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I 35 milioni di sfollati africani che l’Europa ignora

In Africa, l’esodo cresce silenziosamente. Sono 35 milioni le persone sfollate all’interno del continente, una cifra che in quindici anni si è triplicata. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), quasi metà di loro sono state costrette ad abbandonare la propria casa a causa dei disastri climatici, mentre l’altra metà fugge da conflitti sempre più violenti. Dietro ogni cifra, vite sospese, raccolti perduti, villaggi ridotti a macerie.

Disastri climatici e conflitti: le radici della crisi africana

Il Burkina Faso è un caso emblematico: una nazione assediata da jihadisti, mercenari, conflitti interetnici e un regime militare che alterna propaganda e repressione. In soli sei anni, il numero degli sfollati interni è passato da 50.000 a oltre 2 milioni. Un boom esplosivo che rende il paese l’epicentro della crisi di sfollamento più ignorata al mondo. Le immagini dei campi profughi vicino a Ouagadougou ritraggono bambini malnutriti e donne anziane accovacciate accanto a ciò che resta della loro vita. Non c’è spazio per retorica: solo disperazione.

Ma non è tutto. Inondazioni e siccità, amplificate dai cambiamenti climatici, stanno riscrivendo la geografia umana del continente. Il lago Ciad, che nutre milioni di persone, si è ridotto del 90% in pochi decenni. La desertificazione avanza, rosicchiando ettari di terra coltivabile ogni anno. Il rapporto IDMC parla chiaro: nel solo 2023, 4,2 milioni di nuovi sfollati in Africa sono stati causati da eventi climatici estremi. La crisi climatica non è una minaccia futura: qui è il presente, brutale e inarrestabile.

I numeri, per quanto agghiaccianti, non raccontano tutto. I governi africani, spesso alle prese con economie fragili e conflitti interni, faticano a fornire assistenza. L’aiuto internazionale, quando arriva, è tardivo e insufficiente. Nel Burkina Faso, ad esempio, l’UNHCR denuncia una grave carenza di fondi: meno del 30% delle risorse necessarie è stato garantito nel 2024. La mancanza di attenzione mediatica amplifica il problema. In una crisi in cui l’Africa è sia vittima che simbolo globale, l’indifferenza è la ferita più profonda.

Il paradosso si consuma nei salotti occidentali. Gli stessi che alzano muri contro le persone migranti e invocano politiche di chiusura, spesso negano l’esistenza della crisi climatica. La stessa crisi che, dati alla mano, è uno dei motori principali degli spostamenti forzati. Alexandra Bilak, direttrice dell’IDMC, l’ha detto chiaramente: “Queste emergenze sono un campanello d’allarme per il mondo. Eppure, sembrano cadere nel vuoto”.

Non c’è spazio per negazionismi quando il clima si fa violento e gli uomini lo seguono. Non si può ignorare che i 35 milioni di sfollati interni africani siano un prodotto di un sistema globale incapace di affrontare le sue responsabilità. Gli stessi muri eretti in Europa e altrove sono il simbolo di un fallimento globale: bloccare le persone in fuga non risolve il problema, lo trasforma in una catastrofe silenziosa.

Indifferenza globale e muri: il fallimento di fronte all’esodo

La domanda non è se, ma quando l’Africa presenterà il conto. Un conto che sarà salato per chi ha scelto di ignorare le radici del problema, fingendo che basti tenere lontani gli effetti per sottrarsi alle cause. I numeri continuano a crescere, e con loro la vergogna di un mondo che preferisce voltarsi dall’altra parte.

Non servono fantomatici Piani Mattei se non ci si rende conto che il continente è schiacciato dalle pressioni della fame, delle guerre e del cambiamento climatico. Non verrà mai nulla di buono da un visione distorta della crisi climatica e del diritto delle persone di portarsi in salvo. Le migrazioni interne in Africa sono l’antipasto delle persone che per sfuggire al collo dell’imbuto si imbarcheranno verso l’Europa. 

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L’ennesima storia dal Mediterraneo

Le onde del Mediterraneo non smettono mai di restituire storie di orrore. Questa volta, a testimoniare l’inaccettabile è stata la Geo Barents, la nave di ricerca e soccorso di Medici senza frontiere. È successo tutto troppo velocemente: un gommone in difficoltà, uomini armati su una barca veloce, colpi sparati in aria. Risultato? Oltre 70 persone in acqua, 29 donne e bambini portati via con la forza, e 83 uomini e minori non accompagnati lasciati soli, a galleggiare sull’ennesimo crinale tra la vita e la morte.  

Oggi restano gli 83 superstiti, caricati sulla Geo Barents e avvolti dalla disperazione di chi è stato strappato dai propri familiari. Restano, come sempre, i racconti agghiaccianti: minacce con le armi, l’acqua che inghiotte vite, i bambini che spariscono. Resta, soprattutto, l’ipocrisia di un’Unione europea che si proclama custode dei diritti umani mentre sigilla accordi con una Libia trasformata in guardiana armata del nostro egoismo.  

La Geo Barents naviga ora verso Brindisi, ma le famiglie spezzate non arriveranno mai a terra. Loro, quelle donne e quei bambini, sono già finiti nella rete di un sistema che chiamiamo “gestione delle migrazioni”, ma che somiglia sempre più a una guerra condotta senza divise, senza proclami, ma con tutto il cinismo possibile.  

Noi intanto continuiamo a guardare altrove, finché il mare non ce lo sbatte in faccia. Perché, alla fine, è sempre il Mediterraneo che ci restituisce il conto.

Buon venerdì. 

Nella foto: frame video salvataggio Geo Barents

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Un governo in posa permanente

Quindi ora sappiamo che Giorgia Meloni e Sergio Mattarella, mercoledì, hanno pranzato al Quirinale. Il Presidente della Repubblica e la presidente del Consiglio, secondo fonti ufficiali, avrebbero avuto un incontro che viene definito “di routine” per discutere di legge di Bilancio, di Pnrr e del profilo del successore di Raffaele Fitto, nel frattempo volato a Bruxelles. Un pranzo tranquillo, dicono. Sarà.

Mentre i due pranzavano, in Senato Forza Italia votava contro (sul taglio del canone Rai) la maggioranza di cui fa parte, arrivando a una frizione mai vista finora nella compagine di governo. Di sicuro, nonostante le smentite di Palazzo Chigi, il Presidente Mattarella ha avuto nelle ultime settimane il suo bel da fare nel far rimettere nel cassetto emendamenti alla manovra ritenuti inaccettabili (tipo il blitz sul 2 per mille ai partiti). Meloni non ha gradito, perché la nostra presidente del Consiglio ha un’idea tutta sua del governare, un concetto che si avvicina molto al comandare.

Di sicuro ieri il portavoce nazionale di Forza Italia, Raffaele Nevi – non proprio un parvenu – ha definito il suo alleato Matteo Salvini “un paraculetto”. Poi ha provato a smorzare. Sebbene fraintendere il significato dell’aggettivo “paraculetto” sia a dir poco arduo. L’immagine di Meloni che rassicura Mattarella di fronte a una tavola elegantemente apparecchiata, mentre i suoi si tirano i capelli giù in cortile, è la foto del governo: una messa in posa permanente per gli elettori.

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Nuovo corso a Sanremo col sovranismo musicale

Carlo Conti, prossimo direttore artistico di Sanremo ha tirato un sospiro di sollievo. Intervenuto nel podcast Pezzi di Luca Dondoni, Andrea Laffranchi e Paolo Giordano, il presentatore ha detto: “Quello che mi piace, e che è arrivato musicalmente soprattutto dai cantautori, non è più un macro mondo, cioè non vanno a parlare dell’immigrazione o della guerra, ma si ritorna un po’ a parlare del micromondo, della famiglia, dei rapporti personali”. Niente guerra e niente migranti, quindi.

Viva il “micromondo” che tratta delle beghe di cortile e che se ne frega di quello che succede là fuori, dove il “macromondo” confusionario ci costringe a prendere posizioni che rischiano di far piangere il Re. Nel suo intervento Conti ha anche spiegato che nella prossima edizione del festival ci sarà meno impegno sociale ma sarà più “umano”. Cosa ci sia di inumano nell’occuparsi della disperazione e dei conflitti non ci è dato saperlo, forse Conti ce lo potrà spiegare in una delle future conferenze stampa. Non saremo così sospettosi da notare l’incredibile coincidenza di una nuova musica senza temi divisivi proprio nel mentre di un governo che ritiene gli artisti buoni e bravi solo se si fermano al limite dell’avanspettacolo impolitico.

Possiamo però fare notare a Carlo Conti che la musica (come l’arte) che decide di stringere gli orizzonti da raccontare assomigli moltissimo a una nuova era di sovranismo musicale. Abbiamo già la sigla pronta: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam, e sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e al cardinale diventan tristi se noi piangiam!”.

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Ieri il Pd

Ieri il Partito democratico ha votato la Commissione europea più a destra nella storia dell’Unione. La Commissione von der Leyen bis tra i suoi molti difetti ha anche quello di avere la maggioranza più risicata nella storia dell’Unione, il 51,4% del Parlamento europeo. Quindi ieri il Partito democratico ha, di fatto, salvato la Commissione Ursula bis dal tracollo. 

Ieri il Partito democratico ha votato Raffaele Fitto vice presidente della Commissione. Alcuni europarlamentari dem – ovviamente della schiera cosiddetta riformista – hanno speso in questi ultimi giorni parole di elogio sulla “competenza” dell’ex ministro meloniano che ha passato gli ultimi due anni da ministro a un Pnrr ripetutamente modificato al ribasso e perennemente opaco nei dati. 

Ieri il Partito democratico ha contribuito a dare agibilità politica all’eurogruppo Ecr, di cui Giorgia Meloni è la più moderata. Un caravanserraglio di sabotatori dei principi europei ora può fregiarsi – anche grazie al Pd – di essere classe dirigente a Bruxelles. 

Ma soprattutto ieri il Partito democratico ha trattato come agenti esterni i suoi capilista Cecilia Strada e Marco Tarquinio, due dei nomi che dovevano essere stella polare di un cambiamento in atto. Ha lasciato Strada e Tarquinio alla mercé degli speculatori che oggi bisbigliano che Strada e Tarquinio abbiano votato come Vannacci e siano contro “il bene del partito”. 

Ieri la segretaria del Pd Elly Schlein ha detto «la Commissione Ue non la sentiamo nostra». Provate a immaginare come sentano il Pd i 330 mila che hanno votato Strada e Tarquinio. 

Buon giovedì. 

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L’auto gabbia per i poveri, meno guadagni più ti serve

In Italia l’automobile, simbolo per eccellenza della libertà di movimento, diventa una gabbia per i più poveri. Il paradosso emerge cristallino dall’ultimo rapporto Audimob sulla mobilità degli italiani: chi guadagna meno di 15mila euro all’anno è costretto a utilizzare l’auto nel 72% dei casi, mentre chi ne guadagna più di 25mila si ferma al 56,4%. È il rovesciamento della narrazione che per decenni ha accompagnato il trasporto pubblico come “mezzo dei poveri”. Oggi, in un’Italia sempre più diseguale, la vera povertà si misura anche nell’impossibilità di scegliere come muoversi. Le famiglie che abitano nelle aree periferiche e interne del Paese sono condannate all’auto privata, in un circolo vizioso che le impoverisce ulteriormente. La mobilità sostenibile è diventata un lusso per ricchi dei centri città.

È la fotografia di un’Italia a due velocità, dove il 29,1% degli intervistati vorrebbe utilizzare i mezzi pubblici ma non può farlo semplicemente perché non esistono. Una discriminazione territoriale che si trasforma in discriminazione sociale, mentre le nostre città continuano a soffocare sotto il peso di un tasso di motorizzazione tra i più alti d’Europa: 69,4 auto ogni cento abitanti. Il paradosso si fa ancora più amaro guardando al futuro: il calo demografico porterà a una contrazione dell’utenza del trasporto pubblico del 28% entro il 2044, un ulteriore taglio renderà ancora più difficile liberarsi dalla dipendenza dall’auto. A risolvere le disuguaglianze e a promuovere un servizio pubblico capillare e decente però c’è un ministro che non riesce nemmeno a fare arrivare i treni in orario. Uno che si preoccupa di sedare le legittime proteste ma è incurante dei legittimi disservizi.

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Tra dazi e fedelissimi, Trump rischia tutto

L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ora proiettato verso un secondo mandato all’insegna della polarizzazione, ha costruito il suo team con una precisione chirurgica per fomentare divisioni interne e inasprire i rapporti con l’esterno. Ogni nome scelto ha il retrogusto di una dichiarazione di guerra, a volte persino agli stessi principi istituzionali americani. Ma il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti di Trump sono pronti a sferrare un attacco commerciale e diplomatico senza precedenti, con la Cina nel mirino.

Nomine controverse: la fedeltà prima della competenza

La prima pietra è stata lanciata con la nomina di Matt Gaetz a Procuratore Generale. Il deputato repubblicano, noto per le sue posizioni ultraconservatrici e per scandali personali imbarazzanti, ha dovuto ritirarsi dalla corsa. Costringendo Trump a rivedere i piani in corsa con la scelta ricaduta sull’ex procuratrice della Florida Pam Bondi alla poltrona di segretario della Giustizia, prima donna a ricoprire questa carica.

Archiviato il caso Gaetz, Trump ha deciso di affidare la Segreteria della Difesa a Pete Hegseth, conduttore televisivo e conservatore senza alcuna esperienza diretta nella gestione della sicurezza nazionale. Hegseth è un falco che ha fatto del nazionalismo una bandiera e della retorica bellicosa uno stile di vita. La sua nomina non è solo una scelta discutibile; è una provocazione destinata ad esasperare le tensioni internazionali, soprattutto con Pechino, dove ogni mossa americana viene analizzata al microscopio.

Il fronte dell’intelligence non è stato risparmiato. Tulsi Gabbard, ex deputata democratica e figura ambigua del panorama politico statunitense, è stata nominata Direttrice dell’Intelligence Nazionale. Gabbard, con il suo passato di incontri controversi e un approccio che oscilla tra il pacifismo e il sostegno a leader autoritari, rappresenta l’ennesima scelta che mette in discussione l’affidabilità degli Stati Uniti come partner internazionale.

L’offensiva contro la Cina: tra dazi e diplomazia muscolare

Ma il vero affondo di Trump arriva con le sue mosse commerciali. Alla guida dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio è stato nominato Jamieson Greer, un avvocato con un passato di battaglie protezionistiche che ha già definito la Cina una “minaccia economica esistenziale”. A fianco di Greer, Howard Lutnick, amministratore delegato di Cantor Fitzgerald, è stato scelto come Segretario al Commercio. Lutnick, noto per la sua visione estrema sul protezionismo, è pronto a trasformare i dazi in un’arma di pressione geopolitica.

Queste nomine delineano una strategia chiara: costruire una squadra non per amministrare, ma per combattere. La “guerra dei dazi” con la Cina, che aveva già segnato il primo mandato di Trump, si prepara a entrare in una nuova fase, più feroce e distruttiva. Mike Waltz, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, ha descritto Pechino come una minaccia “esistenziale” e ha delineato piani per rafforzare la presenza militare statunitense nel Pacifico. È la diplomazia del bastone, senza alcuna carota in vista.

Non si tratta solo di politica estera, ma di un cambio di paradigma: Trump sembra determinato a trasformare ogni istituzione in un’arma al servizio della sua visione del mondo, una visione che lascia poco spazio al compromesso o alla diplomazia. L’amministrazione Biden, nonostante tutti i suoi limiti, aveva cercato di mantenere un equilibrio con Pechino. Trump, al contrario, sembra voler incendiare quel poco di terreno comune rimasto.

Il risultato è un’America che non solo rischia di isolarsi ulteriormente sul piano internazionale, ma che sembra voler fare di questo isolamento un atto deliberato di autodeterminazione. In questa narrazione, ogni passo verso il confronto con la Cina diventa un capitolo di una storia in cui gli Stati Uniti, più che protagonisti, sembrano anti-eroi di una tragedia annunciata.

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Crisi climatica e media, ormai la pubblicità inquina l’informazione

In Italia, la crisi climatica non è solo una realtà drammatica, ma anche una narrazione lasciata ai margini, soprattutto nei media tradizionali. Mentre il cambiamento climatico si manifesta con eventi sempre più estremi, il secondo quadrimestre del 2024 conferma – nel monitoraggio di Greenpeace Italia e Osservatorio di Pavia che da due anni analizza l’informazione sui cambiamenti climatici in Italia –  che i quotidiani italiani hanno dedicato solo 4,5 articoli al giorno alla questione, e appena il 25,6% di questi affrontava il tema in modo centrale. Questo, nonostante il contesto drammatico di ondate di calore record e siccità devastanti.

La distribuzione delle priorità dei media si scontra con una realtà sconcertante: nei principali quotidiani italiani, nel periodo considerato, sono apparse ben 454 pubblicità di aziende oil&gas, automotive e del settore crocieristico. Questi numeri sono un’ombra pesante sull’informazione: non solo riducono lo spazio per la copertura del cambiamento climatico, ma contribuiscono a una normalizzazione delle aziende più responsabili della crisi ambientale.

Pubblicità contro contenuti: chi vince nei quotidiani

Se confrontiamo i 1.206 articoli prodotti dai quotidiani con le 454 pubblicità di aziende inquinanti, il dato emerge con forza: per ogni due articoli, c’è quasi una pubblicità che celebra il progresso – o il greenwashing – di chi ha contribuito in modo sostanziale alla crisi. E, nonostante le apparenti buone intenzioni di alcune campagne, solo il 14,5% degli articoli menziona le cause antropiche del cambiamento climatico, e meno del 3,3% fa riferimento ai combustibili fossili. Semplicemente, si preferisce parlare di adattamento o mitigazione senza incolpare i veri responsabili.

Non è tutto. Lo spazio per le aziende inquinanti non si limita alla pubblicità: il 20,4% degli articoli include interviste o citazioni di rappresentanti delle stesse aziende, consolidandone il ruolo di interlocutori privilegiati. La voce di chi propone alternative, come scienziati e ambientalisti, rimane invece marginale.

Politica e media: un rapporto ambiguo

Il rapporto tra media e politica non migliora il quadro. I leader politici italiani, dal 1° maggio al 31 agosto 2024, hanno rilasciato solo 76 dichiarazioni sulla crisi climatica, di cui il 38% conteneva resistenze o critiche agli interventi necessari. Matteo Salvini, per esempio, ha definito il Green Deal europeo “un suicidio”, mentre Giorgia Meloni ha ribadito la necessità di “neutralità tecnologica”, evitando però di affrontare la questione dei sussidi ai combustibili fossili. Queste narrative di resistenza trovano eco nei quotidiani, dove il 14,3% degli articoli contiene critiche alla transizione ecologica, spesso non contestualizzate o contraddette.

La centralità marginale della crisi climatica

La crisi climatica è al centro di pochi articoli e notizie televisive. Nei telegiornali, la media è di appena 0,4 notizie al giorno per rete, e anche quando viene citata, solo il 31,1% delle volte è trattata come tema principale. Questo dato conferma come il cambiamento climatico non sia una priorità narrativa: troppo spesso, viene relegato a una cornice ambientale, separandolo da questioni economiche e politiche che sono invece centrali per gli interessi dei lettori e degli elettori.

Un’opportunità mancata

Mentre l’Italia continua a subire i costi economici e sociali del cambiamento climatico, il sistema mediatico preferisce cedere spazio alle pubblicità dei grandi colossi piuttosto che informare sulla gravità della situazione. Con un’informazione più responsabile, il pubblico potrebbe comprendere meglio l’urgenza di interventi decisi. Ma finché i principali quotidiani preferiranno soddisfare gli inserzionisti piuttosto che il diritto all’informazione, la transizione ecologica sarà sempre un miraggio lontano.

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Non solo il Canone Rai, Meloni in ostaggio dei suoi vicepremier: la rissa continua tra Tajani e Salvini logora il governo

Le crepe si allargano, e stavolta i rattoppi sembrano finiti. La guerra fredda tra Lega e Forza Italia, sottoprodotto del centrodestra “unito” da Giorgia Meloni, arriva al capitolo Rai e prende le sembianze di un regolamento di conti. Lo spettacolo è andato in scena in commissione Bilancio al Senato, dove i due senatori azzurri Dario Damiani e Claudio Lotito hanno votato insieme alle opposizioni contro l’emendamento leghista per prorogare la riduzione del canone Rai da 90 a 70 euro. Risultato: governo sotto, 12 voti contro 10. Non bastava il parere favorevole dell’esecutivo per salvare la faccia, anzi. È l’ennesima dimostrazione che le divisioni, in questa maggioranza, non sono eccezioni, ma la regola.

Tajani vs. Salvini, dalla Rai a Mediaset: gli interessi che dividono

La retorica di Matteo Salvini si ripete: “Abbassare il canone è una battaglia del centrodestra, peccato che Forza Italia non ci stia. Gli italiani avrebbero apprezzato”. Ma l’evidente frustrazione del leader della Lega nasconde un fatto semplice: Antonio Tajani ha tirato un’altra linea rossa: quella intorno a Mediaset. Già lo scorso anno, il taglio del canone deciso nella legge di bilancio aveva innescato una guerra pubblicitaria tra Rai e Biscione. Ora, l’idea che la tv pubblica possa compensare la perdita degli introiti da canone con più spot manda in tilt gli azzurri, soprattutto quando si parla di modificare la legge Gasparri, una delle reliquie sacre del berlusconismo.

Eppure, questa non è una questione solo di canone, né di Rai. È l’ennesimo atto di una lunga sequenza di conflitti tra gli alleati di governo, ognuno con in mano coltelli sempre meno nascosti. Tajani vuole dimostrare che Forza Italia è ancora determinante e accarezza il sogno di un rimpasto che tolga alla Lega ministeri di peso, magari portando a casa la Giustizia o gli Interni. Salvini, dal canto suo, non molla la presa: il Carroccio deve restare la spalla dominante. La premier, come al solito, è incastrata. Prima si è schierata con Tajani per mediare, poi ha ceduto alla pressione di Salvini. Nel tentativo di piacere a tutti, rischia di non piacere più a nessuno.

La rottura sul canone è solo l’ultima di una serie di scontri. La battaglia per l’autonomia differenziata ha già visto Forza Italia frapporsi, con tanto di accuse di rallentamento strategico. Quando si è discusso del voto sulla Commissione Ue per i migranti, gli azzurri si sono dissociati dagli alleati, sollevando interrogativi sulla tenuta del blocco di governo. Persino la gestione delle poltrone nei consigli regionali ha generato tensioni: dalla Campania al Veneto, gli equilibri si rompono ogni volta che c’è un’elezione.

Un centrodestra in frantumi: dalle poltrone al futuro del governo

E tutto questo mentre le opposizioni brindano. Elly Schlein non si lascia sfuggire l’occasione per definire la maggioranza “in frantumi”, mentre Francesco Boccia, dal Senato, rincara: “Il governo non c’è più, chiediamo un chiarimento parlamentare immediato”. Non sono solo parole: se due senatori azzurri votano apertamente contro il governo, significa che l’alleanza è ormai logorata ben oltre i livelli di guardia.

La sensazione è che il “patto di potere” che ha tenuto insieme questa maggioranza stia collassando. La famiglia Berlusconi è sempre sullo sfondo, con i suoi interessi aziendali a fare da convitato di pietra. Salvini usa ogni crisi per rafforzare la sua narrativa da uomo del popolo, ma i sondaggi non gli sorridono più come una volta. Meloni, da regista dell’unità, rischia di diventare spettatrice del proprio disastro. Il centrodestra che prometteva stabilità è oggi una rissa permanente. E mentre litigano su poltrone, canone e pubblicità, l’Italia resta ad aspettare soluzioni ai problemi veri. Forse invano.

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Violenza sessuale e migranti: i conti non tornano

C’è una regola non scritta nella politica di oggi: mai lasciare che i dati rovinino una buona narrazione. Giorgia Meloni l’ha seguita alla lettera quando, in un’intervista a Donna Moderna, ha affermato che “c’è un’incidenza maggiore, purtroppo, nei casi di violenza sessuale da parte di persone immigrate, soprattutto illegalmente”. Una frase che arriva con la potenza delle convinzioni di chi vuole usare la statistica come una clava, ma che, dati alla mano, si sgretola come sabbia.

La forza delle percentuali (quando tornano comode)

Per smontare questa tesi basta partire dai numeri messi in fila da Pagella Politica. Nel 2022, secondo l’Istat, sono state denunciate 5.775 persone per violenza sessuale. Di queste, il 57,8% era italiana e il 42,2% straniera. A prima vista, un dato che potrebbe dare ragione alla presidente del Consiglio: gli stranieri rappresentano solo l’8,7% della popolazione e, quindi, sembrano sovrarappresentati nei reati sessuali.

Ma qui entra in gioco il dettaglio che guasta la retorica. L’Istat ci ricorda che le violenze sessuali sono uno dei reati meno denunciati: appena il 16% delle vittime sceglie di rivolgersi alle autorità. Chi resta nell’ombra E, soprattutto, chi è più facilmente identificato e denunciato? Rispondere a queste domande è fondamentale per capire come una statistica possa diventare un’arma impropria.

Denunciare chi non può difendersi

Uno studio Istat del 2014 mostra un dato sorprendente: le vittime di violenza sessuale tendono a denunciare più frequentemente quando l’aggressore è straniero. Perché? Perché un aggressore straniero, soprattutto se irregolare, è più facile da individuare e accusare. Perché vive ai margini, senza una rete sociale che lo protegga, senza le risorse per difendersi adeguatamente. E così, le statistiche si gonfiano, ma non della verità: di percezioni, di paure, di discriminazioni.

E poi c’è il problema di fondo. Quei dati, usati come pietra di paragone per giustificare una narrativa che divide, non distinguono tra immigrati regolari e irregolari. Non ci dicono nulla sul contesto socioeconomico, sulle condizioni di vita di chi finisce nella statistica. Sono numeri spogli, utili solo a chi vuole raccontare una storia di pericolo e insicurezza.

La sicurezza che diventa propaganda

Parlare di sicurezza attraverso il prisma dell’immigrazione è un’arma retorica potente. Funziona, perché tocca corde profonde, perché cavalca pregiudizi sedimentati. Ma nel farlo si perde di vista il problema reale. Il 57,8% degli accusati di violenza sessuale è italiano: dove sono le parole per affrontare questa realtà? Perché il problema non è mai il “chi”, ma il “perché”. Perché in Italia una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale. Perché l’educazione, il sostegno alle vittime, le politiche di prevenzione continuano a essere insufficienti.

I numeri veri della violenza

L’unica certezza, leggendo i dati, è che il fenomeno della violenza di genere in Italia è trasversale. Non ha passaporto, non ha cittadinanza. Eppure, ci si ostina a usare gli stranieri come capro espiatorio, a semplificare il discorso, a dividere. È più comodo che affrontare le radici di un problema che riguarda tutti, senza distinzioni.

C’è chi, come Pagella Politica, ha il coraggio di verificare e smentire. La loro analisi evidenzia che i numeri raccontano una storia diversa da quella di Meloni. Non c’è un’emergenza immigrati, ma una narrazione che si alimenta di semplificazioni e omissioni. E ogni volta che lo si fa, si tradisce una battaglia sacrosanta: quella contro la violenza, tutta, ovunque, chiunque la compia.

Alla fine, i numeri non mentono. A differenza della propaganda.

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