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Trump detta le regole, l’Unione europea prende appunti

Stanotte Trump si è esibito in una torrenziale conferenza stampa, la forma di governo preferita di ogni plutocrazia che usa le parole per fomentare lo spostamento dell’etica pubblica. Il presidente degli Usa ha detto al mondo che l’Unione europea è «nata per truffare gli Stati Uniti» e che i prodotti europei saranno «presto» soggetti a dazi del 25%. «Abbiamo preso la decisione, e la annunceremo a breve, che sarà del 25%», ha detto Trump. I dazi contro la Ue «riguarderanno le auto e altre cose», ha detto Trump.

L’elefantiaca Unione europea, di rimando, ha fatto sapere che «reagirà in modo fermo e immediato alle barriere ingiustificate al commercio libero ed equo, anche quando i dazi vengono utilizzati per contestare politiche legittime e non discriminatorie», promettendo di «proteggere le aziende, i lavoratori e i consumatori europei dai dazi ingiustificati». Letta così, la risposta di Bruxelles è un’affermazione di incontrovertibile buon senso. Il problema, sempre lo stesso, sta nel fatto che è solo una risposta, come sempre.

Donald Trump ha in mente un’idea precisa: scardinare le strutture democratiche degli Usa, lanciare una campagna predatoria e imperialista nei confronti del resto del mondo, consolidare il suo rapporto con Putin, che ritiene «molto intelligente», lucrare sulla pace in Ucraina dopo aver fatto affari d’oro sulla guerra, distruggere il diritto internazionale con il bilateralismo e accogliere chiunque si presenti al suo confine con un sacco di soldi.

Ecco, forse il problema per l’Europa è qualcosa di più dei “dazi ingiustificati”. Donald ha una strategia, e l’Europa

Buon giovedì.

 

In foto: Donald Trump al primo “consiglio dei ministri!”, fonte Ipa

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Migranti, tra realtà e narrazione: come i media parlano (o non parlano) delle persone migranti di minore età nel Rapporto Unicef-Carta di Roma

Un tempo si diceva che l’informazione fosse il quarto potere, oggi è sempre più spesso il primo strumento di manipolazione. Se ne accorgono soprattutto le persone che finiscono inghiottite nelle narrazioni dominanti, distorte e semplificate fino alla disumanizzazione. Il rapporto Unicef – Carta di Roma, “Tra realtà e rappresentazione” fotografa con precisione questa macchina comunicativa applicata alle persone migranti di minore età. Il risultato è uno schema narrativo che riduce l’individualità a numeri, le voci a sussurri ignorati e le storie a meri strumenti di propaganda.

La distorsione dell’emergenza

La copertura mediatica sulle persone migranti, specie quelle di minore età, segue sempre lo stesso copione: emergenza, sicurezza, minaccia. È un racconto che trova nei picchi di attenzione un pretesto per soffiare sul fuoco delle paure collettive. Il naufragio di Cutro, gli sbarchi record di settembre 2023, le violenze di gruppo a Catania: eventi che diventano il perno di una narrazione che ignora il contesto, semplifica i motivi delle migrazioni e, soprattutto, evita accuratamente di ascoltare i protagonisti.

Il rapporto mostra che solo nel 14% dei casi si dà voce diretta alle persone di minore età coinvolte. Il resto del discorso è monopolizzato da politici, opinionisti e giornalisti, in un dibattito che sembra fatto apposta per escludere chi ne è oggetto. La regola è chiara: parlare di loro, senza mai parlare con loro.

La criminalizzazione sistematica

Quando i minori stranieri riescono a emergere nelle cronache, spesso è perché sono stati trasformati in capro espiatorio per problemi più ampi. Il rapporto evidenzia che il 54% delle notizie sui giovani migranti è legato alla cronaca nera. Baby gang, stupri, violenze: episodi isolati che vengono trasformati in emergenze nazionali. Un’intera generazione di adolescenti viene descritta come pericolosa, deviante, un peso per la collettività. Nessuno spazio per raccontare percorsi di studio, successi personali o storie di inclusione.

Il linguaggio utilizzato dai media è un ulteriore strumento di discriminazione. Il rapporto documenta l’abuso di termini come “clandestini”, “irregolari”, “stranieri” in contesti che dovrebbero parlare di minori e dei loro diritti. Il messaggio è chiaro: non sono bambini, sono altro. Qualcosa di pericoloso, da controllare, da tenere lontano.

La scomparsa dalle notizie

Ma c’è un’altra forma di violenza, forse ancora più sottile e insidiosa: il silenzio. Il rapporto Unicef – Carta di Roma mostra che nel 90% delle notizie sulle migrazioni i minori non vengono nemmeno menzionati. Quando si parla di flussi migratori, si pensa sempre agli adulti. I minori sono fantasmi che esistono solo quando servono alla narrazione securitaria.

Questa omissione è una scelta politica e giornalistica. Non vedere significa non dover rispondere. Non raccontare significa non dover proteggere. Il sistema dell’informazione si adegua perfettamente a una politica che non vuole prendersi responsabilità, che taglia fondi all’accoglienza, che elimina ogni spazio di tutela per chi arriva nel nostro Paese senza adulti di riferimento.

Il potere di un racconto diverso

Il rapporto si chiude con raccomandazioni precise per chi fa informazione: dare spazio alle voci delle persone migranti di minore età, evitare il linguaggio emergenziale, contestualizzare i dati, uscire dalla logica della paura.

Sono indicazioni basilari, che non dovrebbero nemmeno servire in un giornalismo che si definisce etico. Ma il problema è proprio questo: oggi l’etica è un lusso, la correttezza un optional. Le narrazioni tossiche funzionano perché alimentano consensi, vendono copie, creano dibattiti infuocati che riempiono i palinsesti televisivi. La verità è scomoda, non è spettacolare, non fa audience.

Servirebbe il tempo di ascoltare chi è coinvolto, che riconosce la complessità delle storie di migrazione, che capisce che dietro ogni numero c’è un volto, un nome, una vita. Ma per questo serve un giornalismo che abbia ancora il coraggio di fare il proprio mestiere: raccontare la realtà, non costruire l’invisibilità.

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Ucraina, il paradosso europeo della guerra: l’Ue paga la Russia più di quanto aiuti Kyev

C’è una contabilità che nessun leader europeo ha voglia di esibire. È quella che mostra come, nel 2024, l’Unione europea abbia speso più soldi per acquistare combustibili fossili dalla Russia di quanti ne abbia destinati all’Ucraina sotto forma di aiuti finanziari. Secondo il rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), l’Europa ha versato nelle casse del Cremlino 21,9 miliardi di euro per petrolio e gas russi, mentre il supporto finanziario a Kyev si è fermato a 18,7 miliardi.

La sproporzione è evidente: la stessa Unione che sanziona Mosca e promette di sostenere l’Ucraina nella resistenza contro l’invasione continua a mantenere in piedi un flusso di denaro che, di fatto, alimenta la macchina bellica di Vladimir Putin. Una schizofrenia che va oltre la retorica della fermezza e mette a nudo il fallimento delle politiche energetiche europee.

Il doppio gioco dell’Europa

Tre anni di guerra e sedici pacchetti di sanzioni non sono bastati per recidere il cordone ombelicale che lega l’economia europea agli idrocarburi russi. Se è vero che il gas russo trasportato via gasdotto è crollato, è altrettanto vero che il mercato si è adattato. L’Europa ha compensato la riduzione degli acquisti con un aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL), trasportato via nave, spesso attraverso intermediari che mascherano l’origine russa del combustibile.

Secondo Jan-Eric Fähnrich di Rystad Energy, nel 2023 la Russia è stata il secondo maggiore fornitore di GNL per l’Europa. Un paradosso che si spiega con l’assenza di misure incisive contro questo commercio: mentre si vietano alcuni tipi di importazione, si lasciano aperti canali alternativi che garantiscono comunque introiti a Mosca.

Il rapporto di Crea denuncia anche la pratica delle cosiddette “navi fantasma”, una flotta di imbarcazioni vecchie e sottoassicurate che trasportano fino a un terzo del petrolio e del gas russo eludendo le sanzioni. L’Europa, incapace di frenare davvero il traffico, continua così a contribuire a un’economia di guerra che si regge per metà proprio sulle esportazioni energetiche.

Aiuti all’Ucraina: meno di quanto servirebbe

Se il denaro speso per il gas e il petrolio russo è quantificabile con precisione, quello destinato all’Ucraina è un numero più ambiguo. I 18,7 miliardi di euro conteggiati nel 2024 dal Kiel Institute for the World Economy riguardano solo il sostegno finanziario diretto, escludendo la spesa militare e gli aiuti umanitari. Ma anche contando tutto, il bilancio resta inferiore a quanto l’Europa ha garantito alla Russia in introiti energetici.

Christoph Trebesch, economista dell’IfW Kiel, ha evidenziato un altro dato scomodo: nel passato, i Paesi europei si sono mostrati più generosi in altri conflitti. La Germania, ad esempio, mobilitò aiuti molto più ingenti in tempi molto più rapidi per la liberazione del Kuwait nel 1990-91 rispetto a quanto ha fatto per l’Ucraina.

L’impressione è che la solidarietà europea abbia un prezzo e una scadenza: sostenere Kyev sì, ma non troppo. E soprattutto, senza mai davvero recidere i legami con Mosca, per evitare contraccolpi economici. Il risultato è un compromesso che non convince nessuno e che offre alla Russia un margine di respiro strategico.

Mosca incassa, l’Europa temporeggia

Secondo il report, nel 2024 la Russia ha incassato 242 miliardi di euro dall’export di combustibili fossili. Dal febbraio 2022, quando è iniziata l’invasione su larga scala dell’Ucraina, il totale si avvicina al trilione di euro. L’Europa continua a comprare, mentre il Cremlino trova nuovi escamotage per aggirare le sanzioni e mantenere intatte le sue entrate.

L’ultimo pacchetto di sanzioni varato dall’Unione europea ha tentato di colpire proprio le navi della flotta ombra, ma il problema di fondo resta: senza una vera chiusura dei mercati agli idrocarburi russi, il flusso di denaro verso Mosca non si interromperà. Crea stima che, con misure più incisive, si potrebbe ridurre del 20% il gettito energetico russo. Tra le soluzioni proposte c’è la chiusura della “scappatoia della raffinazione”, che permette all’Europa di importare petrolio russo trasformato in prodotti finiti in altri Paesi, e una restrizione più severa sulle forniture di gas attraverso il gasdotto TurkStream.

Ma la questione è squisitamente politica. Per ridurre gli introiti di Mosca servirebbe una volontà che oggi non c’è. Gli stessi leader europei che annunciano in pompa magna il loro sostegno all’Ucraina non possono permettersi il lusso di un crollo delle forniture energetiche. E così il gioco continua: Mosca combatte la guerra con i soldi degli stessi governi che dicono di volerla fermare.

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Altro che quarto export al mondo, il governo smentito dai numeri

L’ossessione per i numeri da sventolare come trofei è una costante della comunicazione di Giorgia Meloni e del suo governo. Ma quando i numeri vengono piegati alla narrazione e la realtà si trasforma in propaganda, la distanza tra le parole e i fatti si allarga fino a diventare incolmabile. Così è stato per il mantra che ha accompagnato per mesi dichiarazioni pubbliche e conferenze stampa: l’Italia sarebbe diventata “il quarto esportatore al mondo”.

Lo ha detto Meloni, lo ha ribadito Antonio Tajani, che ha parlato dell’Italia come “quarta potenza mondiale commerciale”. Un’affermazione ripetuta fino alla nausea e che ora viene smentita dai dati ufficiali. Secondo i numeri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia non è mai stata il quarto esportatore globale nel 2024, né lo è ora. Anzi, ha perso posizioni.

Il fact-checking dei numeri sull’export italiano

A smentire la versione del governo è stata Pagella Politica, che ha analizzato i dati dell’Ocse e di Istat. Nel 2024, le esportazioni italiane di merci hanno raggiunto un valore di 623,5 miliardi di euro, un dato che corrisponde a quello pubblicato dall’Istat e che segna un calo dello 0,4% rispetto al 2023. Dopo la conversione in dollari, il valore si attesta intorno ai 673 miliardi. Il settimo più alto al mondo, non il quarto.

A guidare la classifica restano la Cina (3.600 miliardi di dollari), gli Stati Uniti (2.100 miliardi) e la Germania (1.680 miliardi). Seguono Paesi Bassi (918 miliardi), Giappone (706 miliardi) e Corea del Sud (687 miliardi). L’Italia si ferma dietro questi Paesi. E non solo: nel 2024 ha perso una posizione rispetto al 2023, superata dalla Corea del Sud, che ha visto un aumento dell’export grazie al settore dei semiconduttori.

A voler essere generosi, l’unica interpretazione che potrebbe rendere meno clamorosa la smentita riguarda il ruolo dei Paesi Bassi. Se si escludesse Rotterdam, il principale hub europeo del commercio, l’Italia salirebbe di una posizione. Ma anche in questo caso si fermerebbe al sesto posto. Nessun primato, nessun podio.

Un trionfo basato su un equivoco

Come si è arrivati allora a questa narrazione trionfale? L’errore – o meglio, la forzatura comunicativa – è nato da un’interpretazione parziale dei dati. Nel primo semestre del 2024, le esportazioni italiane hanno superato temporaneamente quelle del Giappone, raggiungendo i 316 miliardi di euro contro i 312 miliardi giapponesi. Un primato di pochi mesi, costruito su una fotografia istantanea e non su un dato consolidato.

Ma c’è un problema più grande: confrontare esportazioni in valute diverse richiede attenzione. Il tasso di cambio tra yen ed euro è variato nei mesi, con la moneta giapponese in deprezzamento rispetto alla valuta europea. Questo ha gonfiato il dato italiano, facendo apparire più significativo il sorpasso.

La retorica della potenza mondiale

La narrazione di Meloni e Tajani non è casuale. La necessità di presentare l’Italia come una “potenza mondiale” è il pilastro su cui si regge la retorica sovranista del governo. Se l’Italia esporta più di tutti, se cresce più della media europea, se attrae investimenti senza precedenti, allora significa che il governo sta funzionando. Il problema è che i dati raccontano altro.

Nel 2024, il valore delle esportazioni italiane è diminuito rispetto all’anno precedente. Un calo certificato dall’Istat e confermato anche dai numeri più recenti, aggiornati fino a settembre. Ma di questo Meloni non ha parlato nel suo intervento ad Atreju, né Tajani lo ha ammesso nelle sue interviste. Perché raccontare il calo delle esportazioni significherebbe ammettere che l’economia italiana non sta vivendo il “miracolo” propagandato.

La manipolazione selettiva dei dati, non solo l’export

Non è la prima volta che il governo utilizza una lettura parziale dei numeri per costruire un racconto politico. Era già accaduto con il Pil, con i dati sull’occupazione, con il Pnrr. Ora accade con l’export. La strategia è chiara: selezionare i numeri più favorevoli, isolarli dal contesto e trasformarli in uno slogan. Ma i dati, prima o poi, presentano il conto. E il conto dice che l’Italia non è diventata il quarto esportatore mondiale, che il 2024 ha segnato un calo e che la Corea del Sud ci ha superati. Il primo vero “orgoglio nazionale” sarebbe un rapporto leale con la verità. 

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Il nuovo sogno americano, Trump Gaza vista mare

Ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato sui suoi social un video. È Gaza, come la vorrebbe Trump. Ci sono donne affascinanti che ballano sulla spiaggia, ricchi che oziano sui lettini sotto il sole, uomini – ovviamente bianchi – che si dedicano agli aperitivi, hotel di lusso, attrezzature turistiche, soldi che piovono dal cielo, yacht parcheggiati, auto di lusso.

C’è ovviamente anche Trump: lo si vede mentre balla eccitato con una danzatrice del ventre, lo si vede in un palloncino color oro tenuto in mano da bambini – ovviamente bianchi – e lo si vede nell’insegna di un pregiato palazzo. C’è ovviamente anche il suo sodale Musk, dedito al sollazzo nel meraviglioso mondo di “Trump Gaza”. C’è Netanyahu sdraiato in costume e felice in spiaggia con Trump.

È lo spot di una pulizia etnica travestita da affare immobiliare. È un inno al suprematismo. Gli abitanti di Gaza nel video sono scomparsi, come nemmeno la violenza dell’esercito israeliano è ancora riuscita a fare. È male in purezza, volgarissimo male esibito con gusto. Il razzismo patinato offerto come opportunità di sviluppo ha una piega che rimanda ai peggiori autocrati della storia.

È un video che lascia senza parole. E invece in questo tempo le parole vanno usate, eccome, pesate una a una, scritte senza compromessi chiamando le cose con il loro nome: il presidente americano è nemico dell’umana compassione, della razionalità sviluppata nel corso dei secoli, dell’umana empatia basilare per essere considerate bestie sociali.
C’è un confine, netto, e non è quello di Gaza: chi appoggia Trump e chi sta dall’altra parte del fronte.

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Assunzioni e appalti, indagato il presidente della Regione Molise Roberti. Il reato contestato dai pm è la corruzione

Il governatore del Molise, Francesco Roberti, esponente di Forza Italia, è indagato per corruzione. L’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso ha portato alla notifica della conclusione delle indagini per 47 persone, coinvolgendo politici, imprenditori e tecnici. Con Roberti, sotto inchiesta è finita anche la moglie, con accuse che vanno, a vario titolo, dalle assunzioni fittizie ai favori illeciti alle imprese.

Le accuse e il presunto sistema di favori

Secondo l’accusa, il presidente della Regione avrebbe utilizzato le cariche precedenti alla sua elezione (nel periodo 2020-2023 quando era sindaco di Termoli, presidente della Provincia di Campobasso e membro del consiglio generale della Cosib, il Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Valle del Biferno) per garantire iter agevolati e concessioni amministrative in cambio di assunzioni e incarichi professionali per la moglie. Il filone dell’inchiesta che riguarda Roberti e la coniuge si concentra, quindi, su assunzioni e appalti. Secondo la Procura, come riportato da Repubblica.it, “Roberti era coprogettista delle pratiche presentate dalla società Energia pulita al comune di Termoli da lui stesso amministrato”. E avrebbe accettato “dal direttore tecnico della società denaro e altre utilità per sé e per la moglie”. Mentre la società avrebbe ottenuto in cambio diversi benefici.

Le reazioni e le conseguenze politiche

La difesa di Roberti è stata affidata ad una nota. “Mi è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari per una vicenda che non riguarda il mio ruolo da Presidente della Giunta Regionale del Molise e per attività precedenti alla mia elezione. Mi preme precisare come da parte mia ci siano stati sempre comportamenti corretti e rispettosi della legge – ha scritto il governatore -. Sono pronto a fornire alla magistratura tutte le necessarie informazioni utili a fare luce su ogni aspetto, affinché sia fatta piena chiarezza. Entro i 20 giorni previsti fornirò ogni dettaglio utile, per far sì che questa situazione possa risolversi rapidamente a conferma della correttezza del mio operato”.

Ma il quadro dell’inchiesta è ben più ampio. Un ulteriore filone di indagine (al quale Roberti e la moglie sono estranei e il cui coinvolgimento è limitato ai casi di presunta corruzione) ruota attorno a un sistema criminale che avrebbe controllato il traffico illecito di rifiuti, pilotato appalti e imposto estorsioni. Le accuse principali riguardano la turbativa d’asta e la regolamentazione delle discariche secondo le esigenze di determinati gruppi imprenditoriali.

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Strage di Cutro, la memoria non basta: due anni dopo le 94 vittime aspettano ancora verità e giustizia

Il mare di Cutro ha restituito i corpi, ma a due anni dalla strage, la domanda resta senza risposta: “Perché non sono stati mandati i soccorsi?” ha ribadito la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, durante la veglia sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Presenti anche esponenti della politica e della società civile, tra cui il vescovo di Cassano all’Ionio, monsignor Francesco Savino, che ha sottolineato: “Stiamo riportando le lancette della storia ai tempi più bui”.

Una strage ancora senza risposte

Schlein ha ricordato che i superstiti e le famiglie delle vittime ancora aspettano i ricongiungimenti promessi. “C’è una domanda politica che aspetta risposta”, ha dichiarato, insistendo sulla necessità di fare chiarezza su quanto accaduto quella notte. La senatrice Ilaria Cucchi (AVS) ha aggiunto: “Il ricordo non basta, dobbiamo lottare per la verità e la giustizia”.

Secondo il presidente della Croce Rossa Italiana, Rosario Valastro, “fuggire dalla guerra non è una colpa. Dovremmo mostrare la nostra parte più bella, la nostra gioia di accogliere, di rassicurare”. Un monito raccolto dal vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Savino, che ha chiesto “memoria, verità e giustizia per tutte le stragi, da Lampedusa a Cutro”.

La tragedia ha avuto anche conseguenze politiche. Il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, ha denunciato: “Dopo Cutro, il governo ha inasprito le leggi contro chi salva vite, mentre la magistratura sta ancora indagando per chiarire le responsabilità”. La Cgil ha definito la situazione attuale una “strage continua”, sottolineando che oltre 5.400 persone sono morte nel Mediterraneo negli ultimi due anni e criticando il decreto Cutro per aver ridotto le possibilità di protezione per le persone migranti.

Le conseguenze politiche e sociali

Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha ricordato come la sua regione abbia sempre risposto con umanità agli sbarchi, ma ha anche invitato il governo a “strategie di lungo periodo per gestire le migrazioni in sicurezza”. La necessità di un cambiamento strutturale è stata evidenziata anche dal presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, che ha chiesto “impegno per evitare eventi simili”.

Il vicepresidente della Cei, monsignor Savino, ha parlato di un pericolo più grande: “Sulla questione dell’immigrazione ci stiamo giocando la democrazia, la civiltà. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a queste tragedie, dobbiamo cambiare il nostro approccio, favorire l’integrazione e smettere di vedere nelle persone migranti un problema”.

Anche la Croce Rossa Italiana ha lanciato un monito: “Dobbiamo costruire una società dei diritti, non dell’indifferenza” ha dichiarato Valastro. La CGIL ha ribadito che “senza canali legali e sicuri, queste tragedie continueranno a ripetersi”.

Due anni dopo, la domanda rimane. Le commemorazioni non bastano a placare il dolore di chi ha perso i propri cari. “Ogni dimenticanza diventa complicità” ha ammonito monsignor Savino. Il rischio, per molti, è che Cutro diventi solo un altro nome nella lunga lista delle tragedie dimenticate nel Mediterraneo. Eppure, secondo la Croce Rossa, “ricordare significa anche impegnarsi per un futuro diverso, dove il Mediterraneo torni a essere un ponte e non una tomba”.

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Si allunga la sperimentazione, per i disabili la riforma può attendere

La sperimentazione della riforma sulla disabilità doveva durare un anno. Ora saranno due. Con il decreto Milleproroghe, il governo ha deciso di estendere il periodo di prova fino al 2027, rinviando ancora l’attuazione di una riforma che già oggi mostra falle strutturali. Il problema Sulla riforma, voluta dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, la Cgil denuncia da mesi i limiti di un sistema che invece di facilitare il riconoscimento dell’invalidità, lo sta trasformando in una corsa a ostacoli, con il rischio concreto che migliaia di persone fragili vedano negati i propri diritti.

Sperimentazione a ostacoli: la macchina non parte

Già nei primi mesi di sperimentazione era chiaro che qualcosa non funzionava. Lo dimostrano i dati della provincia di Brescia, una delle nove aree pilota dove la riforma ha preso il via il 1° gennaio 2025. Qui, il numero delle domande di riconoscimento dell’invalidità è crollato: se nel 2024 si presentavano circa 2.500 richieste al mese, a gennaio 2025 ne sono state inoltrate appena 400. Una riduzione drastica che segnala un solo dato: il sistema non sta funzionando.

Le cause sono molteplici. Innanzitutto, la piattaforma informatica necessaria per la gestione delle domande è inefficace, incapace di dialogare con altre banche dati. Poi ci sono i medici di medicina generale, già oberati di compiti, costretti a compilare un nuovo certificato introduttivo che richiede oltre un’ora di tempo. Infine, manca personale: i medici legali dell’Inps, che ora devono gestire interamente il processo di valutazione, sono troppo pochi per garantire tempistiche accettabili. Il risultato? I tempi si allungano e le persone con disabilità restano in attesa, spesso senza nemmeno riuscire a inviare la domanda.

L’illusione della semplificazione

Quando il governo ha presentato la riforma, ha promesso una semplificazione del processo. La realtà è un’altra. Il nuovo sistema non ha migliorato nulla: meno domande accettate, più burocrazia, meno personale per la gestione delle pratiche. La Cgil, insieme a Cisl e Uil, ha lanciato l’allarme: le persone con disabilità e le loro famiglie stanno subendo ritardi intollerabili, che rischiano di trasformarsi in vere e proprie negazioni di diritti. Tra le categorie più colpite ci sono i malati oncologici, per i quali la normativa prevede un’accelerazione dell’iter di riconoscimento dell’invalidità. Ma se la domanda non riesce nemmeno a partire, come si può rispettare una tempistica di quindici giorni?

Eppure, invece di correggere i difetti della riforma, si sceglie di prendere tempo. Una dilazione mascherata da necessità tecnica, che in realtà è la prova del fallimento di un progetto mal concepito e mal realizzato.

Una riforma che non parte e un futuro incerto

C’è poi il tema delle risorse. La legge di bilancio non prevede alcun aumento di fondi per garantire il personale necessario alla riforma. Senza nuove assunzioni di medici e amministrativi, il sistema è destinato a collassare. Ma la politica resta ferma, incapace di prendere decisioni concrete. La Cgil insiste sulla necessità di un confronto serio con le parti sociali e con le persone con disabilità, che dovrebbero essere al centro di ogni discussione su una riforma che li riguarda direttamente.

Il rischio più grande? Che la riforma, una volta terminata la sperimentazione, venga imposta su tutto il territorio nazionale senza le correzioni necessarie, trasformando il caos di oggi in un disastro permanente. La proroga del governo non è un miglioramento. È un rinvio che lascia nel limbo migliaia di persone. E in questo limbo, i diritti vengono dimenticati.

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Due anni dopo Cutro: il governo assente, la colpa a piede libero

Il mare restituisce sempre tutto. Corpi, verità, omissioni. Due anni fa, a Cutro, restituì novantaquattro vittime e un numero imprecisato di dispersi. Restituì un bambino senza nome, Kr16m0, poi riconosciuto come Mohammad Sina Hoseyni. Restituì la certezza di una tragedia evitabile e la fotografia di uno Stato che guardava altrove.

Due anni dopo, la memoria è lasciata alle famiglie, a qualche associazione, agli attivisti della Rete 26 febbraio. Non al governo, che non si è visto. Troppo impegnato a inasprire le pene contro chi tenta la traversata, troppo preso a blindare i confini e a scambiare uomini per statistiche. L’ha detto chiaro Assad Al Maliki, sopravvissuto siriano che ha visto il fratellino morire tra le onde: “Ci dicono irresponsabili, ma chi parla non conosce la Siria”. Il governo, con ogni evidenza, non conosce Cutro. Non sa cosa significhi lottare per un nome, per un corpo, per un diritto.

La presenza istituzionale si riduce a qualche dichiarazione di circostanza. L’assenza, invece, è una scelta politica. Come lo fu nel 2023, quando l’esecutivo andò a dieci chilometri dalle bare senza fermarsi a rendere omaggio ai morti. Come lo fu nel caso di Almasri, torturatore liberato e rimpatriato con un volo di Stato. Dicono di combattere gli scafisti, ma quelli veri se li riprendono in patria con tutti gli onori.

Ora iniziano i processi. Sei ufficiali e sottufficiali rischiano di rispondere di naufragio colposo e omicidio plurimo. “So’ migranti, poi vediamo”, scrivevano nelle chat mentre il caicco si spezzava. Un processo c’è. Ma non basterà. Perché la responsabilità politica è ancora a piede libero.

Buon mercoledì.

 

In foto, la spiaggia di Cutro (Araldica81)

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Piantedosi sotto assedio: chi trama contro Piantedosi?

Andrea Stroppa, l’uomo di Elon Musk in Italia, nei giorni scorsi ha lanciato dei sondaggi su X per bocciare, nemmeno troppo velatamente, l’operato del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Le domande poste ai suoi follower – chiamarli sondaggi, peraltro privi di valenza statistica, appare effettivamente eccessivo – tendevano a screditare l’operato del ministro dell’Interno e a rilanciare con forza l’ipotesi del ritorno di Matteo Salvini al Viminale.
Ma il magnate sudafricano, che in Italia fa sentire la sua voce tramite Stroppa, è molto vicino a Giorgia Meloni, che non perde occasione per rivendicare il suo canale privilegiato.

Però, attenzione, la presidente del Consiglio non ha alcuna idea di rimuovere dal suo ruolo Piantedosi per un motivo semplicissimo: se si libera la casella dell’Interno, si riapre il gioco delle nomine e, con Santanchè appesa a un filo, Nordio inviso a una parte della maggioranza, Giorgetti in guerra con il suo stesso partito e Lollobrigida campione di gaffe, la fragile architettura su cui sta in piedi la squadra di governo rischia di crollare.
Quindi, chi muove Musk? È vero che Salvini non vede l’ora di lasciare il ministero delle Infrastrutture per giocare al ruolo del prefetto di ferro e logorare Meloni, ma può essere lui, da solo, a organizzare la macchinazione? In Fratelli d’Italia ne dubitano. La domanda, quindi, è sempre la stessa: chi muove Musk, qual è il disegno? C’entra forse quella parte di Fratelli d’Italia che non ha mai digerito lo scioglimento per mafia dei comuni di Anzio e Nettuno?
La tela di sospetti, però, è significativa: Meloni, che si dichiara “non ricattabile”, sta in bilico su un incrocio di ricatti oscuri. Il collante è solo uno: l’amore per il potere.

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