Vai al contenuto

Violenza sessuale e migranti: i conti non tornano

C’è una regola non scritta nella politica di oggi: mai lasciare che i dati rovinino una buona narrazione. Giorgia Meloni l’ha seguita alla lettera quando, in un’intervista a Donna Moderna, ha affermato che “c’è un’incidenza maggiore, purtroppo, nei casi di violenza sessuale da parte di persone immigrate, soprattutto illegalmente”. Una frase che arriva con la potenza delle convinzioni di chi vuole usare la statistica come una clava, ma che, dati alla mano, si sgretola come sabbia.

La forza delle percentuali (quando tornano comode)

Per smontare questa tesi basta partire dai numeri messi in fila da Pagella Politica. Nel 2022, secondo l’Istat, sono state denunciate 5.775 persone per violenza sessuale. Di queste, il 57,8% era italiana e il 42,2% straniera. A prima vista, un dato che potrebbe dare ragione alla presidente del Consiglio: gli stranieri rappresentano solo l’8,7% della popolazione e, quindi, sembrano sovrarappresentati nei reati sessuali.

Ma qui entra in gioco il dettaglio che guasta la retorica. L’Istat ci ricorda che le violenze sessuali sono uno dei reati meno denunciati: appena il 16% delle vittime sceglie di rivolgersi alle autorità. Chi resta nell’ombra E, soprattutto, chi è più facilmente identificato e denunciato? Rispondere a queste domande è fondamentale per capire come una statistica possa diventare un’arma impropria.

Denunciare chi non può difendersi

Uno studio Istat del 2014 mostra un dato sorprendente: le vittime di violenza sessuale tendono a denunciare più frequentemente quando l’aggressore è straniero. Perché? Perché un aggressore straniero, soprattutto se irregolare, è più facile da individuare e accusare. Perché vive ai margini, senza una rete sociale che lo protegga, senza le risorse per difendersi adeguatamente. E così, le statistiche si gonfiano, ma non della verità: di percezioni, di paure, di discriminazioni.

E poi c’è il problema di fondo. Quei dati, usati come pietra di paragone per giustificare una narrativa che divide, non distinguono tra immigrati regolari e irregolari. Non ci dicono nulla sul contesto socioeconomico, sulle condizioni di vita di chi finisce nella statistica. Sono numeri spogli, utili solo a chi vuole raccontare una storia di pericolo e insicurezza.

La sicurezza che diventa propaganda

Parlare di sicurezza attraverso il prisma dell’immigrazione è un’arma retorica potente. Funziona, perché tocca corde profonde, perché cavalca pregiudizi sedimentati. Ma nel farlo si perde di vista il problema reale. Il 57,8% degli accusati di violenza sessuale è italiano: dove sono le parole per affrontare questa realtà? Perché il problema non è mai il “chi”, ma il “perché”. Perché in Italia una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale. Perché l’educazione, il sostegno alle vittime, le politiche di prevenzione continuano a essere insufficienti.

I numeri veri della violenza

L’unica certezza, leggendo i dati, è che il fenomeno della violenza di genere in Italia è trasversale. Non ha passaporto, non ha cittadinanza. Eppure, ci si ostina a usare gli stranieri come capro espiatorio, a semplificare il discorso, a dividere. È più comodo che affrontare le radici di un problema che riguarda tutti, senza distinzioni.

C’è chi, come Pagella Politica, ha il coraggio di verificare e smentire. La loro analisi evidenzia che i numeri raccontano una storia diversa da quella di Meloni. Non c’è un’emergenza immigrati, ma una narrazione che si alimenta di semplificazioni e omissioni. E ogni volta che lo si fa, si tradisce una battaglia sacrosanta: quella contro la violenza, tutta, ovunque, chiunque la compia.

Alla fine, i numeri non mentono. A differenza della propaganda.

L’articolo Violenza sessuale e migranti: i conti non tornano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Le Pen tenta la spallata al governo, da Parigi un avviso per Bruxelles

In Francia si respira aria di tempesta. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (RN), sembra aver trovato la faglia da far cedere: il bilancio del 2025, proposto dal Primo Ministro Michel Barnier, promette un serrato programma di austerità per ridurre il deficit al 5% del PIL. Tagli alla spesa pubblica e aumenti fiscali — un cocktail già amaro per i francesi stremati dall’inflazione. E proprio qui Le Pen affonda il suo colpo.

“Non accetteremo che siano le famiglie, i pensionati e i piccoli imprenditori a pagare il prezzo di una politica che ha fallito” ha dichiarato, avvisando che il RN non esiterà a ritirare il suo fragile appoggio parlamentare. Una mossa che non è semplice opposizione, ma un tentativo chirurgico di destabilizzare un governo già appeso a un filo.

Un calcolo politico che punta al caos

Le Pen gioca d’anticipo e scommette sullo scontento popolare, un’arma che padroneggia da tempo. Gli effetti si vedono nei sondaggi, dove il RN continua a guadagnare consenso come il “partito della gente comune”. Ma non è solo una questione di consenso. Dietro c’è il calcolo strategico di un leader che, sotto processo per appropriazione indebita di fondi europei, vede profilarsi l’ombra di un’esclusione dalle presidenziali del 2027.

La tentazione di mettere all’angolo Barnier, costringendolo a scegliere tra l’impopolare articolo 49.3 (che bypasserebbe il voto parlamentare sul bilancio) e il rischio di una mozione di sfiducia, è l’ennesima prova di una politica trasformata in arena. Se il governo cadesse, Le Pen avrebbe due vantaggi: esibire la propria centralità politica e distrarre dall’imbarazzo delle aule di tribunale.

Nel frattempo, il Primo Ministro, consapevole della posta in gioco, ha tentato il compromesso. Ma Le Pen non cede. L’incontro tra i due, avvenuto nei giorni scorsi, non ha prodotto altro che una conferma: il RN non intende accettare una sola virgola che gravi sulle spalle dei cittadini. “Non vedo nessun margine di accordo” ha ribadito, lasciando intendere che la tensione non si scioglierà facilmente.

Il rischio di una Francia paralizzata

Il rischio di una crisi politica che trascini con sé le finanze francesi, e con esse parte della stabilità dell’eurozona, è più che concreto. Con un debito pubblico che sfiora il 112% del PIL, una Francia in stallo paralizzerebbe il cuore economico dell’Unione Europea. Ed è qui che Marine Le Pen gioca la sua partita più pericolosa: accusare il governo di “servilismo europeo” mentre agita la bandiera del protezionismo e del potere nazionale.

Ma c’è un paradosso. Se da un lato Le Pen critica aspramente i sacrifici chiesti dal governo, dall’altro non offre una via d’uscita che non passi per un’altra forma di austerità. La sua promessa di tutela del potere d’acquisto si scontra con l’evidenza: fuori dall’euro o dentro, i margini per un’economia solida in un contesto globale restano limitati.

Marine Le Pen punta a far saltare il banco. Ma questa volta la scommessa non riguarda solo il suo futuro politico, bensì quello della Francia e dell’Europa. Un rischio calcolato o un azzardo pericoloso? La risposta, per ora, resta sospesa tra le pieghe di un bilancio che potrebbe riscrivere le sorti di una nazione intera.

Dalla prospettiva italiana la mossa di Le Pen implica inevitabilmente l’imbarazzo del governo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni da due anni lavora alacremente per difendere la credibilità europea di sé stessa e dei suoi alleati. L’asse Le Pen-Salvini nei patrioti è già una spina nel fianco dei rapporti con von der Leyen. E ora la situazione può solo precipitare. Anche perché non è difficile immaginare che il leader della Lega sullo sfondo sorrida. 

L’articolo Le Pen tenta la spallata al governo, da Parigi un avviso per Bruxelles sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Perché Forza Italia non vuole abbassare il canone Rai

Forza Italia si è espressa chiaramente contro la proposta di riduzione del canone Rai avanzata dalla Lega. Il segretario del partito, Antonio Tajani, ha dichiarato: «non fa parte del programma e quindi è una proposta che noi non condividiamo, perché si rischia di fare un danno alla televisione pubblica che altrimenti dovrebbe essere finanziata diversamente». Tajani ha sottolineato che abbassare il canone potrebbe indebolire la Rai, un’azienda che rappresenta l’Italia all’estero e offre lavoro a migliaia di persone.

Anche Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha espresso scetticismo riguardo alla riduzione del canone, affermando che se si abbassa il canone, aumentano i trasferimenti alla Rai, e l’esborso rimane invariato. Raffaele Nevi, portavoce nazionale del partito, ha ribadito che la proposta non fa parte dell’accordo di governo e che Forza Italia è contraria, sottolineando la necessità di un servizio pubblico forte che possa competere con il settore privato e i grandi gruppi stranieri.

Anche Alessandro Cattaneo, responsabile dei Dipartimenti di Forza Italia, ha espresso la posizione del partito sul canone Rai. In un’intervista ad Affaritaliani.it, Cattaneo ha affermato: «noi di Forza Italia crediamo che non vada toccato ulteriormente il canone Rai».

Nessuno ha detto che abbassare il canone Rai significherebbe alzare la raccolta pubblicitaria della televisione pubblica e quindi aumentare la concorrenza pubblicitaria con le reti Mediaset. Il canone Rai è un caso scuola di retorica nascondente: si dice tutto tranne il vero motivo di una posizione politica. Come certe pubblicità.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Sciopero sotto attacco, un altro diritto nel mirino

Lo sciopero generale del 29 novembre 2024 contro la manovra Meloni fotografa perfettamente come il diritto di sciopero stia subendo una progressiva erosione. Non è retorica, ma cronaca: la Commissione di garanzia ha imposto una riduzione da otto a quattro ore per il trasporto passeggeri, ha chiesto la revoca totale nel trasporto ferroviario, nella sanità e per il personale del ministero della Giustizia. Il paradosso è che lo sciopero generale, per sua natura, dovrebbe godere di una disciplina speciale con procedure di vantaggio rispetto agli scioperi settoriali. Invece assistiamo a un doppio binario: da un lato le norme speciali che lo tutelano, dall’altro una serie di limitazioni concrete che ne riducono l’efficacia. I fatti parlano chiaro: per scioperare nei servizi pubblici essenziali oggi servono più passaggi burocratici, più autorizzazioni, più cavilli da rispettare.

Quando un’azienda chiude, quando non vengono rinnovati i contratti nazionali, quando gli stipendi non vengono pagati, i lavoratori si trovano davanti a una giungla di vincoli che rende sempre più complesso l’esercizio di un diritto costituzionale. Non solo: mentre i lavoratori perdono una giornata di stipendio per protestare, il meccanismo delle precettazioni viene utilizzato con frequenza crescente. La stessa Commissione di garanzia, nata per garantire l’equilibrio tra diritto di sciopero e servizi essenziali, viene accusata dai sindacati di “obbedire ai diktat” politici, come denunciano i segretari Landini e Bombardieri. La domanda è semplice: può un diritto costituzionale essere progressivamente svuotato attraverso vincoli amministrativi e burocratici sempre più stringenti? I numeri e i fatti ci dicono che è esattamente quello che sta accadendo.

L’articolo Sciopero sotto attacco, un altro diritto nel mirino sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’intelligenza artificiale, il nuovo megafono della destra italiana

Mentre ci preoccupiamo dell’intelligenza artificiale che potrebbe rubarci il lavoro, c’è chi ha già trovato il modo di farla lavorare – e pure gratis – per alimentare le peggiori pulsioni del nostro Paese. La destra italiana, sempre attenta a cavalcare l’onda dell’innovazione quando si tratta di propaganda, ha scoperto che per generare panico non servono più neanche i vecchi fotomontaggio artigianali: basta premere un bottone.

Salvini docet. Sulla sua bacheca Facebook scorrono immagini – rigorosamente senza watermark – di donne e bambini costretti a mangiare insetti da una non meglio precisata “élite globale”. Un tempo ci voleva almeno un grafico per confezionare queste suggestioni; oggi basta un prompt ben scritto e il gioco è fatto. La tecnologia democratizza anche la capacità di manipolare la realtà, chi l’avrebbe mai detto.

Ma il vero capolavoro è la standardizzazione dell’estetica dell’odio. Da Milano a Lampedusa, passando per Roma e Palermo, le immagini generate dall’AI che popolano le bacheche della destra sembrano uscite tutte dalla stessa stamperia digitale: stessi toni, stesse atmosfere apocalittiche, stessa retorica visiva dell’invasione. Un franchising dell’intolleranza in alta definizione.

E mentre i nostri algoritmi si sbizzarriscono a creare scenari distopici di uomini barbuti che bruciano la Divina Commedia o di improbabili soldati dell’Unione europea che marciano verso l’Italia, la realtà – quella vera – viene sepolta sotto una valanga di pixel accuratamente orchestrati. Il bello è che funziona: le immagini generate dall’AI hanno il vantaggio di sembrare più vere del vero, più credibili della realtà stessa per chi della realtà non ne ha contezza. 

Buon martedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Tasse a misura dei più ricchi, ecco il Fisco al contrario

La tassa al contrario delle promesse: l’ultimo capolavoro del governo Meloni è una beffa matematica che trasforma il ceto medio in un bancomat a cielo aperto. La riforma fiscale, venduta come la panacea di tutti i mali, si rivela essere un gioco di prestigio in cui il coniglio dal cilindro si trasforma in una stangata del 56% per chi guadagna tra i 32 e i 40mila euro. Mentre il governo si affanna a raccontare la favoletta della flat tax per tutti (realizzata solo per gli autonomi), i numeri dell’Ufficio parlamentare di bilancio raccontano una storia diversa: quella di un ceto medio che si ritroverà a pagare più tasse di chi guadagna di più se la manovra di bilancio rimarrà così com’è.

Un paradosso in cui chi dovrebbe essere protetto dall’inflazione viene invece spremuto come un limone. Un gioco di prestigio che ha partorito un sistema fiscale che invece di semplificare complica, invece di alleggerire appesantisce, invece di aiutare affossa. Le aliquote formali sono tre ma quelle effettive diventano sei, in un labirinto kafkiano di bonus e detrazioni che farebbero girare la testa anche al più esperto dei commercialisti. Il risultato? Un milione di contribuenti su 18 milioni ci rimette. E non parliamo dei paperoni, ma di quella fascia di popolazione che mantiene in piedi il Paese con le proprie tasse regolarmente versate. Gli stessi che il governo dice di voler aiutare con il concordato biennale per le partite Iva, mentre con l’altra mano sfila loro il portafoglio. La beffa finale? Chi ha redditi più alti pagherà meno di chi sta in mezzo al guado. Una redistribuzione alla rovescia, come se Robin Hood avesse deciso di togliere ai mediamente ricchi per dare a chi è più ricco di loro.

L’articolo Tasse a misura dei più ricchi, ecco il Fisco al contrario sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Elezioni in Romania, in vantaggio il sovranista e filorusso Georgescu

C’è qualcosa di familiare in questa storia. Qualcosa che abbiamo già visto, che conosciamo bene. La Romania si è svegliata questa mattina con una sorpresa che ha il sapore amaro del déjà-vu: Călin Georgescu, ultranazionalista con un passato di simpatie per l’estrema destra rumena, è in testa alle elezioni presidenziali con il 22,94% dei voti.

Un volto nuovo, una retorica antica

Non è solo una vittoria, è uno schiaffo all’establishment che nessuno aveva previsto. I sondaggi non lo davano nemmeno come outsider, eppure eccolo lì, davanti al primo ministro in carica Marcel Ciolacu (19,15%) e alla riformista Elena Lasconi (19,17%). È la storia di sempre: mentre i partiti tradizionali si azzuffavano tra loro, qualcuno stava seminando nel campo fertile del malcontento popolare.

Ma chi è questo professore universitario che ha fatto tremare l’establishment rumeno? Georgescu, 62 anni, si presenta come un consulente internazionale esperto di sviluppo sostenibile, con oltre un decennio di esperienza nelle organizzazioni Onu. Ma è il suo curriculum nascosto a far tremare: dichiarazioni di ammirazione per Putin (“un uomo che ama il suo paese”), critiche feroci alla Nato e all’Unione Europea, nostalgie per il movimento legionario fascista rumeno.

La ricetta del suo successo? La solita minestra riscaldata del populismo sovranista: meno importazioni, più produzione nazionale, sostegno agli agricoltori. Il tutto condito con una retorica anti-establishment che ha trovato terreno fertile su TikTok, dove il professore ha costruito il suo successo mescolando video in cui si mostra mentre fa judo, corre in pista o frequenta la chiesa. Un cocktail perfetto per catturare l’attenzione di chi si sente escluso, dimenticato, tradito dalla politica tradizionale.

E non è un caso che tutto questo accada proprio in Romania, paese che condivide 650 chilometri di confine con l’Ucraina e ospita uno scudo missilistico Nato che Georgescu ha definito “una vergogna diplomatica”. Le sue posizioni sulla guerra in Ucraina Secondo lui è tutta una manipolazione delle compagnie militari americane. Putin non poteva sperare in un megafono migliore.

Ma c’è qualcosa di più profondo in questa vittoria che non può essere liquidato come semplice protesta anti-sistema. Come ha sottolineato l’analista politico Radu Magdin, Georgescu ha saputo utilizzare un mix letale di retorica messianica e eleganza formale per capitalizzare le frustrazioni della gente. Ha parlato alla pancia del paese senza sembrare un populista da quattro soldi, ha dato dignità accademica al malcontento, ha trasformato la rabbia in un progetto politico apparentemente rispettabile.

“L’incertezza economica imposta al popolo rumeno per 35 anni è diventata oggi incertezza per i partiti politici”, ha dichiarato Georgescu dopo la chiusura dei seggi, definendo il risultato “un risveglio straordinario” del popolo rumeno. Un risveglio che sa tanto di incubo per chi sperava in un futuro europeo e atlantista della Romania.

Il secondo turno è fissato per l’8 dicembre, dopo le elezioni parlamentari di domenica prossima. Ma qualunque sia il risultato finale, il dado è tratto: la Romania si trova a un bivio tra la sua vocazione occidentale e il richiamo delle sirene sovraniste. E non è solo un problema rumeno: è lo specchio di un’Europa che continua a non trovare risposte convincenti alla crescita dei populismi.

Un’Europa che non sa rispondere

Intanto nei corridoi di Bruxelles e nelle cancellerie europee si fanno i conti con questa nuova tegola che cade sulla già fragile architettura dell’Unione. Perché se c’è una cosa che questa elezione ci insegna è che il populismo non è morto, si è solo vestito da professore universitario. Ed è più pericoloso che mai.

L’articolo Elezioni in Romania, in vantaggio il sovranista e filorusso Georgescu sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Centri antiviolenza, sono 404 ma ne mancano all’appello altri 220

In Italia, la violenza contro le donne è un problema strutturale, di cui si parla tanto ma su cui si agisce poco. Secondo l’Ocse, quasi una donna su quattro ha subito violenza fisica o sessuale da parte di un partner. Nel nostro Paese, i casi denunciati sono stati 16 ogni 10mila donne nel 2023. Eppure, la rete di protezione è ancora ampiamente insufficiente. I centri antiviolenza (Cav), pilastri fondamentali per offrire supporto e protezione, restano una rarità e, soprattutto, mal distribuiti. A dircelo, con numeri chiari e inappellabili, è un’analisi del think-tank Tortuga, pubblicata su Lavoce.info.

Secondo il rapporto, in Italia ci sono 404 centri antiviolenza, 220 in meno rispetto agli standard minimi stabiliti dalla Convenzione di Istanbul, che richiede un centro ogni 50mila donne sopra i 14 anni. Ma i numeri non raccontano tutto: la distribuzione territoriale è altrettanto problematica. Ad esempio, solo il 15,6% dei comuni nelle isole dispone di un centro a meno di 5 km, contro il 23,2% del Nord-Ovest. In altre parole, una donna vittima di violenza in Sardegna o in Sicilia avrà molte più difficoltà a raggiungere un luogo sicuro rispetto a una che vive in Lombardia o Piemonte.

Centri antiviolenza: un presidio di civiltà dimenticato

Il divario territoriale è ancora più inquietante se si considera che proprio nelle aree con minore copertura i dati indicano una maggiore accettazione della violenza di genere, radicata in norme patriarcali e stereotipi antiquati. Dove il bisogno è più forte, l’offerta è più scarsa. Il centro antiviolenza, però, non è solo un luogo fisico: è un presidio di civiltà. Significa offrire alle donne uno spazio per essere ascoltate, credute e protette. Significa costruire percorsi di uscita dalla violenza che coinvolgano le vittime ma anche l’intero tessuto sociale.

La mancata attenzione verso i Cav è il risultato di una politica miope e frammentata. Negli ultimi anni, i finanziamenti pubblici sono stati irregolari e spesso insufficienti. Anche quando stanziati, arrivano in ritardo o non vengono utilizzati per progetti realmente efficaci. L’assenza di una visione strategica si traduce in un sistema che lascia indietro le donne più vulnerabili, proprio quelle che avrebbero più bisogno di sostegno.

Ma non è solo questione di fondi. La violenza di genere è un fenomeno complesso, che richiede risposte integrate e strutturali. Non basta costruire centri: serve formazione per chi lavora nei servizi pubblici, serve educazione nelle scuole, serve una campagna culturale che scardini gli stereotipi sessisti. Serve una volontà politica che vada oltre le dichiarazioni di rito nei giorni simbolici, perché la violenza non si ferma il 26 novembre.

Nel rapporto di Tortuga emerge anche un altro dato preoccupante: la mancanza di coordinamento tra Stato centrale e amministrazioni locali. Ogni regione agisce come meglio crede, spesso senza una guida chiara o un piano condiviso. Questo approccio frammentato non solo rende inefficiente il sistema, ma crea disuguaglianze territoriali che mettono a rischio il diritto delle donne alla protezione, sancito a livello internazionale.

Politiche frammentate e finanziamenti irregolari: un sistema che lascia indietro le donne

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, non è un manifesto: è un impegno vincolante. Eppure, a più di dieci anni dalla sua adozione, il nostro Paese è ancora lontano dagli standard richiesti. Mancano i centri, manca una distribuzione capillare, manca una cultura di prevenzione. Ma soprattutto, manca l’urgenza di affrontare il problema come una priorità nazionale. 

Secondo Tortuga, colmare il gap attuale richiederebbe un investimento economico sostenibile. La creazione di 220 nuovi centri rappresenta una spesa che lo Stato potrebbe sostenere, considerando anche i costi sociali ed economici della violenza di genere. Ogni euro speso per prevenire e contrastare la violenza genera un risparmio ben maggiore in termini di spese sanitarie, giudiziarie e sociali. Eppure, questo calcolo sembra sfuggire a chi prende le decisioni.

L’articolo Centri antiviolenza, sono 404 ma ne mancano all’appello altri 220 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Femminicidi, nella maggior parte dei casi l’autore è il partner o l’ex: oltre il 70% delle aggressioni commesso da italiani

Ogni anno, il 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un giorno che arriva puntuale con il peso di numeri inaccettabili e con una lunga scia di vite spezzate. Secondo l’Onu, nel 2023, sono state uccise intenzionalmente 85mila donne e ragazze in tutto il mondo. Una ogni dieci minuti. La casa, ancora una volta, si conferma il luogo più pericoloso per loro. E spesso l’assassino ha le chiavi della porta.

Il solito copione istituzionale

La politica non si è fatta attendere, con le dichiarazioni di rito. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ribadito che la violenza sulle donne è un “comportamento che non trova giustificazioni, radicato in disuguaglianze e stereotipi di genere”. Il capo dello Stato ha ricordato che “quanto fatto finora non basta”, sottolineando l’urgenza di interventi strutturali e azioni concrete per garantire diritti e protezione alle vittime.

La premier Giorgia Meloni ha definito la violenza una “piaga sociale e culturale” e ha rivendicato gli strumenti messi in campo dal governo. Ma le parole pesano meno delle risorse: i finanziamenti ai centri antiviolenza restano insufficienti, così come quelli destinati agli asili nido e al sostegno alle famiglie, come ha denunciato la senatrice del Pd Annamaria Furlan. “Il patriarcato esiste ed è la cornice culturale in cui il governo Meloni opera,” ha detto Furlan, aggiungendo che le risorse mancano anche per ridurre il divario salariale e il carico di lavoro familiare che grava quasi esclusivamente sulle donne.

La solita propaganda

A spostare il dibattito sul piano delle strumentalizzazioni ci ha pensato Matteo Salvini, che ha scelto di attribuire un ruolo centrale alla nazionalità degli aggressori, parlando di una “crescente incidenza degli stranieri”. Peccato che il suo stesso ministero lo smentisca: secondo i dati del Viminale, oltre il 70% degli autori di femminicidi è italiano. Un dato che Salvini evita di menzionare, preferendo concentrarsi su un tema che è da sempre funzionale alla sua narrativa.

Le altre voci della politica

Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha sottolineato la necessità di un “radicale cambiamento culturale” per contrastare quella che ha definito “una ferita inaccettabile per la nostra società”. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha posto l’accento sull’educazione al rispetto, annunciando che per la prima volta l’educazione alla parità è stata inserita tra gli obiettivi curriculari obbligatori nelle scuole.

Dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è arrivato un messaggio di solidarietà alle vittime: “Rompiamo il silenzio, poniamo fine alla violenza sulle donne. Ogni donna merita protezione, giustizia e ascolto”. E il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha invocato “un impegno a ogni livello” per creare una rete di tutela efficace, riconoscendo che “i numeri sono drammatici”.

Una società che non cambia

Mentre si moltiplicano gli appelli istituzionali, i dati rimangono impietosi. Nei primi sei mesi del 2024, il 56% delle donne uccise è stato vittima di partner o ex partner. Gli omicidi commessi in ambito familiare sono diminuiti, ma resta costante l’incidenza delle vittime femminili sul totale. E nei luoghi di lavoro, oltre il 50% delle imprese non ha sistemi sicuri per denunciare molestie, secondo il Censis. Un divario tra consapevolezza e azione che si riflette in tutti gli ambiti.

Il ricercatore del Censis, Giulio De Rita, ha spiegato che molte aziende considerano le molestie “un problema che riguarda gli altri”. Ma le donne non hanno bisogno di retorica, bensì di azioni concrete: centri antiviolenza accessibili, strumenti per denunciare senza paura di ritorsioni, formazione e cultura che partano dalla scuola e arrivino alle aziende.

Oltre le parole

In questa giornata, il peso delle parole si mescola al silenzio di chi non c’è più. Nomi come Giulia Cecchettin o Giulia Tramontano sono diventati simboli, ma anche moniti. Le cronache raccontano storie di manipolazione e controllo che spesso avrebbero potuto essere fermate. Ogni numero è un grido. Ogni assenza è un fallimento. La sfida più grande è spezzare il cerchio, non solo il silenzio. Ma per farlo, le parole devono diventare azioni, e gli slogan, politiche. Perché la violenza non aspetta.

L’articolo Femminicidi, nella maggior parte dei casi l’autore è il partner o l’ex: oltre il 70% delle aggressioni commesso da italiani sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Povera Cop29, poveri noi

La Cop29, l’annuale vertice sul clima delle Nazioni Unite, è terminata dopo due settimane di negoziati. La cronaca delle trattative ha meritato poca attenzione sulla stampa, qui dalle nostre parti. Ormai l’ambientalismo è diventato un tema per gli affezionati, una di quelle cose di cui non ti puoi permettere di non parlare, ma che puoi benissimo inserire nelle rubriche fisse: motori, risultati delle partite, meteo, lettere dei lettori e infine anche l’ambientalismo.

Nemmeno i 300 miliardi all’anno fino al 2035 per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare la crisi climatica hanno fatto notizia. Del resto, viviamo in un Paese governato da un ministro dei Trasporti che capeggia un’orda di maschi fieri di inquinare il più possibile. Lo smog come prolungamento del pene.

Il gran capo dei maschi, Donald Trump, alla Cop29 ha deciso di non volgere uno sguardo e di non sprecare nemmeno una parola. Per lui le auto interessanti, così come i missili, sono quelle del suo padrone Elon Musk.

Non aiuta nemmeno che, mentre le Cop aumentano di numero, anno dopo anno, le promesse degli anni precedenti vengano sempre smentite. Così tutto appare come una lunghissima analisi della sconfitta, a puntate, con un finale nero per tutti.

I Paesi colpiti da disastri climatici hanno fatto notare sommessamente che forse l’impegno profuso fin qui non basta. Gli altri hanno promesso soldi, ancora soldi. C’è qualcuno talmente stupido da pensare che risarcire possa essere risolutivo per annullare le cause.

Dicono che la crisi dell’attenzione verso l’ambientalismo corrisponda alla crisi del progressismo in giro per il mondo. Ma qui non si perdono le elezioni.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui