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Diciottomila palestinesi da curare e quattromila sono bambini

Diciottomila e cinquecento pazienti di Gaza aspettano cure che nella Striscia non esistono più, e circa quattromila sono bambini. Uno si chiamava Hussein, dieci anni, leucemia, morto mentre aspettava l’autorizzazione a raggiungere un ospedale a un’ora di strada. Lo ha ricordato in udienza l’avvocata Adi Lustigman, per Physicians for Human Rights Israel e altre quattro organizzazioni. La Corte suprema ha respinto il ricorso per riaprire il corridoio sanitario verso gli ospedali palestinesi di Cisgiordania e Gerusalemme Est. Michele Giorgio ne ha dato conto sul manifesto il 22 luglio.

In aula lo Stato ha riconosciuto che le evacuazioni mediche sono scese a circa il dieci per cento del livello precedente l’ottobre 2023, e i giudici hanno suggerito di mandare i malati in paesi terzi. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

A Londra la stessa parola cambia lingua. Il ministero dell’Interno blocca l’uscita di decine di donne e bambini mentre il Foreign Office si dichiara pronto a farli passare dalla Giordania. Ai legali del dottorando Bassem Abudagga, che descrivevano tende infestate e bombardamenti, il 15 luglio l’Home Office ha risposto che quelle condizioni “non sono considerate tali da costituire circostanze cogenti”. In alcuni fascicoli i bambini risultano un rischio per la sicurezza perché vengono da un territorio “in cui operano terroristi”.

E l’Italia è il terzo capitolo. Il 28 luglio Autismo Abruzzo ha scritto alla Farnesina e al ministero per le Disabilità chiedendo un corridoio sanitario per Kenan, sei anni, autistico, famiglia registrata all’Unrwa. L’associazione segnala la disponibilità del sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi ad accoglierla. La domanda è depositata.

Hussein è morto aspettando e Kenan aspetta. Nel linguaggio degli atti che decidono chi esce da Gaza, morire di attesa resta una circostanza che non è considerata cogente.

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Fondi Safe per il riarmo, la versione del governo sbatte contro il Documento di finanza pubblica. Ecco perché

Sta in una nota a pie’ di pagina, la 154 a pagina 80 del Documento di finanza pubblica 2026, la smentita più secca di quanto il governo racconta sul riarmo. Il testo dice che il piano trasmesso a Bruxelles per i prestiti Safe contempla “tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio”, quindi senza spese aggiuntive. Quattro voci fanno eccezione, coperte tagliando altri capitoli della difesa. Il documento porta la firma del Consiglio dei ministri del 22 aprile. Un atto del governo che smonta da solo la retorica del grande sforzo per la sicurezza.

Martedì, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite sugli esiti del vertice Nato di Ankara, Antonio Tajani ha annunciato la svolta: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». Poche ore dopo Guido Crosetto ha spento l’annuncio: Safe è «una scelta puramente tecnica», un’alternativa ai Bot come strumento di finanziamento.

Fondi Safe, un prestito senza un euro in più

Il calendario chiarisce il resto. L’Italia ha chiesto i 14,9 miliardi nell’estate del 2025 insieme ad altri diciotto Stati e ha trasmesso il Piano nazionale di investimenti per l’industria della difesa entro il 30 novembre. Il via libera della Commissione è arrivato a gennaio, la ratifica del Consiglio il 17 febbraio 2026. Poi Roma si è fermata. A fine maggio avevano firmato l’accordo di prestito cinque Paesi: Polonia, Lituania, Croazia, Romania, Belgio. Dal canto suo la Commissione, per bocca del portavoce Thomas Regnier, ha fatto sapere che dicembre è un calendario pessimo.

Quel rinvio pesa perché all’Aja, nel giugno 2025, Giorgia Meloni aveva sottoscritto il 5% del Pil entro il 2035, di cui 3,5% di difesa in senso stretto, assicurando che nessun euro sarebbe stato tolto alle altre priorità. Intanto l’osservatorio Milex calcola per il 2026 una spesa militare diretta di 33,9 miliardi, l’1,46% del Pil. Il rapporto del segretario generale Nato certifica invece il 2,01% e oltre 45 miliardi, e per Milex la differenza sta in circa 14 miliardi di voci generiche che la Difesa ha inserito per la prima volta nel perimetro dichiarato. Il governo quindi conta e racconta un’altra Italia militare.

Le domande del 5 agosto

C’è poi la partita della clausola. Quella di salvaguardia nazionale, che consente di sforare fino all’1,5% del Pil per la difesa, l’hanno attivata in diciassette. L’Italia manca dall’elenco. Il 3 giugno la Commissione ha aperto una quota di quello spazio all’energia, 0,3% l’anno e 0,6% cumulato nel triennio 2026-2028. il ministro Giancarlo Giorgetti ha parlato di risultato impensabile fino a pochi mesi prima. Solo che la flessibilità sull’energia vive dentro la clausola militare. Per alleggerire le bollette bisogna prima dichiarare più armi.

E arriviamo al 5 agosto, quando il ministro dell’Economia parlerà alla Camera e l’Aula voterà le risoluzioni. Se il piano Safe copre spese già a bilancio, perché Crosetto mette in conto per settembre uno scostamento dello 0,9% sulla difesa E se lo scostamento serve davvero, quali programmi finanzia, se il piano mandato a Bruxelles sta tutto dentro il bilancio vigente? Il 5% dell’Aja resta un impegno, dopo che il 19 maggio i capigruppo di maggioranza al Senato hanno scritto la richiesta di rivederlo e l’hanno cancellata in poche ore? Ultima: dei 14,9 miliardi, quanti ne userà davvero il governo?

Il debito pubblico corre al 138,6% del Pil previsto per quest’anno dallo stesso documento, e su quel numero si misura la convenienza di un prestito. La risposta il Mef ce l’ha in casa da aprile. Manca il coraggio di dirla in Aula: dirla significa ammettere che il riarmo italiano oggi è una partita di giro contabile, firmata due volte, all’Aja e ad Ankara.

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Cooperazione strategica Italia-Albania: dall’energia alla sanità alle migrazioni, trattato (in tredici ambiti) a costo zero

Tredici ambiti di cooperazione, sette articoli, zero euro in più. È il perimetro contabile del nuovo accordo di cooperazione strategica tra Italia e Albania, firmato a Roma il 13 novembre 2025 da Giorgia Meloni e Edi Rama. La Camera lo discute in aula in questi giorni. Il disegno di legge di ratifica, il C. 2788, all’articolo 3 impegna le amministrazioni a provvedere “con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. Energia, difesa, sanità, migrazioni, università: tutto a bilancio invariato.

Il Servizio Bilancio dello Stato della Camera l’ha trovata poco credibile. Nella relazione dell’11 maggio l’ufficio tecnico elenca le attività che l’accordo contempla e che producono spesa: trasferimento di persone condannate, addestramento di personale tecnico e militare, scambi di esperti, programmi di ricerca, cattedre universitarie, scuole straniere, unità di coordinamento. E ricorda un precedente: per l’accordo scientifico con il Costa Rica del 2016, ratificato nel 2025, le stesse voci erano state quantificate riga per riga. Del Comitato Congiunto creato dal trattato manca perfino una stima.

Il comitato che si riunisce in videochiamata

La risposta arriva il 20 maggio, in commissione Bilancio. Per il governo le misure sono in gran parte programmatiche, sul modello del Trattato del Quirinale con la Francia del 2021. Il comitato bilaterale si riunirà di regola a distanza, e per l’incontro in presenza, residuale, bastano i fondi missioni già a bilancio. Il precedente però regge poco: sul Quirinale i tecnici avevano sollevato la stessa obiezione e il governo di allora si limitò a ripetere che spese non ce ne sarebbero state. Due legislature, la stessa risposta.

Dentro il trattato, intanto, c’è un’industria. Il testo prevede progetti su petrolio e gas, materie prime strategiche, produzione congiunta di armamenti, munizioni e navi militari.

Il conto che arriva da Gjadër

Poi c’è il capitolo migrazioni, e lì la clausola di invarianza diventa acrobatica. Il testo impegna le parti all’attuazione effettiva del protocollo del 6 novembre 2023, ratificato con la legge 14 del 2024, quello dei centri di Shëngjin e Gjadër. Un conto quel protocollo ce l’ha, ed è noto: oltre 670 milioni preventivati fino al 2028, di cui 74 milioni già documentabili per la sola costruzione secondo la piattaforma “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari. Il Tavolo Asilo e Immigrazione conta circa 635 persone trasferite. A Gjadër il trattenimento costa 108 euro al giorno a testa, contro una media che negli altri Cpr italiani sta sotto i 50.

A Tirana, del resto, la prospettiva è un’altra. Il 12 maggio il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha spiegato che dopo i cinque anni il rinnovo resta incerto: con l’ingresso nell’Unione europea, atteso non prima del 2030, l’Albania perderà lo status di territorio extra-Ue. Poche ore dopo Rama ha corretto: il protocollo dura «fintanto che l’Italia lo vorrà». Antonio Tajani ha archiviato ricordando che il 2030 è lontano.

Il nuovo accordo dura cinque anni e si rinnova da solo, salvo disdetta con sei mesi di preavviso. La Camera lo ratifica scrivendo che non costa nulla, come nel 2024 ratificava i centri albanesi giurando che sarebbero stati un affare. Quanto sia costato quell’affare lo sappiamo ancora per approssimazione, e stavolta manca perfino una cifra da smentire.

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Mondiali di calcio vendesi, la Fifa di Infantino vuole mettere i diritti sul mercato: in pole c’è Joshua Kushner, fratello di Jared, genero di Trump

Venti miliardi di dollari per i Mondiali. È la valutazione con cui la Fifa ha annunciato il 28 luglio la nascita di Fifa Forward Enterprise (Ffe), la società in cui confluiranno i diritti commerciali e l’organizzazione dei tornei. Una quota di minoranza finirà sul mercato per 4,2 miliardi, con JP Morgan advisor. A guidare il gruppo di investitori sarà Thrive Eternal, veicolo costituito ad aprile da Joshua Kushner, fratello di Jared, genero di Donald Trump. Un’associazione svizzera senza scopo di lucro, con 211 federazioni affiliate, mette sul mercato il pezzo di sé che produce cassa.

Dentro Ffe entrano diritti televisivi, sponsorizzazioni, biglietteria e licensing dei Mondiali maschili e femminili e del Mondiale per club, e la macchina che li organizza. Da Zurigo assicurano di conservare l’”autorità esclusiva” su governance, competizioni e calendario. Solo che il calendario è la prima variabile che un investitore compra: più partite, più tornei, più mercati. Chi mette miliardi pretende di contare, e conta.

Il tentativo, del resto, è vecchio. Nell’aprile 2018 Infantino chiese al Consiglio Fifa il via libera a un’offerta da 25 miliardi di dollari per una Nations League globale e un Mondiale per club allargato, senza poter rivelare i nomi degli investitori. Il Consiglio lo fermò. Otto anni dopo l’operazione arriva confezionata, e i membri di quel Consiglio raccontano di averla appresa dai giornali.

L’investitore di famiglia

Thrive Eternal è una holding di capitale permanente e porta nel gruppo Greg Maffei, ex Liberty Media. In trattativa c’è anche Apollo Sports Capital, costola di un gestore da mille miliardi. Il compratore ideale, insomma, per un torneo da allargare.

Intanto a Washington Jamie Raskin, capogruppo democratico nella commissione Giustizia della Camera, ha chiesto a Infantino documenti e un’audizione trascritta sui rapporti con l’amministrazione Trump. Vuole l’elenco di ogni cosa di valore consegnata al presidente e ai familiari e i registri delle visite nell’ufficio Fifa dentro la Trump Tower, entro il 9 agosto. Nel fascicolo finiscono il premio Fifa per la pace dato a Trump a dicembre e la squalifica di Folarin Balogun sospesa dopo una richiesta partita dalla Casa Bianca. Proprio lì dove un’indagine parlamentare cerca il conflitto di interessi, la Fifa sceglie come socio il fratello del genero.

I centosei voti che servono

Il piano passa solo dal voto delle affiliate: servono 106 sì su 211, e 156 federazioni stanno fuori dall’Europa. A ognuna Zurigo promette fino a 20 milioni di dollari, contro gli 8 del ciclo in corso. Miguel Delaney ricorda sull’Independent che appena un quinto delle affiliate deposita bilanci certificati sui soldi che riceve.

La Uefa ha risposto che il calcio appartiene a tutti e che la Fifa manca del titolo per venderlo, e ha convocato le sue 55 federazioni per una riunione d’emergenza in cui si valuterà il boicottaggio. Un precedente c’è: nel 2021 la Fifa ritirò il Mondiale biennale dopo che l’Europa minacciò di restare a casa. Gabriele Gravina, primo vicepresidente Uefa, ha detto all’Ansa che «il calcio non può essere ridotto ad un affare privato». Il presidente della Liga, Javier Tebas, che ne ha già chiesto le dimissioni, ha definito “patetico” il messaggio con cui Infantino ha liquidato i suoi critici.

Resta il dettaglio biografico. Nell’aprile 2015, da segretario generale della Uefa, Infantino definì la proprietà dei calciatori da parte di soggetti terzi una specie di schiavitù moderna. Sul bollettino federale scrisse che possedere i diritti economici di un essere umano e scambiarli come un bene sarebbe inaccettabile. Undici anni dopo il bene è il Mondiale, il terzo è il fondo di famiglia della Casa Bianca, e il Times scrive che dal 2031 a guidare la società sarà lui.

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Eventi climatici estremi, colpito un comune costiero su due. E il Piano di adattamento è senza risorse

Nella notte fra il 22 e il 23 gennaio 2026 il ciclone Harry ha spinto onde alte fino a dieci metri sulle coste di Sicilia, Calabria e Sardegna, portandosi via lungomare, ferrovie e stabilimenti. Il conto ha superato i due miliardi. Un mese dopo, il 19 febbraio, il Consiglio dei ministri ha mobilitato oltre 1,2 miliardi fra decreto e delibere di protezione civile. Soldi arrivati bene e arrivati tardi, come accade quando si paga il danno invece di evitarlo.

Eventi climatici stremi

Il rapporto Spiagge, diffuso oggi da Legambiente con l’Osservatorio Città Clima, misura quanto quella notte sia diventata ordinaria. Dal 2010 al 2026 i comuni costieri colpiti da eventi meteo estremi salgono a 308 su 643, il 48%, con 1.073 episodi censiti. La serie storica è il dato politico: 37,3% nel 2023, 41,2% nel 2024, 45,4% nel 2025. In sedici anni gli allagamenti sono stati 404, le trombe d’aria 286, le mareggiate 107. E negli ultimi cinque anni le mareggiate segnano +550%, le raffiche di vento +80%.

La geografia del danno guarda inevitabilmente soprattutto a sud. Sicilia con 232 eventi, Puglia con 136, Calabria con 104; fra le città Genova ne conta 50, Bari 44, Palermo 38. Sopra c’è l’erosione: secondo l’Ispra, in cinquant’anni i litorali italiani hanno perso oltre 40 milioni di metri quadrati di spiaggia. Un patrimonio che si assottiglia mentre il Paese continua a raccontarsi potenza balneare.

Un piano senza risorse, mentre il Ponte…

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici esiste dal 21 dicembre 2023, approvato dal ministero dell’Ambiente con il decreto 434 dopo sei anni. Contiene 361 azioni distribuite su 18 settori, zone costiere comprese, e prevedeva una struttura di governance da insediare entro tre mesi. L’Osservatorio nazionale è arrivato con decreto del 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta il 15 gennaio 2026: due anni per rispettare un termine di novanta giorni. Il Forum permanente dei portatori di interesse manca ancora.

Poi c’è il capitolo delle risorse, ed è quello che decide tutto: Legambiente ripete da tre anni che le leggi di bilancio hanno ignorato il Piano. Intanto per il Ponte sullo Stretto le somme autorizzate arrivano a 14,442 miliardi, con 780 milioni aggiunti dall’ultima manovra e 2,787 miliardi slittati dal quadriennio 2026-2029 al periodo successivo. Le priorità hanno una contabilità, e la contabilità è pubblica.

La spiaggia come rendita

Sul demanio l’esecutivo ha scelto invece la strada corta. La legge 166 del 2024 ha prorogato le concessioni in essere al 30 settembre 2027, con obbligo di avviare le gare entro il 30 giugno dello stesso anno e differimento possibile fino al 31 marzo 2028. Nel 2025 diversi tribunali amministrativi l’hanno disapplicata, e non era difficile da prevedere per chiunque avesse letto la direttiva 2006/123/CE.

Il bando-tipo che dovrebbe uniformare le gare resta ancora in mezzo al guado. Il decreto legge 32 dell’11 marzo 2026 obbliga il ministero guidato da Matteo Salvini a portare lo schema in Conferenza unificata entro trenta giorni; il primo tavolo si è aperto il 17 aprile e a luglio il confronto con le categorie prosegue. Legambiente chiede al ministero di accelerare, proprio lì dove ogni mese di ritardo si trasforma in rendita per chi la concessione ce l’ha già.

E sotto la sabbia lavora il cemento. Il disegno di legge contro il consumo di suolo è passato alla Camera il 12 maggio 2016 e da allora dorme. Nel frattempo l’Ispra ha certificato per il 2024 un record di 83,7 chilometri quadrati di suolo consumato, +16% in dodici mesi, con il 22,9% della fascia entro i primi 300 metri dal mare già artificializzato, più del triplo del resto del Paese.

Le sei proposte consegnate oggi al governo partono da una richiesta minima: finanziare un piano che il governo stesso ha approvato. Tutto il resto lo pagano i sindaci la mattina dopo, con i fondi dell’emergenza, e lo paghiamo noi a ogni gennaio come l’ultimo passato. Lo Stato arriva sempre a mareggiata finita.

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Borse agli specializzandi non medici, il decreto che non arriva: atenei (e migliaia di giovani) appesi al provvedimento

Sul sito del Ministero dell’Università e della Ricerca c’è un decreto firmato il 20 febbraio 2026 e pubblicato il 20 maggio. Ripartisce fra gli atenei 31 milioni per 6.502 borse agli specializzandi di area sanitaria non medica, e lo fa per l’anno accademico 2024/2025, cioè per un anno già chiuso. Sull’anno in corso, il 2025/2026, il decreto tace.

La misura nasce dalla legge di bilancio 2025, la legge 207/2024, che al comma 339 riconosce per la prima volta una borsa a veterinari, farmacisti, biologi, psicologi, chimici, fisici e odontoiatri in specializzazione: 4.773 euro lordi l’anno, 397 al mese, per 38-40 ore settimanali fra tirocinio e assistenza. Solo che la ripartizione dipende da un decreto della Presidenza del Consiglio, proposto dal Mur di concerto con Salute ed Economia. Firmato quattordici mesi dopo l’entrata in vigore della legge, pubblicato dopo diciassette.

Gli atenei intanto si sono fermati. L’8 agosto 2025 il Mur scriveva ai rettori che il decreto era in perfezionamento: molti hanno sospeso i bandi, come ha messo per iscritto l’Università di Catania, altri li hanno pubblicati e poi annullati. Chi è andato avanti ha scritto che i posti li avrebbe stabiliti un decreto successivo. Insomma, concorsi a numero ignoto: si studia, si sostiene la prova, si entra in graduatoria e si aspetta di sapere quante caselle esistano.

Quattromilasettecento contro venticinquemila

La stessa legge, ai commi 336 e 337, alza del 5 per cento la parte fissa del trattamento dei medici in formazione, con 120 milioni annui dal 2026. Un medico specializzando percepisce 25.000 euro lordi nei primi due anni e 26.000 dal terzo, un biologo o uno psicologo nella stessa corsia, stesso orario, ne percepisce 4.773. Uno a cinque, dentro lo stesso testo votato lo stesso giorno.

Il 10 dicembre la deputata Marianna Ricciardi (M5S) ha portato in Aula l’emendamento che alzava quei 4.773 euro a 25.000, respinto. Eppure nell’esame dell’A.C. 2678 il governo aveva accolto come raccomandazione un ordine del giorno che lo impegnava proprio all’equiparazione. Accolto come raccomandazione, cioè archiviato con garbo. C’è poi il tetto di reddito: per tenersi la borsa si deve restare sotto 7.750 euro lordi annui, 645 al mese, e chi lavora per mantenersi la perde. Abifb, Lapsi, Sivemp e Fassid hanno manifestato a Roma il 24 maggio contro quella soglia e contro il vuoto sull’anno in corso. Quasi senza cronaca.

Il fabbisogno che lo Stato calcola e non forma

Il 23 luglio, cinque giorni fa, la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’accordo sul fabbisogno formativo 2026/2027: 84.196 posti, dentro i quali 1.733 medici veterinari, 374 in più, 2.673 biologi, 1.500 farmacisti e 287 fisici. Lo Stato quindi conta quanti specialisti gli serviranno. E tiene ferme le scuole che dovrebbero formarli.

Il conto lo paga la sanità pubblica. Secondo il Conto annuale 2024 letto a luglio dal Sivemp, il 34 per cento dei veterinari del Servizio sanitario nazionale ha superato i 60 anni: in tre o quattro anni un terzo esce, e senza titolo di specializzazione mancano i requisiti per i concorsi. I vuoti si coprono con i gettonisti, spesso privi di specializzazione e di esclusività, proprio lì dove la terzietà è il mestiere. Sul versante psicologico il meccanismo si ripete: il rapporto del Ministero della Salute di aprile conta oltre 840mila cittadini in carico ai servizi di salute mentale, e la presidente del Cnop Maria Antonietta Gulino misura su quello “scarto tra bisogno e capacità di risposta” la tenuta del sistema.

Secondo la ricostruzione di Fanpage.it lo schema esiste: a inizio luglio è arrivato al Mef firmato da Salute e Università, poi errori formali hanno rimandato indietro l’iter. Si parla di fine estate. Vuol dire che chi ha cominciato i test nell’autunno 2025 saprà a settembre 2026 se è dentro. Un anno di vita di migliaia di persone consumato in un giro di firme.

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Le armi erano prenotate da gennaio, la vergogna da un’ora

Antonio Tajani ha annunciato ieri mattina 14,9 miliardi di prestiti europei per comprare armi e un’ora dopo ha scoperto di non averlo mai deciso. A correggerlo, seduto accanto a lui in commissione, è stato Guido Crosetto: scelta tecnica, un’alternativa ai Bot. Poi si è mossa la Lega, l’ultima parola spetta al Parlamento, e il vicepremier ha fatto retromarcia in corridoio. Quei soldi erano solo…

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Trump riceve Zelensky e Netanyahu: l’ucraino e l’israeliano a Washington per chiedere il permesso di continuare a sparare

Sono entrati dalla stessa porta laterale, quella su West Executive Avenue che i fotografi vedono a metà. Prima Volodymyr Zelensky, poi Benjamin Netanyahu a pochi minuti di distanza, tutti e due a colloquio chiuso alla stampa. Per il premier israeliano era l’ottavo faccia a faccia del secondo mandato di Donald Trump, il primo da quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra contro l’Iran. E il presidente che pretende il Nobel per la pace riceveva dall’ingresso di servizio due uomini venuti a chiedere il permesso di sparare.

Zelensky era lì per le licenze di produzione degli intercettori Patriot, promesse da Trump al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio. Sul suo profilo ha ringraziato per il “fermo sostegno” americano. La contabilità intanto racconta altro. Il 27 luglio si è saputo che l’amministrazione ha comunicato al Congresso una data: i 400 milioni di dollari già autorizzati per Kiev finiranno di essere spesi nell’anno fiscale 2029. Due mesi dopo la lettera del Pentagono quei soldi restano fuori da qualsiasi contratto.

Il conto degli intercettori

Venerdì scorso, alla Casa Bianca, i vertici militari hanno messo davanti a Trump una tabella di magazzino. Il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, ha spiegato che un’escalation avrebbe prosciugato gli intercettori del Centcom: oltre 1.200 Patriot già sparati, circa 4 milioni di dollari l’uno. Dopo tredici notti consecutive di raid i bombardamenti si sono fermati e Teheran ha congelato le rappresaglie. La tregua ha una causa ed è prosaica: le scorte.

Sono gli stessi missili per cui Zelensky fa la fila. Proprio lì dove il presidente promette licenze e produzione il Pentagonoconta i pezzi rimasti.

Netanyahu è arrivato con una richiesta speculare. Poche ore prima Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, alla conferenza di Channel 14 aveva messo tutto in chiaro: «Vogliamo molto colpire gli obiettivi energetici dell’Iran, gli Stati Uniti al momento non lo approvano». Il timore dichiarato è una crisi globale del petrolio, e lo stesso Katz ha aggiunto che i caccia americani decollano da basi israeliane per andare a colpire. Israele quindi domanda a Washington il via libera per spegnere le centrali di un Paese intero.

Il permesso di sgomberare

Nella stessa giornata l’ufficio di Katz ha reso pubblico un ordine all’esercito: prepararsi a occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, sul modello di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Quel modello ha una storia documentata. Dal gennaio 2025 l’operazione “Muro di ferro” ha svuotato i tre campi e l’Unrwa ha censito circa 40.000 sfollati. Nel novembre 2025 Human Rights Watch ha qualificato lo sgombero come crimine di guerra e crimine contro l’umanità. A Gaza, intanto, dalla tregua dell’11 ottobre 2025 il ministero della Salute conta oltre mille palestinesi uccisi, fra cui 253minori. Il modello funziona, evidentemente.

E il Nobel? Il 30 aprile il segretario del Comitato norvegese Kristian Berg Harpviken ha annunciato 287 candidature per l’edizione 2026, con Trump probabilmente dentro l’elenco. A gennaio il presidente aveva scritto al premier norvegese Jonas Gahr Støre che, visto il premio mancato dopo aver fermato “otto guerre”, si sentiva libero di pensare solo agli interessi americani. María Corina Machado, che il Nobel 2025 l’ha vinto davvero, gli ha poi consegnato la propria medaglia. E il 5 dicembre Gianni Infantino gli aveva già appeso al collo il primo FIFA Peace Prize.

Trump, da parte sua, ha passato la mattina a spiegare a Fox che senza accordo torna a finire il lavoro e che per i ponti iraniani gli basterebbe meno di un’ora. Poi ha ricevuto i due ospiti a porte chiuse. Chi inseguiva il Nobel ha ottenuto qualcosa di diverso ed è molto più concreto: è lo sportello dove si ritira il permesso di bombardare e quello di sgomberare. Ingresso laterale, orario contingentato.

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Campo largo, la legge del centrodestra chiede un nome che non c’è. Ma manca ancora pure il programma

Una riga dello Stabilicum ha già deciso l’estate del centrosinistra, e l’ha scritta il centrodestra. La nuova legge elettorale obbliga ogni coalizione a depositare il nome del candidato premier insieme al contrassegno, pena l’inammissibilità delle liste. La Camera l’ha licenziata il 16 luglio 2026 con 217 voti favorevoli e 152 contrari, prima firma Galeazzo Bignami( FdI), e il testo è ora in commissione al Senato. Da allora il campo largo discute di procedure: primarie, garanti, benedizioni esterne.

Campo largo, tra benedizioni esterne e veti

Le benedizioni sono il capitolo più istruttivo. Secondo il racconto del Fatto Quotidiano di domenica, firmato Luca De Carolis, il Partito democratico ha chiesto in via informale al Movimento 5 Stelle di sospendere gli attacchi pubblici a Mario Draghi, nella speranza che l’ex presidente della Bce sostenga Elly Schlein nella corsa a Palazzo Chigi, o quantomeno le tolga ostacoli dal lato dei poteri che contano. Nell’intervista al Foglio del 23 luglio la segretaria ha citato il “federalismo pragmatico”, formula che è di Draghi dal discorso di Lovanio del 2 febbraio. Chiedere a un alleato il silenzio su un nome è una tecnica di accreditamento, e vale quello che vale: sposta il baricentro senza spostare un voto.

Da parte sua il Movimento tiene il muro, e lo tiene su una vicenda del 2022 rimasta indimostrata. Il 29 giugno di quell’anno il sociologo Domenico De Masi raccontò al Fatto che Beppe Grillo gli aveva riferito una richiesta di Draghi, allora presidente del Consiglio: togliere la guida del Movimento a Giuseppe Conte (M5S). La sera stessa fonti di Palazzo Chigi smentirono con una nota secca. Quattro anni dopo la smentita sta agli atti quanto l’accusa, e il veto pentastellato poggia ancora lì sopra.

Poi c’è il riarmo, diventato il terreno di campagna del Movimento: il 18 luglio, in piazza Anco Marzio a Ostia, l’iniziativa nazionale si intitolava “La guerra la paghi tu”. Solo che nella stessa intervista al Foglio Schlein ha definito l’obiettivo Nato del 5% del Pil “irrealistico, sbagliato” e ha chiesto spesa coordinata europea al posto di ventisette riarmi nazionali scoordinati tra loro. Sugli aiuti militari a Kiev la distanza è vera e merita un chiarimento pubblico. Dipingere l’alleato più bellicista di quanto sia rende però quel chiarimento impossibile, e proprio questo forse è il punto.

Il conto del 5 agosto

I numeri, intanto, raffreddano tutto. Nella rilevazione Swg per il TgLa7 del 20 luglio Fratelli d’Italia sta al 26,9%, il Pd al 21,1%, il M5S al 13,1%, Avs al 6,4%: i tre alleati insieme valgono 40,6%. I tre partiti maggiori di governo sommano 40,1%. Il premio di 70 deputati e 35 senatori scatta a quota 42% in entrambe le Camere, e con questi numeri resta lì, intatto, mentre si applicherebbe il proporzionale puro. Si litiga sull’investitura di una coalizione che oggi prenderebbe seggi in proporzione, e basta.

Una data vera però esiste, ed è il 5 agosto. Giancarlo Giorgetti riferisce alla Camera sulla clausola di salvaguardia nazionale, passaggio propedeutico alla richiesta della flessibilità concessa da Bruxelles per difesa ed energia, e l’Aula vota le risoluzioni. Lì si vede se il campo largo esiste come coalizione oppure come tre campagne elettorali parallele. Il testo in votazione parla di cifre e di coperture e obbliga ciascuno a mettere per iscritto quanto e per che cosa. Un voto unitario pesa più di dieci vertici sul metodo.

Le primarie ormai le vogliono entrambi. A Vieste Conte ha detto che parteciperebbe e ha spiegato l’alternativa, «inginocchiarci e inchinarci al Partito democratico», e al Nazareno l’ipotesi del garante rilanciata da Alessandro Onorato (Progetto Civico) è archiviata. Bene, è già qualcosa. Solo che la legge del centrodestra chiede un nome e un programma depositati insieme, e il programma (insieme al nome) è la parte che manca. Si vota nel 2027: il tempo per litigare sul metodo è scaduto.

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Hormuz, salta il vertice di Londra: la linea rossa di Italia e Germania blocca l’iniziativa per sminare lo Stretto

Due cacciamine e circa cinquecento militari italiani aspettano a Gibuti da oltre due mesi. Il Crotone e il Rimini, classe Gaeta, stanno a cinque giorni di navigazione dallo stretto di Hormuz: pre-posizionati e fermi. Aspettano un vertice evaporato. Doveva riunirsi a Londra lunedì, poi martedì, poi venerdì, e alla fine, come ha riferito Repubblica, quel tavolo salta.

Hormuz, salta il vertice dei volenterosi

L’idea era nata venerdì 24 luglio, in una telefonata tra il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il nuovo ministro della Difesa britannico Wes Streeting, arrivato al dicastero il 20 luglio con Andy Burnham. Washington voleva Londra padrona di casa, Hegseth in sala con il capo di stato maggiore congiunto Dan Caine, fino a quaranta delegazioni. Cinque giorni dopo il calendario è vuoto.
I motivi dell’incagliamento sono almeno due. Gli americani chiedono agli europei di sminare mentre le ostilità continuano, e per Roma e Berlino quella è la linea rossa: si entra a fuoco spento. Poi c’è la diffidenza sul metodo, perché mescolare vertici politici e comandi militari senza un’impalcatura negoziale espone al flop, e un flop a quel livello si vede da lontano.

Una coalizione al condizionale

Alla conferenza dell’Eliseo del 17 aprile le adesioni alla Dichiarazione di Londra avevano superato le cinquanta. Giorgia Meloni offriva unità navali con «postura esclusivamente difensiva» e solo a ostilità cessate. Friedrich Merz chiedeva il mandato del Bundestag e una risoluzione del Consiglio di sicurezza. Guido Crosetto ha poi fissato tre condizioni indisponibili: tregua vera, cornice giuridica, voto delle Camere. Tutti disponibili, tutti dopo. La coalizione dei volenterosi regge finché resta in porto.

Il mare, del resto, si è richiuso. Hormuz è bloccato dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, e il memorandum firmato da Donald Trump e Masoud Pezeshkian il 18 giugno prometteva sessanta giorni di transito libero: è invece durato pochi giorni. Il 12 luglio i pasdaran hanno richiuso lo stretto sparando sulle navi, il 23 hanno rivendicato una petroliera in fiamme sulla rotta minata a sud, ieri Teheran ha ripetuto che la via d’acqua resta chiusa. Le mine, ha spiegato il generale Giovanni Maria Iannucci il 1° luglio, sono «decine» e sofisticate: per toglierle servono un paio di mesi.

Informate, mai chiamate a decidere

Antonio Tajani lo aveva promesso il 13 maggio: nessuna nave a Hormuz senza che il Parlamento «sia stato informato e lo abbia autorizzato», dice. Il preposizionamento a Gibuti è passato dentro le missioni già votate, Mediterraneo Sicuro e Aspides, così le Camere hanno ascoltato tre audizioni e sono rimaste fuori dalla decisione. Il voto vero insomma resta appeso a un vertice che si convoca altrove.

Quanto pesi quello scarto lo misura l’Annuario Mil€x 2026, presentato alla Camera il 23 luglio: 78 programmi di riarmo approvati in questa legislatura per 36,4 miliardi, esaminati in poche sedute, e 13,2 miliardi di soli armamenti quest’anno. La traiettoria Nato verso il 5% del Pil entro il 2035 ne vale altri 498. Sul riarmo il Parlamento delibera in fretta, sull’unica missione che tocca il portafoglio degli italiani attende una convocazione.

Perché alla pompa il conto è già arrivato. Ieri il Mimit rilevava 2,185 euro al litro per il gasolio in self service. Il Consiglio dei ministri ha risposto lunedì sera con un taglio di 17 centesimi sul solo gasolio fino al 6 agosto: 125 milioni, dieci giorni. La Cgia calcola 29 miliardi in più in un anno tra bollette e rifornimenti, e la distanza tra le due cifre è tutta la politica energetica di questo governo.

Il Crotone e il Rimini restano a Gibuti, a cinque giorni da un mare che nessuno attraversa. Ad aprile, all’Eliseo, l’Italia offriva la sua “eccellenza” nello sminamento come biglietto da visita atlantico, e da allora l’unica cosa che si è mossa davvero è il prezzo del pieno.

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