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Meglio disarmati che indebitati, i dubbi di Francia, Italia e Spagna

Italia, Francia e Spagna hanno appena scoperto l’acqua calda: le armi costano. E se te le compri a debito, il conto arriva con gli interessi — e con il giudizio dei mercati. Dopo mesi di retorica sulla necessità di “difendere l’Europa”, ora le capitali del Sud mettono il freno. Non per una questione etica, ma per pura contabilità.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha messo sul tavolo un piano da 150 miliardi in prestiti per rilanciare la difesa dell’Unione. Obiettivo: liberarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti e armarsi fino ai denti. Il meccanismo è semplice: si allenta temporaneamente il Patto di stabilità, gli Stati membri si indebitano, la Commissione li accompagna con denaro a basso interesse, e l’industria bellica brinda.

Un piano da falchi, in una stagione da colombe

Peccato che per Italia, Francia e Spagna, già alle prese con debiti pubblici gonfi come palloni, il piano sia un cappio. Perché quei prestiti — per quanto agevolati — finiscono comunque nel conto nazionale. E Bruxelles è chiara: se aumenti la spesa militare, dovrai tagliare da qualche altra parte. Magari dagli ospedali, dalla scuola, dai trasporti. Auguri a trovare una maggioranza che voti questo.

Meloni è stata esplicita: “Il piano di von der Leyen si basa quasi esclusivamente sul debito degli Stati”. E ha chiesto tempo. Non perché sia contraria al riarmo, ma perché non può permetterselo. Né lei né Sánchez, né tantomeno Macron, che con un debito/PIL sopra il 110% teme di far scappare gli investitori e di peggiorare il suo rating.

Il paradosso è che proprio i Paesi che più dovrebbero aumentare la spesa per raggiungere il 2% del PIL in difesa (l’obiettivo Nato) sono quelli che meno possono permetterselo. E mentre Berlino si prepara a sforare in grande stile per finanziare un pacchetto da 500 miliardi, nel Sud si gioca la partita dell’ambiguità: chiedono che nella “difesa” vengano incluse anche le spese per i confini, la cybersecurity, la resilienza infrastrutturale. Tutto pur di far quadrare i conti senza dirlo apertamente.

A Bruxelles si gioca a poker. Il Nord — Germania, Paesi Bassi, Danimarca — vuole che chi chiede solidarietà dimostri per primo di crederci, indebitandosi. “Se dicono che la difesa è una sfida esistenziale, allora che prendano i prestiti”, dicono i falchi del rigore. Ma i governi mediterranei preferiscono una partita diversa: i “defense bonds”, titoli emessi dall’Ue e garantiti da tutti, come fu per il Next Generation EU. Ovvero: mutualizzare il rischio, socializzare il costo. Ma il “no” di Amsterdam è già scolpito nella pietra: “Niente Eurobond”, ha ribadito il premier Schoof.

Il riarmo europeo si ferma davanti allo spread

Von der Leyen è in mezzo. Incalzata da Trump che minaccia di abbandonare Kiev, e frenata dai governi più fragili. Ha corso troppo, forse. Ha creduto che la retorica bellica potesse fare da leva per superare il tabù del debito. Ma le contabilità nazionali non si piegano agli slogan. E quando la guerra diventa un business, il conto lo paga sempre chi ha meno margine.

Per ora il piano è impantanato. Italia e Spagna prendono tempo, Macron guarda i mercati. Il rischio è duplice: non solo il riarmo europeo rallenta, ma l’idea stessa di una difesa comune si arena. Perché senza un’unione fiscale, ogni euro in più speso in armi può diventare un boomerang elettorale.

Nella Ue a 27, dove la difesa è ancora materia da sovranità, il vero campo di battaglia è il bilancio. E la guerra, anche quando è lontana, pesa sul debito. Ma su quello, nessuno è disposto a morire.

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Come una gita alcolica fuori porta

Come un gruppo di amici che pianificano una gita alcolica fuori porta, il capo del Pentagono Hegseth, il consigliere per la sicurezza nazionale Waltz, la direttrice dell’intelligence nazionale Gabbard e il vicepresidente Usa J. D. Vance hanno allegramente pianificato un attacco di guerra in una chat privata, in cui è stato invitato per errore anche il direttore di The Atlantic, Jeffrey Goldberg.

Il giornalista ha fatto il giornalista e ha raccontato al mondo come la classe dirigente del governo Trump abbia deciso i raid Usa contro gli Houthi, bombardando lo Yemen.
In quella stessa chat il vicepresidente J. D. Vance e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno parlato di “odio” e “disgusto” verso l’Europa. Donald Trump ieri ha rincarato la dose: “Penso che gli europei siano dei parassiti”.

“Odio soltanto – aveva scritto Vance – dover salvare di nuovo l’Europa”. “Condivido il tuo disgusto per l’Europa che se ne approfitta gratis – aveva risposto Hegseth – è patetico. Ma Mike ha ragione, siamo gli unici al mondo che possono farlo. La questione è il tempismo”.
Essere “anti” qualcosa è la cifra stilistica della politica quando si riduce a spettacolo e narrazione. Come da noi l’anti-antifascismo è il verbo per la maggioranza, nel trumpismo l’antieuropeismo è la caratteristica fondante della messa in scena.

In Parlamento qualcuno aveva chiesto a Giorgia Meloni dove stesse tra l’Europa e gli Usa. Furbescamente la presidente del Consiglio rispose che stava “con l’Italia”. Le si potrebbe riproporre la domanda: dove sta l’Italia tra questi Usa che ci vedono come parassiti e l’Ue?

Buon mercoledì.

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Meloni e la geopolitica delle favole

Giorgia Meloni ha una capacità sorprendente: con una frase riesce a condensare tutta la sua visione del mondo. «Se andassimo a verificare, ci accorgeremmo che le competenze della Commissione europea sono maggiori di quelle del presidente degli Stati Uniti», ha dichiarato in Senato. Non era una provocazione, non un tentativo di ironia. Era proprio la sua idea.

Pagella Politica ha smontato l’affermazione con un’analisi dettagliata: gli Stati Uniti sono uno Stato federale, l’Unione europea una confederazione. Il presidente Usa ha poteri esecutivi che vanno dalla politica estera alla difesa, dalle nomine ai trattati. La Commissione europea, invece, ha competenze delegate dai governi nazionali, limitate dai trattati e condivise con Parlamento e Consiglio. Paragonare i due ruoli non ha senso.

Eppure, per Meloni, funziona. Perché nel suo mondo la realtà non è un dato oggettivo ma una costruzione ideologica. Il fine non è comprendere il funzionamento dell’Ue o degli Usa, ma demolire la prima per alimentare l’illusione di una sovranità nazionale che non esiste più. Così la Commissione europea diventa un mostro centralista e il presidente Usa un innocuo burocrate. Un capolavoro di propaganda.

Il problema è che questa narrazione ha conseguenze reali. Se chi governa un Paese ha un’idea distorta delle istituzioni internazionali, finirà per prendere decisioni altrettanto distorte. Ed è esattamente quello che sta accadendo: un’Italia isolata, incapace di incidere nelle dinamiche globali, mentre Meloni racconta agli elettori una fiaba in cui l’Ue è il male e gli Stati nazionali sono la soluzione.

Governano con l’ignoranza, ecco perché non sopportano cultura e scuola. 

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Salari da fame e stress, infermieri in fuga dalla Sanità pubblica

C’è un vuoto che si allarga nel Servizio Sanitario Nazionale, ed è quello lasciato dagli infermieri. Ogni anno l’Italia ne perde oltre diecimila, un’emorragia silenziosa che erode le fondamenta della sanità pubblica. Lo certifica il nuovo report della Fondazione GIMBE, che fotografa una crisi strutturale aggravata da salari inadeguati, carichi di lavoro insostenibili e una programmazione miope.

Nel 2022, il nostro paese contava 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, con un divario allarmante tra Nord e Sud: dai 7,01 della Liguria ai 3,83 della Campania. Il confronto internazionale è impietoso: la media OCSE è di 9,8 infermieri per 1.000 abitanti, quella dell’Unione europea di 9. Noi ci fermiamo a 6,5, meglio solo di Spagna, Polonia, Ungheria, Lettonia e Grecia. Il rapporto infermieri/medici è altrettanto sbilanciato: 1,5 contro la media OCSE di 2,7. Il risultato? Turni massacranti, reparti con organici ridotti all’osso e un sistema sempre più vicino al punto di rottura.

Un mestiere sempre meno attrattivo

La professione infermieristica sta diventando sempre meno appetibile. Dal 2019 a oggi, oltre 42.000 infermieri si sono cancellati dall’albo, di cui più di 10.000 nel solo 2024. Il trend è chiaro: chi può, lascia. Si va all’estero, si abbandona la professione o si cerca una via d’uscita nel privato. Il problema non è solo numerico, ma generazionale: nel SSN, uno su quattro ha più di 55 anni e andrà in pensione nei prossimi anni, mentre il numero di laureati è drammaticamente insufficiente per garantire il ricambio. Nel 2022, l’Italia ha formato solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, contro una media OCSE di 44,9. Un disastro annunciato.

Salari da fame e condizioni di lavoro insostenibili

Gli infermieri italiani sono tra i meno pagati d’Europa: nel 2022, il loro stipendio annuo medio era di 48.931 dollari a parità di potere d’acquisto, ben 9.463 dollari in meno della media OCSE. Il problema non è solo il confronto internazionale, ma il declino progressivo: tra il 2001 e il 2019, i salari degli infermieri italiani sono diminuiti dell’1,52%, mentre le responsabilità e i carichi di lavoro sono aumentati.

Chi resta in corsia si trova a gestire situazioni sempre più critiche, tra turni estenuanti e reparti in cronica carenza di personale. E il PNRR, che prometteva una rivoluzione nella sanità territoriale, rischia di essere vanificato proprio dalla mancanza di infermieri: servirebbero almeno 20.000-27.000 professionisti per attuare la riforma dell’assistenza territoriale, ma senza interventi immediati questi numeri resteranno sulla carta.

La sanità pubblica sotto scacco

Non è solo una questione di stipendi. La professione infermieristica in Italia è penalizzata da una scarsa valorizzazione, da limitate prospettive di carriera e da un’organizzazione del lavoro che lascia poco spazio alla crescita professionale. A questo si aggiunge il rischio di aggressioni, fisiche e verbali, ormai un fenomeno strutturale nei pronto soccorso e nei reparti ospedalieri.

Serve un piano straordinario per evitare il tracollo. La Fondazione GIMBE propone una strategia articolata: aumenti salariali, incentivi per chi sceglie di restare nel SSN, misure di welfare per ridurre i costi della vita nelle città più care, investimenti sulla sicurezza e sulla digitalizzazione, per rendere più efficiente l’organizzazione del lavoro. Senza un intervento deciso, la sanità pubblica rischia di sgretolarsi, lasciando il paese senza un pilastro fondamentale dell’assistenza sanitaria.

Ogni infermiere che lascia il SSN porta via con sé competenze, esperienza e capacità di cura. Senza di loro, non c’è sanità pubblica che possa reggere.

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Sfasciare per comandare, le picconate di Salvini per preparare il Congresso

Matteo Salvini si muove come sempre: una strategia fatta di picconate quotidiane, messaggi in codice ai suoi e avvertimenti agli alleati. Questa volta, nel mirino c’è il governo stesso. Non per farlo cadere, ma per logorarlo abbastanza da restare il padrone della scena. Non è una novità: il leader della Lega ha costruito la sua carriera sulla demolizione sistematica di tutto ciò che lo circonda, M5S compreso ai tempi del Papeete. Ora tocca a Giorgia Meloni e, in seconda battuta, a Forza Italia di Antonio Tajani. L’obiettivo? Restituire alla Lega quel ruolo da protagonista che il successo di Fratelli d’Italia le ha strappato.

Occupy Bruxelles, ma anche Roma

La parola d’ordine di Salvini è “Occupy Bruxelles”, lo slogan scelto per galvanizzare la base leghista in vista delle elezioni europee. Ma la vera occupazione è interna: quella del governo e del partito. Con il congresso della Lega alle porte e una rielezione scontata, il leader leghista punta a blindare la sua posizione. Per farlo, si affida ai fedelissimi: Claudio Durigon, Armando Siri, Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Sono loro a dettare la nuova linea: rilancio dei temi storici della Lega, attacco alla Commissione europea, protezione delle pensioni e rottamazione delle cartelle fiscali. Un’agenda che suona più da campagna elettorale che da governo.

L’ultima provocazione viene da Durigon, che ha pubblicamente dichiarato che Tajani si trova in una posizione “difficile” per la sua vicinanza alla Commissione europea e che dovrebbe “farsi aiutare” dalla Lega. Tajani ha risposto con un’alzata di spalle e un attacco ai “populisti quaquaraquà”. Ma il segnale è chiaro: Salvini sta cercando di erodere Forza Italia dall’interno.

L’ombra del trumpismo e la sfida a Meloni

Salvini sente che è il suo momento. Il vento trumpiano, i successi della destra radicale in Europa – dal Rassemblement National in Francia ad AfD in Germania – lo convincono che è ora di battere cassa. Non a caso, ha intensificato i rapporti con gli Usa, elogiando il vice di Trump, J.D. Vance, e cercando di accreditarsi come il vero interlocutore americano in Italia. Giorgia Meloni, che ha sempre cercato di mantenere un profilo istituzionale, non può ignorarlo. Dopo essersi sfogata con Giancarlo Giorgetti, ha scelto il silenzio. Ma non per molto.

Intanto, Salvini continua la sua battaglia di logoramento. Si riappropria dei temi identitari della Lega, attacca il piano di riarmo europeo, difende Israele a spada tratta e torna a martellare sulla sicurezza e sull’immigrazione. La mossa successiva potrebbe essere il ritorno al Viminale, una possibilità che aleggia in caso di candidatura di Matteo Piantedosi alle elezioni regionali in Campania. Un passo che rimetterebbe Salvini al centro dell’azione di governo e darebbe alla Lega un ruolo strategico.

La resa dei conti nel partito

Se Meloni osserva e aspetta, dentro la Lega c’è chi ha già perso la partita. I governatori del Nord – Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga – non hanno osato sfidare Salvini al congresso. Lo stesso vale per i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari. Troppe parole e pochi fatti. Salvini, dal canto suo, li ha sfidati apertamente: “Se non siete d’accordo, candidatevi”. Nessuno lo ha fatto. Un fallimento che li renderà irrilevanti a lungo.

Per suggellare la vittoria, Salvini potrebbe giocare un’ultima carta: nominare vice segretario Roberto Vannacci, il generale divenuto simbolo dell’ultradestra sovranista. Non è ancora iscritto alla Lega, ma potrebbe diventarlo in tempo per il congresso. Una mossa che manderebbe un messaggio chiaro: la Lega è sempre più radicale, sempre più salviniana.

Salvini contro tutti, ancora una volta

La storia si ripete. Salvini ha sempre giocato così: destabilizzare per restare in sella. Ma questa volta la partita è più rischiosa. Meloni non è Giuseppe Conte, non ha intenzione di farsi logorare senza reagire. Tajani, pur debole, ha ancora un partito e un ruolo chiave nel governo. E il vento che soffia dalla Casa Bianca potrebbe cambiare direzione. Salvini ha scelto la strategia del piccone. Resta da vedere se finirà per colpire gli altri o se stesso.

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Hollywood applaude, Israele arresta: la replica di No Other Land è dal vivo

Nel giro di tre settimane, dal palco dorato degli Academy Awards a Los Angeles al perdere sangue fuori dalla porta di casa.

Uno dei quattro registi premiati con l’Oscar per il documentario No Other Land, il palestinese Hamdan Ballal, 33 anni, è stato linciato dai coloni israeliani a Susyia, uno dei 19 villaggi che compongono il circondario di Masafer Yatta, nei territori occupati della Cisgiordania, dove da vent’anni Israele strappa pezzi di terra con la violenza.

L’abitazione di Ballal, secondo le testimonianze, è stata attaccata da una ventina di coloni con il volto coperto e armati, che hanno iniziato a lanciare sassi e poi hanno pestato gli abitanti. Erano presenti anche i militari dell’Idf, l’esercito israeliano, che hanno aiutato i violenti sparando in aria e illuminando gli obiettivi. Dopo essere stato massacrato di botte, Ballal è stato arrestato. Nessuno dei suoi familiari sa dove sia detenuto. Con lui è stato arrestato Yuval Abraham, co-regista israeliano del documentario, e un minorenne, già rilasciato.

Il documentario No Other Land racconta la quotidianità dei 2.800 abitanti di questa zona, che da anni subiscono attacchi, incendi, violenze e devastazioni. Il pubblico degli Oscar si è inumidito gli occhi applaudendo la rappresentazione dell’oppressione. «Almeno il mondo non potrà dire che non sapeva quello che succede qui», dicevano gli abitanti dopo la premiazione.

E invece il mondo ha applaudito il film e poi ieri ha osservato la replica, dal vivo, con gli stessi protagonisti. Ma gli oppressi della commozione da sala buia non sanno che farsene, là fuori.

Buon martedì.

In foto, un frame del video di sorveglianza dell’abitazione di Ballal pubblicato su X dal giornalista israeliano Yuval Abraham che ha co-diretto e co-sceneggiato No Other Land

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Trump ribalta l’ordine mondiale, riparte la corsa alle armi nucleari

C’era un tempo in cui la proliferazione nucleare era considerata una minaccia da arginare con ogni mezzo. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nemici giurati nella Guerra Fredda, almeno su questo erano d’accordo. Poi, la storia ha ripreso a girare al contrario. Oggi, il Financial Times lancia l’allarme: il riarmo nucleare non è più un tabù, ma una tendenza concreta.

L’articolo firmato da Charles Clover e colleghi mette a nudo la nuova corsa alle armi atomiche, alimentata dall’incertezza politica globale e dalle scelte di Washington. Il fenomeno ha un nome e un volto: Donald Trump. Il suo ritorno al centro della scena ha ridisegnato le paure degli alleati americani. Berlino, Varsavia, Seul e Tokyo scrutano il futuro con inquietudine: possono davvero fidarsi ancora della protezione statunitense?

Il Trattato di Non Proliferazione, baluardo della stabilità internazionale, è sempre più fragile. Ankit Panda del Carnegie Endowment parla chiaro: il consenso sul disarmo è a pezzi e gli alleati di Washington ora vedono l’arma atomica come una soluzione alla crescente imprevedibilità americana. Non è un’esagerazione: il rischio che il numero di stati dotati di arsenali nucleari passi dagli attuali nove ai quindici o venticinque, come temeva Kennedy negli anni Sessanta, non è più fantapolitica.

Dall’Europa all’Asia: la tentazione nucleare

In Germania, la questione è già entrata nel dibattito politico. Friedrich Merz, leader della CDU, ha ventilato l’ipotesi che Berlino possa condividere armi nucleari con Francia e Regno Unito. A dire il vero, la Germania ospita già venti bombe atomiche americane nella base di Büchel. Ma la paura di un ritiro dello scudo nucleare Usa sta portando alcuni analisti a proporre una strategia ancora più audace: mantenere una “latenza nucleare”, ovvero dotarsi della capacità di costruire un’arma atomica in tempi brevi, senza violare i trattati internazionali. Un’idea che per alcuni ricorda i fantasmi del passato.

Polonia e Corea del Sud stanno facendo un passo oltre. Donald Tusk, primo ministro polacco, ha apertamente evocato la possibilità di dotare il paese di armi atomiche. Il presidente Duda ha perfino suggerito di ospitare testate nucleari americane sul suolo polacco. Uno scenario che Mosca vedrebbe come un atto di guerra.

In Corea del Sud, il dibattito è ancora più serrato. Il programma nucleare di Pyongyang, rafforzato dalla crescente cooperazione con la Russia, sta spingendo Seul verso scelte impensabili fino a pochi anni fa. Il ministro degli Esteri Cho Tae-yul ha affermato che la Corea del Sud deve valutare ogni opzione, inclusa l’acquisizione di armi nucleari. Alcuni esperti sostengono che il paese potrebbe costruire un’arma atomica in meno di due anni.

E poi c’è il Giappone, il solo paese ad aver subito il bombardamento nucleare. Per decenni, Tokyo ha tenuto lontana ogni ipotesi di dotarsi di un arsenale atomico. Ma la realtà sta cambiando: il Giappone possiede già 8,6 tonnellate di plutonio, una quantità sufficiente a produrre migliaia di testate. E se il tabù nucleare crollasse?

Un futuro carico di incognite

Il risultato è semplice e devastante: più testate nucleari in giro per il mondo significano più probabilità che vengano usate. La corsa al riarmo è un gioco pericoloso che nessuno può davvero controllare. L’illusione della deterrenza si scontra con la realtà della storia: un incidente, un calcolo sbagliato, una provocazione possono accendere la miccia.

L’Occidente si sta rassegnando all’idea che la guerra atomica sia di nuovo una variabile del possibile. Un tempo si parlava di disarmo, oggi si discute di chi potrà permettersi la bomba e chi no. L’ultima illusione della sicurezza si sta sgretolando sotto il peso di una paura che si pensava superata.

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Dissenso vietato in Turchia con lo zampino di Musk

Elon Musk, il paladino autoproclamato della libertà di parola, ha deciso che il dissenso in Turchia merita di essere silenziato. X, la piattaforma che aveva promesso di essere un faro di libertà espressiva, ha sospeso diversi account di oppositori del regime di Recep Tayyip Erdoğan proprio nel momento in cui la repressione si intensifica.

Il pretesto? La solita narrazione della sicurezza nazionale. Dopo l’arresto di Ekrem İmamoğlu, principale rivale politico di Erdoğan, le proteste hanno invaso le piazze e le università turche. Gli account sospesi non erano altro che voci di attivisti che condividevano informazioni sui luoghi delle manifestazioni. Nessun contenuto violento, nessuna incitazione all’odio. Solo il diritto di informare e organizzarsi, quello che Musk diceva di voler difendere. Ma a quanto pare, la libertà di parola è un valore flessibile quando si tratta di proteggere il proprio business da un governo autoritario.

Già nel 2023, alla vigilia delle elezioni turche, X aveva accettato di limitare l’accesso a determinati contenuti per evitare di essere bloccato nel paese. La storia si ripete: meglio censurare che rischiare il blackout totale. E Musk, con la sua consueta spavalderia, giustifica il tutto come una scelta obbligata. Nel frattempo, il governo turco rafforza il controllo: arresti di massa, blocco dei social, accuse di incitamento all’odio per chiunque osi sfidare il potere. Musk, da buon libertario di convenienza, esegue senza battere ciglio. La sua piattaforma si piega alle richieste di Ankara. Non è libertà di espressione, è commercio. E in questo mercato, la verità è la prima merce sacrificabile.

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Corte dei Conti: disperso il 40% dell’acqua nella rete idrica. Ma i fondi per tappare la falla non bastano

Il 40% dell’acqua immessa nella rete idrica italiana non arriva ai rubinetti. Evaporata nei meandri di un’infrastruttura vecchia, rattoppata male, dimenticata quando si parla di investimenti strategici. Il dato lo conferma la Corte dei Conti: su oltre 9 miliardi di metri cubi d’acqua prelevata ogni anno, più di 3,4 miliardi si disperdono lungo il tragitto. Un sistema che fa acqua da tutte le parti, letteralmente.

Un sistema inefficiente tra sprechi e carenze di investimenti

La fotografia della magistratura contabile non è nuova, ma ogni volta il bollettino peggiora. Il rapporto più recente certifica una rete che continua a sgretolarsi, mentre i fondi per la manutenzione sono insufficienti. Il fabbisogno stimato si aggira intorno ai 6 miliardi di euro l’anno, ma le entrate si fermano a 4. Per tappare i buchi si attinge al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che destina 900 milioni alla riduzione delle perdite e alla digitalizzazione della rete. Peccato che gli interventi restino ancora frammentari e inadeguati alla portata del problema.

La situazione non è migliorata negli anni, anzi. L’Istat segnala che nel 2022 le perdite hanno raggiunto il 42,4%, un incremento rispetto al 42,2% del 2020. Un fallimento che si scontra con le necessità di un Paese che affronta sempre più periodi di siccità e deve fare i conti con una risorsa vitale sempre più scarsa. Il Sud è il più colpito: infrastrutture obsolete, gestione inefficiente e piani di intervento che si perdono nei labirinti della burocrazia. Il paradosso è che si continua a parlare di transizione ecologica, mentre una delle prime forme di sostenibilità – non sprecare ciò che abbiamo – rimane un’utopia.

A incidere su questa inefficienza c’è anche il costo dell’energia, che rappresenta un terzo delle spese correnti della rete idrica. Il sistema assorbe il 2,5% del consumo elettrico nazionale, una quota enorme che grava ulteriormente su bilanci già precari. Secondo i giudici contabili, la spesa media pro capite per la manutenzione della rete è cresciuta negli ultimi dieci anni da 33 a 70 euro, un aumento che tuttavia non è bastato a colmare il divario con gli altri Paesi europei. L’Italia continua a essere tra le ultime nazioni per efficienza idrica.

Il Pnrr tra promesse e ritardi burocratici

Nonostante il Pnrr preveda 45.000 km di nuove reti per ridurre le perdite e digitalizzare il monitoraggio, gli effetti di questi investimenti saranno visibili solo nel lungo periodo. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato un bando nel 2022 per selezionare i progetti finanziabili, con una priorità del 40% delle risorse alle regioni del Mezzogiorno. Le graduatorie sono state approvate e alcuni enti locali hanno già avviato gli interventi, ma la lentezza burocratica e la difficoltà di coordinamento tra le istituzioni rischiano di comprometterne l’efficacia.

Ad esempio, Acqua Pubblica Sabina ha già realizzato il 68% delle installazioni previste di contatori smart meter nel primo stralcio del progetto, ma la dispersione idrica a livello nazionale rimane critica. I dati dimostrano che gli investimenti attuali non sono sufficienti a invertire la tendenza.

Il nodo irrisolto è la governance: l’acqua in Italia è gestita da una moltitudine di enti locali, con competenze che si sovrappongono e frammentano gli interventi. I comuni spesso non hanno risorse per intervenire in modo strutturale e i gestori privati, laddove presenti, non sempre investono nella manutenzione con la necessaria continuità. Le regioni presentano divari enormi: nel Lazio e in Sardegna la dispersione idrica supera il 50%, mentre in Trentino–Alto Adige si attesta sotto il 20%.

Eppure le soluzioni esistono. La digitalizzazione delle reti, il monitoraggio costante delle perdite, la sostituzione delle condutture più vecchie. Interventi che dovrebbero essere prioritari ma che restano relegati in fondo all’agenda politica. Nel frattempo, mentre si cerca disperatamente di far fronte all’emergenza climatica, l’Italia lascia andare in fumo un bene essenziale.

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Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato – Lettera43

La fine operativa del dipartimento dell’Istruzione permetterà agli Stati di dirottare fondi verso istituti privati e confessionali. Allo stesso tempo l’eliminazione di ogni monitoraggio equivale a cancellare (ufficialmente) le disuguaglianze. La quintessenza di una politica che usa i giovani come scenografia mentre smantella il loro futuro.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato

Trump ha deciso di chiudere il dipartimento dell’Istruzione. Non nel senso stretto del termine: non può farlo legalmente senza il Congresso, ma può farlo nei fatti. Lo ha fatto già con l’Usaid, l’agenzia che si occupava di sviluppo internazionale, ridotta all’ombra di se stessa. Ora tocca all’istruzione pubblica, uno dei settori più odiati dall’ideologia trumpiana, convinta che la scuola sia un’emanazione della “sinistra radicale” e che vada ridimensionata fino a diventare inoffensiva.

La scure di Trump sull’Istruzione pubblica

Il 21 marzo, con un decreto esecutivo, Trump ha annunciato la fine operativa del dipartimento. Mille e 300 licenziamenti immediati, uffici svuotati e competenze sparpagliate tra altre agenzie. Per gli aiuti agli studenti poveri e con disabilità, nessuna risposta chiara: Trump ha parlato genericamente di un passaggio di responsabilità alla Small Business Administration e al dipartimento della Salute, ma senza spiegare come questi enti, già sottofinanziati, possano gestire il flusso di miliardi di dollari in aiuti scolastici. A essere colpite non sono solo le strutture centrali, ma anche gli enti di ricerca che si occupavano di monitorare il sistema scolastico federale. Il National Center for Education Statistics, responsabile della raccolta dati sulle prestazioni scolastiche degli studenti, è stato ridotto a un ufficio simbolico con appena tre impiegati. Se l’istruzione pubblica migliorerà o peggiorerà, nessuno sarà in grado di dirlo ufficialmente.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato
Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora gli Stati repubblicani potranno dirottare fondi verso gli istituti privati e religiosi

Quella di Trump non è una battaglia nuova. Il Partito Repubblicano sogna da anni di smantellare il dipartimento dell’Istruzione, considerato un’inutile ingerenza federale. Il pretesto stavolta è il fallimento dell’istruzione pubblica, evidenziato dagli ultimi dati del National Assessment of Educational Progress: il 40 per cento dei bambini di quarta elementare non raggiunge livelli accettabili di lettura, il 39 per cento degli studenti di terza media è indietro in matematica. «Dobbiamo riprenderci l’educazione dei nostri figli», ha dichiarato Trump, parlando a una platea di bambini in posa da propaganda alla Casa Bianca. Ma il dipartimento dell’Istruzione non stabilisce programmi scolastici, non decide quali libri debbano essere letti e non obbliga le scuole a seguire linee guida federali. Supervisiona i finanziamenti, garantisce i diritti civili nelle scuole e amministra il colossale programma di aiuti agli studenti più vulnerabili. Con lo smantellamento, questi compiti diventano competenza degli Stati. Cosa significa? Significa che gli Stati più conservatori potranno dirottare i fondi pubblici verso scuole private e religiose senza più obblighi di trasparenza e senza garantire gli stessi diritti agli studenti con disabilità.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato
L’ordine esecutivo firmato da Trump (Getty Images).

Se le disuguaglianze non sono monitorate allora ufficialmente non esistono

Già oggi, 17 Stati hanno adottato programmi di voucher scolastici che drenano miliardi dalle scuole pubbliche per finanziare istituti privati. Con Trump, questo sistema diventa regola. L’idea è semplice: se un bambino non impara, la colpa è della scuola pubblica. Se la scuola pubblica non funziona, meglio chiuderla. Ma la verità è che il sistema di voucher scolastici non ha mai garantito un miglioramento dell’istruzione: ha solo aumentato il divario tra scuole d’élite e scuole di periferia, tra chi può permettersi un’istruzione di qualità e chi viene lasciato indietro. Nel frattempo, il dipartimento delle Statistiche Educative è stato svuotato: da un centinaio di impiegati a tre. Se per qualche miracolo l’istruzione pubblica migliorasse, nessuno potrebbe certificare il risultato. Se peggiorasse, nessuno avrebbe i dati per provarlo. Questo è il punto: Trump sta creando un vuoto informativo, perché meno dati significano meno responsabilità. Se nessuno monitora le disuguaglianze, allora ufficialmente non esistono.

Con Trump la scuola diventa definitivamente un mercato
Donald Trump con la segretaria all’Istruzione Linda McMahon (Getty Images).

Con il tycoon la scuola diventa definitivamente un mercato

Trump giura che le risorse per le scuole a basso reddito non saranno toccate, ma basta scorrere le dichiarazioni della sua nuova segretaria all’Istruzione, Linda McMahon, per capire il piano: finanziare le scuole con fondi statali senza più vincoli federali. Tradotto: meno garanzie per gli studenti più poveri e per quelli con disabilità, più libertà per i governatori repubblicani di finanziare scuole confessionali senza dover rispettare gli standard pubblici. In pratica, la scuola diventa un mercato: chi può pagare ottiene un’istruzione di qualità, gli altri si arrangiano. E tutto questo mentre il governo finge di non vedere i dati sui disastri che ha creato. L’istruzione pubblica, senza fondi e senza un monitoraggio, si avvia verso il collasso. La strategia è chiara: creare il caos e poi offrire il privato come unica soluzione possibile. Se un giorno il dipartimento dell’Istruzione non esisterà più nemmeno sulla carta, sarà solo l’ultima fase di un piano che ha già preso forma. Alla fine del discorso alla Casa Bianca, Trump si è congedato senza nemmeno rivolgere la parola ai bambini schierati sul palco con lui. L’immagine perfetta di una politica che usa i giovani come scenografia mentre smantella il loro futuro.

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