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Quanto dobbiamo prendere sul serio il delirante imperialismo di Trump – Lettera43

Canada, Groenlandia, golfo del Messico e canale di Panama: sono solo i primi obiettivi delle minacce espansionistiche di The Donald. Da America First ad America Everywhere. Logiche coloniali che credevamo sepolte, un presidente egoista e dominatore che condanna gli Usa all’isolamento. Ma nel futuro rimarranno solo le macerie di un’ambizione fallita.

Quanto dobbiamo prendere sul serio il delirante imperialismo di Trump

L’imperialismo è di nuovo tra noi. Non sotto nuove spoglie, ma con la stessa brutalità ideologica che ne ha segnato la storia. Donald Trump, con il suo ritorno trionfale alla ribalta politica, ha spogliato la retorica populista di ogni sottigliezza, trasformandola in un manifesto di espansionismo travestito da patriottismo. Un leader che non si limita più a declamare America First, ma sogna di imporre America Everywhere. Nel 2019 Trump proclamava che «il futuro non appartiene ai globalisti». Era un messaggio chiaro, radicato in un nazionalismo che rifiutava ogni vincolo multilaterale. Ma oggi quel messaggio ha mutato forma. La critica ai globalisti si è trasformata in una visione imperialista: un’agenda che include l’annessione della Groenlandia, il ridisegno dei confini nordamericani e persino l’appropriazione simbolica di mari e rotte commerciali.

Quanto dobbiamo prendere sul serio il delirante imperialismo di Trump
Trump vuole annettere la Groenlandia.

Una strategia inquietante: il ritorno alle logiche coloniali

La Groenlandia è il primo tassello di questa ambizione. Una terra ricca di risorse naturali e cruciale dal punto di vista strategico. Trump non si è limitato a proporne l’acquisto: ha ventilato l’uso della forza economica e persino militare per appropriarsene. La Danimarca ha risposto con fermezza, ribadendo che la Groenlandia non è in vendita. Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, questo episodio ha rivelato una strategia inquietante: un ritorno a logiche coloniali che si credevano sepolte.

Senso di incredulità di fronte alle minacce dell’America

E non è tutto. L’idea di annettere il Canada come 51esimo Stato non è solo un affronto alla sovranità canadese, ma un attacco diretto a un’identità nazionale costruita sulla differenziazione dagli Stati Uniti. Justin Trudeau, primo ministro dimissionario canadese, ha liquidato la proposta come un tentativo di distrazione, mentre i dazi imposti dall’amministrazione Trump minacciano di compromettere l’economia nordamericana. La risposta del Canada è stata ferma, ma ciò che rimane è un senso di incredulità di fronte a un’America che, invece di rafforzare le sue alleanze, le minaccia.

Trump mostra su Truth una mappa con il Canada parte degli Stati Uniti
Da Truth, la cartina del Canada con la bandiera americana.

Panama e Messico respingono ogni pressione esterna

L’America Latina, intanto, osserva con apprensione. Trump ha suggerito di ribattezzare il Golfo del Messico come «Golfo d’America». Un gesto apparentemente simbolico, ma intriso di arroganza culturale e politica. Claudia Sheinbaum, presidente del Messico, ha ribadito le radici storiche di quel nome, dichiarando che il Messico non tollererà provocazioni. Sul fronte panamense, il canale di Panama è tornato al centro delle attenzioni statunitensi, con Trump che accusa la Cina di avere un’influenza indebita sulle rotte commerciali. Panama, tuttavia, ha riaffermato la propria sovranità, respingendo ogni pressione esterna.

Sheinbaum e Galvez, analisi del duello in Messico fra le due donne che si contendono il potere
Claudia Sheinbaum tra la folla in Messico (Getty).

Una versione distorta del vecchio concetto del “Manifest destiny”

Ma perché questo ritorno all’imperialismo? Perché Trump, e chi lo sostiene, vedono nell’espansionismo una narrazione capace di galvanizzare un elettorato disilluso. Personaggi come Charlie Kirk celebrano queste ambizioni come un ritorno alla «energia maschile americana», una versione distorta del “Manifest destiny“, un concetto radicato nel XIX secolo che giustificava l’espansione territoriale degli Usa come un destino inevitabile voluto dalla Provvidenza. Tuttavia, dietro questa retorica si cela una strategia miope, come sottolineato da John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. «Episodiche e transazionali», ha definito queste mosse, più orientate a rafforzare l’immagine personale di Trump che a perseguire una visione strategica a lungo termine.

Un attacco diretto ai principi dell’ordine internazionale

E mentre gli Stati Uniti si isolano ulteriormente, il mondo osserva con preoccupazione. Gli alleati storici si chiedono quale sia il futuro delle relazioni transatlantiche, mentre le nazioni emergenti vedono in queste mosse un segnale di arroganza che mina la credibilità americana. La verità è che l’espansionismo trumpiano non è solo un problema per la diplomazia: è un attacco diretto ai principi stessi su cui si fonda l’ordine internazionale.

Donald Trump e Elon Musk hanno assistito al sesto test di lancio di Starship, navicella di SpaceX, con il booster Super Heavy.
Elon Musk con Donald Trump al lancio di Starship (Getty Images).

L’imperialismo è tornato, ma in futuro non può durare

Che messaggio inviano gli Stati Uniti quando abbracciano una visione più vicina al XIX secolo che al XXI? Come possono sperare di mantenere la loro influenza globale se alienano i loro alleati e rafforzano la percezione di un’America egoista e dominatrice? Il neo-imperialismo di Trump non è solo un ritorno al passato: è un monito per il futuro. Finché gli Stati Uniti non comprenderanno che la forza di una nazione risiede nella sua capacità di costruire relazioni basate sul rispetto reciproco, continueranno a essere prigionieri di una narrazione che li condanna all’isolamento. L’imperialismo è tornato, ma non può durare. Perché ogni confine violato lascia cicatrici, e ogni nazione piegata alimenta una resistenza che cresce con il tempo. E forse, quando la polvere si sarà posata, ciò che rimarrà non sarà la grandezza di un impero, ma le macerie di un’ambizione fallita.

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Sanzioni bluff alla Russia: con il Gnl l’Ue resta legata al Cremlino

Nonostante gli annunci e le sanzioni seguite all’invasione russa dell’Ucraina, le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) dalla Russia verso l’Europa hanno raggiunto livelli record nel 2024. Secondo i dati di Rystad Energy, il vecchio continente ha acquistato 17,8 milioni di tonnellate di Gnl russo, con un incremento di oltre 2 milioni rispetto all’anno precedente. Una contraddizione che mette in luce le difficoltà europee nel liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca.

Il record del Gnl russo: una contraddizione europea

La Russia è divenuta il secondo fornitore di GNL per l’Europa, superando il Qatar e posizionandosi dietro agli Stati Uniti. Complessivamente, i flussi di gas russo, considerando sia il trasporto via gasdotto che il GNL, hanno raggiunto i 73,7 miliardi di metri cubi nel 2024. È un dato che si affianca alla drastica riduzione delle importazioni via gasdotto rispetto agli anni precedenti il conflitto. Tuttavia, l’aumento delle forniture di GNL suggerisce un cambio di rotta che non allenta il legame energetico tra Europa e Russia, ma lo trasforma.

Un aspetto cruciale è l’effetto di questa dipendenza sui bilanci europei e sulle politiche climatiche. Le importazioni di GNL russo, trasportato via mare, rappresentano una spesa significativa che continua a finanziare l’economia di Mosca, in un momento in cui la guerra in Ucraina ha reso ogni scelta commerciale un tassello del mosaico geopolitico. A ciò si aggiunge l’impatto ambientale del GNL, la cui produzione e trasporto emettono volumi significativi di CO₂, vanificando parte degli sforzi per rispettare gli obiettivi climatici fissati dall’accordo di Parigi.

La contraddizione si riflette anche nelle politiche europee. Sebbene l’Unione abbia accelerato la transizione energetica con l’adozione di impianti eolici e solari e la semplificazione delle norme per le rinnovabili, i numeri raccontano una realtà diversa. La riduzione della domanda di energia e il potenziamento delle infrastrutture verdi non sono ancora sufficienti a colmare il vuoto lasciato dalla crisi del gasdotto ucraino e dalla necessità di diversificare le fonti.

L’interruzione dei flussi di gas russo attraverso i gasdotti ucraini, avvenuta nel gennaio 2025, ha ulteriormente modificato le rotte del gas. Dopo tre anni di guerra, la chiusura di questa via storica evidenzia l’inasprirsi delle relazioni tra Kiev e Mosca, ma anche la vulnerabilità dell’Europa, costretta a guardare altrove per soddisfare il proprio fabbisogno energetico.

Gli esperti avvertono che la dipendenza dal GNL russo, seppur diversa da quella del gas via gasdotto, rappresenta comunque un freno alla piena autonomia energetica dell’Europa. La necessità di diversificare le fonti è un tema centrale nelle agende politiche, ma i numeri mostrano che il processo è ancora lontano dall’essere compiuto. Le scelte economiche e politiche degli ultimi due anni non sembrano aver inciso abbastanza per ridurre significativamente il peso della Russia tra i fornitori energetici.

Dipendenza e geopolitica: il gas che lega l’Europa a Mosca

Il quadro delineato dai dati solleva una questione più ampia: l’Europa è davvero pronta a rompere i legami con Mosca Le contraddizioni nelle politiche energetiche e climatiche dell’Unione sembrano suggerire il contrario, evidenziando quanto le dinamiche economiche e geopolitiche continuino a intrecciarsi, anche nelle fasi più critiche della transizione verso un futuro più sostenibile.

L’Ue mira a smettere di importare combustibili fossili russi entro il 2027, ma è stata riluttante a sanzionare il gas come ha fatto per il carbone e il petrolio. A giugno, gli Stati membri hanno concordato di vietare il “trasbordo” di GNL russo che va in paesi non UE a partire da marzo 2025. “I livelli record delle importazioni russe di GNL nel 2024 sono un chiaro promemoria che l’Ue deve agire con decisione per colmare le scappatoie rimanenti nel suo regime di sanzioni”, ha detto Svitlana Romanko, fondatrice di Razom We Stand, un gruppo di campagna per il clima ucraino.

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Gaza vittima anche dell’ipocrisia

Non hanno meritato una sola parola nella conferenza stampa della presidente del Consiglio e sembrano non essere una priorità politica i morti a Gaza dopo poco più di un anno di guerra. Secondo fonti palestinesi sarebbero almeno 45mila, ma uno studio della rivista scientifica Lancet scrive che potrebbero essere sottostimati almeno del 40%. 

Secondo i ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, coordinati dall’epidemiologa Zeina Jamaluddin, che hanno pubblicato la loro ricerca su Lancet, delle oltre 70mila vittime dell’esercito israeliano, il 59% sono donne, bambini e anziani. Gli studiosi stimano infatti che dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 fino al 30 giugno 2024 le vittime della guerra a Gaza siano state 64.260, ben sopra ai 37.877 morti comunicati per lo stesso periodo dal Ministero della Salute palestinese. La guerra avrebbe provocato quindi la morte del 3% della popolazione di Gaza. 

Giorgia Meloni ama particolarmente stagliarsi nella politica estera, anche a costo di oscurare il suo ministro Tajani. Meloni adora lucidare il suo inaspettato atlantismo quando incrocia il presidente ucraino Zelensky, brilla se ha occasione di mostrare la sua vicinanza a Trump e Musk, si erge quando c’è da brigare con l’Iran. 

Sulla guerra tra Hamas e Israele che ha trasformato Gaza in una carneficina invece la presidente italiana tradisce un puritano balbettio, come buona parte della presunta opposizione. Gaza è incontentabile, Gaza deve rimanere oscena, anche se i morti sono 45mila, 70mila, o i prossimi 100mila. 

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Trump primo presidente pregiudicato: Italia e Usa sempre più simili

L’afflato amoroso tra Usa e Italia, con l’incontenibile voglia di assomigliarsi il più possibile, da ieri ha un nuovo sviluppo: anche gli Usa potranno fregiarsi di avere un presidente pregiudicato. Donald Trump è stato condannato per avere nascosto i pagamenti di denaro alla pornostar Stormy Daniels. Trump aveva già subito una condanna per frode finanziaria per aver comprato il silenzio dell’attrice di film porno, che aveva minacciato nel 2016, in piena campagna elettorale, affinché non rivelasse di aver fatto sesso con lui.

Prevedibilissima la lagna. “È stato fatto per danneggiare la mia reputazione in modo che perdessi le elezioni e ovviamente non ha funzionato”, ha affermato. “E’ una vergogna per il sistema”, ha detto il presidente Usa. Al giudice Merchant è toccato ricordare che “le protezioni garantite all’ufficio del presidente non sono un fattore attenuante. Non riducono la gravità del crimine né ne giustificano in alcun modo la commissione”. 

Ma Trump, come il suo illustre predecessore italiano Silvio Berlusconi, può stare tranquillo. Nell’era della post-verità riuscirà facilmente a risultare una vittima, avrà politici servili che contribuiranno al ribaltamento della realtà, troverà perfino qualcuno pronto a santificarlo e magari dedicargli prima o poi un aeroporto in sua memoria. 

Le condanne nelle plutocrazie sono fastidiose pratiche burocratiche da seppellire sotto la propaganda. Attaccare la magistratura del resto serve proprio a questo: a non dovere mai rendere conto delle proprie azioni nemmeno quando sono scritte su una sentenza definitiva. Di definitivo c’è solo la prossima strampalata uscita del presidente. Quella ora è la legge. 

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Netanyahu a Auschwitz, ma non sarà arrestato: il diritto internazionale si ferma alle frontiere

La Polonia si prepara a celebrare l’80° anniversario della liberazione di Auschwitz con una decisione che ha tutta l’aria di essere un affronto al diritto internazionale. Varsavia ha dichiarato che Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, non verrà arrestato qualora decidesse di partecipare all’evento, nonostante un mandato della Corte penale internazionale (Cpi) penda su di lui per presunti crimini di guerra e contro l’umanità.

Un diritto internazionale a due velocità

La Corte penale internazionale è stata istituita per garantire che nessuno, nemmeno i leader mondiali, sia al di sopra della legge. La Polonia, come Stato membro della Cpi, dovrebbe collaborare con la Corte e rispettarne i mandati ma questa volta ha scelto diversamente. “Netanyahu non verrà arrestato sul territorio polacco”, ha dichiarato Andrzej Duda, il presidente polacco, aggiungendo che la partecipazione del leader israeliano è “una questione di rispetto per il popolo ebraico”. Rispetto, però, che si traduce in una deroga alle regole. La Polonia, insomma, si schiera apertamente contro i principi di giustizia che dovrebbe difendere.

La decisione non è isolata. Altri Paesi, come l’Ungheria, hanno già dichiarato di non voler eseguire mandati di arresto emessi dalla Cpi contro leader politici, dimostrando che l’applicazione del diritto internazionale è sempre più arbitraria. La realtà è che, per molti governi, la giustizia internazionale è uno strumento da usare a convenienza mai un principio da applicare con coerenza.

La scelta polacca è particolarmente simbolica se consideriamo il contesto. Auschwitz è il luogo che meglio incarna le atrocità umane e il fallimento della comunità internazionale nel prevenirle. Permettere a un leader accusato di crimini di guerra di presenziare a una commemorazione simile è, per alcuni, un ossimoro morale. Il significato della memoria può essere ridotto a un compromesso diplomatico?

Il nodo della questione non riguarda solo Netanyahu. Si tratta di capire quanto il diritto internazionale abbia ancora un peso reale. La Polonia, che si è più volte posta come paladina della sovranità nazionale in Europa, ora utilizza questa stessa sovranità per ignorare un principio fondamentale: che nessuno, indipendentemente dal ruolo, è immune dalla giustizia.

Il caso Netanyahu, inoltre, evidenzia il doppio standard con cui gli Stati applicano il diritto. Leader africani e asiatici sono stati frequentemente perseguiti dalla Cpi, mentre figure politiche di spicco occidentali e medio-orientali sembrano spesso godere di una sorta di impunità di fatto. I diversi approcci creano inevitabilmente una frattura nella credibilità della Corte, che viene percepita come selettiva e politicizzata.

La giustizia internazionale è nata per essere universale ma la sua applicazione è diventata un mosaico di eccezioni, compromessi e convenienze. La decisione della Polonia è solo l’ultimo esempio di come i governi siano pronti a calpestare i principi di diritto quando interferiscono con le loro strategie politiche. Nel caso di Auschwitz, un luogo dove la memoria dovrebbe rafforzare la necessità di giustizia, si sceglie invece di far prevalere l’opportunismo.

La comunità internazionale, intanto, rimane in silenzio. La Cpi non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito, e molti osservatori temono che questa vicenda possa diventare un pericoloso precedente. Se un mandato di arresto della Corte può essere ignorato con tanta facilità, quale futuro aspetta la giustizia internazionale?

Quando la memoria si piega all’opportunismo

La celebrazione dell’80° anniversario della liberazione di Auschwitz dovrebbe essere un monito contro l’impunità e un richiamo all’importanza della giustizia. Invece, rischia di trasformarsi in un altro esempio di come il diritto internazionale sia spesso solo una facciata. Un insieme di buoni propositi, pronti a essere messi da parte quando non tornano comodi. Auschwitz merita di meglio. E anche il mondo.

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Ecco perché Starlink non è una scelta obbligata

Giorgia Meloni ha definito Starlink una scelta obbligata per le comunicazioni di Stato e dell’esercito. Non è solo una questione di accuratezza, ma di una narrazione che appare intenzionalmente costruita per avallare una decisione che trova più radici nella politica che nella necessità tecnologica.

Tecnologie alternative a Starlink nelle comunicazioni di Stato

Partiamo dai fatti. Starlink, il sistema satellitare a bassa orbita sviluppato da SpaceX di Elon Musk, è certamente una tecnologia avanzata, capace di garantire connettività in aree remote e in situazioni di emergenza. Tuttavia, definirlo “obbligato” significa ignorare deliberatamente l’esistenza di alternative, spesso più appropriate per ragioni di sicurezza e sovranità.

Molti Paesi, infatti, non solo non utilizzano Starlink, ma hanno sviluppato sistemi propri. La Francia si avvale della rete Syracuse, progettata per garantire comunicazioni militari sicure. Il Regno Unito utilizza Skynet, una costellazione di satelliti dedicati alle sue forze armate, mentre la Germania si affida al sistema SATCOMBw. Questi Stati hanno scelto di investire in infrastrutture indipendenti o consorziate, minimizzando la dipendenza da fornitori privati esterni.

Oltre a questo l’Unione europea ha lanciato IRIS², un ambizioso progetto per una costellazione di satelliti che garantirà comunicazioni sicure per governi e cittadini, riducendo la dipendenza tecnologica da potenze esterne. Con i primi lanci previsti nel 2029 e la piena operatività entro il 2030, IRIS² rappresenta una soluzione concreta per l’autonomia europea.

A fianco dei sistemi satellitari, molti Paesi europei adottano tecnologie complementari per garantire comunicazioni sicure e resilienti. I sistemi SATCOM (comunicazione satellitare) forniscono una copertura globale indispensabile per operazioni in aree remote, permettendo trasmissioni criptate di dati, voce e video essenziali per la pianificazione strategica. Parallelamente, le Reti Mobili Ad Hoc (MANET) si distinguono per la loro flessibilità: sono reti decentralizzate e autoconfiguranti che si adattano rapidamente ai cambiamenti ambientali, risultando ideali per operazioni sul campo dove l’infrastruttura tradizionale è assente o inaffidabile.

La scelta italiana e le implicazioni geopolitiche

Quindi, perché l’Italia dovrebbe legarsi a una realtà come Starlink? Una possibile risposta si trova nelle relazioni politiche di Meloni. Non è un segreto che la Presidente del Consiglio abbia sviluppato un rapporto di cordialità con Elon Musk. Dichiarazioni reciproche e incontri pubblici hanno alimentato l’idea di una sintonia su temi come l’innovazione tecnologica. Meloni nega che questo sia il motivo della sua scelta. Noi legittimamente ne dubitiamo. 

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Cambiamento climatico, il 2024 anno record: superati tutti i limiti, temperature mai viste

Il 2024 entrerà nei libri di storia come l’anno più caldo mai registrato, un tragico primato che conferma i dati preliminari diffusi alla fine dello scorso anno. Secondo il servizio europeo Copernicus Climate Change Service (C3S), la temperatura media globale ha superato per la prima volta i 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, con un aumento record di +1,60 °C. Una cifra che non solo infrange l’Accordo di Parigi, ma che segna un allarme globale per la crisi climatica.

Un’escalation senza precedenti

La temperatura media del 2024 ha raggiunto i 15,10 °C, con un incremento di 0,72 °C rispetto alla media del periodo 1991-2020. Ogni mese, a eccezione di luglio 2024, ha superato la soglia di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Particolarmente drammatico è stato il record del 22 luglio 2024, con una temperatura giornaliera globale di 17,16 °C. Gli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2024, figurano tutti tra i dieci anni più caldi mai registrati. 

Le regioni più colpite includono l’Oceano Atlantico settentrionale, l’Oceano Indiano e il Pacifico occidentale, ma anche aree continentali ad eccezione dell’Antartide e dell’Australasia. Il 2024 ha inoltre segnato stagioni record invernali, primaverili ed estive, con valori che hanno costantemente superato le medie storiche.

L’accumulo di calore non si limita a influenzare la temperatura atmosferica. Gli oceani hanno registrato temperature da record, con conseguenze devastanti sugli ecosistemi marini e sulla biodiversità. La barriera corallina, cruciale per la vita marina e per le comunità costiere, è stata ulteriormente compromessa. L’aumento delle temperature delle acque ha anche intensificato la frequenza e l’intensità di cicloni e uragani, aggravando i danni alle infrastrutture e causando migliaia di sfollati.

Conseguenze tangibili sulla salute e sull’ambiente

Non si tratta solo di numeri: il cambiamento climatico sta alterando gli equilibri fondamentali della vita umana. Secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), l’aumento delle temperature favorisce la proliferazione di malattie trasmesse da acqua, cibo e insetti. Virus come Zika, febbre dengue e malaria trovano un habitat ideale in un clima più caldo e umido. Le piogge intense e le alluvioni, ormai sempre più frequenti, contaminano le reti idriche e alimentari, diffondendo virus come Norovirus e Rotavirus.

Gli effetti sulla produzione agricola sono altrettanto devastanti. Il riscaldamento globale ha portato a raccolti più scarsi e a un aumento dei prezzi delle materie prime essenziali come grano, mais e riso. Queste difficoltà alimentano una spirale di insicurezza alimentare, che colpisce in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo. Anche le economie avanzate non sono immuni: l’aumento dei costi energetici e delle derrate alimentari si riflette in un’inflazione persistente che grava sui consumatori.

L’impatto non è solo fisico: emerge un fenomeno chiamato “solastalgia”, un’angoscia psicologica legata alla trasformazione dell’ambiente naturale. Eventi climatici estremi generano stress, ansia e, nei casi più gravi, disturbi post-traumatici. La perdita di habitat e il degrado ambientale erodono anche il senso di appartenenza e sicurezza delle comunità locali.

Una responsabilità collettiva

“L’umanità è responsabile del proprio destino”, ha dichiarato Carlo Buontempo, del Copernicus Climate Change Service, ECMWF. Mentre Samantha Burgess, Responsabile strategico per il clima, ECMWF ricorda come “Ogni anno dell’ultimo decennio è uno dei dieci più caldi mai registrati. Ora siamo sul punto di superare il livello di 1,5ºC definito nell’accordo di Parigi e la media degli ultimi due anni è già al di sopra di questo livello. “Un’azione rapida e decisa può ancora modificare la traiettoria del nostro clima futuro”.

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Hitler era comunista

«Hitler era socialista, era comunista, e l’errore più grande è stato etichettarlo come un uomo di destra». A pronunciare sorniona la bestialità è la co-presidente del partito neonazista tedesco Alternative für Deutschland (AfD) Alice Weidel. Dall’altra parte del filo, stralunato e divertito, c’è il miliardario con sogni da plutocrate Elon Musk. I due sono in diretta sul social X, giocattolo del capriccioso imprenditore sudafricano, seguiti da duecentomila persone.

Ieri sera è andata plasticamente in scena la tecnocrazia che si è ingoiata gli Usa e che stende la sua ombra anche sull’Europa. I due si gingillano tra “agenda woke” e il “gender” che starebbe rovinando il sistema educativo tedesco. Ridono molto, i due. C’è da capirli: meritarsi una trasmissione in prima serata nonostante i contenuti del loro dialogo sia una cosa da ubriaconi appoggiati al bancone del bar è una dimostrazione di potenza eccitante.

Weidel racconta della Germania che sarebbe «un buffo Paese» perché non rispedisce indietro gli immigrati irregolari «che buttano via i documenti appena oltrepassano il confine». Musk scomposto scoppia a ridere come se avesse trovato la pentola d’oro: «Come negli Usa! Alla frontiera col Messico ci sono pile di passaporti buttati», urla sguaiato. Bugie su bugie, la rappresentazione di un mondo che esiste solo nella propaganda.
«Voglio dare qui un consiglio forte: votate AfD, è solo senso comune, non hanno tesi radicali», dice Musk. C’è da capirlo: in una favola in cui Hitler è comunista Weidel potrebbe essere considerata perfino una statista. L’importante è rovesciare il vero, poi ci pensa Musk a rimettere insieme i pezzi.

Buon venerdì.

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Sanità al collasso: persi 28 miliardi in 11 anni

Secondo i dati presentati da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, la sanità pubblica italiana sta affrontando una crisi senza precedenti, causata da tagli sistematici, sotto-finanziamento e assenza di programmazione. Tra il 2012 e il 2023, la spesa per il personale sanitario ha subito una contrazione complessiva di 28,1 miliardi di euro. Solo nel periodo tra il 2020 e il 2023, i tagli ammontano a 15,5 miliardi, segnando un trend che mina la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale (Ssn).

Tagli e sotto-finanziamento: un sistema in affanno

Cartabellotta ha evidenziato come, in termini assoluti, la spesa per i redditi da lavoro dipendente sia passata da 36,4 miliardi di euro nel 2012 a 40,8 miliardi nel 2022, per poi scendere nuovamente a 40,1 miliardi nel 2023. Tuttavia, in termini percentuali, la spesa è calata dal 33,5% della spesa sanitaria totale nel 2012 al 30,6% nel 2023. Questo dato riflette una continua riduzione delle risorse dedicate al personale sanitario rispetto al totale dei fondi destinati alla sanità.

La carenza di personale è un elemento centrale della crisi. Secondo Cartabellotta, misure come il blocco delle assunzioni, i mancati rinnovi contrattuali e il numero insufficiente di borse di studio per specialisti e medici di famiglia hanno aggravato la situazione. A queste difficoltà si aggiungono l’abbandono della professione da parte di numerosi operatori sanitari, attratti dal settore privato o dall’estero, e un calo delle iscrizioni ai corsi di laurea in scienze infermieristiche e a specializzazioni mediche meno attrattive.

Un altro elemento critico è rappresentato dai cosiddetti “gettonisti”: medici, infermieri e altri professionisti reclutati tramite agenzie e cooperative. Questo fenomeno, già evidente nel 2019 con una spesa di 580 milioni di euro, è tornato a crescere significativamente negli ultimi anni. Nei primi otto mesi del 2023, la spesa per i gettonisti ha raggiunto 476,4 milioni di euro, il doppio rispetto all’anno precedente.

La distribuzione delle risorse tra le regioni mostra significative disuguaglianze. Nel 2022, la spesa media per unità di personale sanitario è stata pari a 57.140 euro, con un range che varia dai 49.838 euro del Veneto agli 81.139 euro della Provincia autonoma di Bolzano. Cartabellotta sottolinea come le regioni con una gestione più virtuosa dei livelli essenziali di assistenza riescano a mantenere una spesa per unità di personale più bassa, grazie a una riduzione delle posizioni apicali e a un maggiore rapporto tra professioni sanitarie e medici.

Le conseguenze della carenza di personale

La crisi del personale ha avuto un impatto diretto sulla qualità dei servizi sanitari. Liste d’attesa interminabili, pronto soccorso sovraffollati e difficoltà nel reperire medici di famiglia sono solo alcune delle conseguenze di una carenza strutturale di professionisti. Inoltre, il fenomeno dei pensionamenti e l’aumento dei casi di burnout contribuiscono a ridurre ulteriormente la forza lavoro disponibile.

La mancanza di sicurezza e le condizioni di lavoro difficili, aggravate da turni massacranti e da episodi di violenza fisica e verbale ai danni del personale, hanno ulteriormente demotivato i professionisti rimasti. A ciò si aggiungono il peso della burocrazia e la scarsa digitalizzazione, che complicano ulteriormente il lavoro quotidiano.

Cartabellotta ha ribadito che la crisi del personale sanitario non è solo una questione economica, ma una priorità per la sostenibilità del Ssn. Senza interventi mirati per rilanciare le politiche sul capitale umano, sarà sempre più difficile garantire universalmente il diritto alla tutela della salute. La valorizzazione della professione, il potenziamento della formazione e l’innovazione dei processi di valutazione sono, secondo Gimbe, le azioni indispensabili per invertire la rotta.

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Giornata nazionale contro il racket, ecco la proposta delle Ong

Libero Grassi pubblicò la sua lettera al “caro estortore” il 10 gennaio 1991 sul Giornale di Sicilia. La sua voce, ferma e inequivocabile, rimbalzò come uno schiaffo contro l’omertà e la paura che avvolgevano Palermo. Quelle parole lo condannarono: il 29 agosto dello stesso anno fu assassinato dalla mafia. Ma, a distanza di oltre tre decenni, la sua scelta di non piegarsi continua a scuotere le coscienze.

A oltre trent’anni da quel giorno, l’associazione Sos Impresa Rete per la Legalità, in collaborazione con Solidaria, ha proposto di istituire, per il 10 gennaio, la prima Giornata Nazionale Antiracket. Un evento che non è solo un omaggio a Grassi, ma un invito a trasformare il coraggio individuale in un impegno collettivo. Perché il racket non è un problema isolato: è un cancro che infetta intere comunità, soffoca l’economia locale e alimenta la catena del potere criminale.

La mappa del racket: dati e tendenze

I dati del Ministero dell’Interno fotografano un fenomeno ancora radicato. Nel 2024 le denunce per estorsione sono aumentate del 12% rispetto all’anno precedente, un segnale positivo che indica maggiore fiducia nelle istituzioni, ma anche la persistenza di un problema strutturale. Le regioni più colpite restano la Sicilia, la Campania e la Calabria, dove il controllo mafioso sui territori è ancora forte. Tuttavia, gli ultimi rapporti evidenziano anche una crescita dei casi in alcune aree del Nord, a dimostrazione che nessuna parte del Paese può dirsi immune.

Nonostante i progressi, il 2024 è stato segnato da episodi significativi legati al racket. A Palermo, per la prima volta, gli operai di un’impresa edile hanno denunciato le intimidazioni mafiose, costituendosi parte civile contro i responsabili. Questo episodio segna una svolta importante, dimostrando che anche chi vive quotidianamente il rischio può trovare la forza di ribellarsi. Un altro caso simbolico ha riguardato un imprenditore del Sud che, supportato da associazioni come SOS Impresa, ha denunciato un’estorsione milionaria, contribuendo all’arresto di un gruppo criminale.

Esempi di resistenza: la forza delle denunce

“Chi parla è più al sicuro di chi subisce e sta zitto”, scriveva Grassi nella sua lettera. Eppure, denunciare non è semplice. La paura di ritorsioni e l’isolamento sociale pesano come macigni sulle spalle di chi decide di rompere il silenzio. Domani, la Giornata Antiracket si estenderà da Palermo a Napoli, da Campobasso a Ravenna, coinvolgendo scuole, imprese e associazioni. A Palermo, la Camera di Commercio ospiterà un incontro dalle 11 alle 13:30, con interventi di figure chiave come Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, e Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia. Sarà presente anche Davide Grassi, figlio di Libero, che porta avanti la memoria del padre come un faro per chi oggi sceglie di resistere.

Non si tratta solo di parlare alle vittime. Il messaggio è rivolto anche alle istituzioni, chiamate a garantire protezione e supporto, e ai cittadini, invitati a non voltarsi dall’altra parte. La lotta al racket non è una battaglia privata: è una questione di civiltà. “La legalità è un valore condiviso”, ha dichiarato Luigi Cuomo, presidente di SOS Impresa, sottolineando l’importanza di un impegno trasversale che coinvolga tutti.

Il fondo di solidarietà per le vittime del racket, pur essendo uno strumento prezioso, necessita di procedure più snelle e di una maggiore diffusione sul territorio. Le associazioni che offrono supporto legale e psicologico alle vittime devono essere rafforzate, non lasciate sole a fronteggiare un problema di dimensioni nazionali.

La sfida è enorme, ma non impossibile. Ogni passo avanti è una vittoria. Ogni voce che si unisce al coro di chi dice no al racket è un mattone in più nella costruzione di un’Italia diversa. Domani, 10 gennaio, non è solo una data sul calendario: è un monito e una speranza. Un monito per ricordarci quanto ancora c’è da fare, una speranza che un futuro senza paura sia possibile.

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