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Prima Milano Ovest sullo spettacolo ‘A casa loro’

Sala piena giovedì 27 marzo nella Corte Valenti di Garbagnate Milanese per il monologo di Giulio Cavalli dal titolo “A casa loro”.

Una serata per parlare di giustizia sociale

Il tema della “Pace e giustizia” scelto per l’edizione 2025 di “Dialoghi in Piazza” ha spiegato tutti i suoi effetti con vigore e con impatto scenico grazie al talento di Giulio Cavalli, attore, giornalista e drammaturgo che ha messo in scena una performance che è stata un incrocio tra recitazione, racconto e commento politico.

Pubblico impressionato dai racconti

Giulio Cavalli ha spiegato tutto quello che succede prima, durante e dopo gli sbarchi dei migranti dalla Libia alle coste Italiane, ha letto diari e testimonianze dei ragazzi di colore e chi li assiste. Ha estrapolato verbali redatti da testimonianze di chi ha soccorso in mare i migranti. “Sapete come sono le celle per i detenuti in Libia? Senza finestra, ammassati tutti come bestie per ore”. Il pubblico di Corte Valenti è rimasto impressionato anche dalla narrazione di quello che è accaduto al campo di Zuara: “Uomini picchiati con il telefono acceso perché la loro famiglia sentisse bene il rumore delle percosse, donne violentate che non vogliono più vivere per la vergogna. Adolescenti che vogliono andare in nord Europa ma sono costretti a rimanere detenuti a Roma in un centro di accoglienza. Molti di loro hanno finto di essere maggiorenni per arrivare in nord Europa”. Sono anche state raccontate le vicende legate ai 700 morti trovati nella stiva di un barcone. “I nostri figli ci chiederanno perché accadevano queste cose come oggi noi ci chiediamo come è stata possibile la persecuzione degli ebrei negli anni ’40 del 900.

https://primamilanoovest.it/attualita/secondo-appuntamento-di-dialoghi-in-piazza-con-giulio-cavalli

“State calmi, ragazzi”: la politica estera secondo Meloni nell’intervista della premier al Financial Times

C’è chi media tra due parti in conflitto per costruire ponti. E c’è chi gioca a fare l’equilibrista per non scontentare nessuno, ma finisce per scontentare tutti. Giorgia Meloni, in un’intervista al Financial Times ha messo in scena l’ennesimo numero da mimo diplomatico, vendendo incertezza come prudenza, ambiguità come strategia, e subalternità come mediazione.

“Costruttrice di ponti” o portavoce trumpiana

L’Italia, dice, non dovrà scegliere tra Europa e Stati Uniti perché sarebbe “infantile”. Ma la verità è che l’asse di riferimento lo ha già scelto da tempo, e non è Bruxelles. È Washington, o meglio: è la Washington trumpiana, quella che disprezza la Nato, impone dazi all’Europa, tratta Kiev come un fastidio e considera l’Unione europea un ostacolo da aggirare. Meloni si dice “più vicina a Trump che ad altri”, e intanto evita di criticare anche solo timidamente un vicepresidente americano – JD Vance – che ha accusato l’Europa di aver abbandonato la democrazia. “Sono d’accordo” è la risposta. Non una parola sulle derive autoritarie americane, non una difesa della casa comune europea. Solo la solita, comoda invettiva contro una “classe dirigente europea” che “impone ideologia”. 

Meloni respinge l’idea di uno schieramento perché vuole essere “una costruttrice di ponti”. Ma i ponti richiedono solidità da entrambi i lati. Lei, invece, accetta da Trump l’umiliazione dei dazi sull’acciaio e sull’automotive come se fossero un normale aggiustamento commerciale. Alla Commissione europea, che prepara contromisure, risponde con un paternalistico “State calmi, ragazzi”. Come se fosse un litigio tra ragazzini che fanno chiasso in cortile e non una scure sulle aziende europee e quindi anche italiane. 

Anche sulla guerra in Ucraina il funambolismo diventa scollegamento dalla realtà. Mentre Macron e Starmer propongono una forza europea di rassicurazione, Meloni teme che possa “sembrare una minaccia” alla Russia. Così propone di estendere l’articolo 5 della Nato all’Ucraina, ma senza farla entrare nella Nato. Una formula magica, inutile e incoerente, che nessuno prende sul serio. Eppure è la stessa premier che continua a dichiararsi sostenitrice di Kiev, mentre si ritira dai tavoli dove si prendono le decisioni più serie.

Anche quando si parla di difesa e spese militari, Meloni oscilla. Promette di raggiungere il 2% del Pil richiesto dalla Nato, ma poi si dice “preoccupata” per l’impatto sui conti pubblici. Lancia allarmi sulle minacce a 360 gradi, ma riduce il problema della sicurezza a un esercizio retorico sulle “minacce dal Sud”. E quando si tratta di spiegare come mai l’Italia è fanalino di coda nella spesa dei fondi del Pnrr, risponde con lo slogan: “Non sto qui a scaldare la sedia”. Nessuno lo pensava, ma il problema è che non è nemmeno chiaro dove voglia portarla, quella sedia.

Una politica estera sospesa nel vuoto

Alla fine, l’intervista al Financial Times è un compendio di tutte le incertezze e ambiguità di un governo che pretende di guidare l’Europa ma non ha il coraggio di affrontarne le sfide. È un’esibizione di prudenza che somiglia sempre più a passività. Meloni cerca di raccontarsi come la leader capace di tenere insieme Trump e Bruxelles, ma quello che emerge è solo una figura che teme troppo il primo per difendere la seconda.

Nell’interregno tra una crisi e l’altra, tra un’intervista rassicurante e una foto con Milei, il progetto di una politica estera italiana autonoma evapora. E l’equilibrista resta lì, sospesa nel vuoto, senza rete e senza direzione. Anzi, peggio: è la stessa che si lamenta di una mancanza di politica estera europea. Un capolavoro. 

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Il Pnrr è in ritardo. Ma per loro il problema è ammetterlo

Siamo in ritardo. Non è un’opinione, è nei numeri. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è in affanno, la spesa procede più lenta del previsto, e le scadenze si avvicinano come lame. Il ministro Giorgetti vorrebbe guadagnare tempo chiedendo all’Europa una proroga al 2027. Ma da Bruxelles la risposta è secca: il termine resta il 2026. E per cambiarlo servirebbe l’unanimità dei 27 Paesi Ue. Tradotto: è quasi impossibile.

Nel frattempo a Roma si litiga. Meloni non vuole sentir parlare di rinvio: teme che ammettere i ritardi significhi smentire tutta la retorica del “governo del fare”. Meglio far finta che tutto proceda, mentre Ministeri e Comuni navigano a vista. Anche i dati non coincidono: la Ragioneria certifica una spesa lenta, il governo rilancia cifre più ottimistiche. Ma il problema non è nella contabilità: è nella sostanza.

Abbiamo incassato più soldi di tutti e ora rischiamo di essere quelli che non riescono a spenderli. Bruxelles non ha tempo per le sceneggiate italiane: vuole cantieri, non scuse. La retorica non costruisce asili, né ponti. E mentre ci accapigliamo sul racconto, perdiamo l’unica occasione che avevamo.

Buon venerdì.

In apertura una foto dalla cabina di regia sul Pnrr del 27 marzo 2025

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Il termostato dell’alternanza, si è fermato pure quello

Secondo il modello termostatico di Wlezien e Soroka, raccontato da Lorenzo Ruffino, l’opinione pubblica funziona come un regolatore automatico: ogni spinta eccessiva da parte del governo genera una reazione in senso opposto. Se un esecutivo accelera troppo su welfare, ambiente o immigrazione, l’elettorato tende a raffreddare il sistema votando l’opposizione. Se invece la politica è troppo fredda o prudente, cerca di scaldarla. Il ciclo si autoregola: il potere agisce, l’elettorato percepisce, valuta, corregge.

Funziona, ma solo in un contesto dove il termostato è accessibile e l’impianto reagisce davvero. Negli Stati Uniti, dove si vota spesso e l’alternanza è fisiologica, la teoria regge. In Italia, no. Il termostato è scollegato. Si gira la manopola, ma la temperatura non cambia. Il voto diventa sfogo, non correzione. La democrazia resta formalmente accesa, ma la stanza è fuori controllo. E intanto i governi si succedono senza mai pagare davvero il conto delle loro scelte.

Ruffino osserva che a reagire sono solo i moderati. Ma sono pochi e isolati. Il resto dell’elettorato è inchiodato: polarizzato, disilluso o semplicemente stanco. La stanza brucia, ma ci si litiga sulle finestre. Intanto chi è ai margini sopporta in silenzio. E chi dovrebbe ascoltare, preferisce misurare l’umore con sondaggi usa e getta.

Il punto non è se il termostato funziona. È: chi può ancora usarlo? Chi ha voce, strumenti, attenzione? Chi è fuori dalla stanza, più che regolare il clima, si abitua. O si spegne. E la politica, intanto, continua a occuparsi della percezione. Il rischio non è solo il caldo o il freddo. È che nessuno si alzi più per cambiare l’aria.

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Volenterosi ma anche tanto confusi

In mancanza di una qualsiasi possibilità di trovare un accordo a Bruxelles, ieri a Parigi abbiamo avuto un antipasto dell’immane fatica di fare la guerra chiamandola pace. I cosiddetti volenterosi si sono ritrovati alla corte di Macron per mostrare che l’Europa è unita nell’indossare l’elmetto.

“L’Europa si mobilita come non si vedeva da decenni”, ha detto fiero Keir Starmer, leader britannico di un Paese che è uscito dall’Unione europea. Macron, invece, ha annunciato l’invio di soldati in Ucraina quando sarà finita la guerra. Si pensa a una “coalition of the willing” che ricalca la definizione di George W. Bush nel 2003, quando in nome di “armi di distruzione di massa” mai ritrovate si partì per l’Iraq di Saddam Hussein. Non è un precedente di cui andare fieri.

Peccato che l’idea non piaccia affatto all’Italia di Giorgia Meloni, che per l’ennesima volta ha negato la sua disponibilità. Quindi nemmeno i volenterosi sono d’accordo.

Nel frattempo Macron s’è affrettato a dichiarare Trump un “alleato affidabile”, ritenendo Putin non interessato alla pace. Ma Trump ha dichiarato inaffidabile, addirittura ostile, l’Ue e sta costruendo una pace apparente proprio sulle rassicurazioni di Putin.

Il giudizio più sensato è forse quello del presidente ucraino Zelensky: “A Parigi molte domande e poche risposte”. E questi sono i volenterosi: immaginate come andrà a finire quando ci saranno anche gli indolenti.

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L’Unione europea abbraccia Vučić. Alla faccia della democrazia

Nel cuore dell’Europa che predica diritti e principi, c’è posto anche per Aleksandar Vučić. Un presidente autoritario, al potere da dodici anni, che reprime le proteste studentesche e ammicca a Mosca e Pechino, trova ancora una sedia calda a Bruxelles. Ursula von der Leyen e Antonio Costa, rappresentanti di quell’Unione che si proclama custode dello stato di diritto, gli hanno offerto una cena “cordiale, concreta, aperta e responsabile”, mentre fuori dai palazzi la Serbia brucia sotto la rabbia di chi chiede democrazia.

La diplomazia, si sa, ha il gusto del compromesso. Ma qui si va oltre. L’Ue non solo non prende le distanze da Vučić, ma sceglie di ignorare ciò che accade da mesi a Belgrado: proteste di piazza, accuse di uso di armi sonore contro i manifestanti, violazioni sistematiche dei diritti civili. Il tutto in nome di una strategia che guarda più al litio della valle di Jadar che alla libertà dei cittadini serbi.

Diritti sacrificati sull’altare del litio

La presidente della Commissione, in un post su X, ha ricordato che la Serbia deve fare progressi su libertà dei media, lotta alla corruzione e riforma elettorale. Una formula di rito. Nel frattempo, però, l’abbraccio politico resta. E non è solo simbolico. L’Unione ha bisogno della Serbia, o meglio: delle sue risorse minerarie. Non a caso, Bruxelles ha inserito proprio in questi giorni 47 progetti strategici per l’approvvigionamento di materie prime critiche. Tra questi potrebbe finire anche il maxi-sito per l’estrazione di litio a Jadar. E quando c’è da scavare per alimentare la transizione ecologica europea, i diritti umani possono attendere.

Vučić, dal canto suo, ha fatto il solito gioco: si è detto pronto a “verificare” che nessun cannone sonoro sia stato usato contro i manifestanti. Poi però ha aggiunto che “il suo utilizzo non è vietato da nessuna parte in Europa” e che “negli Stati Uniti lo usano quasi ogni giorno”. Non esattamente il linguaggio di un candidato credibile all’ingresso nell’Unione europea. Ma a Bruxelles nessuno ha fatto una piega.

Secondo Srđan Cvijić, analista del Belgrade Centre for Security Policy, la percezione pubblica in Serbia è chiarissima: l’Europa sta sostenendo un regime autoritario. Anche se, va detto, qualcosa è cambiato nel tono. Niente conferenze stampa congiunte, niente “caro Aleksandar”, solo una dichiarazione scritta. Segnali minimi, insufficienti. Perché se l’Unione avesse davvero voluto lanciare un messaggio politico netto, non avrebbe scelto la via del dialogo formale nel bel mezzo delle proteste. L’avrebbe detto chiaro: così, con questi metodi, l’adesione è sospesa.

L’adesione a ogni costo, anche senza democrazia

E invece no. Vučić continua a promettere l’apertura di nuovi capitoli negoziali entro l’anno, come se l’adesione fosse una formalità. E continua a governare, benché il premier Miloš Vučević si sia dimesso il 28 gennaio e il termine per la formazione di un nuovo governo sia ampiamente scaduto. In Serbia, le regole valgono solo quando servono.

L’Europa tace. Anzi, rilancia. Von der Leyen e Costa parlano di investimenti, di futuro comune, di vantaggi reciproci. Ma la domanda è un’altra: che fine ha fatto l’Unione europea che si diceva comunità di valori? Cosa resta della Carta dei diritti fondamentali, quando Bruxelles chiude gli occhi di fronte a un regime che reprime le piazze e gioca a rimpiattino con i diritti civili?

La risposta è nella geoeconomia, nell’ossessione strategica per le terre rare, nel bisogno disperato di risorse per la transizione verde. Ma se questa è la nuova bussola dell’Unione, allora è il momento di dire le cose come stanno: la democrazia è opzionale, se il tuo suolo è ricco. E la libertà di stampa può aspettare, se prometti di riformare — prima o poi.

Nel silenzio della diplomazia, la Serbia resta sospesa: né dentro né fuori, utile ma ingombrante, tollerata perché preziosa. Un partner tossico, come lo definisce lo stesso Cvijić, che pesa sempre più sul bilancio etico dell’Ue. E che intanto, da Belgrado, continua a reprimere e governare. Con il benestare europeo.

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Voto di scambio, arrestato Franco Alfieri: dieci misure cautelari eseguite dalla Dia di Salerno

È di stamattina l’arresto bis di Franco Alfieri. Ancora lui. Ex sindaco di Capaccio Paestum, già presidente della Provincia di Salerno, per anni uomo di fiducia del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Stavolta l’accusa è di quelle che fanno tremare i polsi: scambio elettorale politico-mafioso. Insieme a lui sono dieci gli indagati, destinatari di misure cautelari eseguite dalla Direzione investigativa antimafia di Salerno tra Campania e Abruzzo. L’ordinanza, firmata dal gip su richiesta della Dda, ricostruisce un sistema articolato e persistente. E restituisce la fotografia di una politica che, per garantirsi la vittoria, si affida ai voti di chi controlla il territorio come fosse un’azienda.

Secondo l’accusa, Alfieri avrebbe stretto un accordo con Roberto Squecco, imprenditore locale già condannato per 416 bis e ritenuto organico al clan Marandino. In cambio dell’appoggio elettorale ricevuto nel 2019 per l’elezione a sindaco, Alfieri avrebbe garantito la permanenza nella disponibilità di Squecco di una struttura balneare già colpita da provvedimenti ablatori. La promessa avrebbe resistito finché la struttura non è stata in parte abbattuta, per ragioni di pubblica sicurezza. Da lì, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero iniziate le minacce, recapitate ad Alfieri tramite figure interne al Comune: un agente della polizia municipale, un dipendente dell’ufficio cimiteriale e un’assessora che oggi risulta tra gli arrestati ai domiciliari per aver detto il falso all’autorità giudiziaria. Le pressioni non sarebbero bastate. Così Squecco avrebbe contattato tre soggetti provenienti da Baronissi per commissionare un attentato esplosivo contro Alfieri. Il progetto, documentato con mappe e sopralluoghi, non fu portato a termine per un mancato accordo economico..

Dove il voto è merce, e il potere non si vergogna

L’inchiesta è durata due anni, dal 2022 al 2024. E arriva dopo un primo arresto, quello del 3 ottobre scorso, in cui Alfieri era stato coinvolto in un’indagine su appalti truccati. Si era dimesso da ogni incarico politico.

Secondo gli atti, l’accordo elettorale sarebbe stato garantito anche dalla ex moglie di Squecco, consigliera comunale all’epoca dei fatti. Le accuse contestate a vario titolo agli indagati spaziano dal voto di scambio al tentato omicidio, dall’estorsione aggravata al traffico d’armi. Nel quadro spunta anche il possesso di mitragliette Uzi e Kalashnikov. Tutto questo per mantenere una concessione balneare e l’egemonia sul voto locale. Tutto questo sotto la regia di una politica che preferisce i risultati ai metodi.

Una legalità episodica, un sistema che regge

Oggi il Comune di Capaccio Paestum è commissariato. Il senatore Iannone ha già annunciato la richiesta di atti in Commissione antimafia. Ma il problema non è nella reazione. Il problema è nell’assuefazione. È nella leggerezza con cui un’intera architettura politica ha fatto finta di non vedere, ha protetto, promosso e usato. Alfieri è stato per anni raccontato come amministratore modello. Ora il suo nome è citato in un’ordinanza per voto di scambio mafioso. Nessuno chiede scusa, nessuno fa un passo indietro. In certi territori, la legalità è un’ipotesi. Il potere, invece, resta sempre una certezza.

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Nel Paese dell’inquisizione al rovescio: chi denuncia è colpevole

Nel Paese in cui delle persone organizzate per salvare vite in mare vengono spiate dal governo, il ministro della Giustizia parla di «clima di inquisizione» perché le opposizioni gli chiedono conto della liberazione, con tutti gli onori, di uno stupratore violento amico dei trafficanti.

L’inversione della realtà accade nel giro di poche ore. Prima il sottosegretario Mantovano ammette che l’Onu e Mediterranea sono state intercettate con il software Paragon dai nostri servizi segreti. «Indagine preventiva», la chiamano. In effetti, ci vorrebbe coraggio per ammettere che si tratta di intercettazioni non autorizzate dalla magistratura da parte di un governo che straccia per legge le intercettazioni degli altri.

Poi, ieri, il ministro Nordio in Parlamento è stato salvato dalla mozione di sfiducia che gli chiedeva conto di aver liberato il torturatore libico Almasri, generale ricercato dalla Corte penale internazionale, serenamente liberato in Italia e riportato in patria.

Il favoreggiamento politico al traffico di esseri umani compiuto da un governo che avrebbe dovuto stanare i trafficanti «in tutto l’orbe terraqueo» è l’impronta di un sopruso sistematico che ha diviso questo Paese in amici e nemici.

Adottare pratiche e opinioni contrarie ai desiderata del governo implica l’intercettazione, la querela intimidatoria, l’esposizione via social, il deliberato attacco in pubblico, perfino la derisione. Non manca nessun ingrediente per poter definire tutto questo l’opera di un’autocrazia dalla parvenza democratica.

Buon giovedì.

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Residenze per anziani, la Cassazione azzera le rette per l’Alzheimer

Dopo anni di decreti ingiuntivi, appelli e sentenze, la Corte di Cassazione ha stabilito che per le persone affette da Alzheimer le rette delle Rsa devono essere interamente a carico del Servizio sanitario nazionale. La pronuncia, accolta come una liberazione da oltre un milione di famiglie, apre però una faglia che rischia di far sprofondare il sistema sociosanitario in una guerra fra poveri e fra territori. Perché quando non è lo Stato a decidere, lo fa la giurisprudenza. Ma la giustizia non sempre è giusta, se si limita a fotografare chi può permettersi di far valere i propri diritti in tribunale.

Il punto, come chiarisce Eleonora Trentini in un’analisi chirurgica su lavoce.info, è che l’attuale sistema si regge su un equilibrio ipocrita: le regioni garantiscono il 50 per cento della spesa per le Rsa, il resto è sulle spalle delle famiglie. Un compromesso che diventa ricatto quando la non autosufficienza non è una scelta, ma una condizione permanente.

Dove finisce il diritto e inizia la sentenza

Il problema è che le Rsa non sono tutte uguali. E nemmeno i malati. Le sentenze favorevoli a chi è affetto da Alzheimer si fondano sull’idea che la malattia richieda cure sanitarie continue e prevalenti, dunque totalmente a carico dello Stato. Ma le stesse Rsa, nella loro composizione del personale, raccontano un’altra storia: meno del 25 per cento degli operatori ha un profilo sanitario, il grosso del lavoro grava su Oss e figure assistenziali malpagate e spesso insufficienti. Le stime più aggiornate parlano di un rapporto personale/ospiti pari a quello delle carceri italiane, con punte anche peggiori.

Nel frattempo, la politica non decide. La riforma prevista dal Pnrr è rimasta senza risorse. E i Lea – i livelli essenziali di assistenza – fissano regole che ignorano completamente l’evoluzione epidemiologica e demografica del Paese. Il Fondo per la non autosufficienza esclude la residenzialità. I Lep, i livelli essenziali delle prestazioni sociali, nemmeno la nominano. E i comuni, lasciati soli, alzano le soglie Isee per limitare i pochi contributi disponibili, alimentando così una selezione al contrario: accede solo chi è già scivolato nella miseria, mentre chi non può permettersi una Rsa e non è abbastanza povero da ottenere aiuti resta a casa, a carico della famiglia.

Ma il paradosso più feroce è un altro: mentre si prova a costruire un modello che faccia della casa il primo luogo di cura, le sentenze creano l’incentivo opposto. Se finisci in Rsa hai diritto alla copertura completa, se resti a casa ti arrangi. Così si favorisce l’istituzionalizzazione, invece che supportare le cure domiciliari.

Eppure i dati parlano chiaro. Secondo Antonio Guaita, , medico geriatra e direttore della Fondazione Golgi Cenci, oltre il 39 per cento degli ospiti in Rsa soffre di demenza, ma in meno del 20 per cento delle strutture esistono nuclei specializzati. La disabilità non è immobile: si muove, spesso in modo imprevedibile, e chiede sorveglianza continua. I bisogni sanitari crescono, ma il personale non basta. Il rapporto medio in Italia è di 0,2 infermieri ogni 100 anziani: in Olanda sono 1,5, in Svizzera 3.

La disuguaglianza è una scelta istituzionale

Così il sistema si spacca in due: chi ha avuto la forza e le risorse per andare in tribunale – spesso eredi di persone decedute – ottiene il rimborso delle rette; chi è vivo e non può pagare resta fuori. In un Paese in cui la sanità pubblica è a geometria variabile e la disuguaglianza è diventata criterio di selezione, anche invecchiare è un privilegio.

Serve una legge. Serve una riforma vera. Serve il coraggio di dire chi deve pagare il conto. Ma soprattutto serve un’idea: che la cura non può essere una fortuna, né una sentenza favorevole. Deve essere un diritto. E i diritti si garantiscono con risorse, regole chiare e responsabilità pubblica. Non con l’arbitrarietà dei tribunali.

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Strumentalizzare Falcone, una bestemmia civile

C’è un confine tra la propaganda e la bestemmia civile. Forza Italia lo ha superato il 23 marzo 2025, al Politeama Garibaldi di Palermo, usando la voce di Giovanni Falcone come sottofondo al proprio convegno sulla giustizia. Un partito fondato da un pregiudicato, costruito da un condannato per concorso esterno, che si prende il lusso di evocare Falcone nel salotto dove si riabilita D’Alì e si cita Mangano come “eroe”.

Falcone parlava di codice penale, di riforme, di impegno. Parlava da magistrato che conosceva il peso delle parole. Ma chi lo cita oggi lo fa per spingere una riforma – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – che lo stesso Falcone temeva. In Cose di Cosa Nostra, nel 1991, spiegava che una tale separazione avrebbe indebolito la lotta alla mafia, spezzando l’unità della magistratura e rendendo più vulnerabile il lavoro delle procure alle pressioni esterne.

E mentre Forza Italia si commuove davanti alle sue frasi, ignora il proprio archivio giudiziario: Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; Antonio D’Alì, 6 anni, stessa imputazione; Amedeo Matacena, 3 anni per contiguità con la ’ndrangheta; Nicola Cosentino, 10 anni per concorso esterno con il clan dei Casalesi; Giancarlo Pittelli, 11 anni in primo grado per aver operato a favore della ’ndrangheta; Salvatore Ferrigno, 10 anni in primo grado per voto di scambio politico-mafioso.

Falcone non appartiene a un partito. Non può essere brandizzato. Non può essere usato come copertura da chi ha contribuito, anche solo per affinità, a rendere questo Paese meno giusto. Bisogna ricordarsi di ricordare, anche quando non conviene. 

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