europa ha registrato un aumento dell’occupazione. Soprattutto, a gonfiare le assunzioni a tempo indeterminato furono gli sgravi contributivi, non la riforma in sé.

Dimissioni in bianco: merito relativo

Un’altra rivendicazione renziana è quella sull’abolizione delle dimissioni in bianco, una pratica odiosa usata per ricattare lavoratrici e lavoratori. Il governo Renzi ha effettivamente introdotto nel 2016 una procedura telematica per rendere più sicuro il processo di dimissioni. Ma anche in questo caso la narrazione è esagerata: la lotta alle dimissioni in bianco era iniziata nel 2007 con la riforma Damiano, poi proseguita nel 2012 con ulteriori strumenti di controllo. Il Jobs Act ha semplificato e rafforzato un percorso già in atto, non lo ha inventato. E non può certo cancellare, con questa foglia di fico, l’impianto generale della riforma che ha tagliato le tutele contro i licenziamenti.

NASPI e congedi: innovazioni minime

Italia Viva difende il Jobs Act anche evocando la NASPI e l’estensione dei congedi parentali. Ma entrambe le misure sono state più un accorpamento e una razionalizzazione di strumenti esistenti che un cambio di paradigma. La NASPI, introdotta nel 2015, ha sostituito strumenti nati nel 2012. I congedi sono stati resi un po’ più flessibili, ma senza aumentare la durata complessiva. Sono ritocchi, non riforme. E non bastano a sostenere la tesi secondo cui il Jobs Act avrebbe rafforzato il welfare. Tanto più che l’architrave della riforma resta quella “flexicurity” che ha promesso sicurezza e offerto solo flessibilità.

Un referendum anche sul Jobs Act

Il referendum di giugno non sarà solo un giudizio sul Jobs Act. Sarà anche un’occasione per fare chiarezza sulle narrazioni tossiche che hanno accompagnato la sua approvazione e la sua difesa. I numeri, le fonti e la storia raccontano una realtà diversa da quella di Renzi e dei suoi epigoni. Una realtà dove le tutele si sono ridotte, i diritti compressi e la retorica del “fare” si è rivelata un’operazione di smantellamento, più che di riforma.

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