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Straniero uguale criminale, l’equazione non regge

Il racconto delle persone straniere nelle carceri italiane è un esempio di come il dibattito pubblico deformi i numeri: dati decontestualizzati, equazioni semplicistiche che suonano più come propaganda che analisi. Un’analisi di Facta lo dimostra: dietro le percentuali si nascondono fattori sociali, economici e giuridici che alterano la percezione.

Al 31 gennaio 2025, secondo il ministero della Giustizia, le persone straniere detenute erano 19.622, il 31,6% del totale. Un dato spesso usato per collegare immigrazione e criminalità. Eppure, come riporta Facta, il tasso di detenzione degli stranieri è in calo da quindici anni: nel 2009 era dello 0,61%, oggi è sceso allo 0,35%, nonostante l’aumento della popolazione straniera residente. Il legame tra immigrazione e crimine, dunque, non regge.

Gli stranieri hanno meno accesso alle misure alternative alla detenzione e sono più spesso incarcerati per reati di lieve entità. Il 91% delle condanne per violazioni della normativa sull’immigrazione riguarda loro: significa che molti sono in carcere per reati che un italiano non può commettere.

Il sistema premia chi ha una rete sociale e affonda chi non ha tutele. Chi è senza alloggio difficilmente otterrà i domiciliari. Chi non ha una comunità rischia di rimanere in carcere in attesa di giudizio. Se è giovane e senza famiglia, finirà dietro le sbarre invece che in percorsi di reinserimento.

La distorsione dei numeri serve a rafforzare pregiudizi. Ma i dati raccontano altro: il legame tra immigrazione e criminalità è un costrutto politico, non una realtà. L’ossessione securitaria non colpisce chi delinque, ma chi è più vulnerabile. Ed è questo che dovrebbe farci paura.

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Gaza, la farsa della tregua e il laboratorio dell’impunità

Gaza brucia ancora, come se la storia non fosse mai servita a niente. La tregua, una farsa utile ai governi per guadagnare tempo, si è dissolta nel fumo delle esplosioni. Netanyahu, sempre più prigioniero della sua stessa guerra, sacrifica tutto, ostaggi compresi, pur di non cedere alla realtà di un fallimento. E l’Europa L’Europa osserva, deplora, e nel frattempo fornisce a Israele il necessario per continuare la mattanza.

Il laboratorio Gaza dimostra che si può fare: si può assediare una popolazione fino a ridurla in macerie, si può condannare alla fame, si può violare una tregua senza pagare alcun prezzo politico. Una scuola di impunità, dove la legge internazionale è carta straccia e il diritto di autodeterminazione non vale per tutti. Non per i palestinesi, non per chi non rientra nella geografia della civiltà che l’Occidente si racconta.

Nel frattempo, a Gerusalemme, le famiglie degli ostaggi riempiono le piazze gridando quello che nessuno al potere vuole ammettere: Netanyahu non ha il mandato per sacrificarli. Ma non c’è spazio per i dubbi quando la sopravvivenza politica si misura in bombardamenti. Netanyahu lo sa e scommette tutto sulla guerra, mentre i cadaveri si accumulano e la comunità internazionale volta la testa dall’altra parte.

La grande illusione era pensare che tutto fosse finito. Ma chi vive sotto le bombe non ha mai avuto il privilegio di illudersi.

Buon mercoledì. 

 

Foto WC

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Ma quale hotspot a Porto Empedocle, dietro c’è un Centro per i rimpatri

L’hotspot di Porto Empedocle è l’ennesima prova che il governo Meloni ha trasformato l’accoglienza in un simulacro, un’operazione di facciata che cela il vero obiettivo: respingere. Il rapporto del monitoraggio condotto da Asgi e Maldusa (pubblicato a febbraio 2025) lo documenta con precisione: Porto Empedocle non è un luogo di prima assistenza, ma un ingranaggio di un sistema detentivo e selettivo che ha poco a che fare con il rispetto dei diritti fondamentali.

Un’accoglienza che si traduce in detenzione

Il centro, gestito formalmente dalla Croce Rossa Italiana, funge da prolungamento dell’hotspot di Lampedusa. Le persone migranti vi transitano rapidamente, trasferite dopo procedure sommarie di identificazione. L’accesso al centro ha rivelato una realtà ben diversa dalle narrazioni ufficiali: l’hotspot è vuoto al momento della visita, ma è chiaro che quando operativo funziona come un meccanismo di smistamento rapido, dove le persone vengono etichettate e indirizzate verso destinazioni decise a monte. Per i richiedenti asilo, il percorso è quello del CAS o del SAI. Per chi viene considerato irregolare, invece, l’iter è la detenzione finalizzata all’espulsione.

Dal punto di vista formale, chi si trova nell’hotspot di Porto Empedocle può uscire dopo il foto-segnalamento. Ma nei fatti, molti non ne sono informati, altri si trovano in un’area isolata, senza reali alternative. Il trattenimento diventa così un fatto, anche quando non dovrebbe esserlo.

La fabbrica dei rimpatri

Il rapporto evidenzia un aspetto cruciale: ad agosto 2024 è stata creata una struttura interna all’hotspot destinata specificamente alla detenzione amministrativa, con una capienza di 50 posti. Questa struttura, affidata alla cooperativa sociale “Oltre il mare”, è separata dall’hotspot con doppie recinzioni e presenta una connotazione fortemente detentiva. Un vero e proprio CPR in miniatura, dove il telefono cellulare viene sequestrato e le comunicazioni con l’esterno sono ridotte al minimo.

Al momento del sopralluogo, la struttura ospitava 14 persone, tutte tunisine. La loro detenzione si basa su criteri arbitrari, come la provenienza da paesi considerati “sicuri” o la presunta strumentalità della richiesta d’asilo. La selezione delle persone da trattenere avviene con un metodo che sembra più vicino alla presunzione di colpevolezza che alla valutazione individuale. Il 90% delle convalide del trattenimento non regge in tribunale, ma il tempo passato in detenzione segna comunque i corpi e le vite.

La repressione che uccide

Uno degli episodi più drammatici riportati nel documento riguarda un uomo tunisino che, dopo 26 giorni di detenzione, è stato rimpatriato e si è tolto la vita in Tunisia. Il rapporto evidenzia che durante la sua permanenza in Italia aveva mostrato segni di grave disagio psichico, ma il suo fascicolo medico non è stato trasmesso. Non era un’eccezione: il sistema detentivo non si preoccupa della condizione individuale delle persone migranti, ma solo del loro status giuridico. L’obiettivo non è proteggere, ma espellere nel minor tempo possibile.

Un altro giovane tunisino, nei primi giorni del 2025, si è immolato nella città di Kairouan dopo essere stato rimpatriato. Il suo gesto estremo porta con sé il peso dello stigma sociale legato al ritorno forzato, ma anche la disperazione di chi ha visto svanire l’ultima possibilità di libertà. “Harqa”, in tunisino, significa “bruciare”, ed è la parola usata per indicare il viaggio clandestino verso l’Europa. Bruciare le frontiere, quando queste negano ogni prospettiva di vita.

La propaganda dell’ordine

Porto Empedocle è un tassello centrale della politica migratoria del governo Meloni. Il centro, insieme ai nuovi progetti di detenzione previsti ad Augusta e Trapani, rappresenta un esperimento che potrebbe estendersi ad altri punti di ingresso nel paese. Il modello è chiaro: trasformare ogni hotspot in un filtro securitario, accelerare i rimpatri, ridurre l’accesso alla protezione internazionale.

Nel frattempo, la propaganda dell’ordine continua a vendere il mito del controllo, mentre nel silenzio delle istituzioni e nell’indifferenza dei più, le persone migranti continuano a pagare il prezzo più alto. Con la loro libertà, con la loro salute, con la loro vita.

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Un partito sempre diviso su tutto, nel Pd la costante è l’autodistruzione

Elly Schlein ha vinto le primarie. Ha preso un partito ridotto ai minimi termini e lo ha riportato sopra il 22%, con Fratelli d’Italia in flessione. Ma c’è una parte del PD che non se ne fa una ragione. Non ha mai accettato il risultato delle primarie, non ha mai riconosciuto davvero la legittimità della segretaria e al primo voto europeo utile ha deciso che il patto di non belligeranza era carta straccia.

Non è bastato il bagno di folla a Piazza del Popolo, non è bastato il lavoro per tenere il partito fuori dall’ambiguità sulla guerra e sulle scelte europee. Quando si è trattato di votare il piano ReArm Europe, Schlein si è ritrovata con dieci europarlamentari del PD – tra cui Pina Picierno, Antonio Decaro e Stefano Bonaccini – schierati per il sì alla linea di von der Leyen, e undici che si sono astenuti seguendo la linea della segreteria.

La minoranza ha deciso che era il momento di colpire, e la stampa amica si è mossa di conseguenza. “Il Foglio” ha già iniziato a spingere Picierno, mentre altri quotidiani hanno tirato fuori il nome di Decaro, che si è affrettato a smentire. Il copione è sempre lo stesso: una minoranza interna che si agita, i giornali che soffiano sul fuoco, la parola “congresso” che comincia a girare.

Chi comanda davvero nel Pd?

Schlein è segretaria, ma il gruppo parlamentare europeo del PD ha una composizione che non la segue. C’è un evidente problema di classe dirigente: il partito è ancora nelle mani di chi la segretaria non l’ha mai voluta. Non è un caso che Bonaccini abbia votato con la minoranza, né che Picierno – piazzata in Europa con un ruolo da vice che l’ha resa inevitabilmente un polo di potere autonomo – abbia alzato il tiro contro la leadership.

Forse sarebbe stato più utile giocarsi diversamente le nomine in Europa. Forse, invece di candidare Marco Tarquinio e Cecilia Strada solo come “agenti esterni”, si poteva puntare su una vicepresidenza europea a un nome più solido, come Nicola Zingaretti, invece di consegnare Picierno a una posizione che oggi usa per attaccare.

Il Pd, il solito Pd: l’eterna erosione del segretario

D’altronde, la storia si ripete. Il PD è l’unico partito che consuma i suoi segretari con la sistematicità di un rituale. Bersani nel 2013 si ritrovò impallinato dal fuoco amico nel momento più delicato: aveva vinto le elezioni ma non riuscì a eleggere un presidente della Repubblica perché il partito gli si rivoltò contro, mandando in fumo prima Franco Marini e poi persino Romano Prodi. Poco dopo dovette dimettersi. Stessa fine per Veltroni prima di lui, per Renzi dopo. Sempre la stessa storia: il segretario di turno si trova a combattere non solo contro la destra, ma anche contro il suo stesso partito. Il risultato è un partito che, a ogni tornata elettorale, appare bloccato e ripiegato su se stesso, più impegnato a farsi la guerra interna che a battere la destra.

L’episodio del Senato si inserisce in questo schema. Dopo giorni di trattative, la segretaria è riuscita a evitare una nuova frattura nel voto sulla politica di difesa europea, con una risoluzione che tiene insieme le due anime del partito. Ma il punto è un altro: non è una questione di singoli voti, è una questione di potere. La minoranza riformista ha ormai rotto il patto di tregua, e la strategia è evidente: logorare la segretaria dall’interno, mettendo in dubbio ogni sua scelta e presentandola come isolata.

I riformisti senza sponde, nemmeno da Renzi

L’idea della minoranza era chiara: presentare Schlein come isolata, minoritaria, fuori dalla realtà del PD. Ma i numeri non tornano. Perché se i riformisti del PD speravano di trovare una sponda in Renzi, hanno fatto male i conti. Il leader di Italia Viva ha definito il piano di von der Leyen “fuffa”. Quindi la minoranza interna si ritrova a premere per un riarmo europeo senza nemmeno il sostegno di chi storicamente ha sempre spinto per l’atlantismo spinto. Intanto, mentre la minoranza agita lo spettro del congresso, i numeri dei sondaggi raccontano un’altra storia: il PD è l’unico partito in crescita. Fratelli d’Italia perde lo 0,2%, Italia Viva è sotto il 2,5%.

Ma è davvero Schlein ad avere un problema

Certa stampa scrive di un PD spaccato, di una segretaria in difficoltà, di un partito alla deriva. Eppure, c’è un dettaglio che viene sempre omesso: Schlein ha preso un partito morente e lo ha riportato sopra il 22%, con margini di crescita reali. Il PD torna a giocare partite politiche da protagonista, ma per qualcuno questo non va bene.

La vera domanda è un’altra: dove sta andando questo partito? Schlein è stata eletta con un mandato chiaro, ma il PD sembra rispondere sempre con la stessa logica autolesionista. Se il modello è quello visto con Bersani, Veltroni e gli altri il futuro è già scritto: una leadership sotto costante assedio, una minoranza che lavora ai fianchi e un partito che, ancora una volta, rischia di restare fermo mentre gli altri si muovono.

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Debiti pure sulla guerra che non c’è

Ci sono due momenti significativi da registrare nel paludato discorso della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri al Senato in vista del prossimo Consiglio europeo.

Il primo è lo sguardo torvo della presidente quando in Aula scattano sonori gli applausi dei senatori della Lega dopo che ha pronunciato, per ringraziarlo, il nome del ministro delle Finanze, Giorgetti. I leghisti esultano per aver costretto Meloni ad attorcigliarsi in un discorso che riesce nella mirabile impresa di non dire nulla: stiamo con von der Leyen, che chiede di armarsi contro Putin e contro Trump, ma stiamo anche con Trump, che lecca Putin. Tutto e il suo contrario. Il ministro ammicca, i leghisti esultano e a Meloni rode.

Il secondo è il perenne inganno che sta dietro la retorica della guerra. “Lascio quindi volentieri ad altri”, dice Meloni, “quella grossolana semplificazione secondo cui aumentare la spesa in sicurezza equivale a tagliare i servizi, la scuola, le infrastrutture, la sanità o il welfare”. La politica è molto più semplice di come si racconta: ha il dovere di decidere come spendere i soldi, siano prestiti o debito. Non è una semplificazione, anzi, è straordinariamente semplice: il debito che non si può fare per i lavoratori, per la sanità, per la scuola e per il welfare è stato concesso in un lampo per la guerra. Avere aperto un apposito capitolo di bilancio non rende quei soldi gratuiti.

Cara Meloni, la teniamo noi volentieri la “grossolana semplificazione”. È talmente lampante.

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Carte bollate sull’antimafia, il nodo stampa-potere

Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia, ha querelato Saverio Lodato. Un giornalista antimafia, che da cinquant’anni racconta la criminalità organizzata con nomi, fatti e dettagli, viene citato in giudizio da chi, per ruolo, dovrebbe tutelare il diritto di raccontare. Lodato lo ha annunciato pubblicamente. Una denuncia per diffamazione partita dalla procura di Roma per una trasmissione di Otto e Mezzo del 23 ottobre scorso, nella quale si era limitato a ricordare alcuni dati di fatto: una foto di Colosimo con Luigi Ciavardini, condannato per la strage di Bologna, la decisione di ignorare un dossier di 50 pagine sull’eversione nera presentato da Roberto Scarpinato e la richiesta della stessa Colosimo di sollevare la questione dell’incompatibilità. Nessuna opinione, nessuna illazione. Solo cronaca.

Eppure, la presidente della commissione antimafia ha scelto la via giudiziaria. Un riflesso sempre più frequente tra esponenti politici e di governo, che reagiscono alle critiche con la querela facile, trasformando i tribunali in strumenti di intimidazione. Non c’è neanche l’originalità di un metodo nuovo: si reprime, si delegittima, si allude a inesistenti complotti e si tenta di zittire chi fa domande scomode. Un copione già visto. La Federazione nazionale della stampa e l’Assostampa Sicilia hanno espresso solidarietà a Lodato. Il sindacato dei giornalisti ricorda che il compito dell’informazione è quello di essere ‘cane da guardia della democrazia’. Se chi guida la commissione antimafia si sente minacciata dai fatti, il problema non è Lodato. Il problema è il rapporto tra stampa e potere, sostanzialmente è la democrazia.

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La tregua è finita, non restate in pace

La tregua era una tregua solo per chi non guardava abbastanza. Per chi poteva permettersi di dimenticare che ogni giorno a Gaza significava assedio, fame, sete, e il suono costante dei droni in cielo. Adesso non c’è neanche più quell’illusione: l’aviazione israeliana ha ripreso i bombardamenti con la forza promessa da Netanyahu e con la complicità di chi si affretta a giustificare l’orrore. Più di 300 morti nella prima notte, decine di bambini, le case che crollano come carta, gli ospedali che ormai non sono più niente se non fosse per i medici che restano, consapevoli che salvarne uno vuol dire condannarne altri mille per mancanza di tutto.

Netanyahu ha deciso che la guerra è più conveniente della pace. Serve a schiacciare l’opposizione interna, serve a negoziare meglio con gli Stati Uniti, serve a ridisegnare il futuro di Gaza con il linguaggio della forza. Hamas non rilascia gli ostaggi e la punizione collettiva diventa la dottrina ufficiale: colpire tutti, donne e bambini inclusi, per dimostrare che Israele non tollera resistenze. Il ministro della Difesa minaccia che “le porte dell’inferno si apriranno” su Gaza. L’inferno lo ha già visto chi ancora scava tra le macerie.

Dicono che non c’era scelta. Dicono che la responsabilità è solo di Hamas. Dicono tante cose. Intanto, gli stessi che parlano di diritto alla sicurezza di Israele guardano altrove mentre un popolo viene annientato con il consenso della comunità internazionale. La tregua è finita. Il massacro continua.

Buon martedì.

Foto AS

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Trump straccia gli accordi sul clima e sui media italiani non se ne parla

Donald Trump ha giurato da poco come 47esimo presidente degli Stati Uniti e ha già iniziato la sua crociata contro la scienza climatica. Il primo atto simbolico: l’uscita dagli Accordi di Parigi, tra gli applausi del mondo fossile e di chi continua a negare la crisi climatica per interesse o per convenienza ideologica. Il secondo: dichiarare l’”emergenza energetica nazionale” per deregolamentare il settore petrolifero e spingere nuove trivellazioni, anche nelle aree protette. Il terzo: definire il Green New Deal una “truffa”, perché quando la realtà del surriscaldamento globale diventa innegabile, l’unica alternativa è attaccarla con la menzogna.

Ma la questione, per l’Italia, è un’altra: come la nostra stampa ha raccontato la nuova offensiva trumpiana contro il clima. Lo studio “Drill, baby, drill!” realizzato da Greenpeace Italia e dall’Osservatorio di Pavia analizza il trattamento mediatico delle dichiarazioni di Trump su giornali e telegiornali italiani tra il 13 e il 31 gennaio 2025. Il risultato? Un mix di superficialità e acquiescenza, con un’informazione che oscilla tra la cronaca piatta e il silenzio imbarazzato. In metà dei casi, i media italiani si sono limitati a riportare le dichiarazioni del presidente Usa senza alcun approfondimento. Il 43% degli articoli sui quotidiani e il 48% dei servizi televisivi si sono limitati a trascrivere le frasi di Trump senza alcuna contestualizzazione scientifica o storica, accettando il frame della “libertà energetica” senza verificare le conseguenze.

La narrazione mediatica: superficialità e propaganda

Se la metà delle notizie resta neutra, l’altra metà almeno riporta critiche, ma il problema è il peso che viene dato alle voci autorevoli. Tra 108 articoli e servizi televisivi analizzati, solo in quattro casi sono stati interpellati scienziati. La discussione è stata dominata da economisti e politici, con l’Unione europea che, attraverso Ursula von der Leyen, ha ribadito l’impegno per il Green Deal. Ma se il ritiro dagli Accordi di Parigi è stato ampiamente riportato, la correlazione tra negazionismo climatico e eventi estremi è rimasta in secondo piano. I dati su temperature record, siccità e incendi negli Usa, su cui lo stesso Trump chiude gli occhi, hanno ricevuto poca attenzione. Nel 2024, il mondo ha vissuto il suo anno più caldo della storia, con temperature che hanno superato il limite critico di 1,5 gradi. L’informazione italiana ha omesso di connettere questi dati con la narrazione trumpiana.

Se la stampa generalista ha mantenuto un certo grado di distanza, sui social media la polarizzazione è stata più netta. I post di critica a Trump hanno enfatizzato gli effetti devastanti del suo negazionismo, ma l’onda sovranista ha colto l’occasione per rilanciare la narrazione del Green Deal come “suicidio economico”. La Lega e Fratelli d’Italia hanno diffuso contenuti in cui Trump è visto come modello di “liberazione” dalle follie ambientaliste dell’Europa. Secondo lo studio, il 40% dei post Facebook analizzati che parlano di Trump e clima proviene da ambienti di destra, che rilanciano il suo discorso anti-ecologista. L’80% delle reazioni pro-Trump si concentra sulla critica alla transizione ecologica come dannosa per l’economia.

Dati e silenzi: il ruolo dei giornali e dei social

Nei giornali, il ritiro dagli Accordi di Parigi è stato citato in 83 articoli, ma senza un focus critico approfondito. La revoca delle misure di Biden sulle auto elettriche e le nuove concessioni per il petrolio sono state raccontate come parte del “piano Trump” senza menzionare le conseguenze a lungo termine. Poche voci scientifiche sono state interpellate. Solo il 5% degli articoli ha riportato le opinioni di climatologi o esperti del settore, mentre il 65% delle fonti citate erano economisti o politici.

Le voci critiche esistono, ma spesso restano marginali. La presidente della Commissione europea ha difeso l’Accordo di Parigi definendolo “la migliore speranza per l’umanità”, e il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha denunciato il ritorno dei negazionisti climatici come “un suicidio per il pianeta”. Eppure, queste dichiarazioni sono rimaste confinate in poche righe di commento. La narrazione dominante è stata quella dell’”America che torna grande” con le trivelle aperte, mentre i timori sugli effetti del surriscaldamento sono stati relegati a un dibattito di nicchia.

Non è un problema solo americano. Trump è l’ennesima testa di ponte di una strategia globale che usa la disinformazione per rallentare la transizione ecologica. Il fatto che una parte della stampa italiana lo racconti senza filtri è il vero nodo da sciogliere. Non è solo questione di bias ideologico: è incapacità di dare priorità ai fatti, di contrapporre la scienza alla propaganda. Trump mente, i media rilanciano. E il prezzo lo pagheremo tutti.

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Dalla Giustizia alla stretta sui media, pure in Italia la democrazia scricchiola

L’Italia è ufficialmente uno dei cinque “smantellatori” della democrazia in Europa. Il rapporto annuale di Liberties, pubblicato dalla Civil Liberties Union for Europe, una rete di organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti civili in tutta l’Unione europea, che analizza lo stato di diritto nel continente, non lascia spazio a dubbi: il Paese si trova in una fase di “recessione democratica” accelerata. Giustizia sotto attacco, stampa imbavagliata, corruzione lasciata prosperare, diritto di protesta criminalizzato. Un quadro che, nel silenzio assordante delle istituzioni, sta trasformando l’Italia in una delle principali mine vaganti per la tenuta democratica europea.

Giustizia: l’assalto all’indipendenza

Nel 2024 il governo italiano ha proseguito nella sua sistematica demolizione delle garanzie giudiziarie. Le riforme approvate minano alla radice l’indipendenza della magistratura, aumentando l’ingerenza dell’esecutivo nelle nomine e nelle carriere dei magistrati. Il decreto sicurezza approvato lo scorso anno prevede inoltre nuove misure per criminalizzare il dissenso, con l’introduzione di reati specifici per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate. Un pacchetto repressivo che si affianca a una riforma del codice penale che restringe ulteriormente le tutele per gli accusati e aumenta i poteri discrezionali della polizia.

La situazione italiana non è isolata. In Ungheria, il sistema giudiziario è stato completamente politicizzato, con il governo Orbán che esercita un controllo quasi assoluto sulle nomine e sulle decisioni dei tribunali. In Polonia, nonostante il cambio di governo, le riforme per ripristinare l’indipendenza della magistratura sono bloccate da una macchina burocratica costruita negli ultimi anni per consolidare il potere esecutivo sulla giustizia.

Corruzione: la normalizzazione dell’abuso di potere

L’Italia continua a essere un paradiso per la corruzione. Il governo non ha adottato la legge sui conflitti di interesse né ha regolamentato il lobbying, lasciando intatto il meccanismo di finanziamento opaco ai partiti. La riforma Nordio ha addirittura abolito il reato di abuso d’ufficio, rendendo di fatto legale l’uso distorto del potere pubblico per favorire interessi privati. Il risultato è un contesto in cui gli attori politici possono operare senza timore di sanzioni, a discapito della trasparenza e della fiducia nelle istituzioni.

Anche la Slovacchia ha seguito una traiettoria simile, con il nuovo governo che ha smantellato le strutture investigative anticorruzione, limitando il potere della magistratura di perseguire crimini finanziari. In Slovenia, il governo ha progressivamente ridotto le risorse agli organi di controllo, rendendo inefficace ogni tentativo di monitoraggio sugli appalti pubblici.

Libertà di stampa: un ecosistema sotto minaccia

Le pressioni sui giornalisti sono in costante aumento. Minacce, querele temerarie e attacchi diretti da parte di esponenti della maggioranza hanno reso sempre più difficile il lavoro di chi cerca di documentare le storture del potere. La riforma della diffamazione, anziché tutelare la libertà di espressione, ha introdotto pene più severe per i giornalisti, scoraggiando inchieste scomode. Il servizio pubblico radiotelevisivo, invece di essere un baluardo del pluralismo, rimane sotto il controllo del governo, con una gestione che risponde sempre meno alle logiche di indipendenza editoriale e sempre più a quelle della propaganda di Stato.

Questo fenomeno non è esclusivo dell’Italia. In Ungheria, la maggior parte dei media indipendenti è stata smantellata o comprata da soggetti vicini al governo. In Polonia, il tentativo di ripristinare la pluralità dell’informazione incontra resistenze interne e pressioni giudiziarie da parte delle autorità che hanno consolidato il controllo mediatico negli ultimi anni.

Diritti civili: una stretta senza precedenti

Dall’inasprimento delle pene per chi protesta fino alla discriminazione istituzionalizzata delle minoranze, il quadro delineato dal rapporto è chiaro: l’Italia sta scivolando verso un modello di governance sempre più autoritario. Il governo ha reso più difficile l’accesso alla protezione internazionale per le persone migranti, ha introdotto misure che penalizzano le Ong che operano nel Mediterraneo e ha promosso una retorica apertamente ostile alle associazioni che si occupano di diritti umani.

La stessa tendenza si osserva in Slovacchia, dove nuove leggi limitano le attività delle organizzazioni della società civile, e in Slovenia, dove le proteste sono state represse con metodi sempre più aggressivi da parte delle forze dell’ordine.

Il quadro europeo: l’Italia tra gli smantellatori della democrazia

Secondo Liberties, l’Italia non è sola in questa deriva. Ungheria, Polonia, Slovenia e Slovacchia condividono con il nostro Paese la responsabilità di un attacco coordinato ai pilastri dello Stato di diritto. L’Unione europea, al momento, osserva con preoccupazione ma senza un’azione decisa. La Commissione europea ha emesso raccomandazioni, ma l’assenza di meccanismi sanzionatori efficaci lascia ai governi ampi margini di manovra per continuare a smantellare le tutele democratiche.

L’elemento più preoccupante è che questa tendenza sta contagiando anche altri Paesi tradizionalmente più stabili, come la Francia, dove l’uso eccessivo di misure d’emergenza ha sollevato allarmi sulla tenuta dello Stato di diritto.

L’Italia si trova a un bivio. Il rapporto Liberties fotografa una realtà che non può più essere ignorata: la democrazia è sotto attacco. Il rischio, ormai concreto, è quello di un progressivo allontanamento dagli standard democratici europei e di un’avanzata verso un sistema sempre più autoritario. Tocca ora alla società civile, ai media indipendenti e alle istituzioni europee reagire prima che il processo diventi irreversibile.

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Numeri impietosi sull’Italia senza lavoro

C’è una realtà che svanisce ogni giorno nella polvere della propaganda. L’Italia è l’ultima in Europa per tasso di occupazione, con appena il 62,2% delle persone tra i 15 e i 64 anni che lavorano. Otto punti in meno rispetto alla media europea, che si attesta al 70,9%. Sono i dati più recenti di Eurostat, che nel suo ultimo rapporto ha certificato come il nostro Paese resti fanalino di coda in Europa per il lavoro.

Il divario è ancora più marcato per le donne: in Italia lavora solo il 53,1%, mentre la media europea si attesta al 66,3%. Ancora più critica la situazione dei giovani: il tasso di occupazione tra i 15 e i 24 anni è appena del 19,2%, contro il 34,8% dell’Unione europea. Un distacco di oltre quindici punti percentuali. Nel complesso, il tasso di disoccupazione ufficiale è al 9,7%, ma con enormi differenze territoriali: nel Sud sfiora il 17%.

Nonostante questi dati allarmanti, l’agenda politica continua a muoversi in altre direzioni. Il governo rivendica una crescita occupazionale, ma si tratta di un aumento inferiore alla media UE. Nel frattempo, l’attenzione politica sembra spostarsi sul riarmo: il bilancio della difesa è aumentato fino al 2% del PIL, mentre le misure strutturali per l’occupazione restano insufficienti.

Nel frattempo, il paese reale sprofonda. I giovani senza impiego non vedono futuro, le donne rimangono ai margini del mercato del lavoro e chi lavora spesso lo fa con salari indegni. Ma la propaganda è più forte dei numeri. Così si celebra una crescita illusoria mentre l’Italia resta fanalino di coda dell’Europa. Forse è il caso di smettere di nascondere la realtà dietro cortine di fumo e iniziare a guardare in faccia il problema. Prima che sia troppo tardi.

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