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Morti di Stato: il carcere come condanna senza processo

Ventidue. Come i giorni che servono a un uomo per abituarsi alla prigionia, dicono gli studi. Ventidue, come le vite spezzate nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. L’ultima, quella di un ragazzo di ventotto anni, senza fissa dimora, che si sarebbe tolto la vita nel carcere di Trieste. Era dentro per il furto di uno zaino. Dentro un sistema che punisce la povertà con la morte.
Prima aggredito, poi isolato. Infine, l’impiccagione. Un suicidio che non è una fuga, ma una sentenza scritta dall’indifferenza. Portato in ospedale, ha trovato comunque il modo di andarsene. Perché in carcere non si muore, ci si uccide. E fuori si continua a parlare di emergenza sicurezza, senza mai nominare la mattanza dietro le sbarre.

Il carcere di Trieste ha un tasso di sovraffollamento del 169%. Significa che ogni tre persone detenute, almeno una non dovrebbe esserci. Ma c’era. Lui c’era. Lui, con altri 21 morti in tre mesi. Lui, dentro un sistema che si regge su celle chiuse e umanità aperta in due. Lui, dentro una democrazia che ha fatto dell’indifferenza una politica criminale.
Non è una statistica, è un fallimento. Non un numero, ma una condanna senza processo. Lo chiamano suicidio, ma è la lenta esecuzione di uno Stato che uccide lasciando soli. E noi, tutti, complici silenziosi, mentre il carcere si riempie di corpi e si svuota di giustizia.

Buon lunedì.

Foto AS

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La guerra ha una nuova cassaforte: è la DSR Bank dell’Ue

La Defence, Security, and Resilience (DSR) Bank nasce per colmare il divario finanziario che ostacola la difesa collettiva in Europa, garantendo liquidità ai produttori di armamenti. Tradotto: soldi pubblici per chi costruisce armi. L’iniziativa, promossa da Rob Murray, ex capo dell’innovazione della NATO, e sostenuta da figure di spicco come Lord Stuart Peach, parte con 100 miliardi di sterline garantiti dagli Stati azionisti. Emettendo obbligazioni con rating AAA, la banca riduce il costo del credito per l’industria della difesa, assicurando finanziamenti stabili, indipendentemente dai cicli politici ed economici. Perché la guerra, si sa, non conosce crisi.

Finanziamenti senza limiti per l’industria della guerra

Parallelamente, la Commissione europea sostiene ReArmEurope, un piano da 800 miliardi di euro per potenziare l’industria bellica. Per il sociale non si trovano soldi, per il riarmo sì. La proposta prevede l’esclusione delle spese militari dai vincoli di bilancio, mentre la Banca europea per gli investimenti valuta di togliere le ultime restrizioni sui finanziamenti alla difesa. Gli Stati Uniti restano il principale partner strategico: decidono loro, noi paghiamo. L’obiettivo è garantire una base finanziaria stabile per il riarmo europeo, riducendo la dipendenza dagli stanziamenti nazionali soggetti a limitazioni fiscali e politiche. L’Europa stringe la cinghia per la sanità, ma non per le munizioni.

Dal 2022, i Paesi Ue hanno aumentato il budget per la difesa di oltre il 30%. La Germania ha stanziato 1.000 miliardi di euro per armamenti e infrastrutture, ma senza un meccanismo di debito comune gli Stati devono arrangiarsi. Ecco che la DSR Bank interviene: facilita l’indebitamento e garantisce la stabilità della filiera industriale della difesa. Tradotto: si fanno debiti, ma almeno le fabbriche di armi dormono sonni tranquilli. Questo modello consente di aggirare le restrizioni di spesa senza modificare trattati o parametri fiscali. Un escamotage che rende il riarmo un pilastro dell’economia europea, piaccia o meno.

L’architettura della banca redistribuisce i fondi sotto forma di prestiti agevolati, riducendo il rischio per gli investitori privati. Insomma, un affare d’oro per chi scommette sulla guerra. Il Parlamento europeo valuta una revisione delle politiche di coesione, ipotizzando la riallocazione di fondi destinati allo sviluppo sociale verso il settore militare. Via il welfare, avanti gli arsenali. La spesa per la difesa viene sempre più presentata come un volano per la crescita e l’occupazione. L’Ue, che fatica a reperire risorse per welfare e transizione ecologica, scopre improvvisamente che i soldi ci sono: basta destinarli ai proiettili. La DSR Bank si inserisce in questo quadro, consolidando un’infrastruttura finanziaria stabile per il settore militare. L’obiettivo dichiarato è garantire sicurezza e deterrenza, ma il modello economico che ne deriva trasforma il riarmo in un fenomeno permanente, indipendente dalle necessità geopolitiche. Perché il problema non è più “se” ci sarà una guerra, ma solo “quando”.

L’industria della difesa come nuova frontiera della finanza

L’allineamento tra il settore finanziario e l’industria della difesa è sempre più evidente. Gli investitori vedono nella produzione di armamenti una garanzia di rendimenti sicuri, mentre i governi favoriscono l’integrazione tra capitale privato e strategia di sicurezza. Le banche finanziano le bombe, i governi si adeguano. Il riarmo non è più solo un imperativo strategico, ma un’opportunità di investimento a basso rischio, alimentata da fondi pubblici e agevolazioni normative. Se la pace non fa profitto, tanto vale armarsi.

L’industria della difesa ottiene finanziamenti certi, mentre altri settori restano soggetti ai vincoli di bilancio. I soldi per la scuola o la sanità si trovano “se ci sono le risorse”, per la guerra invece si creano. L’accesso ai capitali privati diventa un pilastro della nuova strategia, rendendo il settore militare autonomo rispetto ai cicli politici e fiscali. Le aziende della difesa possono così pianificare investimenti di lungo periodo, costruendo un’infrastruttura produttiva sempre più scollegata dalle dinamiche di bilancio nazionali.

La domanda di armamenti cresce, altre economie si adeguano, la finanza e l’industria della difesa si fondono. Il settore bellico diventa parte integrante dei mercati finanziari globali, con conseguenze di lungo periodo sulle economie nazionali. La DSR Bank normalizza la spesa bellica e trasforma il riarmo in una costante della politica economica europea. Il rischio più grande? Che il riarmo, una volta reso economicamente sostenibile e finanziariamente conveniente, diventi un pilastro dell’economia occidentale. E a quel punto, chi vorrà mai rinunciarci?

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Pronti alla guerra

Il Consiglio europeo del 20 marzo ha certificato l’ennesima prova di ambiguità strategica dell’Unione europea. Da una parte, la volontà di rafforzare l’apparato militare del continente con un piano di investimenti da 800 miliardi di euro. Dall’altra, la necessità di dare al progetto una veste meno scomoda, tanto che si è deciso di cambiare il nome da “ReArm Europe” a “Readiness 2030” per non turbare le sensibilità politiche di alcuni Stati membri. Per la sostanza, ci si penserà più avanti. L’importante è il packaging.

Riarmo Ue, un piano con più dubbi che certezze

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha incassato il via libera sul principio generale: più difesa, più investimenti, più incentivi all’industria militare europea. Ma al di là della retorica muscolare, i dettagli operativi restano sfuggenti. A frenare l’entusiasmo bellicista sono stati soprattutto i dubbi su come finanziare la nuova architettura militare. L’ipotesi di utilizzare eurobond è stata bocciata dai paesi più rigoristi, mentre la proposta di escludere le spese militari dal Patto di stabilità incontra resistenze. Meloni, dal canto suo, ha difeso la necessità di una “prudenza” sulla spesa, invocando il principio del “buy European” per garantire che i miliardi stanziati restino dentro i confini dell’industria bellica continentale.

La Francia di Macron e la Germania di Scholz hanno spinto per un’accelerazione, con Parigi pronta a far lievitare la spesa militare fino al 3,5% del Pil. Ma l’opposizione dell’Ungheria e le cautele della Spagna di Sánchez hanno imposto un rallentamento della tabella di marcia. L’obiettivo resta quello di creare un sistema di difesa europeo autonomo, soprattutto in vista di un possibile ritorno di Trump alla Casa Bianca. Il vertice ha discusso anche di come strutturare una “Nato senza Stati Uniti”, segno che la paura di un’America isolazionista sta condizionando ogni decisione strategica.

Il nodo irrisolto della politica estera

Sullo sfondo, il vero problema resta l’assenza di una politica estera comune. Se l’Europa avesse una visione unitaria, la discussione sarebbe stata incentrata su come costruire una reale autonomia strategica, su quali investimenti privilegiare, su come strutturare un comando unitario in grado di affiancare la Nato senza essere subalterno agli Usa. Invece, la questione principale è stata il nome del piano: troppa enfasi sulla parola “riarmo” rischiava di irritare gli elettori, meglio un termine neutro come “prontezza”. Il dibattito, insomma, è stato più lessicale che sostanziale.

Anche sulle modalità di finanziamento il confronto si è impantanato. L’idea di finanziare il riarmo con nuovo debito comune non ha convinto tutti. Alcuni Stati membri, come la Germania, temono di esporsi troppo. L’Italia, invece, si è detta contraria agli eurobond per evitare squilibri nei conti pubblici, ma ha chiesto garanzie che gli investimenti finiscano nell’industria bellica europea e non in quella americana. Sullo sfondo, resta l’incognita Trump: un suo ritorno potrebbe cambiare le carte in tavola e costringere l’Europa a rivedere ancora una volta le proprie scelte.

Il grande assente nel dibattito è stato, ancora una volta, un vero pensiero strategico. L’Europa vuole armarsi, ma non sa bene come pagare il conto. Vuole essere indipendente, ma teme di scontentare Washington. Vuole mostrarsi compatta, ma i suoi governi si muovono in ordine sparso. E così, mentre il mondo si ridefinisce tra il decisionismo scomposto di Trump e l’aggressività di potenze come Russia e Cina, Bruxelles si impantana nelle parole. Alla fine, il Consiglio europeo ha prodotto un compromesso che rimanda le vere scelte a un secondo momento. C’è un piano, c’è una cifra, c’è una nuova etichetta rassicurante. Ma la politica estera resta, come sempre, un’altra cosa.

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Un giorno di memoria e un anno di rimozione

Ieri era la Giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime innocenti di mafia. Il giorno delle istituzioni in prima fila, delle dichiarazioni solenni, delle celebrazioni perfette. Il giorno in cui tutti si inchinano davanti ai nomi delle persone uccise, si commuovono e giurano che non accadrà mai più.

Ma la memoria, se fosse davvero viva, sarebbe scomoda. Perché obbligherebbe a riconoscere che la mafia non è sconfitta, che le zone grigie esistono ancora e che dietro certe scelte politiche, certe riforme, certi tagli ai poteri investigativi, ci sono interessi precisi. Fare memoria significherebbe fare nomi, denunciare responsabilità, smontare il racconto rassicurante di un Paese che si dice cambiato mentre continua a convivere con lo stesso sistema.

Oggi, invece, è il giorno dopo. Il giorno in cui la mafia torna a essere un problema tecnico, un argomento per convegni, un fastidio da confinare in qualche operazione di facciata. La memoria, in Italia, dura lo spazio di una cerimonia: il tempo di una dichiarazione, il tempo di un fiore, il tempo di una telecamera accesa. Poi il silenzio.

Eppure, ricordare dovrebbe significare guardare il presente. Dovrebbe voler dire interrogarsi sul perché le mafie non sono sconfitte, su come riescono a infiltrarsi nelle imprese, nella politica, nell’economia. Dovrebbe significare chiedersi perché chi indaga trova sempre più ostacoli, perché le leggi diventano più morbide, perché certi intrecci non vengono mai spezzati.

Ieri hanno parlato tutti. Hanno detto che la mafia è un nemico della democrazia. Oggi, nei palazzi, negli affari e nei consigli di amministrazione, ci si accorda con quel nemico, lo si tollera, lo si usa. Ieri c’era la memoria. Oggi c’è la convenienza.

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La giustizia internazionale lo cerca, l’Italia lo ospita: il caso Al-Kikli

Abdul Ghani Al-Kikli (4), signore della guerra accusato di torture e omicidi, fotografato in un ospedale di Roma con Ammar Joma (1) – fratello di Adel Joma, Adel Jumaa Amer (2) – ministro di Stato per il PM e gli affari di gabinetto, Mohamed Ismail (3) – ex miliziano e alto funzionario finanziario, Ibrahim Ali Al-Dabaiba (5) – figlio di Ali Al-Dabaiba e potente broker politico, Abdul Basit Al-Badri (6) – ambasciatore libico in Giordania, Ahmed Al-Sharkasi (7) – parente del premier Dabaiba e membro del consiglio dell’Arab Bank, e Dagoor (8) – stretto collaboratore di Adel Jumaa

Un altro criminale di guerra libico si aggira liberamente in Italia. Dopo il caso di Mahmoud Almasri, adesso tocca ad Abdul Ghani Al-Kikli, noto signore della guerra di Tripoli, accusato di torture, sparizioni forzate e omicidi extragiudiziali. Lo denuncia l’account @RefugeesinLibya, pubblicando una foto che lo ritrae in una stanza dell’Ospedale Europeo di Roma, circondato da uomini chiave del governo libico di Abdul Hamid Dbeibah.

Al-Kikli, secondo alcune fonti, è nella lista dei ricercati della Corte penale internazionale, ma l’Italia, invece di collaborare con la giustizia internazionale, sembra offrirgli ospitalità. Non è il primo caso. Già con Almasri, accusato di traffico di esseri umani e crimini contro le persone migranti, il governo Meloni si era dimostrato più incline all’accoglienza dei carnefici che delle vittime. Il paradosso è che mentre l’esecutivo si vanta di aver trasformato l’Italia in una fortezza contro l’immigrazione, consente a chi di quell’immigrazione ha fatto un business sanguinario di muoversi indisturbato nel nostro Paese.

La foto pubblicata da @RefugeesinLibya non lascia spazio a interpretazioni: Al-Kikli è in Italia, ospite di un sistema che ignora la giustizia e i diritti umani. E se la comunità internazionale chiede risposte, da Roma si alza il solito silenzio complice.

Buon venerdì. 

 

Foto @RefugeesinLibya

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L’Ucraina vincerà: sì, no, forse… Tutte le giravolte di Meloni

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui Giorgia Meloni riscrive il passato, soprattutto quando il presente la mette in difficoltà. Un tempo la presidente del Consiglio non lasciava spazio a interpretazioni: la vittoria dell’Ucraina era una certezza, anzi, una missione da compiere senza tentennamenti.

“L’Italia sarà al fianco dell’Ucraina fino alla vittoria”, dichiarava Meloni il 21 febbraio 2023 in una conferenza stampa a Kiev, accanto a Volodymyr Zelensky. Il 24 febbraio 2023, nel primo anniversario dell’invasione russa, ribadiva il concetto: “Non possiamo permettere che l’Ucraina perda questa guerra, la vittoria di Kyiv è fondamentale per la sicurezza europea”. Parole chiare, inequivocabili, che all’epoca servivano a rassicurare gli alleati e a consolidare la posizione dell’Italia nello scacchiere internazionale. Un impegno che non lasciava margini di ambiguità, rafforzato da dichiarazioni ufficiali e incontri bilaterali. Ma la politica ha memoria corta e la coerenza è spesso sacrificata sull’altare della convenienza.

Il passo indietro di Meloni

Ora, invece, Meloni frena, ridimensiona e perfino nega di aver mai parlato in quei termini. Lo ha rilevato con precisione l’analisi di Pagella Politica, che ha ripercorso le sue dichiarazioni per smontare il revisionismo in corso. In una recente intervista a Bruno Vespa del 10 marzo 2024, la premier ha affermato: “Non ho mai detto che Kiev avrebbe sconfitto Mosca, ho sempre parlato di sostegno, non di vittoria”. Salvo poi essere smentita dai fatti, dai video e dalle sue stesse parole.

La dinamica è la solita: negare l’evidenza, ribaltare la narrazione, affidarsi alla memoria corta del pubblico e alla disponibilità mediatica di certi canali nel diluire il problema. Non una strategia nuova, ma piuttosto una costante nella gestione del potere di Meloni. Sulla guerra in Ucraina, però, il gioco si complica: perché se un anno fa l’assoluta determinazione a sostenere Kievera funzionale alla costruzione di un profilo internazionale solido e coerente, oggi la realtà impone una strategia più ambigua.

A tutto questo si aggiunge la crescente pressione interna. Con un governo sempre più attento ai sondaggi e una parte della maggioranza che comincia a soffiare su posizioni meno nette, Meloni si trova a dover bilanciare la necessità di non scontentare gli alleati internazionali con quella di rassicurare una base elettorale che, tra crisi economica e stanchezza bellica, si mostra meno entusiasta del coinvolgimento italiano nella guerra.

Una strategia in bilico

La situazione sul campo di battaglia si è fatta meno netta, l’opinione pubblica europea è meno compatta nel sostegno incondizionato, il fronte interno italiano è agitato da una Lega sempre più insofferente verso le spese militari. E così, Meloni corregge il tiro: non si parla più di vittoria, ma di “non sconfitta”, si evita di esplicitare scenari di trionfo e si lascia spazio a una narrazione più sfumata, meno rischiosa.

Il tutto mentre cresce il pragmatismo nei vertici europei. Se Emmanuel Macron e Olaf Scholz mantengono una linea di sostegno netto a Kyiv, con qualche distinguo e qualche tensione, altri paesi iniziano a prendere le distanze da un impegno illimitato. E in Italia la posizione del governo si fa più traballante: i dubbi si moltiplicano, le prese di posizione diventano più caute, le promesse si fanno più vaghe.

A rendere ancora più evidente la contraddizione è il confronto con le dichiarazioni di altri leader europei. Macron e Scholz mantengono una linea di sostegno netto a Kiev, pur con differenze strategiche. Meloni invece ondeggia, e quell’incertezza rispecchia il suo approccio più generale alla politica estera: cercare di tenere insieme il blocco atlantista, rassicurare l’elettorato di destra più scettico e non scivolare in una crisi diplomatica che l’Italia non può permettersi.

Ma c’è un problema più profondo in questo continuo ricalibrare la realtà: la credibilità. Perché se oggi si può negare di aver mai parlato di vittoria ucraina, domani si potrà negare qualunque altra promessa. E in politica, quando il passato diventa un’opinione, il presente diventa un’incognita. E un’incognita, si sa, non governa a lungo.

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L’Ue cerca fondi per le Borse ma il sistema finanziario non piace ai risparmiatori

L’Unione europea è in affanno e quando i conti non tornano, la politica economica diventa improvvisazione. Il nuovo piano di Bruxelles? Costringere le persone europee a investire i loro risparmi nel mercato azionario, trasformando dieci trilioni di euro parcheggiati nei conti bancari in un flusso di denaro per le imprese. Un’idea che ricorda più un tentativo disperato di sopravvivenza che una strategia lungimirante.

Il problema è strutturale: nel 2024, la crescita dell’Eurozona si è fermata a un misero 0,5%, mentre gli Usa hanno registrato un 2,5%. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, la produzione industriale è scesa del 6% in Germania e i consumi interni sono stagnanti. Bruxelles ora teme un effetto domino, con le aziende europee incapaci di attrarre investimenti rispetto ai colossi americani e cinesi.

Un’Unione senza unità

L’Europa ha bisogno di soldi e ne ha bisogno ora. Le tensioni geopolitiche e l’impennata della spesa per la difesa impongono nuove fonti di finanziamento, ma gli Stati membri non vogliono aprire troppo i cordoni della borsa. Per il solo 2024, la Commissione europea ha stimato che servano almeno 100 miliardi di euro in più per sostenere la difesa e la transizione energetica, mentre il piano industriale verde dell’Ue è ancora in ritardo rispetto agli incentivi miliardari messi in campo da Usa e Cina.

Nel frattempo, il sistema finanziario dell’Unione resta frammentato. Gli investitori europei hanno meno strumenti rispetto ai loro omologhi americani: il 60% delle famiglie statunitensi possiede azioni, mentre in Francia e Germania la percentuale scende al 18%. Risultato? Il mercato dei capitali europeo è più piccolo di quello statunitense del 50%, con le aziende che faticano a raccogliere fondi. La differenza si vede nei numeri: tra il 2010 e il 2023, il valore totale delle azioni emesse dalle aziende europee è cresciuto di appena il 15%, contro il 100% registrato a Wall Street.

Il progetto dell’Unione per il risparmio e gli investimenti (SIU), sostenuto da von der Leyen, punta a cambiare questa dinamica. L’idea è convincere i cittadini europei a investire i propri risparmi, semplificare le regole e creare strumenti finanziari comuni. Ma i problemi non mancano. Ogni Stato membro ha leggi diverse su tassazione e regolamentazione, e Bruxelles non è mai riuscita a creare un supervisore unico per il settore finanziario.

Mercati aperti o solo un’altra illusione?

Bruxelles insiste, e il nuovo piano prevede incentivi fiscali, fondi comuni europei e una supervisione centralizzata. Ma gli Stati membri restano divisi: la Spagna ha radunato una coalizione di sei paesi (Germania, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Polonia) per testare strumenti di investimento comuni, mentre il blocco nordico è più scettico. Il rischio è quello già visto con il mercato unico digitale: tante promesse, pochi risultati concreti.

Nel 2024, un summit del Consiglio europeo su questo tema si è concluso con un nulla di fatto. Il motivo? Il 70% del sistema finanziario europeo è ancora controllato da banche nazionali e gli Stati non vogliono cedere potere a un’authority unica. Se ne parla da anni, ma il settore è rimasto praticamente immutato dal 2008, quando la crisi finanziaria spinse a centralizzare la vigilanza bancaria sotto la Bce, senza però estendere la supervisione ai mercati finanziari non bancari.

Resta il dubbio principale: l’Europa può davvero convincere gli europei a investire i propri risparmi in Borsa per finanziare un sistema economico in affanno? O si tratta dell’ennesimo tentativo di Bruxelles di tappare falle senza risolvere il problema di fondo, ovvero la mancanza di una vera politica economica comune?

I vertici Ue sperano che la paura – della recessione, della guerra, dell’instabilità – spinga finalmente i governi ad accettare le regole comuni e le persone a cambiare abitudini. Ma la storia recente dimostra che quando si parla di soldi, gli Stati membri si chiudono a riccio e gli europei, più che investire, ritirano i risparmi e cercano rifugi sicuri. Se questa è la grande strategia economica europea, il futuro dell’Unione è più precario di quanto si voglia ammettere.

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La Germania traina l’Europa verso il riarmo

La Germania ha ufficialmente voltato pagina. Dopo anni di austerità imposta con il rigore di un dogma, dopo le mani strette attorno al collo della Grecia e dei paesi mediterranei etichettati come cicale d’Europa, Berlino ha deciso che il tempo del sacrificio è finito. Ma non per costruire un futuro equo e sostenibile: no, il nuovo piano da 1000 miliardi di euro non finanzierà politiche sociali, non rilancerà il welfare. Servirà per riarmare il paese, con un’iniezione di spesa militare che è la dichiarazione di intenti di un’Europa che non si prepara alla pace, ma alla guerra.

Il freno al debito cancellato per alimentare l’industria bellica

Il Bundestag ha già dato il via libera a una riforma che, di fatto, elimina il “freno al debito”, quell’obbligo di pareggio di bilancio che per anni è stato il vessillo dell’ortodossia finanziaria tedesca. Ieri era un dogma, oggi è carta straccia. Perché? Perché l’Europa deve essere pronta a combattere, perché l’industria della difesa è il nuovo motore dell’economia continentale. È la stessa Ursula von der Leyen a dirlo, con il suo tono asettico da tecnocrate: l’Europa deve prepararsi alla guerra.

A chi servono allora i nuovi fondi? Una parte sarà destinata a infrastrutture, sì, ma con una logica precisa: garantire una mobilità efficiente per l’apparato militare. Strade, ferrovie, aeroporti: tutto sarà potenziato per favorire i movimenti delle truppe. Il resto del pacchetto? Difesa, forniture belliche per l’Ucraina, sicurezza informatica. La Bundeswehr diventerà una delle forze armate più potenti al mondo, come ha detto il ministro della Difesa uscente. Per sostenere questo apparato, Berlino ha destinato 500 miliardi di euro in 12 anni solo alle infrastrutture, con una quota non specificata ma rilevante che sarà impiegata direttamente per scopi militari, come il controllo logistico di porti, autostrade e ferrovie. Inoltre, la spesa per la difesa potrà superare l’1% del PIL senza essere conteggiata come eccedente.

Il ritorno della leva obbligatoria: la Germania prepara il fronte

E per alimentare questa macchina servono soldati. Per questo tornerà la leva obbligatoria: un esercito giovane, pronto, addestrato. Il piano prevede che entro il 2025 sia introdotto un modello di servizio misto, sulla base del sistema svedese, che combina volontariato e obbligo di leva per colmare i vuoti di organico. Florian Hahn della CDU ha già annunciato che il ripristino della coscrizione è una priorità. Secondo il ministro della Difesa uscente, in caso di guerra il paese dovrebbe poter contare su almeno 460 mila soldati, di cui 260 mila riservisti. Non a caso, tutti i riservisti sopra i 50 anni saranno obbligati a un nuovo addestramento a partire da quest’anno.

E l’obiezione di coscienza Non è contemplata. La Corte Federale di Giustizia tedesca ha stabilito che un uomo ucraino rifugiatosi in Germania per non servire nell’esercito di Kiev può essere deportato. Il messaggio è chiaro: se la guerra chiama, nessuno può tirarsi indietro. Una sentenza che non riguarda solo gli ucraini. È il modello di società che si sta disegnando: chi si oppone viene schiacciato.

Questo è il futuro dell’Europa, un’Europa che cambia pelle, che smette di nascondersi dietro il linguaggio paludato delle “missioni di pace” e si struttura come un continente armato, pronto a un conflitto che viene ormai considerato inevitabile. Friedrich Merz, il nuovo cancelliere, non fa mistero della sua ambizione di rendere la Germania un baluardo contro ogni possibile minaccia. Il piano di riforma è stato approvato da un parlamento uscente, delegittimato dalle ultime elezioni, evitando così il rischio di un voto contrario nel nuovo Bundestag. La manovra, inoltre, è stata resa possibile grazie all’appoggio decisivo dei Verdi, che hanno ottenuto in cambio un pacchetto di investimenti per la riconversione energetica da 100 miliardi di euro.

E mentre si rimpinguano le casse dell’industria bellica, il tessuto sociale si sfilaccia. Qualcuno dirà che questa è la svolta necessaria per mantenere l’equilibrio globale. Ma la verità è che l’Europa si sta trasformando in qualcosa che i suoi stessi cittadini non riconoscono più.

Per Giorgia Meloni e gli altri leader che ancora parlano di sviluppo, di rilancio economico, di sicurezza nazionale, questa è la smentita definitiva: il ReArm Europe non è un’opportunità, non è un piano di crescita, è solo la formalizzazione dell’economia di guerra. Si produce per combattere, si investe per armarsi, si cresce alimentando il prossimo conflitto. E l’Italia L’Italia si accoderà, come sempre, senza interrogarsi su quale sia la direzione giusta, con un governo che continuerà a fingere di non vedere il disegno complessivo.

Chi aveva ancora dubbi li metta da parte: la Germania si è apparecchiata alla guerra, e con lei l’intera Unione europea. L’illusione della pace perpetua è finita, e al suo posto resta solo la corsa agli armamenti. Il resto è propaganda.

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Addio al diritto allo studio, l’istruzione è per censo

In Italia il diritto allo studio non esiste: il destino educativo di un giovane è scritto nel reddito della famiglia. Secondo Istat, chi ha genitori laureati ha il 67,1% di probabilità di conseguire una laurea, mentre chi proviene da famiglie con un basso livello di istruzione si ferma al 12,8%. Il divario inizia già prima dell’università: il 23,9% dei figli di genitori con licenza media abbandona la scuola prima del diploma, un dato quindici volte superiore rispetto all’1,6% dei figli di laureati. Le politiche di sostegno sono un’illusione. Il contributo statale per i libri di testo e la borsa IoStudio – gli unici aiuti economici diretti – sono finanziati con appena 133 milioni e 40 milioni di euro all’anno, lo 0,008% del Pil.

Non esistono dati pubblici su quanti studenti ne beneficino realmente, segno che il sistema non è solo sottodimensionato, ma anche inefficace. I beneficiari devono affrontare iter burocratici infiniti e spesso rinunciano a causa della scarsa informazione e dei ritardi nei pagamenti. Eppure, nei paesi con un più alto tasso di laureati, i finanziamenti all’istruzione rappresentano almeno il 5% del Pil, segno di una scelta politica chiara: investire nel futuro o condannarlo alla precarietà. L’Italia è il penultimo paese in Europa per numero di laureati tra i giovani. Senza investimenti strutturali, resterà un paese in cui la scuola non è un diritto ma un privilegio, dove la dispersione scolastica – sia esplicita che implicita – continua a condannare intere generazioni a un futuro già deciso. Se il governo volesse davvero premiare il merito, dovrebbe iniziare garantendo pari opportunità, anziché lasciare che siano i conti in banca a decidere chi può studiare e chi no. Ma il merito, in Italia, è solo una favola buona per i discorsi elettorali.

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Meloni si rifugia nel mito nero per nascondere il vuoto

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi si imbarca per Bruxelles senza il mandato del suo governo per votare il piano ReArm Europe voluto da von der Leyen. Non è un retroscena: lo ha detto chiaramente il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, e lo ha ribadito ieri pomeriggio il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini.

Dopo aver detto a Bruxelles che il problema era solo un nome poco goloso – poiché per lei la politica è una continua rappresentazione – oggi Meloni deve riferire agli altri leader di Stato che la sua maggioranza è a pezzi, che i nodi sono venuti al pettine: troppi amici di Trump, troppi nemici dell’Europa, troppi nazionalismi spicci, troppi ex innamorati di Putin affastellano la sua compagine di governo.

È un fallimento politico enorme. L’Italia, quando non si tratta di cianciare di immigrati e minoranze, non riesce a trovare una quadra. Il governo italiano non ha una politica estera. Per nascondere il disastro, la capa del governo ha fatto ciò che sa fare meglio: fare leva sulla sua malinconia nera, infangando il manifesto di Ventotene per rassicurare la sua base (nera) e sollevare un polverone.

L’infingarda sceneggiata di ieri alla Camera è la trappola perfetta per opposizione e giornalisti. Sputando sulla storia, ha condito il vuoto pneumatico del governo con la polemica. Ma che alla premier non piaccia l’idea di Europa lo sappiamo da tempo. I sovranisti governano con piccoli cabotaggi nel mare ristretto delle loro idee locali. Per natura, sono incapaci di unioni di qualsiasi portata. È la loro natura.

Buon giovedì.

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