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A rischio la sovranità militare

Non solo Elon Musk può decidere, da remoto, di spegnere Starlink quando vuole. Anche Donald Trump, o chiunque sieda alla Casa Bianca, potrebbe fare lo stesso con gli F-35 italiani. Il Parlamento è chiamato a discutere l’acquisto di altri 25 caccia Lockheed Martin, ma il vero punto non è la spesa: è la sovranità.

Un caccia sotto controllo americano

Secondo i servizi d’intelligence francesi, il controllo sugli F-35 rimane saldamente nelle mani di Washington. Il software, la logistica, la manutenzione: tutto passa per gli Stati Uniti. In altre parole, questi caccia possono essere disattivati da remoto o resi inutilizzabili se il Pentagono decidesse di farlo.

L’Italia ha già investito oltre 7 miliardi di euro in questi velivoli, un programma che si somma ai 7,4 miliardi per 24 Eurofighter e ai 7,5 miliardi destinati al caccia di sesta generazione Tempest. In tutto, quasi 22 miliardi di spesa in armamenti aerei solo nell’ultimo anno. Eppure, nel caso degli F-35, la nostra flotta dipende ancora da un’interfaccia digitale che risponde esclusivamente agli ordini di Washington.

La situazione non riguarda solo l’Italia. Anche la Danimarca, ad esempio, ha scoperto che i propri F-35 non potrebbero decollare senza l’autorizzazione degli Stati Uniti. Se gli Usa decidessero di attaccare la Groenlandia, la Danimarca non potrebbe difendersi con i propri aerei. Per Christophe Gomart, ex capo dell’intelligence militare francese, questa dipendenza rende l’F-35 un “cavallo di Troia” americano dentro la difesa europea.

Il Financial Times ha sollevato lo stesso problema: il Pentagono potrebbe “spegnere” gli F-35 europei con un aggiornamento software o bloccandone la logistica. Anche senza un ipotetico “kill switch”, i pezzi di ricambio e gli aggiornamenti dei sistemi sono tutti controllati da Washington. Justin Bronk, analista del Royal United Services Institute, ha dichiarato che “la maggior parte delle forze armate europee dipende dagli Stati Uniti per supporto alle comunicazioni, guerra elettronica e rifornimento di munizioni”.

Questa sottomissione tecnologica è stata costruita negli anni, con la complicità di governi di ogni colore. Nel 2019 fu il governo Conte a dare il via libera all’acquisto di 27 F-35. Oggi il governo Meloni porta avanti il programma con l’acquisto di altri 25, completando un percorso che ha visto tutti i principali partiti accettare senza fiatare questa dipendenza militare.

La difesa italiana senza sovranità

Il Parlamento discuterà presto questa nuova spesa, ma la questione è più ampia. Il controllo sulla difesa nazionale non è più nelle mani dell’Italia. L’F-35 non è solo un caccia, ma un dispositivo di sorveglianza permanente con un accesso privilegiato riservato agli Stati Uniti. E se domani Washington decidesse che l’Italia non può impiegarli in un’operazione autonoma Se decidesse di limitarne le capacità con un semplice aggiornamento software?

A opporsi a questa cessione di sovranità non è solo una ristretta minoranza. Anche a livello europeo crescono le voci che chiedono alternative all’F-35 e una difesa realmente indipendente. Il nodo non è solo tecnico o economico: è politico. L’Italia, come altri paesi europei, sta delegando a Washington il potere ultimo di decidere quando e come difendersi. E questa, prima ancora che una scelta strategica, è una resa.

Per anni la retorica della sovranità nazionale è stata sbandierata come una bandiera da chi oggi accetta che il nostro esercito sia vincolato alle decisioni di un alleato che non garantisce più certezze. L’illusione di una difesa forte si scontra con la realtà di una tecnologia che non controlliamo. E se un giorno gli interessi statunitensi dovessero divergere da quelli italiani? La risposta è già scritta nel codice sorgente dei nostri F-35.

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L’algoritmo della paternità e la famiglia targata Musk

Elon Musk, eroe della destra italiana che si fa vanto di difendere la “famiglia tradizionale”, ha un approccio alla paternità che potrebbe far storcere il naso persino ai suoi più ferventi sostenitori. Sua figlia Vivian Jenna Wilson lo accusa apertamente: “Mio padre ha pagato per farmi nascere maschio”. Non è solo una polemica familiare, è il ritratto di una visione del mondo in cui persino la nascita diventa una questione di transazione economica.

Musk, che di figli ne ha quattordici, ha fatto della fecondazione in vitro con selezione del sesso una prassi ingegneristica, scegliendo maschi come se fosse una decisione di design, una selezione naturale al computer. Ma quando Vivian ha deciso di affermare la propria identità, il rapporto si è spezzato. Nel 2022 ha cambiato nome e genere e ha interrotto ogni legame con il padre. Musk ha risposto con la consueta retorica vittimistica: “Ucciso dalla cultura woke”.

Eppure, proprio mentre la destra italiana esalta Musk come paladino della libertà di parola e della lotta contro il “politicamente corretto”, nessuno sembra avere il coraggio di mettere in discussione il suo concetto di famiglia. Il modello che difendono è quello di un uomo che ha ridotto la genitorialità a un algoritmo, la nascita a un prodotto da ordinare su misura.

Vivian non ha solo rinnegato il padre. Ha smascherato l’ipocrisia di chi predica la famiglia naturale e poi applaude un miliardario che tratta i figli come un investimento. Perché l’unico valore che sembra contare davvero, nella destra sovranista, non è quello della famiglia, ma quello del mercato.

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Manifestazione europeista: più bandiere che idee

La politica italiana è riuscita ad attorcigliarsi intorno a una manifestazione proposta da Michele Serra «per l’Europa». L’editorialista di Repubblica, qualche giorno fa, ha lanciato l’idea di «una manifestazione di sole bandiere europee, che abbia come unico obiettivo […] la libertà e l’unità dei popoli europei, per dare almeno l’impressione che esista un’opinione pubblica che si sente europea e non vorrebbe morire stretta nella tenaglia Trump-Putin».

Il Partito democratico guidato da Elly Schlein ha dato la propria adesione, i partiti centristi che usano l’Europa come ritornello ne sono felicissimi e il quotidiano degli Elkann sta investendo molte pagine sull’evento. In effetti, a prima vista, sono molte le persone disposte a manifestare contro l’imperialismo trumpiano e «per la libertà e l’unità dei popoli europei».

Ci sono almeno due evidenti problemi. Il primo è che l’Europa di oggi è la stessa che stringe accordi con i tagliagole in Libia e in Tunisia, la stessa che protegge la democrazia illiberale di Orbán, la stessa che accompagna lo smantellamento del welfare e dei servizi pubblici, la stessa che sventola il riarmo come via primaria per il trionfo democratico.

Poi c’è la diversa Europa che hanno in mente i Socialisti rispetto ai Popolari, per non parlare dei Patrioti o dei Conservatori. Insomma, si manifesta per un’idea che conviene non approfondire per non dividersi. Quindi si manifesta per una sensazione, che ognuno declina diversamente. Basta saperlo.

Buon martedì.

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Il clima impazzito è una sovratassa, ogni anno danni per tre miliardi

C’è una cifra che pesa come un macigno sulle piccole e medie imprese italiane: tre miliardi di euro di danni in un anno. Il conto, certificato da un’indagine di Facile.it e mUp Research, è la fotografia plastica di un Paese che continua a essere colpito da calamità naturali sempre più frequenti e violente. Eppure, fino a oggi, solo il 6,2% delle micro e piccole imprese ha scelto di tutelarsi con una polizza assicurativa specifica. Il resto è affidato alla fortuna o, più spesso, alle casse pubbliche.

Dal 31 marzo, però, le regole cambiano: diventa obbligatoria la sottoscrizione di una polizza contro le calamità naturali per tutte le imprese con sede legale in Italia (escluse le agricole). Una misura necessaria, imposta dalla realtà prima ancora che dalla politica. Secondo i dati dell’indagine, sono oltre 278.000 le imprese che solo nell’ultimo anno hanno subito perdite economiche a causa di eventi estremi: alluvioni, frane, esondazioni, terremoti. Una lista che negli ultimi anni è diventata cronaca quotidiana, da nord a sud.

Polizze obbligatorie: una tutela o un nuovo costo?

La scelta del governo di rendere obbligatoria l’assicurazione Cat Nat ha un impatto immediato sui bilanci aziendali. I costi variano in base alla città e al tipo di attività. Per un ristorante con immobili e attrezzature per 400.000 euro, il premio annuale è di 343 euro a Milano, 401 a Roma e 469 a Palermo. Per un’autofficina si sale fino a 551 euro nel capoluogo siciliano, mentre un hotel di medie dimensioni dovrà mettere a budget almeno 703 euro a Milano, 720 a Roma e oltre 1.000 euro a Palermo.

Sono cifre che alcune imprese possono assorbire senza troppi problemi, ma per le realtà più piccole—quelle che costituiscono oltre il 90% delle aziende italiane—rappresentano un ulteriore fardello. D’altra parte, il rischio è evidente: chi resta senza copertura si espone a perdite potenzialmente devastanti, con danni che potrebbero superare di gran lunga il costo di una polizza annuale.

Il cambiamento climatico non è un’ipotesi, è già qui

Le cifre raccontano una verità che la politica continua a trattare come un’emergenza episodica invece che come un cambiamento strutturale. In un solo anno, tre miliardi di danni alle imprese significano filiere bloccate, posti di lavoro a rischio, investimenti cancellati. Il problema non è più solo ambientale: è economico, sociale, produttivo.

L’industria assicurativa lo ha capito da tempo: il rischio climatico è già un costo concreto. Ma la risposta non può essere solo quella di scaricare il problema sulle imprese. Perché ogni euro perso in alluvioni e frane è un pezzo di economia che si sfalda. E se la politica continuerà a rincorrere le emergenze invece di prevenirle, il conto sarà sempre più salato.

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Siamo sull’orlo dell’abisso della nuova era atomica

Il mondo sta tornando a ballare sull’orlo dell’abisso nucleare, e questa volta il pericolo non arriva da paesi canaglia o gruppi terroristici, ma dagli ex alleati degli Stati Uniti. Gideon Rose, analista del Council on Foreign Relations, avverte che la politica isolazionista dell’amministrazione Trump e la demolizione sistematica degli accordi internazionali stanno scardinando il fragile equilibrio costruito dal secondo dopoguerra. E quando la fiducia nei garanti della sicurezza svanisce, la tentazione atomica diventa irresistibile.

La non proliferazione non è mai stata un automatismo: è stata un patto implicito tra chi rinunciava all’arma suprema e chi garantiva protezione. Washington, finora, era il perno di questo sistema. Ma se la Casa Bianca si sfila, gli scudi protettivi si sgretolano e ogni Stato è costretto a pensare alla propria sopravvivenza. Rose sottolinea che Francia e Regno Unito hanno già iniziato a discutere di estendere il loro ombrello nucleare ad altri partner europei, mentre in Asia, Giappone e Corea del Sud potrebbero decidere di dotarsi di una deterrenza indipendente.

L’errore fatale è stato pensare che la deterrenza fosse un privilegio esclusivo delle superpotenze. La storia recente dimostra il contrario: l’Ucraina, privata del suo arsenale nucleare dopo la dissoluzione sovietica, ha scoperto sulla propria pelle cosa significa fidarsi delle garanzie occidentali. E ora l’Europa orientale, di fronte all’incertezza americana, inizia ad armarsi ancora di più

Il mondo si troverà di fronte a una corsa agli armamenti senza precedenti, un’era di crisi nucleari inedite. Rose avverte che il futuro, ormai, è una partita giocata sull’orlo dell’Apocalisse.

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Privati con potere da Stato: il futuro distopico è già qui

Elon Musk ha di nuovo mostrato il suo vero volto: quello di un uomo che tiene in ostaggio nazioni intere con la sua tecnologia. “Se stacco Starlink, l’Ucraina crolla”, ha dichiarato, ammettendo candidamente di essere il perno della resistenza di Kiev e, allo stesso tempo, il suo potenziale carnefice. Un uomo solo, con una connessione satellitare, si arroga il diritto di decidere le sorti di un conflitto mondiale. Se non è follia questa, cos’è?

Ma il problema non è solo l’Ucraina. L’Italia, con il suo consueto entusiasmo nell’affidarsi a privati senza alcun controllo, sta valutando di consegnare parte della propria sicurezza nazionale a Musk e alla sua flotta di satelliti. Salvini scalpita: “Si può firmare anche domani”. Meloni esita, per ora, ma il disegno è chiaro. Eppure, basta guardare la cronaca per capire quanto sia rischioso dipendere dalla volontà di un miliardario imprevedibile. Se domani Musk decidesse che l’Italia non gli conviene più? Se dovesse spegnere Starlink per un capriccio o una mossa politica

Non è solo una questione di infrastrutture digitali, ma di sovranità. Affidarsi a Starlink significa consegnare a Musk il potere di accendere o spegnere comunicazioni vitali, con una leva che nessuno stato sovrano dovrebbe mai concedere a un privato. La Polonia l’ha capito, l’Ucraina l’ha subito sulla propria pelle. E l’Italia

Aspettiamo il giorno in cui Musk deciderà che Roma non gli piace più e ci spegnerà il cielo.

Buon lunedì.

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Dopo lo stop agli aiuti umanitari, Netanyahu lascia Gaza al buio. La mossa anti-Hamas di Israele che colpisce la popolazione civile

Israele spegne la luce a Gaza. Letteralmente. Dopo lo stop agli aiuti umanitari, il governo di Netanyahu ha deciso di tagliare anche l’elettricità, lasciando 2,3 milioni di persone nella totale oscurità. Il ministro dell’Energia Eli Cohen lo ha detto senza giri di parole: Israele userà “tutti i mezzi disponibili” per fare pressione su Hamas e ottenere il rilascio degli ostaggi. La politica del ricatto si fa metodo.

L’energia come arma di guerra

Il blocco dell’energia non è solo un problema di luce. Senza elettricità si fermano gli impianti di desalinizzazione, un colpo mortale in un territorio dove l’acqua potabile è già un lusso. Gli ospedali, già al collasso per la carenza di farmaci, ora dovranno affidarsi ai generatori, sempre che ci sia ancora carburante. Anche l’impianto di trattamento delle acque reflue non potrà funzionare, aggravando la già drammatica emergenza sanitaria. Il risultato è un assedio totale: Israele ha bloccato i rifornimenti di cibo, medicine e acqua, ora toglie anche l’ultima speranza di sopravvivenza.

Secondo gli esperti, gli effetti di questa decisione saranno devastanti. L’assenza di elettricità significa anche che i sistemi di comunicazione e informazione collasseranno progressivamente, isolando ancora di più la Striscia dal resto del mondo. Non si tratta solo di un gesto di pressione su Hamas, ma di una strategia sistematica per rendere impossibile la vita quotidiana.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che l’assenza di sanzioni contro Israele equivale a una complicità con il genocidio in atto a Gaza. “Israele che interrompe la fornitura di elettricità a Gaza significa, tra le altre cose, nessuna stazione di desalinizzazione funzionante, ergo: niente acqua pulita”, ha scritto Albanese, sottolineando come l’assenza di misure restrittive contro Israele favorisca questa strategia di oppressione.

Un assedio totale e il silenzio della comunità internazionale

Hamas ha definito la decisione “un ricatto inaccettabile”, un tentativo disperato di schiacciare la popolazione sotto il peso delle privazioni. Ma la politica della fame e del buio ha un solo obiettivo: portare il popolo palestinese al limite della resistenza, renderlo ostaggio di un conflitto che non gli lascia scampo. Anche l’Onu ha espresso preoccupazione, parlando di una crisi umanitaria senza precedenti e chiedendo un immediato ripristino delle forniture energetiche. Tuttavia, Israele ha ignorato gli appelli, mantenendo la sua posizione di forza nei negoziati.

Nel frattempo, i civili palestinesi si trovano a dover affrontare un inverno senza alcun accesso a energia elettrica. Le temperature rigide, l’assenza di riscaldamento e la mancanza di acqua potabile mettono a rischio la sopravvivenza di migliaia di persone, in particolare bambini e anziani. Le immagini che arrivano da Gaza parlano di ospedali trasformati in scenari di emergenza permanente, con i medici costretti a operare al lume di torce e telefoni cellulari.

La comunità internazionale, come sempre, osserva. L’Europa si rifugia nei comunicati di condanna, gli Stati Uniti non vogliono perdere la presa sul loro alleato mediorientale. Intanto, nella Striscia, la notte non finisce mai. Il diritto internazionale parla chiaro: privare un’intera popolazione dei beni essenziali è un crimine di guerra. Ma le convenzioni, a Gaza, valgono meno della sabbia. Netanyahu non si ferma: ogni giorno che passa, la punizione collettiva si fa più feroce. Prima il cibo, poi l’acqua, ora la luce. Cosa resta da togliere?

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Nel buco nero dei Cpr, prigioni senza reati simbolo dell’ipocrisia italiana – Lettera43

Per un soffio Aziz Tarhouni non è stato espulso. Il 18enne tunisino è stato liberato dal centro di Trapani anche grazie al rumore che si è fatto intorno al caso. La sua storia però assomiglia a quella di centinaia di altre persone di cui non sappiamo il nome. E dimostra ancora una volta l’abisso giuridico e morale di un sistema che non funziona.

Nel buco nero dei Cpr, prigioni senza reati simbolo dell’ipocrisia italiana

Per un soffio l’Italia non ha espulso Aziz Tarhouni mandandolo incontro alla morte. Venerdì infatti è stato rilasciato dal Cpr di Trapani dove era detenuto, grazie soprattutto al rumore intorno al suo caso. Aziz 18 anni ed è fuggito dalla Tunisia per sopravvivere, scappando da un Paese in cui un gruppo di criminali aveva cercato di bruciare vivo suo fratello e sterminare la sua famiglia. Pensava di trovare salvezza in Italia, invece ha trovato un Cpr. Per lo Stato la sua vita valeva meno della sua scheda di trattenimento. Era un pezzo di carta, niente di più. E a nessuno importava se si trasformava in un cadavere.

Nel buco nero dei Cpr, prigioni senza reati simbolo dell'ipocrisia italiana
Aziz Tarhouni all’interno del Cpr di Trapani.

La burocrazia ha trasformato Aziz da un minore vulnerabile a clandestino da espellere

Aziz è arrivato in Italia da minorenne, solo, senza documenti. La sua unica colpa era quella di aver compiuto 18 anni. Un passaggio burocratico che, secondo la macchina amministrativa, ha trasformato un minore vulnerabile in un “clandestino” da espellere. La sua richiesta di asilo era stata rigettata due volte, nonostante i segni sulle braccia raccontino più delle carte bollate: due tentativi di suicidio nel Cpr di Trapani, una battaglia silenziosa contro l’indifferenza istituzionale. Il 26 novembre 2024 lo Stato italiano lo aveva inghiottito in un centro di detenzione per migranti. Lo chiama Centro di permanenza per il rimpatrio, ma dietro l’eufemismo c’è una prigione senza reato. Aziz ci era finito dopo un controllo di polizia, dopo essere stato sfruttato nei campi come bracciante senza diritti. Aveva chiesto protezione, ha ricevuto cemento e sbarre. Aveva chiesto di vivere, ricevendo un numero di pratica per il rimpatrio.

Nel buco nero dei Cpr, prigioni senza reati simbolo dell'ipocrisia italiana
Il Cpr di Gradisca d’Isonzo (Getty Images).

Il Cpr è un buco nero che inghiotte chi non ha santi in paradiso

In questo tempo di attesa crudele, Aziz è stato sottoposto a valutazioni psichiatriche a distanza, via schermo, con un traduttore improvvisato. Il dipartimento di Salute mentale di Trapani aveva stabilito che il ragazzo non aveva disturbi psichiatrici ma solo un «disagio per le condizioni ambientali». Traduzione: se impazzisce di dolore, non è un problema dello Stato, ma dell’arredamento della sua cella. La sua psicologa, però, aveva scritto nero su bianco che «non ha le risorse emotive per reggere il contesto di reclusione». Ma queste parole sono rimasta lettera morta, almeno fino a venerdì, quando Aziz ha saputo che non sarebbe stato espulso ed è tornato libero. Il Cpr di Trapani resta però una fossa. Un buco nero che inghiotte chi non ha santi in paradiso. Aziz non parlava più, il silenzio si era fatto strada tra le sue parole sconnesse. Qualche settimana fa, ancora riusciva a dire di volersi impiccare. Da qualche giorno non diceva più nulla. Il suo avvocato temeva che potesse diventare «il prossimo Ousmane Sylla», il ragazzo guineano suicidatosi nel Cpr di Ponte Galeria dopo aver chiesto invano di essere liberato.

Non chiamiamole strutture di accoglienza: sono prigioni amministrative in cui si violano diritti fondamentali

Il caso (risolto) di Aziz Tarhouni è uno dei tanti che dimostrano l’abisso giuridico e morale su cui si regge la gestione delle persone migranti in Italia. Nel 2023, su oltre 28 mila persone trattenute nei Cpr, solo il 10 per cento è stato effettivamente rimpatriato, dimostrando l’inefficacia di questo sistema. Nel 2024, le strutture hanno funzionato solo al 53 per cento della loro capacità ufficiale, con numerosi problemi di gestione e condizioni di vita inadeguate. I Cpr non sono strutture di accoglienza: sono prigioni amministrative che violano i diritti fondamentali, trasformando uomini e donne in numeri da cancellare. Un rapporto del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (Cpt) ha denunciato condizioni di detenzione insalubri, promiscuità tra i trattenuti e un uso sproporzionato della forza da parte del personale. Nel Cpr di Potenza, ad esempio, sono stati documentati casi di somministrazione non prescritta di psicofarmaci diluiti in acqua. Non serve una sentenza, non serve un giudice: basta un foglio di carta. E chi non riesce a sopravvivere è solo una statistica in più.

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Una manifestazione contro i Cpr in ricordo di Ousmane Sylla (Getty Images).

Chi sarà il prossimo Aziz?

Cpr sono diventati le nuove istituzioni manicomiali del Paese, luoghi di tortura per chi non ha colpe, se non quella di essere nato nel posto sbagliato. Il sistema italiano continua a ignorare le denunce sui maltrattamenti e sulle condizioni disumane di questi centri, mentre la politica si limita a difendere un modello che non funziona, né in termini di gestione né di rispetto dei diritti umani. Non si può parlare di democrazia mentre si rinchiudono persone vulnerabili senza processo. Non si può parlare di giustizia mentre si decide la vita e la morte di un ragazzo con una pratica amministrativa. L’Italia per un soffio non ha spedito Aziz Tarhouni incontro alla morte. Ma nei Cpr italiani di Aziz ne passano migliaia. Non sappiamo i loro nomi, non conosciamo le loro storie ma assomigliano terribilmente alla disperazione di Aziz. Quindi chi sarà il prossimo? E chi avrà il coraggio di guardarsi allo specchio quando sarà troppo tardi?

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La banda larga è un miraggio: l’Italia viaggia a un giga di ritardo

L’Italia ha sempre vissuto un rapporto complicato con l’innovazione tecnologica. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) doveva essere l’occasione per colmare il divario, digitalizzando la pubblica amministrazione e dotando il Paese di infrastrutture digitali all’altezza. Il report di Assonime, un documento pubblicato dall’Associazione fra le Società Italiane per Azioni in collaborazione con Openpolis, monitora lo stato di avanzamento delle misure e offre un quadro in chiaroscuro: obiettivi dichiarati, fondi allocati e risultati spesso sfuggenti.

Il miraggio del cloud e la PA che arranca

Il Pnrr destina 1,9 miliardi di euro alla digitalizzazione della pubblica amministrazione. L’idea è quella di spostare l’infrastruttura IT su cloud per garantire maggiore sicurezza e interoperabilità. Il Polo Strategico Nazionale (Psn) è il perno dell’intero piano, ma i numeri svelano le difficoltà: entro il 2023 nessuna delle 100 amministrazioni previste aveva completato la migrazione. Il target è stato ridimensionato, fissando come obiettivo il trasferimento di un solo servizio per ente invece della migrazione completa.

Il ritardo nella rendicontazione su ReGiS rende il quadro ancora più nebuloso: le fasi di progetto risultano formalmente rispettate, ma la spesa effettiva è minima. Dei 353 milioni di euro allocati, solo 4 milioni risultano spesi. Una contraddizione che si spiega con la lentezza burocratica e l’assenza di coordinamento tra le istituzioni. Questo rallentamento incide direttamente sulla capacità della PA di modernizzarsi e migliorare l’efficienza dei propri servizi, lasciando i cittadini e le imprese alle prese con sistemi obsoleti e macchinosi.

Pdnd: interoperabilità sulla carta

La Piattaforma Digitale Nazionale Dati (Pdnd), con un investimento di 556 milioni di euro, dovrebbe garantire la piena interoperabilità delle banche dati pubbliche. I numeri diffusi dal governo parlano di oltre 7.000 API attivate, un dato che supera di gran lunga gli obiettivi prefissati. Ma quantità non significa qualità: non esistono metriche per valutare l’effettiva utilità di queste API, né il loro impatto sui servizi digitali.

A febbraio 2025, 7.794 enti risultano aderenti alla Pdnd, ma i servizi digitali realmente offerti rimangono pochi e frammentati. Il caso del Fascicolo Virtuale dell’Operatore Economico (Fvoe) è emblematico: dovrebbe semplificare la verifica dei requisiti negli appalti pubblici, ma senza interoperabilità tra le banche dati di Ministero della Giustizia, Agenzia delle Entrate e Inps, resta un guscio vuoto. Il rischio è quello di creare un’infrastruttura mastodontica sulla carta, ma priva di reale utilità operativa, con costi elevati e risultati marginali.

Banda ultra-larga e 5G: infrastrutture ferme al palo

Il capitolo più critico riguarda la connettività. Dei 5,3 miliardi di euro destinati alla banda ultra-larga e al 5G, una parte significativa è stata rimodulata. Il Piano Italia a 1 giga, inizialmente pensato per coprire 6,9 milioni di numeri civici, è stato ridimensionato a 3,4 milioni. Una revisione necessaria, dopo che la mappatura condotta da Infratel si è rivelata clamorosamente errata: molti civici risultavano inesistenti, già connessi o privi di unità immobiliari.

Sul Piano Italia 5G, invece, le difficoltà si sommano: ritardi burocratici, procedure complesse e difficoltà economico-finanziarie degli operatori hanno rallentato la realizzazione delle infrastrutture. Per accelerare, il governo ha dovuto intervenire con un decreto-legge per semplificare ulteriormente le procedure. Tuttavia, il nodo rimane sempre lo stesso: la capacità di eseguire progetti di questa portata con efficienza e trasparenza. Finora, la realtà mostra un ritardo significativo che rischia di compromettere la possibilità di raggiungere gli obiettivi europei nei tempi stabiliti.

La trasparenza che manca

Uno dei problemi ricorrenti in tutta l’attuazione del Pnrr è la mancanza di trasparenza e la difficoltà di accesso ai dati reali. Nonostante l’istituzione di piattaforme di monitoraggio come ReGiS, molte informazioni risultano frammentarie o in ritardo, rendendo complicato valutare lo stato effettivo dei progetti. Il rischio concreto è che molte misure rimangano sulla carta, con numeri e obiettivi aggiornati più per esigenze di rendicontazione che per effettiva realizzazione.

In questo scenario, diventa fondamentale non solo accelerare l’implementazione delle misure, ma anche garantire un livello di trasparenza adeguato per valutare l’impatto reale degli investimenti. Senza una visione chiara dello stato di avanzamento, il Pnrr rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata, con miliardi di euro stanziati ma incapaci di tradursi in un reale progresso per il Paese.

La solita storia italiana

Il Pnrr sulla digitalizzazione è un microcosmo dei problemi strutturali del Paese: risorse stanziate ma non spese, obiettivi ridimensionati, dati opachi e una burocrazia che inceppa qualsiasi tentativo di modernizzazione. Senza un’accelerazione concreta, l’Italia rischia di mancare gli impegni europei, lasciando il Paese con le solite promesse tradite e un gap digitale sempre più ampio rispetto al resto dell’Unione. La digitalizzazione non può rimanere un tema di propaganda o un’esercitazione burocratica: o diventa un elemento strutturale della crescita italiana, o rimarrà solo un’altra occasione persa nel lungo elenco di riforme incompiute.

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La crociata del Ppe contro le Ong: aperta un’indagine sui fondi

L’Unione europea ha trovato un nuovo capro espiatorio. Non sono le multinazionali che influenzano le politiche economiche a suon di finanziamenti, né i gruppi di pressione dell’industria fossile che rallentano la transizione ecologica. No, il problema sono le organizzazioni non governative. Quelle che operano nel Mediterraneo per salvare vite umane, quelle che denunciano gli abusi contro le persone migranti, quelle che insistono affinché l’Unione mantenga almeno una parvenza di coerenza con i principi che proclama.

È il Partito Popolare Europeo a guidare l’ennesima crociata. Il gruppo conservatore ha spinto per un’indagine parlamentare sui finanziamenti della Commissione alle ONG, insinuando che queste ricevano fondi pubblici per fare lobbying in favore dell’agenda verde e dei diritti umani. Un’accusa che sarebbe perfino ridicola, se non fosse parte di un disegno più ampio: criminalizzare la società civile, delegittimare chi porta avanti battaglie scomode e ridurre al silenzio ogni voce dissidente.

Un’Unione che teme la società civile

L’indagine, che inizialmente riguardava il programma LIFE e le ONG ambientaliste, si è rapidamente trasformata in una caccia alle streghe contro 28 organizzazioni, tra cui l’International Rescue Committee e gruppi che promuovono l’inclusione delle persone migranti LGBTQI+. A essere messe sotto esame sono anche ONG come Amici della Terra Europa (700.000 euro di fondi UE), il WWF (625.000 euro), BirdLife Europa (400.000 euro), e altre che operano nel campo dell’ambientalismo, dell’inclusione sociale e della protezione dei diritti fondamentali.

I fondi sotto accusa riguardano progetti specifici: la protezione degli ecosistemi marini (Mari a rischio 2023, 577.500 euro), la lotta ai crimini d’odio (Osservatorio europeo dell’odio online, 1,2 milioni di euro), la formazione giudiziaria per rafforzare la tutela dei diritti (509.400 euro) e il supporto alle vittime di sfruttamento (756.100 euro). La Commissione ribadisce che questi finanziamenti servono a progetti concreti e che le ONG non ricevono fondi per attività di lobbying. Ma il sospetto è l’arma migliore per screditare il dissenso.

Lobby sì, ONG no: il doppio standard del PPE

Non è un caso che, a seguito delle pressioni del PPE, siano stati inseriti nell’indagine anche i finanziamenti concessi a Shell, Volkswagen e BusinessEurope, su richiesta dei gruppi di sinistra. Una mossa che smaschera l’ipocrisia dell’accusa: se il problema è il lobbying, allora bisogna guardare anche alle multinazionali che influenzano le politiche ambientali ed economiche dell’Unione. Ma questo, per il PPE, non è altrettanto urgente.

Il nodo di fondo è politico. Il PPE ha bisogno di mostrarsi più intransigente su immigrazione e ambientalismo per rincorrere i consensi dell’estrema destra. I gruppi più conservatori spingono per ridurre il peso delle ONG nella sfera pubblica, accusandole di essere un ostacolo alla sovranità nazionale e alla ‘difesa dei confini’. La stessa narrazione che viene usata per attaccare le ONG che operano nel Mediterraneo e salvano vite umane. Un disegno chiaro: meno ONG, meno controllo sociale, meno resistenza alle derive autoritarie.

A pagarne il prezzo saranno le ONG, ma soprattutto i cittadini europei, che vedranno ridursi gli spazi di partecipazione e controllo democratico. Il messaggio è chiaro: in questa Unione europea, chi difende i diritti e la giustizia sociale è un problema da risolvere. Chi invece difende i privilegi dei potenti, può dormire sonni tranquilli.

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