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La mediatrice immaginaria

“Meloni ponte”, “Meloni grande mediatrice”, “Meloni tra Trump e von der Leyen”. Ne abbiamo lette così tante, fin qui, sulla presidente del Consiglio come grimaldello fondamentale di una relazione tra Usa e Unione europea che alla fine qualcuno ci aveva creduto davvero. Del resto è stata proprio la presidente a prendere le parti del vicepresidente Usa J.D. Vance quando ha definito l’Europa «antidemocratica».

La credibilità internazionale del governo italiano e la capacità di mediazione dell’inquilina di Palazzo Chigi sono una favola che scorre a fiumi su giornali e televisioni. Fino a qualche settimana fa Meloni avrebbe dovuto essere colei che avrebbe smussato le intenzioni di Trump. «Lasciatela lavorare», dicevano i suoi fedelissimi, «e vedrete che i dazi Usa saranno solo una minaccia per alzare il livello delle trattative». No, non è andata proprio così.

Oggi alla Casa Bianca andrà in scena lo show. Trump comunicherà i dazi contro l’Unione europea. «È il liberation day», annuncia Trump, che promette comunque di essere «gentile». A von der Leyen e compagnia non resta che rispondere all’attacco commerciale americano infilandosi in una guerra che pagheranno le aziende e i cittadini. Non andrà bene, sicuro. Trump dichiara di sentirsi «derubato» dall’Europa, von der Leyen promette «vendetta».

E la nostra «grande mediatrice»? I retroscena dicono che sia lì a chiedere di «abbassare i toni». Meloni starebbe valutando almeno di ridurre i balzelli per l’Italia, come se fosse davvero possibile isolare il nostro Paese dalle conseguenze concatenate. Ancora una volta era tutto solo narrazione. Tanto a pagare il conto della messinscena sono sempre le aziende e i cittadini.

Buon mercoledì.

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Un anno dopo Satnam Singh, i caporali sono ancora lì

Un anno fa Satnam Singh è stato lasciato morire dissanguato, con un braccio amputato e abbandonato su una cassetta della frutta. Ieri è iniziato il processo per omicidio volontario. Ma fuori dal tribunale tutto è rimasto al suo posto. Lo sfruttamento ingrassa nei campi. I caporali non hanno perso il vizio. E lo Stato, ancora una volta, ha voltato lo sguardo.

La legge 199 contro il caporalato esiste dal 2016 ma resta inapplicata: le sezioni territoriali previste non sono mai state istituite, i controlli sono insufficienti, le condanne rare. La riforma della Bossi-Fini è promessa da vent’anni. Nel frattempo, le persone migranti continuano a lavorare senza diritti, sotto ricatto, nelle retrovie della legalità.

Nel 2023 le richieste per entrare regolarmente in Italia sono state sei volte superiori alle quote fissate dal governo. In provincia di Latina solo il 13% dei braccianti ha ottenuto un permesso. Gli altri finiscono nel nero. Nelle mani di chi può decidere se vivi o morti. Come Satnam.

Nel Nord, tra le vigne del Prosecco e le colline del Barolo, lo sfruttamento è lo stesso. Cambiano i marchi, non le condizioni. Il caporalato è diventato strutturale. Una componente del modello produttivo. Un patto scellerato tra profitto e omertà.

Dopo la morte di Satnam si è parlato di simbolo. Ma i simboli non bastano. La competizione sfrenata e il profitto a ogni costo hanno normalizzato l’illegalità. La morte è un effetto collaterale previsto.

Forse, chissà, il processo farà rumore, forse. Ma senza riforme vere, senza volontà politica, senza giustizia sociale, tra un anno saremo ancora qui. Con un altro nome. E un altro braccio mozzato.

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No Ponte a Messina, ricorso respinto con beffa per il comitato

C’è una cifra che oggi definisce i confini del diritto: 348.143 euro. È l’importo che il Tribunale delle imprese di Roma ha imposto a 104 cittadine e cittadini del Movimento No Ponte per aver tentato di far valere, nelle aule di giustizia, il diritto a un controllo di legalità sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Una somma spropositata, comminata non per un danno provocato, ma per aver promosso un ricorso giudiziario ritenuto inammissibile.

I ricorrenti chiedevano al tribunale un pronunciamento sulla correttezza delle procedure seguite per il riavvio dell’opera: in particolare, che venisse ordinata alla società Stretto di Messina S.p.A. la cessazione immediata di ogni attività lesiva di diritti collettivi giuridicamente protetti, tra cui il diritto all’ambiente e alla salute. Inoltre, si sollecitava una valutazione di legittimità costituzionale delle norme che hanno consentito la riattivazione del progetto.

La decisione è arrivata lo scorso 9 gennaio, con una sentenza che liquida 238.143 euro di spese legali in favore della società Stretto di Messina, a cui si aggiungono gli oneri di legge fino a raggiungere l’importo finale. La motivazione è assente. Il ricorso è stato giudicato inammissibile, ma la quantificazione delle spese, secondo i ricorrenti, è priva di giustificazione e in evidente squilibrio con la natura dell’azione promossa.

Un sistema che scoraggia il controllo democratico

La vicenda solleva una questione più ampia: il diritto di accesso alla giustizia come strumento di partecipazione democratica. In Italia, come ricordano Wwf e otto associazioni di consumatori, si osserva una tendenza giurisprudenziale che scoraggia, se non impedisce, l’utilizzo delle azioni collettive. Si contesta in particolare la disparità di trattamento nel calcolo delle spese: nei casi di rigetto si applica il principio del “disputatum” (cioè il valore della causa come discusso dai ricorrenti), mentre in caso di soccombenza si utilizza il “decisum” (il valore determinato dal giudice), con effetti potenzialmente dissuasivi.

Il procedimento civile promosso dal Movimento No Ponte si basava sull’azione inibitoria, uno strumento previsto dall’ordinamento italiano ed europeo per tutelare interessi diffusi, non dissimile da una class action. L’obiettivo era sottoporre a controllo giurisdizionale le fasi preliminari del progetto, in un contesto in cui tutti i passaggi decisionali – dal Comitato tecnico scientifico alla Commissione Via-Vas fino al Cipess – risultano presidiati da soggetti in larga parte nominati dalla stessa filiera istituzionale che promuove l’opera.

Nel frattempo, il parere della Commissione Via-Vas, arrivato dopo la presentazione del ricorso, ha evidenziato 62 prescrizioni e un giudizio negativo sull’impatto ambientale nelle Zone di protezione speciale dello Stretto. Ma la procedura prosegue. E la condanna alle spese rischia di diventare un segnale: ogni opposizione legittima può trasformarsi in un debito. E chi solleva dubbi su un’opera di questa portata si espone non solo al discredito pubblico, ma anche a un rischio patrimoniale che finisce per spostare l’asse del potere ben oltre la sfera politica.

Le conseguenze di un precedente pericoloso

La storia del Movimento No Ponte è lunga e attraversa decenni di mobilitazioni. Nel 2006, oltre 20 mila persone manifestarono a Messina contro la posa della prima pietra. Quella protesta contribuì allo stop del progetto. Oggi, davanti a una sentenza che colpisce il ricorso collettivo, torna d’attualità la questione dell’equilibrio tra potere e diritto. Perché se la possibilità di agire in giudizio dipende dalla disponibilità economica, anche la democrazia finisce per poggiare su fondamenta diseguali.

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Sepolti sotto la sabbia e sotto il silenzio

C’erano le ambulanze, c’erano le divise, c’erano i guanti. Tutto era lì, riconoscibile. Perfino le luci di emergenza hanno continuato a lampeggiare, come un ultimo segnale, come un disperato codice Morse che raccontava l’orrore: qui sotto ci sono soccorritori uccisi. Uccisi mentre correvano verso altri corpi. Uccisi perché facevano ciò che fa chi dovrebbe salvare. A Gaza, l’esercito israeliano ha colpito e sepolto. Letteralmente. I corpi di quindici operatori umanitari – della Mezzaluna Rossa, della Protezione civile, delle Nazioni Unite – sono stati recuperati da una fossa comune insieme ai loro veicoli. Non è un’esagerazione, è una testimonianza documentata dalle Nazioni Unite.

Erano operatori umanitari. Non combattenti. Non “scudi umani”. Non ambiguità semantiche. Eppure sono finiti sotto terra, sotto il peso di ambulanze schiacciate, e sotto un’altra sabbia, forse più pesante: quella del silenzio. Per giorni non è stato concesso l’accesso per recuperarli. E anche adesso che i loro nomi tornano a galla, non muovono le coscienze. Il diritto umanitario internazionale, dicono, è chiarissimo. Ma le bombe, si sa, fanno male anche alla grammatica.

Chi ha ancora il coraggio di usare la parola “errore”, oggi, è parte del problema. Chi ha lo stomaco di parlare di “difesa” è un agevolatore di assassini. Chi smussa i termini, chi arrotonda gli editoriali è complice del genocidio. Perché il crimine più grande, oltre all’assassinio, è la normalizzazione.

Buon martedì.

Foto dalla pagina Facebook della Croce rossa palestinese

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Fregato chi rispetta le regole, ritornano gli esodati

Dal 1° gennaio 2027 oltre 44 mila lavoratrici e lavoratori rischiano di ritrovarsi senza reddito, senza contributi e senza pensione. Avevano aderito a misure di uscita anticipata – isopensione, contratto di espansione, fondi di solidarietà – firmando accordi su date certe di accesso alla pensione. Ora la certezza sparisce. Il requisito per la pensione anticipata salirà a 43 anni e 1 mese di contributi (uno in meno per le donne), mentre la pensione di vecchiaia slitterà a 67 anni e 3 mesi. Tre mesi di vuoto. Tre mesi senza niente. Non per errore. Per scelta.

È il solito copione. Chi ha rispettato le regole viene fregato da chi quelle regole le riscrive all’ultimo minuto. L’adeguamento automatico alla speranza di vita diventa la scusa per tagliare ancora. Intanto il 53,5% delle pensioni è sotto i 750 euro. Tra le donne la percentuale sale al 64,1%. Oltre 4 milioni ricevono integrazioni al minimo. Il governo che prometteva il superamento della legge Fornero ha solo azzerato la flessibilità in uscita, tagliato la rivalutazione e peggiorato tutto.

Il ritorno degli esodati non è una sorpresa. È un promemoria. In Italia il patto tra Stato e lavoratori vale finché serve a fare cassa. Poi si spezza. E chi resta fuori viene archiviato come danno collaterale, come se il tempo speso a lavorare non contasse più.

Intanto si continua a vendere la favola della pensione sostenibile. Ma sostenibile per chi? Non certo per chi lavora. Non certo per chi sperava di avere almeno un diritto intatto al momento di uscire. A chi servono le regole, se non proteggono nessuno quando saltano? A chi serve un sistema, se funziona solo per chi lo governa

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Appropriazione indebita di fondi europei. Le Pen condannata, non potrà candidarsi per cinque anni

Marine Le Pen è colpevole. Non è uno slogan, non è un’opinione. È una sentenza del tribunale di Parigi, pronunciata con quella secchezza che solo la giustizia sa avere quando mette a nudo l’ipocrisia. La leader del Rassemblement National è stata condannata per appropriazione indebita di fondi pubblici: 2,9 milioni di euro sottratti al Parlamento europeo, serviti non per l’attività politica comunitaria ma per retribuire assistenti che lavoravano in Francia, al servizio del partito.

Per capirci: soldi europei usati per fare politica anti-europea. Il paradosso non è casuale, è metodo. Dal 2004 al 2017, Le Pen ha fatto dell’Europa il bersaglio privilegiato del suo populismo, intascando però le risorse che quell’istituzione metteva a disposizione. È la grammatica del sovranismo di plastica: gridare “ladri!” mentre si mettono le mani nel portafoglio dell’avversario. L’appropriazione indebita, d’altronde, è la forma più meschina del tradimento: quella che scava nel torace delle istituzioni mentre si agita una bandiera.

Un colpo alla candidatura presidenziale

Il processo ha coinvolto altri otto eurodeputati del Rn e dodici assistenti parlamentari, giudicati colpevoli di ricettazione. La procura aveva chiesto per Le Pen cinque anni di carcere, di cui tre con la condizionale, 300mila euro di multa e soprattutto l’ineleggibilità per cinque anni, con effetto immediato. Una pena che, se confermata nei dettagli, potrebbe tagliarla fuori dalla corsa presidenziale del 2027. Un colpo diretto a chi, secondo i sondaggi, era favorita per il primo turno.

In aula, Le Pen non ha reagito. Seduta in prima fila, vestita di blu, al fianco del suo ex compagno e vicepresidente del partito Louis Aliot, ha mantenuto la sua maschera di calma ostentata. “La paura non fa superare il pericolo”, aveva detto nei giorni precedenti alla stampa. Ma la sentenza è arrivata. E, più del carcere, fa paura il timbro dell’ineleggibilità: tocca l’orgoglio, la narrazione, la costruzione familiare della leadership. È la prima crepa seria nell’impalcatura che la voleva inevitabile, vincente, destinata.

Una sentenza che scardina il mito

Perché questa condanna non è solo giudiziaria: è politica, storica, identitaria. Marine Le Pen ha ereditato un partito fondato da un padre condannato per razzismo e negazionismo. Ha tentato la “dédiabolisation”, ha smussato gli angoli, ha tolto le fiamme dal simbolo. Ma il cuore del progetto è rimasto lo stesso: fare politica come affare personale. E ora quel passato torna a bussare alla porta con una sentenza che chiama le cose con il loro nome.

Sotto la scorza della candidata “normalizzata”, restava il metodo da clan. E questa volta non si tratta di tweet scomposti, di battute xenofobe o di nostalgie coloniali. Stavolta si parla di soldi. Di milioni. Di un sistema che ha aggirato le regole per finanziare una macchina di consenso. Che sia avvenuto proprio dentro le istituzioni che Le Pen dice di voler distruggere è la misura della sua coerenza.

Il contraccolpo politico è già iniziato. Jordan Bardella, il delfino designato, potrebbe prenderne il posto. Ma anche questa eventualità dice molto: l’alternanza dinastica come unico piano di successione, in un partito che si dichiara alternativo a tutte le caste. La condanna non scalfisce solo la credibilità politica, ma disegna in controluce la struttura reale di un’organizzazione che ha sempre fatto del moralismo aggressivo la sua arma retorica.

Marine Le Pen è stata sconfitta nei tribunali. Lo sarà anche nella narrazione? Dipende da quanto ci crediamo ancora al vizio di dire che “sono tutti uguali”, anche quando uno ruba e l’altro no. Dipende se siamo pronti a chiamare le cose con il loro nome, senza paura. E magari cominciare a dire ad alta voce che l’onestà non è di famiglia. Nemmeno quando porta il cognome Le Pen. Nemmeno se ha il 37% nei sondaggi. Nemmeno se si veste di blu.

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L’intima gioia del potere

Novanta morti per suicidio nel 2024. Venti nei primi tre mesi del 2025. Le celle scoppiano, i cellulari entrano più facilmente dei medici. Mancano ottomila agenti. E il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è senza guida da tre mesi. Non per caso, ma per scelta.

Il governo Meloni ha deciso che le carceri possono attendere. O meglio: possono restare proprietà privata di un sottosegretario, Andrea Delmastro, che da mesi si comporta come capo non nominato, premiando agenti in diretta Rai e scegliendo i suoi fedelissimi. Il nome c’è: Lina Di Domenico, ma il Quirinale – cui spetta la nomina – si è ritrovato spettatore di un teatrino che scavalca la Costituzione. E tace.

Nel frattempo, chi è in carcere comunica con l’esterno come se fosse fuori. Gratteri denuncia, i sindacati implorano, i medici mancano, i morti si contano. Ma Delmastro resta. Perché le carceri, dice, sono “roba sua”. E se la gioca come una scalata di partito, con “intima gioia”.

Ci hanno spiegato che la sicurezza è una priorità. Ma il carcere, che dovrebbe essere specchio della civiltà, resta campo di battaglia ideologica. Con i corpi dei reclusi a fare da sfondo.

Buon lunedì.

 

Foto AS

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Soldi pubblici in nome della difesa, l’opacità della spesa militare dell’Ue – Lettera43

Un’indagine impietosa smaschera la scarsa trasparenza sull’impiego delle risorse comuni per finanziare il settore bellico. Dove grandi aziende come Airbus, Leonardo e Thales scrivono le regole del gioco di cui saranno poi beneficiarie. Tra controlli etici inesistenti, autovalutazioni e nessun meccanismo credibile di rendicontazione. Per non parlare dell’uso disinvolto dell’IA. Tutti gli aspetti più oscuri.

Soldi pubblici in nome della difesa, l’opacità della spesa militare dell’Unione europea

Ora che Bruxelles alza il tiro sull’autonomia strategica, con la corsa al riarmo che si maschera da sicurezza comune, vale la pena chiedersi come siano stati spesi finora i soldi pubblici in nome della difesa. La risposta, se si ha il coraggio di guardare, è scritta nera su bianco in un documento pubblicato nel dicembre 2024 dal Centre Delàs d’Estudis per la Pau. Si intitola “The European Defence Fund: The Opaque Use of Public Funds”, porta la firma di Pere Brunet ed è il Report n. 70 del centro di ricerca catalano. Un’indagine accurata e impietosa sull’impiego delle risorse comuni dell’Unione europea per finanziare il settore bellico. Una macchina che funziona secondo logiche opache, con scarsi controlli e molte porte girevoli.

Budget iniziale da 1,1 miliardi nel 2021

Il Fondo europeo per la difesa (Edf), avviato nel 2021 con un budget iniziale di 1,1 miliardi di euro, è il prodotto diretto del lavoro delle lobby dell’industria militare. Già nel 2015 la Commissione europea affidò l’elaborazione delle linee guida del fondo a un “Gruppo di personalità” in cui sei membri su 16 rappresentavano grandi aziende armate. Nomi noti: Airbus, Leonardo, Thales, Saab, MBDA. Le stesse aziende che, anni dopo, si sono ritrovate ai primi posti tra i beneficiari. Le regole del gioco scritte dagli stessi giocatori.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Leonardo, una delle aziende coinvolte nel Fondo europeo per la difesa (foto Getty).

A cinque aziende il 30 per cento delle risorse

Nel primo bando pubblicato nel 2021, su 142 progetti presentati ne sono stati finanziati 60. Le cinque aziende principali – Leonardo, Thales, Airbus, Saab e Indra – hanno ricevuto oltre il 30 per cento delle risorse. Sei progetti in particolare (Epc, Famous2, Epiic, Counteract, Eicacs, Euro-HAPS) hanno ottenuto complessivamente 396,7 milioni di euro: un terzo del totale. Ma se i numeri sono pubblici, il resto è opaco. Obiettivi vaghi, documentazione scarsa, controlli etici inesistenti. E le domande sollevate da organizzazioni come Enaat (European Network Against Arms Trade) hanno spesso ricevuto risposte parziali, o addirittura rifiuti formali, da parte della Commissione.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Saab, produttori di armi (foto Getty).

Accesso alle linee guida etiche negato in prima battuta

La giustificazione più frequente? «La divulgazione dei documenti comprometterebbe il processo decisionale interno». Perfino l’accesso alle linee guida etiche – che dovrebbero garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario – è stato negato in prima battuta. Quando, dopo una lunga battaglia legale, le organizzazioni hanno ottenuto la pubblicazione di parte dei documenti richiesti, si sono ritrovate di fronte a elenchi generici di trattati e riferimenti, privi di requisiti operativi minimi. Un simulacro di trasparenza.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (foto Getty).

Un fondo che si autogiustifica, si autofinanzia e si autoassolve

Il problema è strutturale. L’intero sistema di valutazione etica dell’Edf si basa sull’autovalutazione da parte dei richiedenti: un modulo da compilare, una casella da barrare. Nessun controllo esterno obbligatorio. Nessun obbligo di coinvolgere esperti indipendenti. Nessun meccanismo credibile di rendicontazione. E nonostante ciò, nessun progetto è mai stato respinto per motivi etici. Nessuna azienda esclusa per precedenti controversi. È il paradosso di un fondo pubblico che si autogiustifica, si autofinanzia e si autoassolve.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Il budget iniziale del progetto era di 1,1 miliardi di euro (foto Getty).

I rischi dell’Intelligenza artificiale sulla vita dei civili

I rischi tecnologici non mancano. Quattro dei sei progetti principali – Epc, Famous2, Epiic, Eicacs – prevedono l’uso di intelligenza artificiale in ambiti sensibili come la navigazione autonoma, la gestione delle minacce e il coordinamento uomo-macchina. Ma in nessun caso è dato sapere se i sistemi progettati avranno la capacità di agire in modo autonomo, né se sarà garantita una supervisione umana significativa. In un contesto bellico, questo significa una cosa sola: rischio concreto di violazioni del diritto internazionale, senza alcuna accountability. Le attuali linee guida dell’Unione sull’IA “affidabile” si rivelano insufficienti, soprattutto quando a essere in gioco è la vita di civili.

Soldi pubblici in nome della difesa, l'opacità della spesa militare dell'Unione europea
Velivoli di guerra costruiti da Thales (foto Getty).

Ci mancava pure il greenwashing armato

La trasparenza manca anche sul piano tecnico. Le informazioni divulgate sono generiche, talvolta irrilevanti. Il progetto Hydef, per esempio, prevede un sistema di intercettazione ipersonico operativo dal 2035, senza specificare quali minacce dovrebbe neutralizzare né con quali garanzie. Altri progetti promettono veicoli “green” o droni “ecologici”, come nel caso di Famous2. Un greenwashing armato, in un settore – quello militare – che non è tenuto a dichiarare le proprie emissioni e che contribuisce in modo significativo alla crisi climatica.

L’export di armi verso regimi autoritari

Infine, la questione dell’export. Uno degli obiettivi espliciti dell’Edf è aumentare le esportazioni verso Paesi extra-Ue. Molti dei beneficiari dei finanziamenti europei forniscono armi a regimi autoritari, Paesi in guerra o governi con documentate violazioni dei diritti umani. Un flusso di armi che alimenta instabilità, repressione e povertà. E che, per l’Europa, rappresenta un ritorno economico garantito. Ma la posta in gioco è più profonda. I progetti dell’EDF sono pensati per diventare beni acquistabili dagli Stati membri. Non si tratta solo di finanziare ricerca: si tratta di finanziare produzioni che i governi saranno poi chiamati a comprare, spesso senza alternative, spesso senza dibattito. È così che la spesa pubblica di oggi vincola quella di domani. Ma prima ancora impone una domanda che viene continuamente elusa, oscurata, negata. Vale la pena, ora che l’Europa corre ad armarsi, chiedersi come siano stati spesi finora i soldi pubblici in nome della difesa. E se la risposta non sia già di per sé un campanello d’allarme.

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L’opposizione liquida di Calenda

Carlo Calenda un anno fa presentava mozioni di sfiducia “per dare un segnale politico”. Oggi le definisce “una cretinata”. Ieri servivano a denunciare “lo sconcio di un vicepresidente del Consiglio alleato con un dittatore sanguinario”. Oggi “non si costruisce un’alternativa” con una mozione al mese.
Il punto, però, non è l’incoerenza – che è ormai una valuta debole dell’opposizione italiana – ma l’ossessione performativa di chi si mette a fare i conti del possibile, rinunciando al necessario. Calenda si dichiara stanco delle mozioni inutili, ma non si accorge che l’inutilità più grave è proprio questa: dichiarare a ogni curva che tutto è sbagliato ma evitare accuratamente di restare dove si prende posizione.
Come racconta Pagella Politica (27 marzo 2025), Azione ha chiesto la sfiducia per Salvini nel 2024, accusandolo di non aver mai disdetto l’accordo con il partito di Putin. Ma ha evitato di chiederla per Nordio, colpevole del rimpatrio del criminale libico Almasri, perché “il mondo viene giù” e servirebbe “serietà”. Nel mezzo c’è l’arte di governare la narrazione anziché i contenuti, di scegliere i bersagli solo quando non compromettono gli equilibri, di mostrarsi rigorosi quando non costa nulla.
E così il garantismo selettivo diventa una coperta troppo corta: o si scoprono le spalle o si mostrano le gambe.
Forse la verità è che a furia di cercare l’alternativa, si finisce per diventare l’alibi. E quando tutto brucia, anche l’acqua fresca di una mozione può servire. Purché sia acqua, non cerone. Purché non serva a specchiarsi, ma a spegnere. Anche solo per dire che almeno qualcuno ha provato a buttarcela.

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L’Albania non è bastata, ora serve un decreto per dire che va tutto bene

Non serviva la firma del Consiglio dei ministri per certificare il fallimento del Protocollo Albania messo in piedi e strenuamente sostenuto dal governo Meloni. Bastava guardare i centri vuoti di Shengjin e Gjader. Bastava ascoltare i giudici che ne hanno bloccato l’impiego. Bastava sommare i circa 800 milioni di euro già spesi per costruire l’ennesima propaganda. E invece è arrivato un decreto.

Un testo scarno, due articoletti, per trasformare quegli hub in Centri per i rimpatri (Cpr). Un modo elegante per dire che l’idea originaria – accogliere in Albania i richiedenti asilo salvati dalle navi italiane – è naufragata. Allora si cambia la destinazione d’uso: nei centri albanesi finiranno ora le persone a cui è stato negato l’asilo, in attesa del rimpatrio. Sempre che il Paese d’origine li voglia davvero indietro. Il governo lo chiama “adattamento funzionale”. In realtà è un disperato tentativo di salvare la faccia prima della sentenza della Corte di giustizia europea, che potrebbe rendere il tutto ancora più imbarazzante.

E così, mentre si promettono “zero costi aggiuntivi”, si tace che ogni migrante trasferito in Albania dovrà poi tornare in Italia per essere rimpatriato. Ad occhio, sembra un raddoppio dei costi travestito da efficienza. Nel frattempo il ministro Piantedosi assicura che non c’è nulla di snaturato. Ma anche questa è un’ammissione implicita: per il governo, i centri per l’accoglienza e quelli per il rimpatrio sono ormai intercambiabili. Basta rinchiudere qualcuno da qualche parte per dire che il piano funziona. Intanto l’opposizione grida allo spreco e alla propaganda.

Ma la premier Giorgia Meloni tira dritto. Come se bastasse cambiare un nome per cancellare un fallimento. Come se bastasse un decreto per convincere gli italiani che 800 milioni sono stati spesi bene. E come se bastasse spostare la vergogna altrove per non doverla più guardare in faccia. Anche il flop, in fondo, può essere trasformato in messinscena. Basta farlo sembrare una scelta.

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