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“Più di quanto un essere umano possa sopportare”

L’orrore non si misura solo nel numero di vittime, ma nelle ferite incise sulla dignità umana. Il rapporto intitolato “More than a human can bear: Israel’s systematic use of sexual, reproductive and other forms of gender-based violence since 7 October 2023”, pubblicato il 13 marzo 2025 dalla Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite su Israele e i territori occupati denuncia uno schema preciso: la violenza sessuale e di genere come arma di guerra. Oltre la distruzione fisica di Gaza, il documento svela un sistema di oppressione che si accanisce sui corpi delle donne, sulle loro scelte riproduttive, sulla loro stessa esistenza.

Il dossier descrive ospedali materni colpiti, accessi negati alle cure, donne costrette a partorire in condizioni medievali, mentre il cibo e l’acqua vengono usati come strumenti di sottomissione. E poi ci sono i racconti di violenze inflitte come forma di dominio, di umiliazione, di annientamento identitario. Il rapporto documenta casi di stupri, molestie sessuali e altre forme di violenza di genere perpetrate dalle forze di sicurezza israeliane e da coloni nei territori occupati. In particolare, denuncia episodi di violenza sessuale contro uomini e donne palestinesi durante arresti e detenzioni, sottolineando che questi atti sono stati filmati e diffusi come strumento di terrore psicologico. I numeri non sono meri dati: il rapporto documenta oltre 46.000 persone uccise a Gaza, di cui almeno 7.216 donne e un numero imprecisato di persone morte per complicazioni legate alla gravidanza e al parto. Sono la prova di una sistematica violazione del diritto internazionale, che avviene nel silenzio complice di chi dovrebbe garantire la giustizia.

Non si tratta di eccessi, ma di un metodo. Il rapporto afferma chiaramente: “gli attacchi alle strutture sanitarie e il blocco dell’accesso alle cure riproduttive fanno parte di una strategia deliberata di oppressione e controllo della popolazione palestinese”. Un metodo che utilizza la guerra non solo per uccidere, ma per lasciare cicatrici incancellabili su generazioni di palestinesi. Il rapporto lo dice chiaramente: questa non è una serie di episodi isolati, ma un sistema di oppressione consapevole e voluto. Il mondo, ancora una volta, è chiamato a scegliere tra la complicità e la denuncia.

Buon venerdì. 

 

Foto AS

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Accoglienza al collasso: un Report certifica il fallimento sistemico di uno Stato senza strategia

L’accoglienza in Italia è allo stremo. Non per un’improvvisa emergenza migratoria, non per un’impennata di arrivi, ma per una gestione volontariamente inefficace, che ha reso strutturale l’eccezione e precaria ogni forma di tutela. Il rapporto “Centri d’Italia – Accoglienza al collasso”, realizzato da ActionAid e Openpolis, traccia un quadro in cui il sistema di accoglienza è lasciato senza programmazione, senza controlli e con servizi ridotti al minimo.

Il decreto 20/2023 ha introdotto un nuovo schema di capitolato per i centri di accoglienza, ma la sua attuazione è arrivata con un anno di ritardo. Nell’attesa, il 71% dei bandi è stato assegnato con affidamenti diretti, pratica meno trasparente e più esposta a clientele e malagestione. Il Ministero dell’Interno non monitora i centri temporanei, lasciando che proliferino strutture prive di servizi essenziali.

La degenerazione del sistema: numeri e scelte politiche

Il 68,3% dei posti nel sistema di accoglienza è occupato dai CAS, strutture che dovrebbero essere “straordinarie” ma che rappresentano ormai la norma. Tra il 2022 e il 2023, la capienza dei centri con oltre 300 posti è aumentata del 360%, mentre l’accoglienza diffusa è stata progressivamente smantellata. Al Nord prevalgono centri più piccoli e distribuiti, al Sud dominano grandi strutture, spesso sovraffollate e senza possibilità di inclusione sociale.

L’assistenza per le persone vulnerabili è quasi inesistente. Sono stati azzerati i servizi di orientamento legale, supporto psicologico e corsi di lingua italiana. Nel 2023, oltre 700 minori stranieri non accompagnati sono stati collocati in strutture per adulti, in aperta violazione delle norme di tutela.

Opacità e abuso dell’emergenza

La trasparenza è un miraggio. L’ultima relazione ufficiale del Viminale sul sistema di accoglienza risale al 2021. L’accesso ai dati è ostacolato sistematicamente: quando richieste di accesso agli atti vengono inoltrate, il ministero si limita a negare informazioni o a rinviare alle singole prefetture, che a loro volta forniscono dati lacunosi o inesistenti. Il risultato è un sistema impenetrabile, in cui l’assenza di controlli permette la proliferazione di irregolarità.

Centri temporanei: accoglienza senza accoglienza

Nel 2023 sono stati introdotti i centri di accoglienza temporanei, strutture che forniscono solo vitto, alloggio e assistenza sanitaria minima. Non esiste alcun servizio sociale e, secondo il ministero, nemmeno un sistema centrale di monitoraggio. Eppure, i costi per ospite risultano spesso più alti rispetto ai CAS, a fronte di un’assenza totale di servizi per l’integrazione.

Il ministero sostiene che questi centri siano solo di passaggio, ma non esistono dati su quanti ospiti vi transitino e per quanto tempo. L’assenza di informazioni ufficiali è la più chiara dimostrazione della loro funzione reale: depositi umani senza futuro né prospettiva, dove le persone vengono trattenute nel limbo dell’irregolarità forzata.

Trattenimento e deportazioni: il modello albanese

L’accoglienza italiana non è più tale. È un sistema punitivo in cui il trattenimento amministrativo si sovrappone sempre più all’accoglienza. Nel 2023, il 39% delle persone ospitate nei centri Sai proveniva da paesi considerati “sicuri”, ma l’idea che questi migranti non abbiano diritto alla protezione è smentita dai numeri: migliaia di loro ottengono l’asilo o una forma di protezione. L’accordo con l’Albania è la naturale evoluzione di questo approccio: un sistema pensato non per proteggere, ma per allontanare, delegare, rimuovere il problema dalla vista.

Conclusione: un fallimento annunciato

L’accoglienza in Italia non è in crisi. È stata deliberatamente trasformata in un sistema disfunzionale. Si crea emergenza dove non c’è, si smantella ogni infrastruttura di integrazione e si favorisce l’inefficienza come strumento di deterrenza. L’unico risultato certo è una spesa pubblica più alta per un sistema che garantisce meno diritti e più precarietà. Chi ci guadagna Di certo non le persone migranti, né le comunità locali, né la collettività. Il caos, evidentemente, è un affare per qualcuno.

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I tifosi del libero mercato non disdegnano il pubblico

C’era una volta Vincenzo Boccia, l’instancabile difensore del libero mercato, quello che, da presidente di Confindustria, tuonava contro ogni ingerenza statale nell’economia, declamando la Thatcher e i suoi precetti come fossero versetti sacri. Poi un giorno, l’ex paladino dell’impresa pura e senza stampelle pubbliche si è ritrovato a celebrare un matrimonio d’affari con lo Stato, nella veste di Invitalia, l’agenzia controllata dal ministero dell’Economia che ora entra con il 25% nella sua Boccia Industria Grafica (Big).

Le nozze societarie fra Boccia e Saverio Addante (Promomedia) sanciscono la nascita di un colosso della stampa e della distribuzione, ma con una benedizione che sa di denaro pubblico. Invitalia, guidata da Bernardo Mattarella, ci mette i soldi del Fondo Salvaguardia Imprese, lo stesso che il governo Meloni dice di voler usare con parsimonia. E così, il profeta dell’iniziativa privata si scopre improvvisamente bisognoso dell’interventismo statale che ha sempre criticato.

Arti Grafiche Boccia usciva da anni di crisi, eppure, oggi l’ex presidente di Confindustria si fa cantore della sinergia pubblico-privato, parla di ‘salto da azienda familiare ad azienda istituzione’. Forse perché, quando serve, lo Stato non è più un ostacolo, ma una rete di sicurezza.

L’operazione è il perfetto paradigma dell’industriale italiano che si straccia le vesti per il mercato libero quando si tratta di detassare, deregolamentare, licenziare, ma poi non disdegna il salvagente statale se le cose si mettono male. Boccia predicava il mercato, ma ora brinda con il pubblico. Gli ideali, in fondo, si possono sempre adattare al caso di necessità.

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Con Ursula c’è poco da star sereni

Quindi il Parlamento europeo si ritrova ancora una volta invischiato in uno scandalo di corruzione. Dopo il Qatargate, con le valigette di contanti che hanno travolto le istituzioni comunitarie, ora tocca al caso Huawei. La polizia belga ha perquisito gli uffici della multinazionale cinese e quelli di alcuni eurodeputati, svelando il solito schema: regali, viaggi, favori in cambio di decisioni politiche favorevoli. 

Ed è proprio in questa cornice che si prepara una delle più grandi operazioni finanziarie della storia dell’Unione: il piano ReArmEurope. Ottocento miliardi di euro per il riarmo, decisi sotto la regia di Ursula von der Leyen, la stessa che ha lasciato il Ministero della Difesa tedesco nel 2019 con un bilancio pesante, fatto di inefficienza gestionale, sprechi e scelte discutibili.

Durante il suo mandato, la Bundeswehr ha affrontato problemi strutturali gravi: nel 2018, solo il 39% dei principali sistemi d’arma era operativo, una percentuale allarmante per un esercito di una delle maggiori potenze economiche mondiali. Gli elicotteri NH90, acquistati per 8,5 miliardi di euro, hanno presentato difetti tecnici talmente gravi da richiedere la sospensione temporanea dei voli. La situazione non era migliore per i sottomarini della marina tedesca: per mesi, nessuno degli U-boat in servizio era effettivamente disponibile a causa di guasti e mancanza di pezzi di ricambio. 

Ma il capitolo più controverso della sua gestione è stato lo scandalo dei consulenti esterni. Nel 2018, un’indagine parlamentare ha rivelato che il ministero aveva assegnato contratti per almeno 200 milioni di euro a società di consulenza senza gare d’appalto adeguate. 

La situazione è diventata ancora più opaca quando si è scoperto che i dati contenuti nei telefoni di von der Leyen erano stati cancellati prima di essere consegnati agli inquirenti. Le critiche sul suo operato non sono mai state smentite dai numeri. Nel 2019, un sondaggio ha rivelato che il 61% dei tedeschi considerava la sua gestione del ministero fallimentare. Buona fortuna. 

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Guerra in Europa No, guerra nel Pd. E i soliti noti non vedono l’ora

E così, un mercoledì di metà marzo, il Partito democratico si scopre incapace di trattenersi dalla sua natura. A Bruxelles, il delicato voto sul faraonico progetto di riarmo (in ordine sparso) di Ursula von der Leyen è l’occasione per mettere in discussione la segreteria.

Persino il presidente del partito, Stefano Bonaccini, per la prima volta si schiera contro la linea ufficiale e rompe quello che finora era sembrato un patto di non belligeranza con Elly Schlein. Con lui ci sono Antonio Decaro, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Pina Picierno, Irene Tinagli e Raffaele Topo.

La linea della segretaria era ed è chiara: la sicurezza europea è fondamentale, ma non può passare da una corsa alle armi di 27 singoli Stati, per di più a discapito del già fragile welfare europeo, impoverito da crisi e pandemia. La cosiddetta ala riformista risponde: «Non votare il piano ReArm Europe ci avrebbe isolati». La differenza tra isolarsi e distinguersi è sottile, e su quel crinale si gioca tutto lo scontro.

Verrebbe da pensare, più banalmente, che una componente del partito – la solita, da sempre – non vedesse l’ora di disconoscere una segretaria democraticamente eletta, in vista delle prossime elezioni del 2027. Non vedevano l’ora di farlo, e la guerra, si sa, è da sempre un’ottima occasione di polarizzazione.

Eccola, la nuova vecchia linea politica del partito: usare gli eventi del mondo per logorare la segreteria di turno. Di nuovo, eccoci qua.

Buon giovedì.

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Trump cancella i fondi per il clima e il resto del mondo ne paga il prezzo

Donald Trump è tornato, e con lui il catalogo delle negazioni climatiche. La Casa Bianca ha ripreso il suo vecchio copione: eliminare finanziamenti, smantellare impegni internazionali e fare della crisi climatica un fastidio da cancellare con un tratto di penna. L’uscita degli Stati Uniti dal fondo per le perdite e i danni concordato alla Cop28 e i tagli all’USAid suonano come una condanna per i paesi più vulnerabili: il colosso responsabile del maggior volume storico di emissioni ha deciso che il conto lo pagheranno altri.

Il taglio ai finanziamenti e la fine della giustizia climatica

La ritirata degli Stati Uniti dal fondo per il risarcimento dei danni climatici è una mossa brutale che spazza via anni di diplomazia e sforzi per il riconoscimento della responsabilità storica delle economie più inquinanti. Quel fondo, ottenuto dopo lunghe trattative, rappresentava un primo passo verso una forma di giustizia climatica, seppur limitata. Il contributo statunitense, già misero – 17,5 milioni di dollari – si azzera completamente. In parallelo, il governo Trump ha smantellato la Just Transition Energy Partnership con l’Indonesia, un piano da 20 miliardi di dollari per la transizione dal carbone. Nessuna compensazione, nessun piano alternativo: solo il vuoto.

Ma la vera catastrofe è nei tagli ai finanziamenti per la resilienza climatica. L’amministrazione Trump ha interrotto i fondi USAid destinati alle comunità più esposte agli effetti del cambiamento climatico. Significa lasciare milioni di persone senza risorse per affrontare siccità, alluvioni e ondate di calore. Secondo le analisi, gli Stati Uniti erano responsabili di circa 8 dollari su 100 dei fondi destinati al sostegno climatico globale. Con la loro uscita, quel flusso si riduce drasticamente: dai 11 miliardi di dollari destinati al clima sotto Biden, si scende quasi a zero.

La retorica trumpiana è sempre la stessa: “America first”, a qualunque costo. La lotta contro le emissioni diventa un inganno, il sostegno ai paesi vulnerabili uno spreco, la cooperazione internazionale una minaccia all’industria nazionale. Eppure, gli Stati Uniti rimangono il primo produttore mondiale di petrolio e gas, con un’industria fossile che continua a prosperare grazie a politiche di deregulation e incentivi miliardari. Il paradosso è che mentre la scienza conferma il legame tra il riscaldamento globale e fenomeni estremi sempre più devastanti – incendi record in California, inondazioni in Florida, uragani più intensi – la Casa Bianca decide di oscurare le pagine governative sul clima, censurando dati e proiezioni.

Conseguenze globali: chi pagherà il prezzo?

Le conseguenze di queste politiche non si misureranno solo in tonnellate di CO₂, ma in vite umane. Senza fondi per l’adattamento climatico, le nazioni più fragili saranno ancora più esposte a carestie, disastri naturali e migrazioni forzate. Paesi come il Pakistan, che nel 2022 ha visto un terzo del proprio territorio sommerso da alluvioni, o le nazioni del Sahel, devastate dalla desertificazione, perderanno risorse vitali per sopravvivere.

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti costringerà l’Unione europea e la Cina a colmare la mancanza di fondi, ma il danno è fatto: il meccanismo di finanziamento del clima, già fragile, subisce un colpo che rischia di renderlo inutilizzabile. Mentre il resto del mondo prova a trovare soluzioni, Washington decide di voltare le spalle.

La storia ricorderà questa amministrazione come quella che, davanti alla crisi più grande della nostra epoca, ha scelto di distruggere invece di costruire. Il problema è che il prezzo lo pagheremo tutti.

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Il piano di Salvini nella Lega: Segretario con Vannacci vice

Matteo Salvini ha deciso che il congresso della Lega sarà un plebiscito su se stesso. Il primo della sua era, nella fortezza blindata di Firenze. Il leader vuole evitare sorprese e si affida al metodo più sicuro: un solo candidato, lui. Ma se l’assenza di rivali dovrebbe garantire un’elezione senza scossoni, i malumori interni sono più forti che mai.

E proprio per domarli, Salvini si aggrappa a una mossa disperata: portare dentro Roberto Vannacci. Un ex generale, idolo dell’estrema destra, inviso a Bruxelles e mal sopportato dai dirigenti leghisti. Non ha nemmeno la tessera, ma Salvini è pronto a offrirgli una poltrona da vicesegretario pur di evitare che si metta di traverso. Una forzatura che ha già prodotto scossoni: la responsabile organizzativa toscana si è dimessa, le tensioni con l’ala lombarda e veneta aumentano e persino nel partito c’è chi storce il naso. Perché Vannacci, con il suo estremismo, è più un elemento di instabilità che una risorsa.

Salvini, in affanno, cerca di tenere insieme un partito che si sfilaccia. Calderoli prova a riorganizzarlo con un nuovo statuto, il consiglio federale si allarga per dare spazio al Sud, ma la verità è che la Lega è ormai un partito senza un’identità chiara. I veneti vedono il congresso come una perdita di tempo, i lombardi osservano con sospetto l’ennesimo tentativo di Salvini di rafforzarsi con manovre azzardate. Il leader gioca d’azzardo con Vannacci, sperando che basti un nome a placare il malcontento. Ma il rischio è altissimo: se l’ex generale dovesse diventare ingombrante, la gestione interna del partito potrebbe trasformarsi in un caos ancora più ingestibile.

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Lavoro, la piattaforma Siisl non decolla

Annunciata come la svolta tecnologica del mercato del lavoro, Siisl (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) si sta rivelando l’ennesima piattaforma inefficace, un’operazione di maquillage governativo che non risolve il problema strutturale dell’occupazione in Italia. E i numeri lo dimostrano: oltre l’85% degli annunci di lavoro proviene da agenzie interinali, le aziende latitano, e i Centri per l’Impiego – coloro che dovrebbero gestire il flusso degli occupabili – non hanno nemmeno accesso al sistema.

Una promessa tradita

Dal 18 dicembre 2024 la piattaforma Siisl è accessibile a tutti, dopo una prima fase dedicata ai percettori dell’assegno di inclusione e del supporto per la formazione e il lavoro. L’idea di fondo era ambiziosa: digitalizzare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, facilitando la ricollocazione di chi ha perso un impiego o cerca una nuova occupazione. Peccato che, a distanza di mesi, lo strumento si stia rivelando un’illusione.

Gli utenti segnalano problemi su tutta la linea: interfaccia obsoleta, incapacità di caricare il curriculum in formato digitale (ogni informazione deve essere inserita manualmente), e un algoritmo di “affinità” che suggerisce offerte improbabili. Il risultato? Un giornalista che si iscrive alla piattaforma può trovarsi proposto per un impiego in una macelleria, con un’affinità del 37%.

Il Siisl diventa un feudo delle agenzie private

L’idea iniziale della ministra del Lavoro Marina Calderone era quella di creare un mercato del lavoro moderno con strumenti digitali avanzati. Nei fatti, Siisl è diventata il megafono delle agenzie interinali: oltre l’85% delle offerte pubblicate sono di società private, che utilizzano la piattaforma come un altro canale di promozione delle proprie vacancy. E le aziende? Molte non hanno ancora caricato un solo annuncio. Risultato: un disoccupato potrebbe risparmiare tempo semplicemente cercando lavoro su Indeed o LinkedIn.

Il paradosso dei Centri per l’Impiego

Nel frattempo, i Centri per l’Impiego (Cpi), teoricamente gli attori chiave per il funzionamento della piattaforma, non possono accedervi. Un paradosso amministrativo che la Funzione Pubblica Cgil ha già denunciato: senza strumenti adeguati, i Cpi saranno travolti dalle richieste senza poter offrire un supporto concreto. Il rischio è che la piattaforma, anziché semplificare l’accesso al mercato del lavoro, diventi un ostacolo in più per chi ha bisogno di un impiego.

Siisl, un’altra piattaforma inutile?

Il copione è noto: prima di Siisl ci sono state Borsa Lavoro, Click-lavoro, MyAnpal e altre piattaforme che avrebbero dovuto rivoluzionare il mercato del lavoro. Tutte naufragate nel mare dell’inefficienza pubblica. Il problema non è la digitalizzazione in sé, ma l’assenza di un’infrastruttura reale dietro lo schermo: servirebbe un sistema di pre-selezione delle candidature, un vero incrocio tra domanda e offerta e una supervisione pubblica che impedisca alle agenzie private di monopolizzare la piattaforma.

Ma niente di tutto questo è stato previsto. Per ora, Siisl è poco più di un’anagrafe del lavoro: un posto dove registrarsi per non perdere il sussidio, senza reali prospettive di impiego. E mentre il governo si vanta dell’ennesima riforma, i disoccupati continuano a cercare lavoro altrove.

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L’Unione europea risponde ai dazi di Trump: parte lo scontro commerciale tra Bruxelles e Washington

L’Unione europea ha deciso di rispondere con fermezza alla nuova ondata di dazi imposta dagli Stati Uniti sulle importazioni di acciaio e alluminio. Le misure, volute dal presidente Donald Trump e in vigore dallo scorso mercoledì, prevedono un aumento del 25% sulle tariffe di questi materiali, colpendo anche le esportazioni europee. Bruxelles ha reagito rapidamente, annunciando una serie di contromisure per un valore complessivo di 26 miliardi di euro, che colpiranno numerosi settori dell’economia statunitense.

Una ritorsione in due fasi

Le nuove tariffe europee si articolano in due fasi. Dal 1° aprile, entreranno in vigore dazi su prodotti simbolo del Made in USA, come il whisky, le motociclette Harley-Davidson e alcuni prodotti agroalimentari, per un valore di 8 miliardi di euro. Successivamente, entro metà aprile, l’Unione europea allargherà le misure punitive includendo settori strategici come il tessile, gli elettrodomestici e ulteriori prodotti agricoli, raggiungendo il tetto dei 26 miliardi di euro.

L’introduzione di queste tariffe non è solo una questione economica, ma anche politica. La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha ribadito la necessità di proteggere le imprese e i lavoratori europei da misure che considera “ingiustificate e dannose per entrambe le economie”. Allo stesso tempo, Bruxelles ha lasciato aperta la porta al dialogo, dichiarandosi disponibile a revocare i dazi in caso di un accordo con Washington.

L’impatto sul commercio transatlantico

Il nuovo pacchetto di tariffe imposte dagli Stati Uniti rappresenta una delle più dure offensive commerciali contro l’Europa. Già nel suo primo mandato, Trump aveva adottato misure simili, giustificandole con la necessità di ridurre il disavanzo commerciale statunitense e rilanciare l’industria nazionale. La sua amministrazione ha ora esteso le tariffe, colpendo non solo l’acciaio e l’alluminio, ma anche prodotti derivati come bulloni e radiatori, riducendo inoltre le quote di esportazione esentate dai dazi che erano state negoziate sotto la presidenza Biden.

L’Unione europea, terzo fornitore di acciaio degli Stati Uniti, rischia di subire perdite economiche considerevoli. Secondo i dati della Commissione, le nuove tariffe costeranno agli esportatori europei fino a 6 miliardi di euro. Inoltre, vi è il timore che il conflitto commerciale possa estendersi ad altri settori, come l’automotive e il farmaceutico, con conseguenze imprevedibili per il commercio globale.

Una guerra commerciale inevitabile?

Se da un lato Bruxelles si mostra pronta a difendere i propri interessi economici, dall’altro la retorica statunitense non sembra lasciare spazio a compromessi. Trump considera i dazi uno strumento per costringere le imprese a riportare la produzione negli Stati Uniti, ignorando le preoccupazioni degli alleati storici. “Non possiamo più fare affidamento sugli Stati Uniti”, ha dichiarato un diplomatico europeo a Politico, in riferimento alle nuove politiche commerciali di Trump”., evidenziando come la strategia di Washington stia costringendo l’Unione europea a riconsiderare il proprio ruolo nel commercio globale.

Il rischio che questo sia solo l’inizio di una guerra commerciale prolungata tra le due sponde dell’Atlantico è concreto. L’Unione europea ha già sperimentato un’escalation simile nel 2018 e nel 2020, quando misure simili avevano portato a un aumento dei costi per imprese e consumatori. Tuttavia, la nuova offensiva di Trump potrebbe segnare un punto di rottura ancora più netto nelle relazioni commerciali tra Europa e Stati Uniti. 

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Paura di una copertina: la polizia israeliana contro i libri “sbagliati”

Ci sono gesti che parlano più delle parole. La polizia israeliana ha fatto irruzione per la seconda volta in un mese nella Educational Bookshop di Gerusalemme Est. Nessun mandato, nessuna accusa chiara, solo il bisogno di silenziare. Hanno sequestrato libri con la parola “Palestina” in copertina, testi di Noam Chomsky e Ilan Pappé, perfino volumi su Banksy. Hanno arrestato il co-proprietario, lo hanno rilasciato senza accuse, lasciando nell’aria un avvertimento chiaro.

Non è un caso isolato. A febbraio, il figlio e il fratello del proprietario erano stati fermati, trattenuti per giorni e poi costretti ai domiciliari. Il motivo? La presenza di un libro da colorare per bambini, etichettato come “incitamento al terrorismo”. Ora, a marzo, la scena si ripete. Gli agenti hanno usato Google Translate per cercare parole proibite, hanno sfogliato copertine con sospetto, hanno selezionato i volumi da sequestrare in base ai colori e alle immagini. Un metodo sommario, ridicolo, che racconta molto più di un semplice raid.

Una libreria non è un deposito di carta, è un archivio di memoria. Chi teme i libri non combatte il terrorismo, ma la conoscenza. Strappare pagine da uno scaffale significa tentare di strappare il diritto di esistere. Se una libreria diventa un bersaglio, significa che il problema non sono solo le idee che contiene, ma il popolo a cui quelle idee appartengono.

Colpire una libreria è il simbolo di un potere che teme le idee più delle armi. Un potere che si barrica dietro alla retorica della sicurezza per censurare la memoria. Perché la cultura, nel suo essere disarmata, è la minaccia più grande per chi vuole riscrivere la storia a colpi di repressione.

Buon mercoledì. 

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