Vai al contenuto

Se questa è l’Europa, dov’è la politica

Com’era facilmente prevedibile, c’è certa stampa inebriata dal profumo dei soldi delle armi che da un paio di giorni sta usando la piazza piena per l’Europa come roncola contro chiunque si permetta di porre dei dubbi. A leggere certe dichiarazioni e certi editoriali, pare che tutti siano d’accordo sul folle piano di riarmo di von der Leyen, a parte qualche screanzato nemico della patria.

Conviene quindi ricordare che sono contro il piano Rearm Europe il Partito democratico – al di là della minoranza interna che farebbe la guerra alla segretaria anche per un voto sul semolino in commissione agricoltura –, il Movimento 5 stelle, Alleanza verdi sinistra e Italia Viva, con Matteo Renzi che lo ha definito “fuffa”. Questo solo nell’opposizione, al di là di Salvini nella maggioranza.

Vale la pena tenerlo a mente, perché la “sicurezza dell’Europa” è un’idea talmente vasta che non merita proprio di diventare l’ammennicolo di qualche esagitato che ne vorrebbe imporre una e indivisibile.

Dopo il ministro Valditara, che ci ha spiegato che “solo l’Occidente conosce la storia”, abbiamo ascoltato in piazza del Popolo Roberto Vecchioni dire che “solo noi abbiamo la cultura” e Antonio Scurati dimenticarsi che Bruxelles paga autocrati per torturare le persone migranti, mentre chiude gli occhi su Gaza.

Contrapporre al suprematismo di Trump e di Putin un presunto suprematismo europeo è la negazione dello spirito di Altiero Spinelli. Quella piazza non è il manganello di qualche saccente assertivo. Quella piazza chiede di voler bene a un’idea di Europa. Quale sia l’idea è il punto centrale. Lì sta la politica.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Il modello italiano della non-crescita

Diciassette anni per tornare al punto di partenza. L’Italia è un paese che corre con la marcia ingranata sulla crisi del 2008 e, quando finalmente torna in pari, scopre che gli altri sono già lontani. Nel 2024 il Pil italiano è cresciuto dello 0,7%, meno della media dell’Unione europea (1%) e della Francia (1,2%), mentre la Spagna ha fatto un balzo del 3,2%. Ma il dato più implacabile è la fotografia di lungo periodo: tra il 2004 e il 2024, mentre l’Unione europea cresceva del 29%, l’Italia è rimasta ferma a un misero +5%. Peggio di noi, solo la Grecia.

Lorenzo Ruffino, numeri alla mano, smonta ogni alibi: il nostro è un modello consolidato di stagnazione. La Germania e la Francia hanno visto il loro Pil aumentare del 25%, la Spagna del 29%, la Polonia e l’Irlanda lo hanno più che raddoppiato. Noi, invece, restiamo ostaggio di un’economia che non investe, di una produttività ferma e di un mercato del lavoro che non decolla.

Diciassette anni per tornare a un Pil pre-crisi: ma nel frattempo sono crollati i salari reali, è esplosa la precarietà e si è allargata la forbice con il resto d’Europa. Il problema non è solo crescere poco, ma abituarsi a non crescere affatto.

L’articolo Il modello italiano della non-crescita sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Migranti respinti, picchiati e lasciati morire: dov’è l’Europa dei diritti? – Lettera43

La chiamano politica di gestione dei flussi, ma nei fatti è una strategia violenta, che ignora le fondamenta del diritto internazionale e calpesta i princìpi di umanità. Nonostante le denunce delle Ong, Bruxelles si volta dall’altra parte. Continuando a finanziare i responsabili di questa barbarie: le autorità bulgare e la guardia costiera libica.

Migranti respinti, picchiati e lasciati morire: dov’è l’Europa dei diritti?

L’Europa ha una sua zona d’ombra, una macchia nera che cresce ai margini delle sue frontiere. La chiamano politica di gestione dei flussi migratori, ma nei fatti è una strategia violenta, che ignora le fondamenta del diritto internazionale e calpesta i princìpi di umanità. Secondo il Pushbacks Report 2024, pubblicato da un consorzio di Ong tra cui l’Hungarian Helsinki Committee e il Center for Peace Studies, oltre 120 mila persone sono state respinte alle frontiere dell’Unione europea nel 2024. Un dato che racconta di una pratica ormai sistematica e istituzionalizzata.

Migranti respinti, picchiati e lasciati morire: dov'è l'Europa dei diritti?
dal Pushbacks Report 2024.

Pestaggi, furti e torture al confine: la normalizzazione della violenza

I numeri sono solo la superficie del problema. Secondo documenti interni di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, i suoi stessi agenti sono stati volutamente tenuti lontani dalle zone calde in Bulgaria, dove si consuma la violenza più brutale. Un’inchiesta del Balkan Investigative Reporting Network (Birn) ha rivelato che le forze di frontiera bulgare costringono le persone migranti a spogliarsi, le picchiano con manganelli e le lasciano nel nulla, prive di qualsiasi mezzo di sopravvivenza. Un giovane siriano di 16 anni ha raccontato a Birn la sua esperienza al confine bulgaro-turco: «Mi hanno preso nel centro di accoglienza di Sofia. Non mi hanno nemmeno fatto registrare la richiesta di asilo. Mi hanno caricato su un furgone con altri ragazzi e, dopo ore di viaggio, ci hanno abbandonati nel bosco. Ci hanno urlato di tornare indietro. Quando ho provato a chiedere aiuto, uno di loro mi ha colpito con il calcio del fucile sulla schiena. Poi ci hanno buttati in un canale d’acqua gelida. Ho avuto paura di morire lì dentro». Secondo il rapporto del Protecting Rights at Borders (Prab), in Croazia la polizia di frontiera utilizza spray al peperoncino, manganelli e pistole per intimidire e colpire le persone migranti. I telefoni e il denaro vengono sequestrati o distrutti, lasciando le persone senza mezzi per comunicare o orientarsi. Alcuni cittadini della Sierra Leone, respinti in Bosnia-Erzegovina, hanno raccontato la loro esperienza nel Prab Report nel settembre-dicembre 2023: «Ci hanno presi subito dopo il confine, ci hanno fatto inginocchiare e ci hanno colpiti con i manganelli. Uno di loro ci ha calpestato la testa con gli stivali. Ci hanno rubato i telefoni e i soldi, poi ci hanno spinti nel bosco. Erano le quattro del mattino e faceva freddo. Abbiamo camminato per ore prima di trovare un posto sicuro».

Minori lasciati morire, soccorsi ostacolati e deportazioni mascherate da rimpatri volontari

Le vittime non sono solo numeri. Nell’inverno del 2024, tre minori egiziani sono morti assiderati al confine turco-bulgaro. Secondo le denunce delle Ong No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche, le autorità bulgare hanno ignorato le richieste di aiuto e impedito l’accesso ai soccorsi. Accanto al corpo di uno dei ragazzi, gli attivisti hanno trovato impronte di stivali e segni di cani, chiaro segnale che la polizia di frontiera era stata lì, ma aveva scelto di non intervenire. Nel Pushbacks Report 2024, un volontario della No Name Kitchen ha dichiarato: «Abbiamo ricevuto un messaggio di Sos. Dicevano che i ragazzi erano bloccati nel freddo e non riuscivano più a muoversi. Abbiamo chiesto alle autorità di intervenire, ma non hanno fatto nulla. Il giorno dopo abbiamo trovato i loro corpi, congelati. C’erano tracce di scarponi militari intorno, segno che qualcuno c’era stato. Li hanno lasciati morire» La Bulgaria, in particolare, ha affinato l’arte dell’ambiguità burocratica. Dal 2024 le autorità di Sofia hanno cominciato a registrare decine di migliaia di casi di “rimpatri volontari”, una definizione che, secondo i report della Mission Wings Foundation, nasconde in realtà deportazioni forzate accompagnate da pestaggi e furti.

i tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Le violenze della guardia costiera libica addestrata e finanziata dall’Ue

Non va meglio sulle rotte marittime. La guardia costiera libica, addestrata e finanziata dall’Unione europea e dall’Italia, è responsabile di 21.762 respingimenti documentati nel 2024. I racconti raccolti da Refugees in Libya e da Mediterranea Saving Humans parlano di imbarcazioni speronate, persone picchiate e lasciate morire in mare. Nel Pushbacks Report 2024, un uomo sudanese ha raccontato la sua esperienza con la guardia costiera libica: «Ci hanno intercettato in mare e ci hanno presi a calci sulle barche. Hanno sparato vicino alle teste di alcuni di noi per farci inginocchiare. Poi hanno usato delle corde per legarci e portarci sulla loro nave. Quando siamo arrivati a terra, ci hanno chiusi in un campo e ci hanno picchiati con i tubi di gomma». Durante un’operazione di soccorso dell’Ong Mediterranea Saving Humans, i militari libici hanno aperto il fuoco su una scialuppa, causando il panico tra le persone migranti, alcune delle quali sono cadute in acqua e non sono mai state ritrovate.

L’Europa finanzia, respinge e chiude gli occhi

La Commissione europea, invece di affrontare queste violazioni, ha deciso di inasprire ulteriormente le regole sui rimpatri. Il nuovo regolamento sui cosiddetti “migranti irregolari” rende obbligatori i rimpatri forzati per chi non collabora o viene considerato una minaccia alla sicurezza. Il tempo massimo di detenzione nei centri per migranti è stato esteso fino a 24 mesi, e i “return hubs” si moltiplicheranno per trasferire le persone espulse. Le responsabilità politiche sono evidenti. La Commissione europea, pur consapevole delle violazioni in corso, ha continuato a finanziare e supportare la Bulgaria nell’ambito dell’ingresso del Paese nell’area Schengen, ignorando le denunce che descrivono la violenza sistemica lungo i suoi confini. Anche Frontex, nonostante i numerosi richiami del proprio Ufficio per i Diritti Fondamentali, non ha sospeso le operazioni nelle aree dove si consumano i respingimenti. Le Ong chiedono da tempo alla Commissione europea di interrompere immediatamente i finanziamenti alla guardia costiera libica e alle autorità bulgare. Chiedono che i Paesi membri garantiscano la protezione internazionale e perseguano gli agenti di frontiera responsabili di violenze e abusi. Finora, queste richieste sono rimaste lettera morta. In un’Europa che si riempie la bocca di diritti e libertà, le persone migranti continuano a morire. E il confine tra il diritto e la barbarie si fa sempre più sottile.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/migranti-confini-unione-europea-frontex-bulgaria-mediterraneo-guardia-costiera-libia/

Più carri armati e meno automobili: la Germania rivoluziona la sua economia

L’industria tedesca cambia pelle. La Germania, per decenni sinonimo di Volkswagen, Porsche e Mercedes, adesso ha un nuovo gigante: Rheinmetall. Il colosso delle armi ha superato Volkswagen per capitalizzazione di mercato, un evento che suggella il passaggio da un’economia fondata sulla mobilità a una dominata dall’industria della difesa. Con una capitalizzazione di 55,7 miliardi di euro contro i 54,4 di Volkswagen, l’azienda guidata da Armin Papperger è il simbolo della nuova Germania, quella della corsa al riarmo.

Le ragioni del sorpasso ovviamente sono tutte scritte nei venti di guerra che soffiano sull’Europa. Il massiccio aumento della spesa militare deciso da Berlino, la necessità di sostenere l’Ucraina contro l’invasione russa e il timore che Donald Trump, nuovamente alla Casa Bianca, possa tagliare i fondi alla NATO hanno trasformato Rheinmetall in un pilastro della sicurezza europea. D’altro canto, Volkswagen arranca tra la concorrenza cinese, le difficoltà della transizione all’elettrico e i dazi imposti dagli Stati Uniti. L’industria automobilistica, un tempo orgoglio e motore della crescita economica tedesca, sembra oggi il passato.

Dall’auto al carro armato: la nuova vocazione industriale della Germania

Non è solo una questione di numeri, ma di politica. Il cancelliere Friedrich Merz ha già annunciato l’intenzione di escludere le spese militari dal vincolo del pareggio di bilancio, segnando una svolta epocale nella politica economica della Germania. Il mantra dell’austerità è sacrificato sull’altare della sicurezza. “Di fronte alle minacce alla nostra libertà e pace, il principio del ‘whatever it takes’ deve valere anche per la difesa”, ha dichiarato Merz. Un cambio di paradigma che premia i produttori di armi e rilancia un’industria che, negli ultimi decenni, era stata relegata ai margini della politica industriale tedesca.

Papperger, dal canto suo, non si accontenta di fornire carri armati e munizioni. Ha già messo gli occhi su uno stabilimento Volkswagen a Osnabrück, destinato alla chiusura, che potrebbe diventare un nuovo impianto per la produzione di tank. “Prima di costruire una nuova fabbrica, valuteremo questa opzione”, ha affermato. Un’immagine plastica della trasformazione della Germania, da terra di berline a terra di panzer. E non sarebbe neppure la prima volta: Volkswagen stessa produsse mezzi blindati per il regime nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Il mercato ha già decretato il vincitore di questa fase storica. Mentre le azioni di Rheinmetall triplicano, i titoli dei colossi americani della difesa soffrono l’incertezza sulle politiche di Trump. Il futuro della Germania, almeno per ora, sembra segnato: il boom economico non arriva più dai motori, ma dai cannoni.

Ma quanto è sostenibile questa nuova corsa al riarmo? Se la Germania ha deciso di spostare il baricentro della sua economia sui carri armati, dovrà fare i conti con un’opinione pubblica che, almeno fino a pochi anni fa, rigettava qualsiasi coinvolgimento militare. Inoltre, la dipendenza da un’economia di guerra espone il paese a un pericoloso paradosso: senza minacce, senza conflitti, senza una tensione internazionale costante, il boom di Rheinmetall potrebbe svanire. Berlino sta dunque legando la propria crescita economica a un mondo in costante stato di emergenza.

E Volkswagen? Il gigante dell’auto, dopo aver alimentato per decenni il miracolo economico tedesco, si trova ora in una posizione difficile. Il mercato cinese, fondamentale per il gruppo, sta diventando sempre più competitivo e ostile per i marchi europei. La transizione all’elettrico, tanto celebrata a livello politico, sta rivelando costi e difficoltà che molti avevano sottovalutato. La produzione di veicoli pesanti e logistici per le forze armate, già avviata da MAN (controllata Volkswagen), potrebbe essere un’ancora di salvezza, ma non basta.

L’industria della guerra può davvero trainare l’economia

Il sorpasso di Rheinmetall su Volkswagen è più di un segnale finanziario: è un cambio di paradigma, una mutazione dell’identità economica della Germania. Il paese che costruiva auto per il mondo intero oggi costruisce armi per l’Europa. Ma la storia insegna che un’economia fondata sulla guerra può essere redditizia nel breve periodo, ma alla lunga chiede sempre il conto.

L’articolo Più carri armati e meno automobili: la Germania rivoluziona la sua economia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tra Musk e Meloni… c’è di mezzo Salvini

Matteo Salvini, il gran maestro della politica del controtempo, ha fiutato l’occasione e ha deciso di alzare la posta. Se Giorgia Meloni tentenna, lui accelera. Se il governo prende tempo, lui sgomita. E in questa partita, la pedina vincente si chiama Elon Musk. Il patron di Space X, dopo essere stato il sogno proibito di Meloni – che lo ricevette a Palazzo Chigi nel 2023 con il fervore di chi vede un’alleanza strategica nel cielo – ha cambiato cavallo. Ora le sue attenzioni si sono spostate sul leader della Lega. Salvini ha capito che i dubbi della premier e le resistenze del Quirinale sull’affidare le comunicazioni militari e istituzionali a Starlink sono un’occasione per ritagliarsi un ruolo da protagonista. Così, tra telefonate con Andrea Stroppa, il referente italiano di Musk, e dichiarazioni bellicose, spinge perché l’Italia si leghi mani e piedi alla rete satellitare americana.

Non è solo una questione tecnologica, ma politica. Salvini ha bisogno di una sponda internazionale per ergersi a vero uomo forte del governo. Con il declino dell’asse con Marine Le Pen e la tiepidezza di Viktor Orbán, il sostegno di Musk gli offre un’aura di credibilità internazionale e lo legittima come interlocutore di peso. Dall’altra parte, il magnate americano si muove con il suo solito opportunismo. Meloni è diventata una scommessa meno sicura dopo i no ricevuti da Mattarella e dai servizi segreti italiani, e la sua indecisione ha reso il progetto Starlink meno appetibile. Salvini, invece, garantisce un approccio più diretto: meno diplomazia, più contratti firmati. Un’alleanza perfetta per due uomini che amano le scorciatoie e detestano le attese.

Ma in questa partita resta un’incognita: Meloni. La premier sa che, se cede su Starlink, si consegna a Salvini. Se invece resiste, rischia di perdere l’appoggio di Musk e di apparire isolata. Un dilemma che potrebbe costarle caro, mentre Salvini già pregusta il colpo da maestro: trasformare un accordo tecnologico in un’arma politica contro la sua stessa alleata di governo.

L’articolo Tra Musk e Meloni… c’è di mezzo Salvini sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sovranisti soltanto nei salotti

L’Italia rischia di più. Lo dice l’Istat, lo confermano i numeri: il 48% del nostro export vola fuori dall’Unione europea e gli Stati Uniti sono il secondo mercato di sbocco. Se Trump dovesse impugnare l’arma dei dazi, l’Italia sarebbe il bersaglio perfetto: piccola abbastanza per non fare paura, vulnerabile abbastanza per essere usata come avvertimento. Un colpo diretto alle nostre imprese che già faticano tra stagnazione economica e un’Europa che gioca sulla difensiva. E il governo Meloni? Per ora, equilibrismo. Il tentativo di non scontentare nessuno, di non esporsi, di fare la voce grossa in conferenza stampa e poi calare la testa nelle stanze che contano. Trump è una variabile impazzita, certo, ma una cosa è chiara: chi negozia da una posizione di debolezza è già sconfitto. E l’Italia, in questo scenario, è un vaso di coccio tra giganti.

Qui servirebbe un sovranismo vero, non la versione da talk show. Difendere l’interesse nazionale significa fare scelte nette, non farsi dettare la linea. La Francia lo sa, e gioca su più tavoli. La Germania lo sa, e tratta da potenza economica. L’Italia, invece, è bloccata in una terra di nessuno, con un governo che si pavoneggia di patriottismo ma si rassegna all’irrilevanza internazionale.

I dazi americani possono costarci miliardi, posti di lavoro, pezzi interi del nostro sistema produttivo. Il settore manifatturiero e quello agroalimentare sono in prima linea: un aumento dei dazi metterebbe in ginocchio l’export di eccellenze italiane come il vino, la moda, la meccanica di precisione. E mentre la Francia tutela le sue industrie con diplomazia aggressiva, l’Italia resta a guardare, nella speranza che il problema si risolva da solo.

Meloni dovrebbe essere la donna forte che ama raccontare, ma nel luogo giusto: non davanti ai giornalisti italiani, ma nei palazzi di Bruxelles e Washington, battendo i pugni per difendere l’Italia. Perché la verità è semplice: se non sei tu a proteggere il tuo Paese, nessuno lo farà al posto tuo.

L’articolo Sovranisti soltanto nei salotti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

“Più di quanto un essere umano possa sopportare”

L’orrore non si misura solo nel numero di vittime, ma nelle ferite incise sulla dignità umana. Il rapporto intitolato “More than a human can bear: Israel’s systematic use of sexual, reproductive and other forms of gender-based violence since 7 October 2023”, pubblicato il 13 marzo 2025 dalla Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite su Israele e i territori occupati denuncia uno schema preciso: la violenza sessuale e di genere come arma di guerra. Oltre la distruzione fisica di Gaza, il documento svela un sistema di oppressione che si accanisce sui corpi delle donne, sulle loro scelte riproduttive, sulla loro stessa esistenza.

Il dossier descrive ospedali materni colpiti, accessi negati alle cure, donne costrette a partorire in condizioni medievali, mentre il cibo e l’acqua vengono usati come strumenti di sottomissione. E poi ci sono i racconti di violenze inflitte come forma di dominio, di umiliazione, di annientamento identitario. Il rapporto documenta casi di stupri, molestie sessuali e altre forme di violenza di genere perpetrate dalle forze di sicurezza israeliane e da coloni nei territori occupati. In particolare, denuncia episodi di violenza sessuale contro uomini e donne palestinesi durante arresti e detenzioni, sottolineando che questi atti sono stati filmati e diffusi come strumento di terrore psicologico. I numeri non sono meri dati: il rapporto documenta oltre 46.000 persone uccise a Gaza, di cui almeno 7.216 donne e un numero imprecisato di persone morte per complicazioni legate alla gravidanza e al parto. Sono la prova di una sistematica violazione del diritto internazionale, che avviene nel silenzio complice di chi dovrebbe garantire la giustizia.

Non si tratta di eccessi, ma di un metodo. Il rapporto afferma chiaramente: “gli attacchi alle strutture sanitarie e il blocco dell’accesso alle cure riproduttive fanno parte di una strategia deliberata di oppressione e controllo della popolazione palestinese”. Un metodo che utilizza la guerra non solo per uccidere, ma per lasciare cicatrici incancellabili su generazioni di palestinesi. Il rapporto lo dice chiaramente: questa non è una serie di episodi isolati, ma un sistema di oppressione consapevole e voluto. Il mondo, ancora una volta, è chiamato a scegliere tra la complicità e la denuncia.

Buon venerdì. 

 

Foto AS

L’articolo proviene da Left.it qui

Accoglienza al collasso: un Report certifica il fallimento sistemico di uno Stato senza strategia

L’accoglienza in Italia è allo stremo. Non per un’improvvisa emergenza migratoria, non per un’impennata di arrivi, ma per una gestione volontariamente inefficace, che ha reso strutturale l’eccezione e precaria ogni forma di tutela. Il rapporto “Centri d’Italia – Accoglienza al collasso”, realizzato da ActionAid e Openpolis, traccia un quadro in cui il sistema di accoglienza è lasciato senza programmazione, senza controlli e con servizi ridotti al minimo.

Il decreto 20/2023 ha introdotto un nuovo schema di capitolato per i centri di accoglienza, ma la sua attuazione è arrivata con un anno di ritardo. Nell’attesa, il 71% dei bandi è stato assegnato con affidamenti diretti, pratica meno trasparente e più esposta a clientele e malagestione. Il Ministero dell’Interno non monitora i centri temporanei, lasciando che proliferino strutture prive di servizi essenziali.

La degenerazione del sistema: numeri e scelte politiche

Il 68,3% dei posti nel sistema di accoglienza è occupato dai CAS, strutture che dovrebbero essere “straordinarie” ma che rappresentano ormai la norma. Tra il 2022 e il 2023, la capienza dei centri con oltre 300 posti è aumentata del 360%, mentre l’accoglienza diffusa è stata progressivamente smantellata. Al Nord prevalgono centri più piccoli e distribuiti, al Sud dominano grandi strutture, spesso sovraffollate e senza possibilità di inclusione sociale.

L’assistenza per le persone vulnerabili è quasi inesistente. Sono stati azzerati i servizi di orientamento legale, supporto psicologico e corsi di lingua italiana. Nel 2023, oltre 700 minori stranieri non accompagnati sono stati collocati in strutture per adulti, in aperta violazione delle norme di tutela.

Opacità e abuso dell’emergenza

La trasparenza è un miraggio. L’ultima relazione ufficiale del Viminale sul sistema di accoglienza risale al 2021. L’accesso ai dati è ostacolato sistematicamente: quando richieste di accesso agli atti vengono inoltrate, il ministero si limita a negare informazioni o a rinviare alle singole prefetture, che a loro volta forniscono dati lacunosi o inesistenti. Il risultato è un sistema impenetrabile, in cui l’assenza di controlli permette la proliferazione di irregolarità.

Centri temporanei: accoglienza senza accoglienza

Nel 2023 sono stati introdotti i centri di accoglienza temporanei, strutture che forniscono solo vitto, alloggio e assistenza sanitaria minima. Non esiste alcun servizio sociale e, secondo il ministero, nemmeno un sistema centrale di monitoraggio. Eppure, i costi per ospite risultano spesso più alti rispetto ai CAS, a fronte di un’assenza totale di servizi per l’integrazione.

Il ministero sostiene che questi centri siano solo di passaggio, ma non esistono dati su quanti ospiti vi transitino e per quanto tempo. L’assenza di informazioni ufficiali è la più chiara dimostrazione della loro funzione reale: depositi umani senza futuro né prospettiva, dove le persone vengono trattenute nel limbo dell’irregolarità forzata.

Trattenimento e deportazioni: il modello albanese

L’accoglienza italiana non è più tale. È un sistema punitivo in cui il trattenimento amministrativo si sovrappone sempre più all’accoglienza. Nel 2023, il 39% delle persone ospitate nei centri Sai proveniva da paesi considerati “sicuri”, ma l’idea che questi migranti non abbiano diritto alla protezione è smentita dai numeri: migliaia di loro ottengono l’asilo o una forma di protezione. L’accordo con l’Albania è la naturale evoluzione di questo approccio: un sistema pensato non per proteggere, ma per allontanare, delegare, rimuovere il problema dalla vista.

Conclusione: un fallimento annunciato

L’accoglienza in Italia non è in crisi. È stata deliberatamente trasformata in un sistema disfunzionale. Si crea emergenza dove non c’è, si smantella ogni infrastruttura di integrazione e si favorisce l’inefficienza come strumento di deterrenza. L’unico risultato certo è una spesa pubblica più alta per un sistema che garantisce meno diritti e più precarietà. Chi ci guadagna Di certo non le persone migranti, né le comunità locali, né la collettività. Il caos, evidentemente, è un affare per qualcuno.

L’articolo Accoglienza al collasso: un Report certifica il fallimento sistemico di uno Stato senza strategia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

I tifosi del libero mercato non disdegnano il pubblico

C’era una volta Vincenzo Boccia, l’instancabile difensore del libero mercato, quello che, da presidente di Confindustria, tuonava contro ogni ingerenza statale nell’economia, declamando la Thatcher e i suoi precetti come fossero versetti sacri. Poi un giorno, l’ex paladino dell’impresa pura e senza stampelle pubbliche si è ritrovato a celebrare un matrimonio d’affari con lo Stato, nella veste di Invitalia, l’agenzia controllata dal ministero dell’Economia che ora entra con il 25% nella sua Boccia Industria Grafica (Big).

Le nozze societarie fra Boccia e Saverio Addante (Promomedia) sanciscono la nascita di un colosso della stampa e della distribuzione, ma con una benedizione che sa di denaro pubblico. Invitalia, guidata da Bernardo Mattarella, ci mette i soldi del Fondo Salvaguardia Imprese, lo stesso che il governo Meloni dice di voler usare con parsimonia. E così, il profeta dell’iniziativa privata si scopre improvvisamente bisognoso dell’interventismo statale che ha sempre criticato.

Arti Grafiche Boccia usciva da anni di crisi, eppure, oggi l’ex presidente di Confindustria si fa cantore della sinergia pubblico-privato, parla di ‘salto da azienda familiare ad azienda istituzione’. Forse perché, quando serve, lo Stato non è più un ostacolo, ma una rete di sicurezza.

L’operazione è il perfetto paradigma dell’industriale italiano che si straccia le vesti per il mercato libero quando si tratta di detassare, deregolamentare, licenziare, ma poi non disdegna il salvagente statale se le cose si mettono male. Boccia predicava il mercato, ma ora brinda con il pubblico. Gli ideali, in fondo, si possono sempre adattare al caso di necessità.

L’articolo I tifosi del libero mercato non disdegnano il pubblico sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Con Ursula c’è poco da star sereni

Quindi il Parlamento europeo si ritrova ancora una volta invischiato in uno scandalo di corruzione. Dopo il Qatargate, con le valigette di contanti che hanno travolto le istituzioni comunitarie, ora tocca al caso Huawei. La polizia belga ha perquisito gli uffici della multinazionale cinese e quelli di alcuni eurodeputati, svelando il solito schema: regali, viaggi, favori in cambio di decisioni politiche favorevoli. 

Ed è proprio in questa cornice che si prepara una delle più grandi operazioni finanziarie della storia dell’Unione: il piano ReArmEurope. Ottocento miliardi di euro per il riarmo, decisi sotto la regia di Ursula von der Leyen, la stessa che ha lasciato il Ministero della Difesa tedesco nel 2019 con un bilancio pesante, fatto di inefficienza gestionale, sprechi e scelte discutibili.

Durante il suo mandato, la Bundeswehr ha affrontato problemi strutturali gravi: nel 2018, solo il 39% dei principali sistemi d’arma era operativo, una percentuale allarmante per un esercito di una delle maggiori potenze economiche mondiali. Gli elicotteri NH90, acquistati per 8,5 miliardi di euro, hanno presentato difetti tecnici talmente gravi da richiedere la sospensione temporanea dei voli. La situazione non era migliore per i sottomarini della marina tedesca: per mesi, nessuno degli U-boat in servizio era effettivamente disponibile a causa di guasti e mancanza di pezzi di ricambio. 

Ma il capitolo più controverso della sua gestione è stato lo scandalo dei consulenti esterni. Nel 2018, un’indagine parlamentare ha rivelato che il ministero aveva assegnato contratti per almeno 200 milioni di euro a società di consulenza senza gare d’appalto adeguate. 

La situazione è diventata ancora più opaca quando si è scoperto che i dati contenuti nei telefoni di von der Leyen erano stati cancellati prima di essere consegnati agli inquirenti. Le critiche sul suo operato non sono mai state smentite dai numeri. Nel 2019, un sondaggio ha rivelato che il 61% dei tedeschi considerava la sua gestione del ministero fallimentare. Buona fortuna. 

L’articolo Con Ursula c’è poco da star sereni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui