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Eventi climatici estremi, colpito un comune costiero su due. E il Piano di adattamento è senza risorse

Nella notte fra il 22 e il 23 gennaio 2026 il ciclone Harry ha spinto onde alte fino a dieci metri sulle coste di Sicilia, Calabria e Sardegna, portandosi via lungomare, ferrovie e stabilimenti. Il conto ha superato i due miliardi. Un mese dopo, il 19 febbraio, il Consiglio dei ministri ha mobilitato oltre 1,2 miliardi fra decreto e delibere di protezione civile. Soldi arrivati bene e arrivati tardi, come accade quando si paga il danno invece di evitarlo.

Eventi climatici stremi

Il rapporto Spiagge, diffuso oggi da Legambiente con l’Osservatorio Città Clima, misura quanto quella notte sia diventata ordinaria. Dal 2010 al 2026 i comuni costieri colpiti da eventi meteo estremi salgono a 308 su 643, il 48%, con 1.073 episodi censiti. La serie storica è il dato politico: 37,3% nel 2023, 41,2% nel 2024, 45,4% nel 2025. In sedici anni gli allagamenti sono stati 404, le trombe d’aria 286, le mareggiate 107. E negli ultimi cinque anni le mareggiate segnano +550%, le raffiche di vento +80%.

La geografia del danno guarda inevitabilmente soprattutto a sud. Sicilia con 232 eventi, Puglia con 136, Calabria con 104; fra le città Genova ne conta 50, Bari 44, Palermo 38. Sopra c’è l’erosione: secondo l’Ispra, in cinquant’anni i litorali italiani hanno perso oltre 40 milioni di metri quadrati di spiaggia. Un patrimonio che si assottiglia mentre il Paese continua a raccontarsi potenza balneare.

Un piano senza risorse, mentre il Ponte…

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici esiste dal 21 dicembre 2023, approvato dal ministero dell’Ambiente con il decreto 434 dopo sei anni. Contiene 361 azioni distribuite su 18 settori, zone costiere comprese, e prevedeva una struttura di governance da insediare entro tre mesi. L’Osservatorio nazionale è arrivato con decreto del 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta il 15 gennaio 2026: due anni per rispettare un termine di novanta giorni. Il Forum permanente dei portatori di interesse manca ancora.

Poi c’è il capitolo delle risorse, ed è quello che decide tutto: Legambiente ripete da tre anni che le leggi di bilancio hanno ignorato il Piano. Intanto per il Ponte sullo Stretto le somme autorizzate arrivano a 14,442 miliardi, con 780 milioni aggiunti dall’ultima manovra e 2,787 miliardi slittati dal quadriennio 2026-2029 al periodo successivo. Le priorità hanno una contabilità, e la contabilità è pubblica.

La spiaggia come rendita

Sul demanio l’esecutivo ha scelto invece la strada corta. La legge 166 del 2024 ha prorogato le concessioni in essere al 30 settembre 2027, con obbligo di avviare le gare entro il 30 giugno dello stesso anno e differimento possibile fino al 31 marzo 2028. Nel 2025 diversi tribunali amministrativi l’hanno disapplicata, e non era difficile da prevedere per chiunque avesse letto la direttiva 2006/123/CE.

Il bando-tipo che dovrebbe uniformare le gare resta ancora in mezzo al guado. Il decreto legge 32 dell’11 marzo 2026 obbliga il ministero guidato da Matteo Salvini a portare lo schema in Conferenza unificata entro trenta giorni; il primo tavolo si è aperto il 17 aprile e a luglio il confronto con le categorie prosegue. Legambiente chiede al ministero di accelerare, proprio lì dove ogni mese di ritardo si trasforma in rendita per chi la concessione ce l’ha già.

E sotto la sabbia lavora il cemento. Il disegno di legge contro il consumo di suolo è passato alla Camera il 12 maggio 2016 e da allora dorme. Nel frattempo l’Ispra ha certificato per il 2024 un record di 83,7 chilometri quadrati di suolo consumato, +16% in dodici mesi, con il 22,9% della fascia entro i primi 300 metri dal mare già artificializzato, più del triplo del resto del Paese.

Le sei proposte consegnate oggi al governo partono da una richiesta minima: finanziare un piano che il governo stesso ha approvato. Tutto il resto lo pagano i sindaci la mattina dopo, con i fondi dell’emergenza, e lo paghiamo noi a ogni gennaio come l’ultimo passato. Lo Stato arriva sempre a mareggiata finita.

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Borse agli specializzandi non medici, il decreto che non arriva: atenei (e migliaia di giovani) appesi al provvedimento

Sul sito del Ministero dell’Università e della Ricerca c’è un decreto firmato il 20 febbraio 2026 e pubblicato il 20 maggio. Ripartisce fra gli atenei 31 milioni per 6.502 borse agli specializzandi di area sanitaria non medica, e lo fa per l’anno accademico 2024/2025, cioè per un anno già chiuso. Sull’anno in corso, il 2025/2026, il decreto tace.

La misura nasce dalla legge di bilancio 2025, la legge 207/2024, che al comma 339 riconosce per la prima volta una borsa a veterinari, farmacisti, biologi, psicologi, chimici, fisici e odontoiatri in specializzazione: 4.773 euro lordi l’anno, 397 al mese, per 38-40 ore settimanali fra tirocinio e assistenza. Solo che la ripartizione dipende da un decreto della Presidenza del Consiglio, proposto dal Mur di concerto con Salute ed Economia. Firmato quattordici mesi dopo l’entrata in vigore della legge, pubblicato dopo diciassette.

Gli atenei intanto si sono fermati. L’8 agosto 2025 il Mur scriveva ai rettori che il decreto era in perfezionamento: molti hanno sospeso i bandi, come ha messo per iscritto l’Università di Catania, altri li hanno pubblicati e poi annullati. Chi è andato avanti ha scritto che i posti li avrebbe stabiliti un decreto successivo. Insomma, concorsi a numero ignoto: si studia, si sostiene la prova, si entra in graduatoria e si aspetta di sapere quante caselle esistano.

Quattromilasettecento contro venticinquemila

La stessa legge, ai commi 336 e 337, alza del 5 per cento la parte fissa del trattamento dei medici in formazione, con 120 milioni annui dal 2026. Un medico specializzando percepisce 25.000 euro lordi nei primi due anni e 26.000 dal terzo, un biologo o uno psicologo nella stessa corsia, stesso orario, ne percepisce 4.773. Uno a cinque, dentro lo stesso testo votato lo stesso giorno.

Il 10 dicembre la deputata Marianna Ricciardi (M5S) ha portato in Aula l’emendamento che alzava quei 4.773 euro a 25.000, respinto. Eppure nell’esame dell’A.C. 2678 il governo aveva accolto come raccomandazione un ordine del giorno che lo impegnava proprio all’equiparazione. Accolto come raccomandazione, cioè archiviato con garbo. C’è poi il tetto di reddito: per tenersi la borsa si deve restare sotto 7.750 euro lordi annui, 645 al mese, e chi lavora per mantenersi la perde. Abifb, Lapsi, Sivemp e Fassid hanno manifestato a Roma il 24 maggio contro quella soglia e contro il vuoto sull’anno in corso. Quasi senza cronaca.

Il fabbisogno che lo Stato calcola e non forma

Il 23 luglio, cinque giorni fa, la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’accordo sul fabbisogno formativo 2026/2027: 84.196 posti, dentro i quali 1.733 medici veterinari, 374 in più, 2.673 biologi, 1.500 farmacisti e 287 fisici. Lo Stato quindi conta quanti specialisti gli serviranno. E tiene ferme le scuole che dovrebbero formarli.

Il conto lo paga la sanità pubblica. Secondo il Conto annuale 2024 letto a luglio dal Sivemp, il 34 per cento dei veterinari del Servizio sanitario nazionale ha superato i 60 anni: in tre o quattro anni un terzo esce, e senza titolo di specializzazione mancano i requisiti per i concorsi. I vuoti si coprono con i gettonisti, spesso privi di specializzazione e di esclusività, proprio lì dove la terzietà è il mestiere. Sul versante psicologico il meccanismo si ripete: il rapporto del Ministero della Salute di aprile conta oltre 840mila cittadini in carico ai servizi di salute mentale, e la presidente del Cnop Maria Antonietta Gulino misura su quello “scarto tra bisogno e capacità di risposta” la tenuta del sistema.

Secondo la ricostruzione di Fanpage.it lo schema esiste: a inizio luglio è arrivato al Mef firmato da Salute e Università, poi errori formali hanno rimandato indietro l’iter. Si parla di fine estate. Vuol dire che chi ha cominciato i test nell’autunno 2025 saprà a settembre 2026 se è dentro. Un anno di vita di migliaia di persone consumato in un giro di firme.

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Le armi erano prenotate da gennaio, la vergogna da un’ora

Antonio Tajani ha annunciato ieri mattina 14,9 miliardi di prestiti europei per comprare armi e un’ora dopo ha scoperto di non averlo mai deciso. A correggerlo, seduto accanto a lui in commissione, è stato Guido Crosetto: scelta tecnica, un’alternativa ai Bot. Poi si è mossa la Lega, l’ultima parola spetta al Parlamento, e il vicepremier ha fatto retromarcia in corridoio. Quei soldi erano solo…

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Trump riceve Zelensky e Netanyahu: l’ucraino e l’israeliano a Washington per chiedere il permesso di continuare a sparare

Sono entrati dalla stessa porta laterale, quella su West Executive Avenue che i fotografi vedono a metà. Prima Volodymyr Zelensky, poi Benjamin Netanyahu a pochi minuti di distanza, tutti e due a colloquio chiuso alla stampa. Per il premier israeliano era l’ottavo faccia a faccia del secondo mandato di Donald Trump, il primo da quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra contro l’Iran. E il presidente che pretende il Nobel per la pace riceveva dall’ingresso di servizio due uomini venuti a chiedere il permesso di sparare.

Zelensky era lì per le licenze di produzione degli intercettori Patriot, promesse da Trump al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio. Sul suo profilo ha ringraziato per il “fermo sostegno” americano. La contabilità intanto racconta altro. Il 27 luglio si è saputo che l’amministrazione ha comunicato al Congresso una data: i 400 milioni di dollari già autorizzati per Kiev finiranno di essere spesi nell’anno fiscale 2029. Due mesi dopo la lettera del Pentagono quei soldi restano fuori da qualsiasi contratto.

Il conto degli intercettori

Venerdì scorso, alla Casa Bianca, i vertici militari hanno messo davanti a Trump una tabella di magazzino. Il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, ha spiegato che un’escalation avrebbe prosciugato gli intercettori del Centcom: oltre 1.200 Patriot già sparati, circa 4 milioni di dollari l’uno. Dopo tredici notti consecutive di raid i bombardamenti si sono fermati e Teheran ha congelato le rappresaglie. La tregua ha una causa ed è prosaica: le scorte.

Sono gli stessi missili per cui Zelensky fa la fila. Proprio lì dove il presidente promette licenze e produzione il Pentagonoconta i pezzi rimasti.

Netanyahu è arrivato con una richiesta speculare. Poche ore prima Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, alla conferenza di Channel 14 aveva messo tutto in chiaro: «Vogliamo molto colpire gli obiettivi energetici dell’Iran, gli Stati Uniti al momento non lo approvano». Il timore dichiarato è una crisi globale del petrolio, e lo stesso Katz ha aggiunto che i caccia americani decollano da basi israeliane per andare a colpire. Israele quindi domanda a Washington il via libera per spegnere le centrali di un Paese intero.

Il permesso di sgomberare

Nella stessa giornata l’ufficio di Katz ha reso pubblico un ordine all’esercito: prepararsi a occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, sul modello di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Quel modello ha una storia documentata. Dal gennaio 2025 l’operazione “Muro di ferro” ha svuotato i tre campi e l’Unrwa ha censito circa 40.000 sfollati. Nel novembre 2025 Human Rights Watch ha qualificato lo sgombero come crimine di guerra e crimine contro l’umanità. A Gaza, intanto, dalla tregua dell’11 ottobre 2025 il ministero della Salute conta oltre mille palestinesi uccisi, fra cui 253minori. Il modello funziona, evidentemente.

E il Nobel? Il 30 aprile il segretario del Comitato norvegese Kristian Berg Harpviken ha annunciato 287 candidature per l’edizione 2026, con Trump probabilmente dentro l’elenco. A gennaio il presidente aveva scritto al premier norvegese Jonas Gahr Støre che, visto il premio mancato dopo aver fermato “otto guerre”, si sentiva libero di pensare solo agli interessi americani. María Corina Machado, che il Nobel 2025 l’ha vinto davvero, gli ha poi consegnato la propria medaglia. E il 5 dicembre Gianni Infantino gli aveva già appeso al collo il primo FIFA Peace Prize.

Trump, da parte sua, ha passato la mattina a spiegare a Fox che senza accordo torna a finire il lavoro e che per i ponti iraniani gli basterebbe meno di un’ora. Poi ha ricevuto i due ospiti a porte chiuse. Chi inseguiva il Nobel ha ottenuto qualcosa di diverso ed è molto più concreto: è lo sportello dove si ritira il permesso di bombardare e quello di sgomberare. Ingresso laterale, orario contingentato.

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Campo largo, la legge del centrodestra chiede un nome che non c’è. Ma manca ancora pure il programma

Una riga dello Stabilicum ha già deciso l’estate del centrosinistra, e l’ha scritta il centrodestra. La nuova legge elettorale obbliga ogni coalizione a depositare il nome del candidato premier insieme al contrassegno, pena l’inammissibilità delle liste. La Camera l’ha licenziata il 16 luglio 2026 con 217 voti favorevoli e 152 contrari, prima firma Galeazzo Bignami( FdI), e il testo è ora in commissione al Senato. Da allora il campo largo discute di procedure: primarie, garanti, benedizioni esterne.

Campo largo, tra benedizioni esterne e veti

Le benedizioni sono il capitolo più istruttivo. Secondo il racconto del Fatto Quotidiano di domenica, firmato Luca De Carolis, il Partito democratico ha chiesto in via informale al Movimento 5 Stelle di sospendere gli attacchi pubblici a Mario Draghi, nella speranza che l’ex presidente della Bce sostenga Elly Schlein nella corsa a Palazzo Chigi, o quantomeno le tolga ostacoli dal lato dei poteri che contano. Nell’intervista al Foglio del 23 luglio la segretaria ha citato il “federalismo pragmatico”, formula che è di Draghi dal discorso di Lovanio del 2 febbraio. Chiedere a un alleato il silenzio su un nome è una tecnica di accreditamento, e vale quello che vale: sposta il baricentro senza spostare un voto.

Da parte sua il Movimento tiene il muro, e lo tiene su una vicenda del 2022 rimasta indimostrata. Il 29 giugno di quell’anno il sociologo Domenico De Masi raccontò al Fatto che Beppe Grillo gli aveva riferito una richiesta di Draghi, allora presidente del Consiglio: togliere la guida del Movimento a Giuseppe Conte (M5S). La sera stessa fonti di Palazzo Chigi smentirono con una nota secca. Quattro anni dopo la smentita sta agli atti quanto l’accusa, e il veto pentastellato poggia ancora lì sopra.

Poi c’è il riarmo, diventato il terreno di campagna del Movimento: il 18 luglio, in piazza Anco Marzio a Ostia, l’iniziativa nazionale si intitolava “La guerra la paghi tu”. Solo che nella stessa intervista al Foglio Schlein ha definito l’obiettivo Nato del 5% del Pil “irrealistico, sbagliato” e ha chiesto spesa coordinata europea al posto di ventisette riarmi nazionali scoordinati tra loro. Sugli aiuti militari a Kiev la distanza è vera e merita un chiarimento pubblico. Dipingere l’alleato più bellicista di quanto sia rende però quel chiarimento impossibile, e proprio questo forse è il punto.

Il conto del 5 agosto

I numeri, intanto, raffreddano tutto. Nella rilevazione Swg per il TgLa7 del 20 luglio Fratelli d’Italia sta al 26,9%, il Pd al 21,1%, il M5S al 13,1%, Avs al 6,4%: i tre alleati insieme valgono 40,6%. I tre partiti maggiori di governo sommano 40,1%. Il premio di 70 deputati e 35 senatori scatta a quota 42% in entrambe le Camere, e con questi numeri resta lì, intatto, mentre si applicherebbe il proporzionale puro. Si litiga sull’investitura di una coalizione che oggi prenderebbe seggi in proporzione, e basta.

Una data vera però esiste, ed è il 5 agosto. Giancarlo Giorgetti riferisce alla Camera sulla clausola di salvaguardia nazionale, passaggio propedeutico alla richiesta della flessibilità concessa da Bruxelles per difesa ed energia, e l’Aula vota le risoluzioni. Lì si vede se il campo largo esiste come coalizione oppure come tre campagne elettorali parallele. Il testo in votazione parla di cifre e di coperture e obbliga ciascuno a mettere per iscritto quanto e per che cosa. Un voto unitario pesa più di dieci vertici sul metodo.

Le primarie ormai le vogliono entrambi. A Vieste Conte ha detto che parteciperebbe e ha spiegato l’alternativa, «inginocchiarci e inchinarci al Partito democratico», e al Nazareno l’ipotesi del garante rilanciata da Alessandro Onorato (Progetto Civico) è archiviata. Bene, è già qualcosa. Solo che la legge del centrodestra chiede un nome e un programma depositati insieme, e il programma (insieme al nome) è la parte che manca. Si vota nel 2027: il tempo per litigare sul metodo è scaduto.

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Hormuz, salta il vertice di Londra: la linea rossa di Italia e Germania blocca l’iniziativa per sminare lo Stretto

Due cacciamine e circa cinquecento militari italiani aspettano a Gibuti da oltre due mesi. Il Crotone e il Rimini, classe Gaeta, stanno a cinque giorni di navigazione dallo stretto di Hormuz: pre-posizionati e fermi. Aspettano un vertice evaporato. Doveva riunirsi a Londra lunedì, poi martedì, poi venerdì, e alla fine, come ha riferito Repubblica, quel tavolo salta.

Hormuz, salta il vertice dei volenterosi

L’idea era nata venerdì 24 luglio, in una telefonata tra il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il nuovo ministro della Difesa britannico Wes Streeting, arrivato al dicastero il 20 luglio con Andy Burnham. Washington voleva Londra padrona di casa, Hegseth in sala con il capo di stato maggiore congiunto Dan Caine, fino a quaranta delegazioni. Cinque giorni dopo il calendario è vuoto.
I motivi dell’incagliamento sono almeno due. Gli americani chiedono agli europei di sminare mentre le ostilità continuano, e per Roma e Berlino quella è la linea rossa: si entra a fuoco spento. Poi c’è la diffidenza sul metodo, perché mescolare vertici politici e comandi militari senza un’impalcatura negoziale espone al flop, e un flop a quel livello si vede da lontano.

Una coalizione al condizionale

Alla conferenza dell’Eliseo del 17 aprile le adesioni alla Dichiarazione di Londra avevano superato le cinquanta. Giorgia Meloni offriva unità navali con «postura esclusivamente difensiva» e solo a ostilità cessate. Friedrich Merz chiedeva il mandato del Bundestag e una risoluzione del Consiglio di sicurezza. Guido Crosetto ha poi fissato tre condizioni indisponibili: tregua vera, cornice giuridica, voto delle Camere. Tutti disponibili, tutti dopo. La coalizione dei volenterosi regge finché resta in porto.

Il mare, del resto, si è richiuso. Hormuz è bloccato dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, e il memorandum firmato da Donald Trump e Masoud Pezeshkian il 18 giugno prometteva sessanta giorni di transito libero: è invece durato pochi giorni. Il 12 luglio i pasdaran hanno richiuso lo stretto sparando sulle navi, il 23 hanno rivendicato una petroliera in fiamme sulla rotta minata a sud, ieri Teheran ha ripetuto che la via d’acqua resta chiusa. Le mine, ha spiegato il generale Giovanni Maria Iannucci il 1° luglio, sono «decine» e sofisticate: per toglierle servono un paio di mesi.

Informate, mai chiamate a decidere

Antonio Tajani lo aveva promesso il 13 maggio: nessuna nave a Hormuz senza che il Parlamento «sia stato informato e lo abbia autorizzato», dice. Il preposizionamento a Gibuti è passato dentro le missioni già votate, Mediterraneo Sicuro e Aspides, così le Camere hanno ascoltato tre audizioni e sono rimaste fuori dalla decisione. Il voto vero insomma resta appeso a un vertice che si convoca altrove.

Quanto pesi quello scarto lo misura l’Annuario Mil€x 2026, presentato alla Camera il 23 luglio: 78 programmi di riarmo approvati in questa legislatura per 36,4 miliardi, esaminati in poche sedute, e 13,2 miliardi di soli armamenti quest’anno. La traiettoria Nato verso il 5% del Pil entro il 2035 ne vale altri 498. Sul riarmo il Parlamento delibera in fretta, sull’unica missione che tocca il portafoglio degli italiani attende una convocazione.

Perché alla pompa il conto è già arrivato. Ieri il Mimit rilevava 2,185 euro al litro per il gasolio in self service. Il Consiglio dei ministri ha risposto lunedì sera con un taglio di 17 centesimi sul solo gasolio fino al 6 agosto: 125 milioni, dieci giorni. La Cgia calcola 29 miliardi in più in un anno tra bollette e rifornimenti, e la distanza tra le due cifre è tutta la politica energetica di questo governo.

Il Crotone e il Rimini restano a Gibuti, a cinque giorni da un mare che nessuno attraversa. Ad aprile, all’Eliseo, l’Italia offriva la sua “eccellenza” nello sminamento come biglietto da visita atlantico, e da allora l’unica cosa che si è mossa davvero è il prezzo del pieno.

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Ti svuotano il serbatoio e ti regalano il tappo

Il display del distributore ieri segnava 2,185 euro al litro per il gasolio e 1,982 per la benzina, dati del Mimit, con l’autostrada a 2,255. Alle 17.30 il Consiglio dei ministri si è riunito a Palazzo Chigi e in venti minuti ha partorito lo sconto: 17 centesimi, solo sul gasolio, solo fino al 6 agosto. Solo dieci giorni, ben 125 milioni. Lentamente bisogna contare: nel solo luglio gli italiani…

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Decreti sicurezza, più norme e più feriti in piazza: la curva delle violenze sale insieme a quella delle leggi spot

Oltre centoventi agenti feriti in Val di Susa sabato 25 luglio, sessantaquattro a Bologna cinque giorni prima, centotré persone soccorse dal 118 a Torino il 31 gennaio. In mezzo, tra un bilancio e l’altro, il governo ha varato un decreto sicurezza, l’ha convertito in legge e ne ha annunciati altri due. La curva dei feriti sale insieme alla curva delle norme, e sale nella stessa direzione.

Torniamo a febbraio. Cinque giorni dopo gli scontri di Torino per lo sgombero di Askatasuna, il Consiglio dei ministri approva il pacchetto che diventa il decreto-legge 23 del 24 febbraio 2026, convertito con la legge 54 del 24 aprile. Dentro c’è il fermo di prevenzione: la polizia accompagna negli uffici e trattiene fino a dodici ore chi, durante una manifestazione, è ritenuto un pericolo concreto per l’ordine pubblico. Nessun reato commesso, basta il fondato motivo. Il 14 luglio un nuovo disegno di legge estende quel fermo ai minorenni. Il 23 luglio, tre giorni dopo Bologna, ne arriva un altro che presume la capacità di intendere e di volere dai quattordici anni in su.

Decreti Sicurezza, la contabilità che non torna

Sette provvedimenti in tre anni e mezzo, dal decreto anti-rave del 2022 al decreto Cutro, dal decreto Caivano del settembre 2023 al decreto-legge 48 del 2025 con i suoi quattordici nuovi reati. Poi la stessa Giorgia Meloni, alla conferenza stampa del 9 gennaio 2026, ammette che i risultati «non sono sufficienti» e annuncia l’anno del cambio di passo. Sei mesi dopo Carlo Nordio presenta la norma sull’imputabilità degli over 14 e spiega che la criminalità minorile cresce per quantità e per qualità. È la valutazione del governo sul lavoro del governo.

I numeri di Antigone dicono dove finisce l’accelerazione. Negli istituti penali per minorenni si è passati da 381 presenti a fine 2022 a 572 a fine 2025, oltre il 50 per cento in più. Il sovraffollamento è comparso per la prima volta nella storia italiana. Gli omicidi con autori minorenni intanto restano fermi: 27 nel 2022, 25 nel 2023, 26 nel 2024. A crescere è la reazione penale, non il reato. Le celle si riempiono, la sicurezza resta un annuncio.

Il colpevole a portata di mano

Franco Gabrielli, che la polizia l’ha guidata dal 2016 al 2021, il 3 febbraio aveva spiegato a Repubblica che il fermo preventivo avrebbe prodotto pochi effetti sull’ordine pubblico e rischiava di «radicalizzare ulteriormente lo scontro». Tre mesi dopo l’Ufficio del Massimario della Cassazione ha segnalato i dubbi di legittimità costituzionale sull’articolo 7 di quel decreto, perché ogni restrizione della libertà personale chiede il controllo di un giudice. Il governo ha tirato dritto. Il 25 luglio i cantieri di Chiomonte e San Didero sono stati assaltati, con oltre 400 identificati e almeno un milione di euro di danni nel solo cantiere di Chiomonte. La Lega ha subito rilanciato il reato di terrorismo di piazza, e il conto dei provvedimenti riparte da capo.

E arriviamo a Matteo Lepore. Dopo la morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, immobilizzato a terra da due agenti al Pilastro il 19 luglio, il sindaco convoca la piazza. Matteo Piantedosi gli chiede di prenderne atto, il presidente dei deputati di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ne chiede le dimissioni, Lega e FdI depositano esposti. Poi arrivano le minacce di morte e la scorta al sindaco, e le scuse restano sul tavolo lo stesso.

E qui la politica fa il suo mestiere: quando la sicurezza promessa manca, serve qualcuno che l’abbia impedita. Bologna offre il bersaglio ideale, un sindaco del Partito democratico in una città simbolo, e il conto si sposta dal Viminale al Comune, proprio lì dove l’ordine pubblico resta materia dello Stato. Solo che Torino, Bologna e la Val di Susa hanno risposto ai decreti alzando il tiro, e nessun esposto contro un primo cittadino sposta quel dato. Il governo ha scritto le leggi, ha alzato le pene, ha allargato i poteri di polizia. E i risultati?

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Siccità, la crisi idrica si sposta al Nord: i dati del Po e dei laghi. E intanto il 42,4% dell’acqua immessa in rete va dispersa

Il 9 maggio 2024, al question time del Senato, il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (Fratelli d’Italia) disse che «per fortuna quest’anno la siccità ha colpito il Sud e la Sicilia e molto meno il Centro-Nord». Poi lo derubricò a lapsus. Due anni dopo la fortuna ha cambiato lato dello Stivale.

Il 19 luglio 2026 il Po a Pontelagoscuro portava 348 metri cubi al secondo: il 38 per cento della media storica di 916 e cento sotto la soglia di 450 che tiene indietro il cuneo salino, dice l’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po. Lo stesso giorno Piacenza segnava 210, Cremona 285, e il mare risaliva i rami del delta fino a 20 chilometri dalla foce. Il lago Maggiore, misura l’Osservatorio dell’ANBI, l’associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue, è sceso due centimetri sotto il livello della grande siccità del 2022: il riempimento del Verbano è passato dal 61 per cento di fine giugno al 14 del 21 luglio, il Lario è al 15. In Lombardia mancano 709 milioni di metri cubi di riserva, oltre il 36 per cento. E l’1 luglio il presidente del Veneto Alberto Stefani (Lega) ha firmato l’ordinanza numero 72: emergenza regionale, deficit del 28 per cento sull’anno idrologico, 2,4 miliardi di metri cubi mancanti.

Il dato vero però è la neve: sul distretto delle Alpi orientali il deficit nivale è del 74 per cento, peggiore di quello del 2022.

L’acqua che nessuno ha raccolto

Del resto la siccità del Nord ha una firma diversa. La fondazione Metes, istituto di ricerca della Flai Cgil, calcola che nel solo Veneto la mancanza di invasi abbia impedito di trattenere circa un miliardo di metri cubi caduti nel primo bimestre dell’anno. Lo stesso Lollobrigida, all’assemblea nazionale dell’Anbi di inizio luglio, ha ricordato che il Paese trattiene l’11 per cento delle precipitazioni. Anzi, c’è un numero che dice tutto: dei 266 progetti presentati dai consorzi di bonifica per il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, 139 sono al Nord e 60 al Sud e nelle isole. La domanda di infrastruttura idrica è diventata settentrionale.

Solo che le tubature restano una faccenda meridionale. L’Istat misura una dispersione del 42,4 per cento dell’acqua immessa in rete, 3,4 miliardi di metri cubi l’anno, quasi 10 miliardi di euro secondo la CGIA di Mestre. Peggio di tutti la Basilicata, 65,5; meglio di tutti l’Emilia-Romagna, 29,7, e la Lombardia, 31,8. Insomma il Nord perde poca acqua nei tubi e ne trattiene pochissima a monte. È lo stesso vuoto, spostato di un pezzo.

La cabina che si riunisce una volta l’anno

La cabina di regia nazionale sulla crisi idrica, nata dopo il disastro del 2022, si era riunita l’ultima volta l’8 agosto 2025, nelle stesse ore in cui il Veneto dichiarava l’emergenza. Sul tavolo, sei miliardi già programmati e altri 1,7 annunciati. I parlamentari del Partito Democratico Marco Simiani e Silvio Franceschelli hanno fatto notare che diverse opere rivendicate come nuove erano già finanziate da programmi precedenti. Il presidente dell’Anbi Francesco Vincenzi lo dice in altro modo: «Non possiamo continuare ad aspettare fino a 15 anni per realizzare un’opera». Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, chiede interventi strutturali al posto delle “iniziative spot” e ricorda che nel bacino padano si prelevano oltre 20 miliardi di metri cubi l’anno, tre quarti per irrigare.

Intanto in Sicilia gli invasi al 1° aprile contenevano circa 580 milioni di metri cubi, il 58 per cento in più dell’aprile 2025, e l’Autorità di bacino dell’isola ha promesso un’estate tranquilla. In Sardegna a febbraio il sistema era pieno al 94,7 per cento. Acqua piovuta, però, che nessuna opera nuova ha messo lì: in Capitanata si prelevano già oltre 10 milioni di metri cubi a settimana per i campi. La fortuna di cui parlava il ministro trasloca ogni estate, un anno al Nord e un anno al Sud. Le opere restano dove sono, sulla carta. Auguri.

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Trump e Netanyahu, vertice sull’Iran appeso alle scorte di Patriot. Gli stessi che continua a chiedere pure Zelensky

Venerdì, nello Studio Ovale, il generale Dan Caine ha messo davanti a Donald Trump un inventario. Riprendere su vasta scala i raid contro l’Iran era fattibile, certo, solo che avrebbe eroso in modo “pericoloso” le scorte già assottigliate di intercettori Patriot del Centcom. Il presidente ha accantonato l’escalation, lo ha scritto il New York Times. Dopo tredici notti di bombardamenti gli aerei americani sono a terra e Teheran ha congelato le rappresaglie. La guerra aperta il 28 febbraio insieme a Israele entra così nel quinto mese. Al Wall Street Journal, intanto, Trump ha dichiarato di avere «molte più munizioni di chiunque altro al mondo». È evidente: il suo capo di Stato maggiore le conta diversamente.

Vertice Trump-Netanyahu

Oggi alle 11 del mattino a Washington, le 18 in Italia, Benjamin Netanyahu entra alla Casa Bianca per chiedergli l’opposto. È il primo faccia a faccia da febbraio, da poco prima della campagna aerea congiunta. Il premier arriva con il biglietto d’ingresso comprato domenica: il gabinetto di sicurezza ha aperto Gaza al Board of Peace e a una fase pilota della forza internazionale di stabilizzazione, circa 200 uomini da Marocco e Uganda in un’area di prova a Rafah. Itamar Ben Gvir ha votato contro, Bezalel Smotrich a favore. Un piano fermo da mesi si sblocca quarantott’ore prima di un volo, e questo dice già quanto pesi la stanza in cui si atterra. Da parte sua, a Fox News, Netanyahu ha ripetuto che il nucleare iraniano deve finire «con o senza un accordo».

La lettera dei seicento

Il pomeriggio il premier lo passa al funerale di Lindsey Graham, morto l’11 luglio, il senatore che convinse Trump ad attaccare l’Iran e che il 4 marzo, al telefono, fu proprio lui a frenare sul Libano. Eppure il fronte più scomodo arriva da chi Israele lo ha difeso in divisa. Commanders for Israel’s Security, circa seicento fra generali, colonnelli ed ex dirigenti di Mossad, Shin Bet e polizia, ha scritto alla Casa Bianca alla vigilia. Firma l’ex generale Matan Vilnai: la violenza dei coloni in Cisgiordania rischia di incendiare la regione e di travolgere gli interessi americani. Gli apparati israeliani, ammettono, eccellono contro il terrorismo palestinese e restano fortemente limitati davanti a quello ebraico.

Anche i numeri stanno dalla loro parte. Ocha ha contabilizzato oltre 1.200 attacchi di coloni dall’inizio del 2026 in più di 240comunità, circa sei al giorno. I palestinesi uccisi da coloni sono 18 al 20 luglio, già oltre i 17 di tutto il 2025. Poi è arrivato il 24 luglio a Tell, presso Nablus: quattro palestinesi e due israeliani ammazzati, i soldati dentro l’ospedale, una moschea bruciata a Qusra, almeno 120 arresti in un fine settimana. E seicento ex comandanti scrivono a Washington invece che a Gerusalemme, che è il modo militare di dire che il proprio governo lo danno per irraggiungibile.

Lo stesso magazzino

L’inventario di venerdì pesa anche a duemila chilometri di distanza. Sempre venerdì un F-16 romeno ha abbattuto per la prima volta un drone dentro lo spazio aereo nazionale, uno Shahed secondo il presidente Nicușor Dan, con un missile AIM-9X da circa 450mila dollari. In volo c’erano due Eurofighter italiani della base di Mihail Kogălniceanu. Ne sono seguiti altri due, sabato e domenica sul Mar Nero. La Difesa di Bucarest conta 33 ingressi non autorizzati dall’inizio della guerra e la ministra Oana Țoiu ha convocato l’ambasciatore russo.

Luglio è il mese più letale per i civili ucraini dall’aprile 2022: almeno 377 morti e 2.129 feriti secondo i dati di Kiev. Solo nell’ultima settimana la Russia ha impiegato quasi 1.700 droni e oltre 50 missili balistici. Volodymyr Zelensky, ricevuto ieri a Londra dal nuovo premier Andy Burnham, ha scritto che ogni intercettore salva vite se sta nei sistemi ucraini e non nei magazzini degli alleati. Parla esattamente dello stesso magazzino che il generale Caine ha contato venerdì.

E sta tutto qui il punto della giornata. La sicurezza di Nablus, di Buzău e di Kharkiv dipende da un solo inventario e da un solo uomo, che a ottobre deve far rieleggere l’ospite di stasera e a novembre deve salvarsi il Congresso.

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