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L’Italia abdica sugli asili nido: così si spegne l’occupazione femminile

Oggi arrivano le mimose stanche, l’8 marzo e le manfrine. Ma l’occupazione femminile intanto in Italia non decolla. Non per mancanza di competenze, non per carenza di volontà, ma per una scelta politica: il sistema dei servizi per l’infanzia è inadeguato, insufficiente e profondamente diseguale. I numeri parlano chiaro.

L’occupazione femminile e il nodo degli asili nido

Secondo i dati più recenti analizzati da Openpolis nel nostro Paese appena il 30% dei bambini sotto i tre anni ha accesso a un posto in un asilo nido. Una percentuale ben al di sotto degli obiettivi fissati a livello europeo, che prevedono un minimo del 33%, con una tendenza al rialzo fino al 45%. L’Italia è in ritardo e non sembra avere intenzione di accelerare. Il problema non è solo di copertura, ma di accessibilità. Gli asili nido sono pochi e spesso fuori dalla portata economica delle famiglie. Il risultato? Una donna su cinque lascia il lavoro dopo la maternità. Non per scelta, ma per necessità. E laddove i nidi sono scarsi, il divario occupazionale tra uomini e donne si allarga in modo drammatico.

Non è un caso che nelle città con maggiore offerta di asili, l’occupazione femminile sia più alta. A Belluno, Siena e Bolzano, dove l’offerta supera la media nazionale, il tasso di occupazione delle madri oscilla tra il 75 e l’82%. All’opposto, a Catania, Napoli e Palermo, dove i posti nido sono un lusso per pochi, le donne occupate sono meno della metà. La relazione è evidente: più asili significa più madri al lavoro. Meno asili significa più donne costrette a rinunciare a una carriera. Ma invece di intervenire con investimenti adeguati, la politica continua a trattare il problema come una questione privata, lasciando le famiglie sole di fronte a una scelta impossibile.

Eppure, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) avrebbe dovuto risolvere il problema. Con uno stanziamento di 3 miliardi di euro, di cui 2,4 miliardi destinati agli asili nido, l’obiettivo era chiaro: ampliare l’offerta per la prima infanzia. Tuttavia, secondo un rapporto dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, solo il 3% dei progetti previsti risulta concluso, mettendo a rischio la creazione di circa 20.000 nuovi posti. Il ritardo è evidente e, mentre i fondi restano bloccati in procedure burocratiche, le famiglie continuano a non avere accesso a servizi essenziali.

Un problema culturale che pesa sull’economia

Ma il problema va oltre il numero di posti disponibili: è una questione culturale. In Italia, si dà per scontato che siano le donne a occuparsi dei figli. Secondo un’indagine dell’Istituto di Studi sulla Paternità, quasi la metà delle donne intervistate considera ancora naturale un modello in cui l’uomo lavora fuori casa mentre la donna si occupa della famiglia. Il risultato è che il 37,1% delle donne si occupa sempre della cura dei figli, contro appena il 5,6% degli uomini. Una disparità che non si registra ovunque: in Danimarca, ad esempio, l’81,2% delle donne con tre figli lavora, una percentuale superiore a quella delle donne italiane con un solo figlio, che si attesta al 57,8%.

In Europa, alcuni Paesi hanno già adottato politiche per riequilibrare la divisione delle responsabilità familiari, mentre in Italia la resistenza culturale e la mancanza di servizi continua a ostacolare il cambiamento. Eppure, il 70-90% degli uomini nei principali Paesi industrializzati dichiara di volersi occupare in modo equo della casa e dei figli. Segno che il problema non è la volontà, ma la mancanza di misure concrete per favorire una reale condivisione.

Il risultato è un’Italia a due velocità, dove il divario di genere non solo resta immutato, ma si approfondisce. Tra il 2014 e il 2023, in sette Paesi europei la differenza tra tasso di occupazione maschile e femminile è aumentata. L’Italia è tra questi. Peggio di noi, solo Romania, Grecia e Spagna. Non si tratta solo di una questione di giustizia sociale. È un problema economico. Ogni donna che lascia il lavoro per mancanza di servizi è una risorsa persa per il Paese. È produttività che si disperde, Pil che non cresce, contributi previdenziali che svaniscono. È un danno collettivo.

Eppure, la risposta politica continua a essere tiepida, inefficace, o peggio, inesistente. Si investe poco e male. Si ignorano gli obiettivi europei. Si accetta, nei fatti, che il lavoro di cura resti un affare privato, da gestire in famiglia. Il messaggio implicito è chiaro: se nasci donna, preparati a scegliere tra maternità e carriera. Perché lo Stato, in questa partita, non è al tuo fianco. La storia insegna che la crescita di un Paese passa dall’inclusione. Un’Italia che lascia indietro le madri è un’Italia destinata a restare indietro essa stessa. È una lezione che altri Paesi hanno imparato da tempo. Noi, invece, continuiamo a far finta di nulla.

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Molestie nei pubblici uffici, occhio che non vede…

Sono 1200 le segnalazioni raccolte dalla Fp Cgil sulle molestie nei luoghi di lavoro pubblici. Non un’eccezione, ma una norma silenziosa. Il 43,2% delle persone intervistate non sa nemmeno se esista un codice per prevenirle, il 30,4% è certo che non ci sia. E il risultato è evidente: chi subisce tace. Il 74,6% denuncia una totale assenza di consapevolezza, il 70% ritiene insufficienti i servizi di supporto. Perché se il problema non si vede, allora – per chi comanda – non esiste.

Eppure c’è un’identità precisa dietro le molestie: chi le perpetra ha quasi sempre un grado più alto. Il legame tra potere e violenza è chiaro nei numeri, con un livello di correlazione che raggiunge 8,5 su 10. È un sistema che si autoalimenta, dove il silenzio è imposto con le minacce. Denunciare significa esporsi: il timore di ripercussioni sul lavoro o sulla carriera si attesta tra il 6,7 e il 6,92 su 10. La testimonianza di chi ha provato a ribellarsi è la conferma più amara: se parli, rischi di restare sola.

Eppure qualcosa di concreto si potrebbe fare. Un congedo retribuito per le vittime di violenza è ritenuto essenziale dall’83,7% delle persone intervistate. Il 70% chiede un sistema di segnalazione anonima. Oltre l’80% vuole sportelli di assistenza psicologica nei luoghi di lavoro. Un cambiamento che dovrebbe essere ovvio, ma che resta bloccato da chi ha il potere di decidere e sceglie di non vedere. La verità è che le molestie nei luoghi di lavoro non sono episodi isolati: sono il riflesso di una cultura che protegge chi abusa e isola chi denuncia. E finché non si spezza questa logica, nulla cambierà.

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E io pago!

Le sentenze, per quanto scomode, si rispettano. La Cassazione ha stabilito che il trattenimento delle persone migranti sulla nave Diciotti fu una violazione dei diritti fondamentali. Un atto politico che ha superato il confine della legalità e che ora presenta il conto: il governo italiano dovrà risarcire quelle persone, a dimostrazione che aggirare le leggi costa, in denaro e credibilità.

Nel 2018 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini decise di tenere bloccate in mare 177 persone, in un braccio di ferro propagandistico che nulla aveva a che fare con la sicurezza nazionale e tutto con la retorica elettorale. Oggi la Suprema Corte ribadisce che la discrezionalità politica non è un lasciapassare per calpestare la Costituzione, che tutela i diritti inviolabili di ogni individuo, migranti compresi. Eppure, invece di riflettere, il governo Meloni attacca i giudici. “Frustrante”, dice la premier. “Vergognoso”, rincara Salvini. Come se la giustizia dovesse piegarsi all’opportunità politica. Parole quelle della premier e del suo vice che hanno costretto la prima presidente della Suprema Corte, Cassano, a replicare al numero uno e due del governo: “Le decisioni della Corte di Cassazione, al pari di quelle degli altri giudici, possono essere oggetto di critica. Sono invece inaccettabili gli insulti che mettono in discussione la divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato di diritto”.

Ma c’è un fatto che resta: chi governa senza conoscere o ignorando i limiti del proprio potere, chi usa le persone come strumenti di propaganda, chi confonde la legge con l’arbitrio, prima o poi paga. Peccato che il conto, come sempre, lo paghino gli italiani.

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Urso frena (ma non troppo): il ddl spazio è un regalo per Musk

C’era una volta il sovranismo che difendeva i confini, la patria e il controllo nazionale. Poi, quando si tratta di spazio, le porte si spalancano e l’accoglienza diventa entusiastica, purché il beneficiario abbia il pedigree giusto: Elon Musk, il signore dei satelliti, il magnate che ha fatto della sua impronta planetaria un passe-partout anche per i governi più nazionalisti. Il disegno di legge sulla space economy, approvato alla Camera e in attesa del Senato, è la dimostrazione plastica di come l’ideologia ceda il passo agli interessi, specie quando sono intrecciati a quelli dell’uomo più ricco del mondo.

Il ministro Urso ha provato a frenare l’entusiasmo filo-Musk, ma il risultato è un compromesso che lascia più di una porta aperta. Il silenzio in aula, l’assenza di un confronto vero e la fretta con cui si è arrivati al voto parlano chiaro: l’Italia si appresta a diventare un hub strategico per Starlink senza che nessuno ponga reali condizioni. Il sovranismo, qui, si traduce in accondiscendenza.

Intanto, Fratelli d’Italia cerca di mantenere il punto, ostentando una difesa della sovranità tecnologica che suona più come una foglia di fico. Ma il malumore interno esiste, specie per quel dialogo con Eutelsat che fa storcere il naso ai fedelissimi di Musk. Andrea Stroppa, il suo emissario in Italia, ha già dettato la linea sui social: chi non si allinea, finisce nel mirino.

E mentre il governo parla di strategia spaziale nazionale, la realtà è un’altra: nessun vincolo chiaro, nessuna regia europea e un pezzo di industria italiana pronto a essere svenduto. Lo spazio, in fondo, è l’ultima frontiera del mercato. E anche del sovranismo a geometria variabile.

Buon venerdì. 

Foto WP

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Elezioni per cacciare Zelensky, Trump cerca la resa dei conti

Gli alleati di Donald Trump non stanno solo osservando la guerra in Ucraina: stanno lavorando attivamente per ridisegnarne la leadership. Secondo quanto rivelato da Politico, quattro membri senior dell’entourage dell’ex presidente hanno tenuto incontri segreti con gli oppositori politici di Volodymyr Zelenskyy, nel tentativo di forzare un’elezione anticipata che potrebbe rimuoverlo dal potere. Un’operazione diplomatica parallela, mentre da Washington si esercita pressione sul leader ucraino perché “collabori” con i piani di Trump per una rapida fine del conflitto.

Al centro delle trattative ci sono due figure ben note nella politica ucraina: Yulia Tymoshenko, l’ex prima ministra dalla carriera tanto longeva quanto opportunistica, e Petro Poroshenko, predecessore di Zelenskyy e magnate dell’industria dolciaria. Entrambi, ufficialmente, si dicono contrari a elezioni durante la guerra, ma dietro le quinte aprono canali con il team di Trump, cercando di accreditarsi come interlocutori più accomodanti rispetto a un presidente che rifiuta di piegarsi.

Il piano delle elezioni-lampo

L’idea è semplice: forzare un’elezione presidenziale anticipata in Ucraina, nonostante la legge marziale in vigore, con la promessa di un cessate il fuoco temporaneo. A spingere per questa soluzione non è solo Trump, ma anche Mosca, che da anni sogna di eliminare Zelenskyy dalla scena politica. Il pretesto fornito dagli emissari trumpiani è che “senza elezioni, l’Ucraina non è una democrazia”, un mantra ripetuto fino alla nausea da figure come Tulsi Gabbard, ora a capo della National Intelligence. Una narrazione che fa comodo al Cremlino, che considera il voto anticipato una ghiotta occasione per destabilizzare l’Ucraina dall’interno.

C’è però un problema: Zelenskyy è ancora nettamente il favorito nelle intenzioni di voto. Secondo un recente sondaggio della società britannica Survation, il presidente in carica è al 44% delle preferenze, con il principale rivale, l’ex comandante dell’esercito Valery Zaluzhny, staccato di oltre venti punti. Tymoshenko e Poroshenko, nonostante le loro ambizioni, navigano rispettivamente intorno al 5% e al 10%, numeri che non li rendono candidati credibili.

Trump, però, non si preoccupa tanto delle percentuali quanto della possibilità di logorare Zelenskyy e di creare una nuova leadership più malleabile. Per riuscirci, sta facendo leva su due strumenti: la minaccia di congelare gli aiuti militari e l’isolamento diplomatico dell’Ucraina, che senza il sostegno di Washington rischia di trovarsi senza munizioni, senza copertura aerea e senza protezione internazionale.

Una guerra per procura politica

L’operazione va oltre le elezioni. Trump e i suoi stanno premendo su Zelenskyy affinché accetti una trattativa di pace immediata, anche a costo di cedere territori all’invasore russo. Una strategia che sta mandando in confusione la politica ucraina: molti parlamentari e leader di partito, anche all’interno del blocco di governo, stanno cominciando a prendere contatti informali con la squadra di Trump per non restare esclusi dal nuovo equilibrio di potere che potrebbe emergere.

“L’élite politica ucraina è sotto shock”, ha dichiarato Ruslan Bortnik, direttore dell’Ukrainian Institute of Politics. “Capiscono chiaramente che senza il sostegno degli Stati Uniti, l’Ucraina rischia di essere sconfitta”. Ed è proprio questo il punto: con la minaccia di ritirare il supporto, Trump sta cercando di plasmare il futuro del Paese a suo piacimento.

Non è un caso che, a pochi giorni dallo scontro tra Trump e Zelenskyy alla Casa Bianca, senatori repubblicani abbiano cominciato a suggerire che l’Ucraina “ha bisogno di un nuovo leader”. Trump stesso, in una delle sue dichiarazioni sprezzanti, ha affermato che Zelenskyy “non durerà a lungo” se non si piegherà al piano di pace americano.

L’ombra del Cremlino

Nonostante il tentativo di Trump di presentarsi come un mediatore, il suo piano ricalca quello che Putin persegue da anni: eliminare Zelenskyy e indebolire l’Ucraina con il pretesto di un processo democratico. Lo stesso Oleksandr Merezhko, presidente della Commissione Affari Esteri del parlamento ucraino, ha dichiarato che la pressione per un voto anticipato “è un progetto russo, e Trump ne è il veicolo”.

Zelenskyy ha risposto spiegando ai giornalisti a Londra che l’unico modo per impedirgli di candidarsi sarebbe vietargli di partecipare. Ma la realtà è più complessa: mentre la politica americana si ridisegna intorno alla figura di Trump, l’Ucraina rischia di diventare la prima vittima di una nuova fase del trumpismo, dove la guerra si gioca non solo con i missili, ma con le elezioni pilotate.

Se Trump riuscirà a imporre il suo piano, per l’Ucraina si aprirà un nuovo fronte: quello della guerra politica, dove la minaccia non viene solo da Mosca, ma anche da Washington.

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La guerra scambiata per pace

In principio fu la pace giusta. Senza pace giusta si deve continuare a combattere, dicevano dalle parti di Bruxelles. C’era un piccolo particolare, però: gli Stati dell’Unione non riescono a mettersi d’accordo nemmeno su quale combustibile usare per far marciare le proprie auto, figurarsi quanto fosse impossibile decidere cos’è giusto. La giustezza, come la giustizia, appartiene agli idealisti, ai probi, agli integri e ai virtuosi. Niente a che vedere con il pollaio europeo.

Poi, dalla pace giusta siamo passati alla pace duratura, una pace con garanzie di sicurezza. La pace duratura, ad oggi – come scritto nel piano di Trump che Zelensky si era detto pronto ad accettare – consiste nella cessione di territori militarmente conquistati dal satrapo Putin e nella cessione di territori prepotentemente rivendicati dal vessatore Trump.

Ursula von der Leyen, in uno scatto di indecente franchezza, ha quindi sostituito la parola “pace” con il sottotesto soffiato fino ad oggi: riarmo. Scritto chiaro e tondo, a prova di stolti. E non è un caso che Giorgia Meloni, a quanto dicono le cronache, si sia turbata per la schiettezza della sigla RiarmEurope. Dire ciò che si fa ormai è un’abitudine superata, soprattutto in tempi di guerra.

Ovviamente, è resuscitata anche la parola “sicurezza”: dopo aver fatto la guerra per ottenere la pace – missione fallita – ora ci armiamo per fare la pace. La pace costruita con il riarmo di 27 Paesi in ordine sparso. La polveriera europea è pronta.

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La nuova strategia di Bruxelles disarma il Pd

Il patto di non belligeranza siglato al Nazareno tra la segreteria di Elly Schlein e la minoranza interna non c’è più. Il Partito democratico esplode sotto il peso del piano “ReArm Europe”. Un detonatore da 800 miliardi di euro che Ursula von der Leyen ha posizionato nel cuore della politica europea e che ora deflagra nel corpo già stanco del centrosinistra italiano. I prodromi hanno la forma del caos imminente. L’opposizione interna rialza la testa. Gli equilibri si spezzano. Le crepe si allargano.

Pd, un partito spaccato sul riarmo europeo

Elly Schlein prova a imporre una linea: “Questa non è la strada giusta per l’Europa”. Ma la segretaria cammina su un terreno friabile. Da una parte i riformisti, guidati da Lorenzo Guerini e Pina Picierno, che vedono nel piano una necessità storica, la conferma che senza una difesa comune l’Europa resterà un gigante economico con i piedi d’argilla. Dall’altra, l’ala più radicale, quella che si allinea a Giuseppe Conte e alla sua narrazione della “furia bellicista” di Bruxelles.

In Transatlantico le parole si fanno pesanti. Arturo Scotto sbotta: “Siamo in mano a dei pazzi!”. Andrea Orlando attacca: “Questo piano è un abominio, non è l’Europa che vogliamo”. Ma la tensione più alta corre tra Picierno e Orlando. Lei chiede un’Europa “libera e forte”, lui parla di “un’isteria da corsa agli armamenti”. Un partito, due anime inconciliabili.

L’attrito è esploso con la presentazione del piano, che prevede 800 miliardi di investimenti: 650 miliardi finanziati fuori dai parametri del Patto di stabilità e 150 miliardi di prestiti agli Stati. Un salto di qualità nella politica di difesa europea o un’ipoteca sulle finanze pubbliche? Il Pd non sa rispondere e, ancora una volta, si divide.

Il problema è che nel piano von der Leyen non c’è una visione strategica chiara: si parla di facilitazioni alla spesa militare nazionale senza garanzie su progetti comuni, senza una cornice politica unitaria. Per Schlein è inaccettabile: “Abbiamo bisogno di una difesa comune, non di un riarmo nazionale mascherato”. Ma la minoranza riformista non la segue. Guerini ribadisce: “L’Europa o si dota di una forza militare vera, o resta irrilevante”. Picierno raccoglie adesioni attorno alla sua idea di “un’Europa che sappia difendersi”, mentre Orlando e Scotto bollano tutto come “pericoloso e folle”.

Le piazze si moltiplicano. Il 15 marzo si scenderà in strada per l’Europa, ma senza il M5s. Il 5 aprile sarà la volta della manifestazione pentastellata contro il governo, con un focus proprio sugli 800 miliardi per il riarmo. Il Pd si trova nel mezzo, indeciso, incerto, incapace di trovare una posizione unitaria. Schlein promette battaglia al prossimo vertice dei socialisti europei, ma la sua leadership ora è sotto attacco.

Le crepe del Nazareno

Le differenze tra la linea politica della segretaria e i cosiddetti riformisti del partito (Guerini, Gori, Picierno, Alfieri, per citarne alcuni) non riguardano solo la guerra. Le divisioni – percettibili seppure non strumentalizzate – in questi ultimi mesi hanno toccato l’approccio alla guerra in Medio Oriente e al governo israeliano, il referendum sul Jobs Act e l’immancabile veto della minoranza interna su un possibile fronte largo con il M5s.

Finora aveva funzionato il gentlemen’s agreement voluto da Schlein: sì alla pluralità delle opinioni, ma senza l’atavica caccia al piccione nei confronti della segretaria dem. L’intervista del presidente del Copasir ed ex ministro Lorenzo Guerini, per molti, suona come l’invito alla carica. O forse, più semplicemente, il Pd affonda nelle sue contraddizioni. Perché quando il nodo della politica diventa esistenziale, la storia insegna: i dem sanno perdersi per molto meno di 800 miliardi.

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Assalto al Piano per il riarmo Ue, c’è già chi prova a farlo saltare

A Bruxelles, la tensione è palpabile. L’Europa si prepara a uno di quei vertici che possono finire con un nulla di fatto o con un accordo che segna la storia. Il piano “ReArm Europe”, voluto da Ursula von der Leyen per rilanciare la difesa europea dopo il disimpegno degli Usa, è già il campo di battaglia prima ancora che i leader si siedano al tavolo. Ottocento miliardi di euro in gioco, l’ombra di un’Ue che si scopre fragile senza la protezione americana e una coalizione di Stati pronta a opporsi.

L’opposizione ungherese: Orbán alla prova di forza

C’è un nome su cui tutti puntano quando si parla di veti: Viktor Orbán. L’Ungheria ha già bloccato aiuti all’Ucraina, ritardato pacchetti di sanzioni e ora minaccia di essere la mina vagante che affonda il piano di riarmo. Fonti diplomatiche raccontano di un Orbán che sta facendo muro su tutto: non vuole nuovi fondi per Kiev, non vuole che l’Ue prenda iniziative militari indipendenti e non vuole contribuire economicamente a uno sforzo che considera “non prioritario” per l’Ungheria. E potrebbe non essere solo.

Olanda e Germania: le riserve sui fondi comuni

Anche nei palazzi di Amsterdam e Berlino ci sono dubbi. Il nodo è sempre lo stesso: il finanziamento. L’Olanda si oppone fermamente all’idea di nuovo debito comune per la difesa, mentre la Germania è divisa al suo interno. Se il cancelliere designato Friedrich Merz ha parlato di “un’Europa a cinque minuti dalla mezzanotte”, evocando la necessità di un’accelerazione, altri dentro il governo tedesco temono che un impegno finanziario di questa portata sia difficile da far digerire agli elettori.

Italia: il paradosso tra governo e opposizione

L’Italia si muove su una linea ambigua. Fratelli d’Italia sostiene il piano, la Lega è contraria e Forza Italia si tiene nel mezzo. Ma è nel campo dell’opposizione che si registra la reazione più dura. Il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi-Sinistra hanno definito il progetto una “follia bellicista” e annunciano battaglia in Parlamento. Elly Schlein, segretaria del Pd, boccia il piano parlando di “riarmo nazionale invece di una vera difesa comune”, mentre Carlo Calenda si distingue per un netto appoggio alla strategia di von der Leyen.

Il nodo dei fondi strutturali: la rivolta delle regioni

L’altro punto critico è il tentativo di finanziare parte del piano usando i fondi della coesione europea. L’idea è semplice: permettere agli Stati di destinare alle spese militari fondi che oggi servono per lo sviluppo regionale. Una prospettiva che ha scatenato la protesta di diverse regioni, soprattutto nell’Europa orientale, e che ha portato la presidente del Comitato delle Regioni, l’ungherese Kata Tütto, a definirla “un errore catastrofico”.

L’industria della difesa spinge per l’accordo

Dietro le quinte, i grandi produttori di armamenti fanno pressing su Bruxelles. Airbus, Leonardo, Thales e Rheinmetall hanno incrementato il budget per il lobbying di oltre il 40% in un anno. Gli investitori vogliono garanzie, le aziende cercano commesse e l’industria della difesa vede nel piano una svolta epocale per trasformare l’Ue in un attore strategico indipendente. Ma tutto passa dal vertice. E se un singolo veto basterebbe a far saltare il banco, le spaccature all’interno dei governi potrebbero rendere tutto ancora più imprevedibile. L’Europa è davvero a cinque minuti dalla mezzanotte. Il problema è capire se i leader si renderanno conto di essere loro a dover spegnere la luce o riaccendere il motore.

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Per Trentini 77mila firme ma il caso resta nell’ombra

Alberto Trentini è ostaggio in Venezuela da oltre cento giorni. Chi ne parla Qualche testata, qualche giornalista, una comunità che si è messa a digiunare per lui. Troppo poco. Trentini non è un avventuriero né un criminale. È un cooperante di Humanity & Inclusion, un’organizzazione umanitaria che assiste persone con disabilità. Il 15 novembre scorso, mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito per portare aiuti, è stato arrestato a un posto di blocco e consegnato direttamente al controspionaggio militare di Maduro. Da allora è in carcere senza accuse formali. Non può comunicare con la sua famiglia, non riceve cure mediche. Neanche l’ambasciata italiana è riuscita a vederlo. Eppure, nel silenzio istituzionale, qualcosa si muove. 77.500 firme raccolte per chiedere la sua liberazione. Un digiuno a staffetta avviato dalla sua famiglia e dai suoi amici, con l’adesione della Chiesa veneziana.

Un flash mob organizzato da Articolo 21. La comunità si mobilita, le istituzioni assicurano che “tutti i canali sono attivati”. Ma nel frattempo Alberto resta prigioniero. A Roma, il governo dice di star facendo il possibile. Il sottosegretario Mantovano parla di una “situazione difficile”, di “equilibri delicati”. C’è da credere che le pressioni diplomatiche non siano facili. Ma viene da chiedersi perché ci siano prigionieri che diventano simboli nazionali e altri che restano fantasmi. Cecilia Sala, Chico Forti, Ilaria Salis: tutti hanno scatenato ondate di mobilitazione e polemiche. Per Alberto Trentini, invece, si va avanti a piccoli passi, nell’indifferenza generale. Forse non ha il volto “instagrammabile” giusto. Forse la sua storia non è abbastanza “spettacolare” per entrare nei talk show. Ma una cosa è certa: più la sua vicenda resta nell’ombra, più sarà difficile tirarlo fuori.

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Ustica non è un mistero, è una resa

Ci sono storie che il potere preferisce seppellire sotto il peso del tempo. La strage di Ustica è una di queste. La richiesta di archiviazione non cancella i fatti, ma certifica l’impotenza di uno Stato che ha scelto il silenzio come strategia politica.

Quarantacinque anni di menzogne, insabbiamenti, complicità internazionali. E oggi, ancora una volta, si chiude un fascicolo con la formula più vigliacca: non si può andare oltre per “mancanza di collaborazione”. Come se la verità fosse un bene di lusso concesso solo su gentile richiesta degli Stati alleati.

Le indagini hanno confermato quello che ormai è chiaro da decenni: la notte del 27 giugno 1980 nei cieli sopra Ustica si combatteva una guerra mai dichiarata. Il DC9 dell’Itavia non è esploso per un guasto o per una bomba interna, ma è stato abbattuto in un’operazione militare di cui l’Italia è stata vittima. I radar militari hanno registrato la presenza di caccia stranieri, le testimonianze si sono accumulate, le prove distrutte o sparite nel nulla. Eppure, nessun governo ha mai preteso risposte.

Cosa significa oggi archiviare Ustica Significa inchinarsi, ancora una volta, al ricatto della “ragion di Stato”. Significa accettare che 81 persone siano morte in nome di un equilibrio geopolitico che ancora oggi non può essere scosso. Significa dire ai familiari delle vittime che la loro battaglia per la verità è stata vana.

Servirebbe un sussulto. Un governo che non lotta per la verità è un governo che accetta di essere irrilevante. E l’Italia ha già subito abbastanza umiliazioni.

Buon giovedì.

 

Il relitto dell’areo al Museo della memoria di Bologna, fonte della foto wikipedia

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