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Guerra in Europa No, guerra nel Pd. E i soliti noti non vedono l’ora

E così, un mercoledì di metà marzo, il Partito democratico si scopre incapace di trattenersi dalla sua natura. A Bruxelles, il delicato voto sul faraonico progetto di riarmo (in ordine sparso) di Ursula von der Leyen è l’occasione per mettere in discussione la segreteria.

Persino il presidente del partito, Stefano Bonaccini, per la prima volta si schiera contro la linea ufficiale e rompe quello che finora era sembrato un patto di non belligeranza con Elly Schlein. Con lui ci sono Antonio Decaro, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Pina Picierno, Irene Tinagli e Raffaele Topo.

La linea della segretaria era ed è chiara: la sicurezza europea è fondamentale, ma non può passare da una corsa alle armi di 27 singoli Stati, per di più a discapito del già fragile welfare europeo, impoverito da crisi e pandemia. La cosiddetta ala riformista risponde: «Non votare il piano ReArm Europe ci avrebbe isolati». La differenza tra isolarsi e distinguersi è sottile, e su quel crinale si gioca tutto lo scontro.

Verrebbe da pensare, più banalmente, che una componente del partito – la solita, da sempre – non vedesse l’ora di disconoscere una segretaria democraticamente eletta, in vista delle prossime elezioni del 2027. Non vedevano l’ora di farlo, e la guerra, si sa, è da sempre un’ottima occasione di polarizzazione.

Eccola, la nuova vecchia linea politica del partito: usare gli eventi del mondo per logorare la segreteria di turno. Di nuovo, eccoci qua.

Buon giovedì.

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Trump cancella i fondi per il clima e il resto del mondo ne paga il prezzo

Donald Trump è tornato, e con lui il catalogo delle negazioni climatiche. La Casa Bianca ha ripreso il suo vecchio copione: eliminare finanziamenti, smantellare impegni internazionali e fare della crisi climatica un fastidio da cancellare con un tratto di penna. L’uscita degli Stati Uniti dal fondo per le perdite e i danni concordato alla Cop28 e i tagli all’USAid suonano come una condanna per i paesi più vulnerabili: il colosso responsabile del maggior volume storico di emissioni ha deciso che il conto lo pagheranno altri.

Il taglio ai finanziamenti e la fine della giustizia climatica

La ritirata degli Stati Uniti dal fondo per il risarcimento dei danni climatici è una mossa brutale che spazza via anni di diplomazia e sforzi per il riconoscimento della responsabilità storica delle economie più inquinanti. Quel fondo, ottenuto dopo lunghe trattative, rappresentava un primo passo verso una forma di giustizia climatica, seppur limitata. Il contributo statunitense, già misero – 17,5 milioni di dollari – si azzera completamente. In parallelo, il governo Trump ha smantellato la Just Transition Energy Partnership con l’Indonesia, un piano da 20 miliardi di dollari per la transizione dal carbone. Nessuna compensazione, nessun piano alternativo: solo il vuoto.

Ma la vera catastrofe è nei tagli ai finanziamenti per la resilienza climatica. L’amministrazione Trump ha interrotto i fondi USAid destinati alle comunità più esposte agli effetti del cambiamento climatico. Significa lasciare milioni di persone senza risorse per affrontare siccità, alluvioni e ondate di calore. Secondo le analisi, gli Stati Uniti erano responsabili di circa 8 dollari su 100 dei fondi destinati al sostegno climatico globale. Con la loro uscita, quel flusso si riduce drasticamente: dai 11 miliardi di dollari destinati al clima sotto Biden, si scende quasi a zero.

La retorica trumpiana è sempre la stessa: “America first”, a qualunque costo. La lotta contro le emissioni diventa un inganno, il sostegno ai paesi vulnerabili uno spreco, la cooperazione internazionale una minaccia all’industria nazionale. Eppure, gli Stati Uniti rimangono il primo produttore mondiale di petrolio e gas, con un’industria fossile che continua a prosperare grazie a politiche di deregulation e incentivi miliardari. Il paradosso è che mentre la scienza conferma il legame tra il riscaldamento globale e fenomeni estremi sempre più devastanti – incendi record in California, inondazioni in Florida, uragani più intensi – la Casa Bianca decide di oscurare le pagine governative sul clima, censurando dati e proiezioni.

Conseguenze globali: chi pagherà il prezzo?

Le conseguenze di queste politiche non si misureranno solo in tonnellate di CO₂, ma in vite umane. Senza fondi per l’adattamento climatico, le nazioni più fragili saranno ancora più esposte a carestie, disastri naturali e migrazioni forzate. Paesi come il Pakistan, che nel 2022 ha visto un terzo del proprio territorio sommerso da alluvioni, o le nazioni del Sahel, devastate dalla desertificazione, perderanno risorse vitali per sopravvivere.

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti costringerà l’Unione europea e la Cina a colmare la mancanza di fondi, ma il danno è fatto: il meccanismo di finanziamento del clima, già fragile, subisce un colpo che rischia di renderlo inutilizzabile. Mentre il resto del mondo prova a trovare soluzioni, Washington decide di voltare le spalle.

La storia ricorderà questa amministrazione come quella che, davanti alla crisi più grande della nostra epoca, ha scelto di distruggere invece di costruire. Il problema è che il prezzo lo pagheremo tutti.

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Il piano di Salvini nella Lega: Segretario con Vannacci vice

Matteo Salvini ha deciso che il congresso della Lega sarà un plebiscito su se stesso. Il primo della sua era, nella fortezza blindata di Firenze. Il leader vuole evitare sorprese e si affida al metodo più sicuro: un solo candidato, lui. Ma se l’assenza di rivali dovrebbe garantire un’elezione senza scossoni, i malumori interni sono più forti che mai.

E proprio per domarli, Salvini si aggrappa a una mossa disperata: portare dentro Roberto Vannacci. Un ex generale, idolo dell’estrema destra, inviso a Bruxelles e mal sopportato dai dirigenti leghisti. Non ha nemmeno la tessera, ma Salvini è pronto a offrirgli una poltrona da vicesegretario pur di evitare che si metta di traverso. Una forzatura che ha già prodotto scossoni: la responsabile organizzativa toscana si è dimessa, le tensioni con l’ala lombarda e veneta aumentano e persino nel partito c’è chi storce il naso. Perché Vannacci, con il suo estremismo, è più un elemento di instabilità che una risorsa.

Salvini, in affanno, cerca di tenere insieme un partito che si sfilaccia. Calderoli prova a riorganizzarlo con un nuovo statuto, il consiglio federale si allarga per dare spazio al Sud, ma la verità è che la Lega è ormai un partito senza un’identità chiara. I veneti vedono il congresso come una perdita di tempo, i lombardi osservano con sospetto l’ennesimo tentativo di Salvini di rafforzarsi con manovre azzardate. Il leader gioca d’azzardo con Vannacci, sperando che basti un nome a placare il malcontento. Ma il rischio è altissimo: se l’ex generale dovesse diventare ingombrante, la gestione interna del partito potrebbe trasformarsi in un caos ancora più ingestibile.

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Lavoro, la piattaforma Siisl non decolla

Annunciata come la svolta tecnologica del mercato del lavoro, Siisl (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) si sta rivelando l’ennesima piattaforma inefficace, un’operazione di maquillage governativo che non risolve il problema strutturale dell’occupazione in Italia. E i numeri lo dimostrano: oltre l’85% degli annunci di lavoro proviene da agenzie interinali, le aziende latitano, e i Centri per l’Impiego – coloro che dovrebbero gestire il flusso degli occupabili – non hanno nemmeno accesso al sistema.

Una promessa tradita

Dal 18 dicembre 2024 la piattaforma Siisl è accessibile a tutti, dopo una prima fase dedicata ai percettori dell’assegno di inclusione e del supporto per la formazione e il lavoro. L’idea di fondo era ambiziosa: digitalizzare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, facilitando la ricollocazione di chi ha perso un impiego o cerca una nuova occupazione. Peccato che, a distanza di mesi, lo strumento si stia rivelando un’illusione.

Gli utenti segnalano problemi su tutta la linea: interfaccia obsoleta, incapacità di caricare il curriculum in formato digitale (ogni informazione deve essere inserita manualmente), e un algoritmo di “affinità” che suggerisce offerte improbabili. Il risultato? Un giornalista che si iscrive alla piattaforma può trovarsi proposto per un impiego in una macelleria, con un’affinità del 37%.

Il Siisl diventa un feudo delle agenzie private

L’idea iniziale della ministra del Lavoro Marina Calderone era quella di creare un mercato del lavoro moderno con strumenti digitali avanzati. Nei fatti, Siisl è diventata il megafono delle agenzie interinali: oltre l’85% delle offerte pubblicate sono di società private, che utilizzano la piattaforma come un altro canale di promozione delle proprie vacancy. E le aziende? Molte non hanno ancora caricato un solo annuncio. Risultato: un disoccupato potrebbe risparmiare tempo semplicemente cercando lavoro su Indeed o LinkedIn.

Il paradosso dei Centri per l’Impiego

Nel frattempo, i Centri per l’Impiego (Cpi), teoricamente gli attori chiave per il funzionamento della piattaforma, non possono accedervi. Un paradosso amministrativo che la Funzione Pubblica Cgil ha già denunciato: senza strumenti adeguati, i Cpi saranno travolti dalle richieste senza poter offrire un supporto concreto. Il rischio è che la piattaforma, anziché semplificare l’accesso al mercato del lavoro, diventi un ostacolo in più per chi ha bisogno di un impiego.

Siisl, un’altra piattaforma inutile?

Il copione è noto: prima di Siisl ci sono state Borsa Lavoro, Click-lavoro, MyAnpal e altre piattaforme che avrebbero dovuto rivoluzionare il mercato del lavoro. Tutte naufragate nel mare dell’inefficienza pubblica. Il problema non è la digitalizzazione in sé, ma l’assenza di un’infrastruttura reale dietro lo schermo: servirebbe un sistema di pre-selezione delle candidature, un vero incrocio tra domanda e offerta e una supervisione pubblica che impedisca alle agenzie private di monopolizzare la piattaforma.

Ma niente di tutto questo è stato previsto. Per ora, Siisl è poco più di un’anagrafe del lavoro: un posto dove registrarsi per non perdere il sussidio, senza reali prospettive di impiego. E mentre il governo si vanta dell’ennesima riforma, i disoccupati continuano a cercare lavoro altrove.

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L’Unione europea risponde ai dazi di Trump: parte lo scontro commerciale tra Bruxelles e Washington

L’Unione europea ha deciso di rispondere con fermezza alla nuova ondata di dazi imposta dagli Stati Uniti sulle importazioni di acciaio e alluminio. Le misure, volute dal presidente Donald Trump e in vigore dallo scorso mercoledì, prevedono un aumento del 25% sulle tariffe di questi materiali, colpendo anche le esportazioni europee. Bruxelles ha reagito rapidamente, annunciando una serie di contromisure per un valore complessivo di 26 miliardi di euro, che colpiranno numerosi settori dell’economia statunitense.

Una ritorsione in due fasi

Le nuove tariffe europee si articolano in due fasi. Dal 1° aprile, entreranno in vigore dazi su prodotti simbolo del Made in USA, come il whisky, le motociclette Harley-Davidson e alcuni prodotti agroalimentari, per un valore di 8 miliardi di euro. Successivamente, entro metà aprile, l’Unione europea allargherà le misure punitive includendo settori strategici come il tessile, gli elettrodomestici e ulteriori prodotti agricoli, raggiungendo il tetto dei 26 miliardi di euro.

L’introduzione di queste tariffe non è solo una questione economica, ma anche politica. La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha ribadito la necessità di proteggere le imprese e i lavoratori europei da misure che considera “ingiustificate e dannose per entrambe le economie”. Allo stesso tempo, Bruxelles ha lasciato aperta la porta al dialogo, dichiarandosi disponibile a revocare i dazi in caso di un accordo con Washington.

L’impatto sul commercio transatlantico

Il nuovo pacchetto di tariffe imposte dagli Stati Uniti rappresenta una delle più dure offensive commerciali contro l’Europa. Già nel suo primo mandato, Trump aveva adottato misure simili, giustificandole con la necessità di ridurre il disavanzo commerciale statunitense e rilanciare l’industria nazionale. La sua amministrazione ha ora esteso le tariffe, colpendo non solo l’acciaio e l’alluminio, ma anche prodotti derivati come bulloni e radiatori, riducendo inoltre le quote di esportazione esentate dai dazi che erano state negoziate sotto la presidenza Biden.

L’Unione europea, terzo fornitore di acciaio degli Stati Uniti, rischia di subire perdite economiche considerevoli. Secondo i dati della Commissione, le nuove tariffe costeranno agli esportatori europei fino a 6 miliardi di euro. Inoltre, vi è il timore che il conflitto commerciale possa estendersi ad altri settori, come l’automotive e il farmaceutico, con conseguenze imprevedibili per il commercio globale.

Una guerra commerciale inevitabile?

Se da un lato Bruxelles si mostra pronta a difendere i propri interessi economici, dall’altro la retorica statunitense non sembra lasciare spazio a compromessi. Trump considera i dazi uno strumento per costringere le imprese a riportare la produzione negli Stati Uniti, ignorando le preoccupazioni degli alleati storici. “Non possiamo più fare affidamento sugli Stati Uniti”, ha dichiarato un diplomatico europeo a Politico, in riferimento alle nuove politiche commerciali di Trump”., evidenziando come la strategia di Washington stia costringendo l’Unione europea a riconsiderare il proprio ruolo nel commercio globale.

Il rischio che questo sia solo l’inizio di una guerra commerciale prolungata tra le due sponde dell’Atlantico è concreto. L’Unione europea ha già sperimentato un’escalation simile nel 2018 e nel 2020, quando misure simili avevano portato a un aumento dei costi per imprese e consumatori. Tuttavia, la nuova offensiva di Trump potrebbe segnare un punto di rottura ancora più netto nelle relazioni commerciali tra Europa e Stati Uniti. 

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Paura di una copertina: la polizia israeliana contro i libri “sbagliati”

Ci sono gesti che parlano più delle parole. La polizia israeliana ha fatto irruzione per la seconda volta in un mese nella Educational Bookshop di Gerusalemme Est. Nessun mandato, nessuna accusa chiara, solo il bisogno di silenziare. Hanno sequestrato libri con la parola “Palestina” in copertina, testi di Noam Chomsky e Ilan Pappé, perfino volumi su Banksy. Hanno arrestato il co-proprietario, lo hanno rilasciato senza accuse, lasciando nell’aria un avvertimento chiaro.

Non è un caso isolato. A febbraio, il figlio e il fratello del proprietario erano stati fermati, trattenuti per giorni e poi costretti ai domiciliari. Il motivo? La presenza di un libro da colorare per bambini, etichettato come “incitamento al terrorismo”. Ora, a marzo, la scena si ripete. Gli agenti hanno usato Google Translate per cercare parole proibite, hanno sfogliato copertine con sospetto, hanno selezionato i volumi da sequestrare in base ai colori e alle immagini. Un metodo sommario, ridicolo, che racconta molto più di un semplice raid.

Una libreria non è un deposito di carta, è un archivio di memoria. Chi teme i libri non combatte il terrorismo, ma la conoscenza. Strappare pagine da uno scaffale significa tentare di strappare il diritto di esistere. Se una libreria diventa un bersaglio, significa che il problema non sono solo le idee che contiene, ma il popolo a cui quelle idee appartengono.

Colpire una libreria è il simbolo di un potere che teme le idee più delle armi. Un potere che si barrica dietro alla retorica della sicurezza per censurare la memoria. Perché la cultura, nel suo essere disarmata, è la minaccia più grande per chi vuole riscrivere la storia a colpi di repressione.

Buon mercoledì. 

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A rischio la sovranità militare

Non solo Elon Musk può decidere, da remoto, di spegnere Starlink quando vuole. Anche Donald Trump, o chiunque sieda alla Casa Bianca, potrebbe fare lo stesso con gli F-35 italiani. Il Parlamento è chiamato a discutere l’acquisto di altri 25 caccia Lockheed Martin, ma il vero punto non è la spesa: è la sovranità.

Un caccia sotto controllo americano

Secondo i servizi d’intelligence francesi, il controllo sugli F-35 rimane saldamente nelle mani di Washington. Il software, la logistica, la manutenzione: tutto passa per gli Stati Uniti. In altre parole, questi caccia possono essere disattivati da remoto o resi inutilizzabili se il Pentagono decidesse di farlo.

L’Italia ha già investito oltre 7 miliardi di euro in questi velivoli, un programma che si somma ai 7,4 miliardi per 24 Eurofighter e ai 7,5 miliardi destinati al caccia di sesta generazione Tempest. In tutto, quasi 22 miliardi di spesa in armamenti aerei solo nell’ultimo anno. Eppure, nel caso degli F-35, la nostra flotta dipende ancora da un’interfaccia digitale che risponde esclusivamente agli ordini di Washington.

La situazione non riguarda solo l’Italia. Anche la Danimarca, ad esempio, ha scoperto che i propri F-35 non potrebbero decollare senza l’autorizzazione degli Stati Uniti. Se gli Usa decidessero di attaccare la Groenlandia, la Danimarca non potrebbe difendersi con i propri aerei. Per Christophe Gomart, ex capo dell’intelligence militare francese, questa dipendenza rende l’F-35 un “cavallo di Troia” americano dentro la difesa europea.

Il Financial Times ha sollevato lo stesso problema: il Pentagono potrebbe “spegnere” gli F-35 europei con un aggiornamento software o bloccandone la logistica. Anche senza un ipotetico “kill switch”, i pezzi di ricambio e gli aggiornamenti dei sistemi sono tutti controllati da Washington. Justin Bronk, analista del Royal United Services Institute, ha dichiarato che “la maggior parte delle forze armate europee dipende dagli Stati Uniti per supporto alle comunicazioni, guerra elettronica e rifornimento di munizioni”.

Questa sottomissione tecnologica è stata costruita negli anni, con la complicità di governi di ogni colore. Nel 2019 fu il governo Conte a dare il via libera all’acquisto di 27 F-35. Oggi il governo Meloni porta avanti il programma con l’acquisto di altri 25, completando un percorso che ha visto tutti i principali partiti accettare senza fiatare questa dipendenza militare.

La difesa italiana senza sovranità

Il Parlamento discuterà presto questa nuova spesa, ma la questione è più ampia. Il controllo sulla difesa nazionale non è più nelle mani dell’Italia. L’F-35 non è solo un caccia, ma un dispositivo di sorveglianza permanente con un accesso privilegiato riservato agli Stati Uniti. E se domani Washington decidesse che l’Italia non può impiegarli in un’operazione autonoma Se decidesse di limitarne le capacità con un semplice aggiornamento software?

A opporsi a questa cessione di sovranità non è solo una ristretta minoranza. Anche a livello europeo crescono le voci che chiedono alternative all’F-35 e una difesa realmente indipendente. Il nodo non è solo tecnico o economico: è politico. L’Italia, come altri paesi europei, sta delegando a Washington il potere ultimo di decidere quando e come difendersi. E questa, prima ancora che una scelta strategica, è una resa.

Per anni la retorica della sovranità nazionale è stata sbandierata come una bandiera da chi oggi accetta che il nostro esercito sia vincolato alle decisioni di un alleato che non garantisce più certezze. L’illusione di una difesa forte si scontra con la realtà di una tecnologia che non controlliamo. E se un giorno gli interessi statunitensi dovessero divergere da quelli italiani? La risposta è già scritta nel codice sorgente dei nostri F-35.

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L’algoritmo della paternità e la famiglia targata Musk

Elon Musk, eroe della destra italiana che si fa vanto di difendere la “famiglia tradizionale”, ha un approccio alla paternità che potrebbe far storcere il naso persino ai suoi più ferventi sostenitori. Sua figlia Vivian Jenna Wilson lo accusa apertamente: “Mio padre ha pagato per farmi nascere maschio”. Non è solo una polemica familiare, è il ritratto di una visione del mondo in cui persino la nascita diventa una questione di transazione economica.

Musk, che di figli ne ha quattordici, ha fatto della fecondazione in vitro con selezione del sesso una prassi ingegneristica, scegliendo maschi come se fosse una decisione di design, una selezione naturale al computer. Ma quando Vivian ha deciso di affermare la propria identità, il rapporto si è spezzato. Nel 2022 ha cambiato nome e genere e ha interrotto ogni legame con il padre. Musk ha risposto con la consueta retorica vittimistica: “Ucciso dalla cultura woke”.

Eppure, proprio mentre la destra italiana esalta Musk come paladino della libertà di parola e della lotta contro il “politicamente corretto”, nessuno sembra avere il coraggio di mettere in discussione il suo concetto di famiglia. Il modello che difendono è quello di un uomo che ha ridotto la genitorialità a un algoritmo, la nascita a un prodotto da ordinare su misura.

Vivian non ha solo rinnegato il padre. Ha smascherato l’ipocrisia di chi predica la famiglia naturale e poi applaude un miliardario che tratta i figli come un investimento. Perché l’unico valore che sembra contare davvero, nella destra sovranista, non è quello della famiglia, ma quello del mercato.

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Manifestazione europeista: più bandiere che idee

La politica italiana è riuscita ad attorcigliarsi intorno a una manifestazione proposta da Michele Serra «per l’Europa». L’editorialista di Repubblica, qualche giorno fa, ha lanciato l’idea di «una manifestazione di sole bandiere europee, che abbia come unico obiettivo […] la libertà e l’unità dei popoli europei, per dare almeno l’impressione che esista un’opinione pubblica che si sente europea e non vorrebbe morire stretta nella tenaglia Trump-Putin».

Il Partito democratico guidato da Elly Schlein ha dato la propria adesione, i partiti centristi che usano l’Europa come ritornello ne sono felicissimi e il quotidiano degli Elkann sta investendo molte pagine sull’evento. In effetti, a prima vista, sono molte le persone disposte a manifestare contro l’imperialismo trumpiano e «per la libertà e l’unità dei popoli europei».

Ci sono almeno due evidenti problemi. Il primo è che l’Europa di oggi è la stessa che stringe accordi con i tagliagole in Libia e in Tunisia, la stessa che protegge la democrazia illiberale di Orbán, la stessa che accompagna lo smantellamento del welfare e dei servizi pubblici, la stessa che sventola il riarmo come via primaria per il trionfo democratico.

Poi c’è la diversa Europa che hanno in mente i Socialisti rispetto ai Popolari, per non parlare dei Patrioti o dei Conservatori. Insomma, si manifesta per un’idea che conviene non approfondire per non dividersi. Quindi si manifesta per una sensazione, che ognuno declina diversamente. Basta saperlo.

Buon martedì.

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Il clima impazzito è una sovratassa, ogni anno danni per tre miliardi

C’è una cifra che pesa come un macigno sulle piccole e medie imprese italiane: tre miliardi di euro di danni in un anno. Il conto, certificato da un’indagine di Facile.it e mUp Research, è la fotografia plastica di un Paese che continua a essere colpito da calamità naturali sempre più frequenti e violente. Eppure, fino a oggi, solo il 6,2% delle micro e piccole imprese ha scelto di tutelarsi con una polizza assicurativa specifica. Il resto è affidato alla fortuna o, più spesso, alle casse pubbliche.

Dal 31 marzo, però, le regole cambiano: diventa obbligatoria la sottoscrizione di una polizza contro le calamità naturali per tutte le imprese con sede legale in Italia (escluse le agricole). Una misura necessaria, imposta dalla realtà prima ancora che dalla politica. Secondo i dati dell’indagine, sono oltre 278.000 le imprese che solo nell’ultimo anno hanno subito perdite economiche a causa di eventi estremi: alluvioni, frane, esondazioni, terremoti. Una lista che negli ultimi anni è diventata cronaca quotidiana, da nord a sud.

Polizze obbligatorie: una tutela o un nuovo costo?

La scelta del governo di rendere obbligatoria l’assicurazione Cat Nat ha un impatto immediato sui bilanci aziendali. I costi variano in base alla città e al tipo di attività. Per un ristorante con immobili e attrezzature per 400.000 euro, il premio annuale è di 343 euro a Milano, 401 a Roma e 469 a Palermo. Per un’autofficina si sale fino a 551 euro nel capoluogo siciliano, mentre un hotel di medie dimensioni dovrà mettere a budget almeno 703 euro a Milano, 720 a Roma e oltre 1.000 euro a Palermo.

Sono cifre che alcune imprese possono assorbire senza troppi problemi, ma per le realtà più piccole—quelle che costituiscono oltre il 90% delle aziende italiane—rappresentano un ulteriore fardello. D’altra parte, il rischio è evidente: chi resta senza copertura si espone a perdite potenzialmente devastanti, con danni che potrebbero superare di gran lunga il costo di una polizza annuale.

Il cambiamento climatico non è un’ipotesi, è già qui

Le cifre raccontano una verità che la politica continua a trattare come un’emergenza episodica invece che come un cambiamento strutturale. In un solo anno, tre miliardi di danni alle imprese significano filiere bloccate, posti di lavoro a rischio, investimenti cancellati. Il problema non è più solo ambientale: è economico, sociale, produttivo.

L’industria assicurativa lo ha capito da tempo: il rischio climatico è già un costo concreto. Ma la risposta non può essere solo quella di scaricare il problema sulle imprese. Perché ogni euro perso in alluvioni e frane è un pezzo di economia che si sfalda. E se la politica continuerà a rincorrere le emergenze invece di prevenirle, il conto sarà sempre più salato.

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