Vai al contenuto

Lo dice pure il Board of Peace: a Gaza la tregua è violata

Le Forze di difesa israeliane lo scrivono in una nota, con la calma dell’adempimento amministrativo: nel fine settimana hanno ucciso Ahmad Zaza e Hussein Safadi, due uomini di Hamas, vicino alla “Linea Gialla”, perché avevano “violato l’accordo di cessate il fuoco”. Il verbo è quello, violare. Lo usa chi spara per nominare chi viene colpito.

Lunedì 22 giugno un civile palestinese è morto al complesso medico Nasser per le ferite di un bombardamento su al-Mawasi, a ovest di Khan Yunis. Il 23 giugno il portavoce delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric ha denunciato nuovi raid aerei e tiri d’artiglieria israeliani nelle aree residenziali, in tutti i governatorati, «in particolare a ovest della cosiddetta Linea gialla», e ha aggiunto che «tra le persone uccise ci sono anche civili». Le fonti mediche palestinesi citate da Wafa portano il bilancio dall’ottobre 2023 a 73.035 morti e 173.368 feriti.

La tregua mediata da Washington vale dal 10 ottobre 2025. Israele ha dichiarato zona di fuoco libero tutto ciò che sta oltre la Linea Gialla, e i civili muoiono proprio a ovest di quella linea, sul lato che l’accordo assegna ai palestinesi. Nikolay Mladenov, direttore generale del Board of Peace incaricato di far rispettare quella tregua, ha detto a maggio che i raid «costituiscono violazioni del cessate il fuoco» e che «i civili continuano a essere uccisi». La stessa parola, dunque. Le Idf la rivolgono ai morti che producono, l’uomo della tregua a chi quei morti li fa.

Chi viola un cessate il fuoco firmato a ottobre lo stabilisce chi ha le armi, e lo stabilisce a posteriori, sul corpo già contato.

L’articolo Lo dice pure il Board of Peace: a Gaza la tregua è violata sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tunisia, il Paese sicuro secondo Italia e Ue alla sbarra: quattro ricorsi alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli

Una persona costa tra i 40 e i 300 dinari alla frontiera tra Tunisia e Libia: dodici, novanta euro a testa. Gli uomini meno, le donne di più, perché in Libia secondo i testimoni rendono di più. A fissare il prezzo sono agenti in divisa da un lato e milizie dall’altro, e il pagamento arriva in contanti, in hashish, in barili di carburante. Lo raccontano le testimonianze del rapporto State Trafficking del collettivo RR[X], con ASGI e Border Forensics: dal giugno 2023 al dicembre 2025, circa 7.400 persone sono finite dentro questo ingranaggio.

Ora quattro di loro hanno fatto una cosa mai vista prima. Quattro persone migranti, originarie di Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, hanno depositato altrettanti ricorsi contro la Tunisia davanti alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. È la prima volta che la Corte dovrà giudicare le violazioni della Tunisia ai danni di cittadini stranieri. L’ASGI, che li assiste insieme all’avvocato tunisino Ibrahim Belguith, presenta i ricorsi in conferenza stampa il 30 giugno. Le condotte contestate: detenzione arbitraria, tortura, violazione del diritto alla vita, espulsioni collettive, tratta, discriminazione razziale e di genere.

Quanto vale una persona al confine

Funziona come una catena logistica. Si viene catturati in mare, sul posto di lavoro, davanti a uno sportello bancario, e il criterio è uno solo: si dà la caccia ai neri, di ogni nazionalità. Poi i bus verso il deserto, le gabbie sotto le antenne a pochi metri dalla linea di confine, la vendita ai libici, la prigione di Al Assah dove si paga il riscatto, dai 400 ai mille euro. Il 5 aprile 2024, al largo di Sfax, secondo la ricostruzione di immagini satellitari e testimonianze una motovedetta tunisina avrebbe speronato un barcone per fermarlo: nel naufragio morirono donne e bambini. Uno dei quattro ricorrenti era a bordo.

Tutto questo accade in un paese che dal febbraio 2023, da quando il presidente Kais Saied ha evocato un “piano criminale” per modificare la composizione demografica della Tunisia, dà la caccia ai subsahariani come politica di Stato. Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, nel 2023 e nel 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100.000 persone, l’ottanta per cento dall’Africa subsahariana. Amnesty International e le Nazioni Unite ripetono da anni la stessa cosa: la Tunisia non è un paese sicuro, e non è un luogo di sbarco sicuro.

Il timbro che cancella i fatti

Eppure il timbro è arrivato lo stesso, anzi due volte. L’Italia teneva già la Tunisia nel proprio elenco nazionale dei paesi di origine sicuri. E dal 12 giugno 2026 la Tunisia è entrata nella prima lista europea dei “paesi di origine sicuri”, votata dal Parlamento europeo il 10 febbraio con 408 sì e adottata dal Consiglio il 23. Relatore, in Aula a Strasburgo, è stato Alessandro Ciriani, eurodeputato di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Significa procedura accelerata e presunzione che chi arriva da lì non rischi niente. Lo decide la lista, non il caso specifico all’attenzione del funzionario.

C’è anche un problema tecnico, prima che morale. Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che un paese si può dichiarare sicuro solo se la designazione regge il controllo di un giudice, poggia su fonti aggiornate e vale per “tutto il territorio”. Difficile far reggere “tutto il territorio” quando quel territorio è il deserto in cui si vendono le persone. La Tunisia, da parte sua, ha già provato a chiudere l’altra porta: ha ritirato la dichiarazione che permetteva ai singoli di rivolgersi alla Corte africana, ritiro efficace dal marzo 2026. I fatti contestati, però, sono del 2023 e del 2024, quando la porta era ancora aperta.

Chi paga, e chi sapeva

I soldi sono italiani ed europei, e sono tracciati. Il 16 luglio 2023 Meloni ha mediato, con Ursula von der Leyen e l’allora premier olandese Mark Rutte, il Memorandum tra Unione europea e Tunisia: 150 milioni di sostegno al bilancio, 105 milioni per la gestione delle frontiere. L’Italia, da sola e a partire dal 2017, ha speso quasi 75 milioni in mezzi e addestramento per le guardie di frontiera tunisine. E Al Assah, la prigione dove finiscono i venduti, è sorvegliata dalla guardia di frontiera libica che figura tra i beneficiari del programma europeo EUBAM: l’Europa addestra, da un lato e dall’altro, chi compra e chi vende.

Restano le domande, ed è qui che la Tunisia amica diventa scomoda. Il nostro governo sa cosa accade in quei campi nel deserto? Lo sanno i suoi elettori, lo sanno gli italiani che applaudono il segno meno davanti ai numeri degli sbarchi? La risposta più indulgente è che non lo vogliono sapere, perché il calo che si esibisce in conferenza stampa è fatto di gabbie sotto le antenne e di riscatti pagati al buio, mentre i corpi restano nel deserto. Un paese che vende esseri umani lo abbiamo chiamato sicuro. La Corte africana, adesso, dovrà solo dire ad alta voce quello che a Roma si sa già.

L’articolo Tunisia, il Paese sicuro secondo Italia e Ue alla sbarra: quattro ricorsi alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ddl Caccia, primo via libera della Camera. Sullo sfondo dello scontro tra Lollobrigida e il “burocrate” Ue

«Una lettera di un burocrate». Così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha liquidato i rilievi della Commissione europea sul ddl 1552, rispondendo al Question time al Senato il 14 maggio alla senatrice Gisella Naturale (M5S). Il burocrate è Bruxelles, la lettera è del 18 dicembre 2025, e contesta punto per punto la riforma della caccia. È rimasta chiusa in un cassetto per mesi, finché non l’hanno scovata le associazioni.

Ieri il Senato ha approvato il ddl, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica: 87 sì, 58 no, e il testo passa alla Camera. Venti articoli per allungare i calendari, allargare le specie e i luoghi dove si spara. E per togliere di mezzo chi misura le conseguenze.

La scienza messa a margine

Il cuore tecnico della riforma sta in una riga: il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, passa da vincolante a consultivo. Da presidio a suggerimento. Lo si affianca al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono pure le rappresentanze dei cacciatori. Così chi deve dire se una specie regge il prelievo finisce a decidere insieme a chi quel prelievo lo pratica. Il rovesciamento è anche lessicale: la legge passa dalla “protezione” alla “gestione” della fauna, e il cacciatore diventa un “bioregolatore”.

Contro questo passaggio dieci società scientifiche hanno scritto con il WWF a Sergio Mattarella e alle altre alte cariche. «La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte», dice il presidente Luciano Di Tizio: è un patrimonio indisponibile dello Stato. I numeri che cita sono dell’Ispra. In Italia il 28% dei vertebrati valutati è a rischio estinzione, il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato, e tra le stagioni 2017 e 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Proprio mentre la biodiversità arretra, si decide di sparare di più.

Cosa cambia in concreto. Cade il limite del 10 febbraio, quello che ancora protegge l’inizio della migrazione prenuziale. I richiami vivi salgono dai 40 per cacciatore a un numero di fatto illimitato. Entrano fra i cacciabili l’oca selvatica e il piccione; lo stambecco, specie protetta, è uscito dall’elenco dopo le proteste degli scienziati. Torna la caccia sul demanio marittimo.

Si spara anche dopo il tramonto e con i visori termici, in aree finora precluse e vicino ai sentieri di chi un fucile non lo imbraccia. E un divieto di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, con relativa sanzione, rischia di colpire pure la protesta pacifica, con evidenti profili di incostituzionalità.

Il conto europeo

Qui rientra la lettera del burocrate. La Commissione contesta l’estensione oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere dell’Ispra come una violazione della Direttiva Uccelli, e ricorda che sui richiami vivi l’Italia è già sotto la procedura EU Pilot aperta nel 2023. Sulla materia venatoria pende già una messa in mora. Tradotto: una nuova infrazione, e una sanzione che pagheremo tutti.

Dovrebbe pesare anche la Costituzione. Dal 2022 l’articolo 9 mette la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, pure per le generazioni che verranno. Una riforma che allarga il prelievo mentre la scienza segnala l’allarme ci va contro in modo abbastanza nitido.

Contro il ddl si sono schierati la comunità scientifica, le associazioni, il Club Alpino Italiano, il Consiglio d’Europa con la Convenzione di Berna, perfino la Santa Sede e una voce come quella del Foglio. Un sondaggio Ipsos dà l’85%degli italiani contrario alla caccia, le firme raccolte dal WWF hanno passato le 400 mila. Dall’altra parte una minoranza organizzata e rumorosa, e un governo che tira dritto.

Restano i burocrati, già. Gli stessi che a Bruxelles scrivono le lettere di costituzione in mora e calcolano le multe.

L’articolo Ddl Caccia, primo via libera della Camera. Sullo sfondo dello scontro tra Lollobrigida e il “burocrate” Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ddl Caccia, la lettera del burocrate (cioè della Commissione europea) e il voto di oggi in Parlamento: cosa c’è in ballo e le posizioni in campo

«Una lettera di un burocrate». Così Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, ha liquidato i rilievi della Commissione europea sul ddl 1552, rispondendo al Question time al Senato il 14 maggio alla senatrice Gisella Naturale (M5S). Il burocrate è Bruxelles, la lettera è del 18 dicembre 2025, e contesta punto per punto la riforma della caccia. È rimasta chiusa in un cassetto per mesi, finché non l’hanno scovata le associazioni.

Oggi, 23 giugno, l’aula vota il ddl, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica. Venti articoli per allungare i calendari, allargare le specie e i luoghi dove si spara.

La scienza messa a margine

Il cuore tecnico della riforma sta in una riga: il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, passa da vincolante a consultivo. Da presidio a suggerimento. Lo si affianca al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono pure le rappresentanze dei cacciatori. Così chi deve dire se una specie regge il prelievo finisce a decidere insieme a chi quel prelievo lo pratica. Il rovesciamento è anche lessicale: la legge passa dalla “protezione” alla “gestione” della fauna, e il cacciatore diventa un “bioregolatore”.

Contro questo passaggio dieci società scientifiche hanno scritto con il Wwf a Sergio Mattarella e alle altre alte cariche. «La tutela della fauna selvatica non è una questione di parte», dice il presidente Luciano Di Tizio: è un patrimonio indisponibile dello Stato. I numeri che cita sono dell’Ispra. In Italia il 28% dei vertebrati valutati è a rischio estinzione, il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato, e tra le stagioni 2017 e 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Proprio mentre la biodiversità arretra, si decide di sparare di più.

Cosa cambia in concreto. Cade il limite del 10 febbraio, quello che ancora protegge l’inizio della migrazione prenuziale. I richiami vivi salgono dai 40 per cacciatore a un numero di fatto illimitato. Entrano fra i cacciabili lo stambecco, specie storicamente protetta, l’oca selvatica e il piccione. Torna la caccia sul demanio marittimo, anzi sulla spiaggia.

Si spara anche dopo il tramonto e con i visori termici, in aree finora precluse e vicino ai sentieri di chi un fucile non lo imbraccia. E un divieto di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, con relativa sanzione, rischia di colpire pure la protesta pacifica, con evidenti profili di incostituzionalità.

Il conto europeo

Qui rientra la lettera del burocrate. La Commissione contesta l’estensione oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere dell’Ispra come una violazione della Direttiva Uccelli, e ricorda che sui richiami vivi l’Italia è già sotto la procedura Eu Pilot aperta nel 2023. Sulla materia venatoria pende già una messa in mora. Tradotto: una nuova infrazione, e una sanzione che pagheremo tutti.

Dovrebbe pesare anche la Costituzione. Dal 2022 l’articolo 9 mette la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, pure per le generazioni che verranno. Una riforma che allarga il prelievo mentre la scienza segnala l’allarme ci va contro in modo abbastanza nitido.

Contro il ddl si sono schierati la comunità scientifica, le associazioni, il Club Alpino Italiano, il Consiglio d’Europa con la Convenzione di Berna, perfino la Santa Sede e una voce  come quella de il Foglio. Un sondaggio Ipsos dà all’85% gli italiani contrari alla caccia, le firme raccolte dal WWF hanno passato le 400 mila. Dall’altra parte una minoranza organizzata e rumorosa, e un governo che tira dritto.

Restano i burocrati, già. Gli stessi che a Bruxelles scrivono le lettere di costituzione in mora e calcolano le multe.

L’articolo Ddl Caccia, la lettera del burocrate (cioè della Commissione europea) e il voto di oggi in Parlamento: cosa c’è in ballo e le posizioni in campo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Starmer cade inseguendo la destra. E in Italia c’è già chi lo piange

Keir Starmer lascia Downing Street dopo nemmeno due anni, convinto di aver ereditato «un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito». Quel partito l’aveva vinto lui, nel 2024, con la maggioranza più larga di una generazione. Si dimette il 22 giugno e si stupisce. Si stupisce che imitare la destra da sinistra sia una pratica perdente. Aveva sistemato la bandiera, la sicurezza…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Finanziamenti privati alla politica, gli imprenditori giù dal Carroccio: Forza Italia preferita alla Lega

Una settimana fa Pagella Politica ha raccontato un pezzo della storia dei finanziamenti privati ai partiti. E un dato balza agli occhi: gli imprenditori hanno smesso di finanziare la Lega. Da gennaio ad aprile il partito di Matteo Salvini ha incassato dalle aziende 59 mila euro (su 893 mila euro totali) in otto donazioni, cinque volte meno dei 279 mila dello stesso periodo del 2025, sotto il 7 per cento della raccolta. Tutto è pubblico e dovuto: la legge obbliga partiti e donatori a dichiarare ogni erogazione sopra i 500 euro. Basta leggere gli stessi elenchi della Camera dei deputati per l’intera coalizione di governo. I soldi non sono spariti: si sono spostati. Anche a destra dove, nel frattempo, “Futuro Nazionale si sta radicando anche economicamente sul territorio, visto che nei suoi primi sei mesi di vita ha raccolto circa 300 mila euro di donazioni” rileva Pagella Politica.

Per la Lega qualcosa, quest’anno, è cambiato. Fino al 2025, ricorda il sito di fact checking, circa il 20% delle donazioni al Carroccio arrivava da realtà imprenditoriali di vari settori, dalla difesa all’agricoltura, passando per infrastrutture e trasporti. Invece nei primi mesi del 2026 la situazione è cambiata e i finanziamenti da queste realtà sono diminuiti di cinque volte rispetto agli scorsi anni. Con soli 59mila ricevuti dalle imprese su 893mila totali in otto donazioni.

Nel 2024 eravamo addirittura a 409mila euro di donazioni. La maggior parte dei soldi, nel 2026, è invece arrivato dagli eletti in Parlamento, che versano 3mila euro al mese.

Le imprese scelgono Forza Italia

Forza Italia è il grande partito in cui le aziende pesano di più. A giugno l’osservatorio Moneytor, promosso con Transparency International Italia, aveva fotografato la tendenza: nel 2024 le donazioni delle aziende ai partiti erano cresciute del 68 per cento, e con loro la dipendenza dai soldi privati.

In generale, nel biennio 2023-2024 il partito che ha ricevuto più contributi è stata la Lega con 9,049 milioni di euro, seguita da Forza Italia a 6,633 e Fratelli d’Italia con 6,489. Nel 2023, come emerge dal rapporto, il primato è stato della Lega con 5,192 milioni di euro in donazioni, seguita da Fratelli d’Italia a 3,982 milioni. Nel 2024, invece, il primato è passato in mano a Forza Italia con 4,176 milioni, davanti alla Lega con 3,857 milioni. Fratelli d’Italia si ferma invece a 2,506 milioni.

Forza Italia si basa soprattutto su contributi esterni: nel biennio, infatti, il 38,4% dei contributi proviene dai privati, inclusi grandi donatori individuali, e il 33,15% dalle società. Mentre le rimesse di parlamentari e membri del governo si fermano al 27,38%. Ben diversa la situazione di Fratelli d’Italia, che riceve il 91,86% dalle entrate dei propri parlamentari, mentre il 4,98% arriva da persone fisiche e il 3,06% da società private.

C’è poi un’altra gamba di Forza Italia, che è la famiglia. Nel 2025 i cinque figli di Silvio Berlusconi e il fratello Paolo hanno versato centomila euro a testa, altri centomila la deputata Marta Fascina (FI): 700 mila euro, lo stesso schema identico dal 2022. Tra i donatori di spicco del partito ci sono anche Letizia Moratti, eurodeputata a presidente della Consulta nazionale, e Paolo Scaroni, presidente del Milan e dell’Enel.

Il partito che vince e non incassa

Torniamo a Fratelli d’Italia. È il primo partito d’Italia, esprime la presidente del Consiglio e raccoglie contributi in larga parte dai versamenti mensili dei suoi parlamentari e dal 2×1000, come accade al Partito democratico. Il partito che governa è quello che le aziende finanziano di meno. Le imprese sanno dove conviene bussare, e in questi mesi hanno bussato altrove.

La fotografia della coalizione è doppia. Chi ha il governo incassa pochissimo dai privati e vive degli eletti. Chi lo regge ai lati, Forza Italia e Noi Moderati, vive di imprese. Via dalle ruspe e dai gazebo di Salvini, verso i consigli di amministrazione e gli studi professionali torinesi. Forza Italia incassa, Antonio Tajani ringrazia, e a tenere in piedi il partito restano gli eredi del fondatore e le aziende con un appalto da difendere. Resta la domanda, vecchia quanto la legge che impone di pubblicare quei nomi: chi mette i soldi, poi, che cosa si aspetta.

L’articolo Finanziamenti privati alla politica, gli imprenditori giù dal Carroccio: Forza Italia preferita alla Lega sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Abuso d’ufficio, con la direttiva Ue anti-corruzione l’Italia deve ripristinarlo. Ma il governo che l’ha abolito dice no: ecco i possibili scenari

La direttiva (UE) 2026/1021 contro la corruzione è in vigore dal 31 maggio. La stessa Italia che l’ha votata a Bruxelles aveva cancellato, due anni prima, il reato che ora quel testo le chiede di reintrodurre. E il ministro che firmò la cancellazione, Carlo Nordio, ha già fatto sapere alla Camera che no, l’abuso d’ufficio non tornerà.

Andiamo con ordine. Il 26 marzo il Parlamento europeo approva la direttiva con 581 sì, 21 contrari, 42 astensioni. Il 21 aprile la adotta il Consiglio dell’Unione, dove siede il governo italiano, che vota a favore. Pubblicazione in Gazzetta europea l’11 maggio, recepimento obbligatorio entro il 1° giugno 2028. Tra le condotte da punire c’è l’esercizio illecito di funzioni pubbliche: le violazioni gravi di legge commesse intenzionalmente da un funzionario a danno dell’interesse pubblico. Fattispecie del vecchio abuso d’ufficio, con un altro nome.

Il reato che rientra dalla finestra

Quel reato in Italia non c’è più. L’ha cancellato la legge 114 del 2024, la riforma Nordio, abrogando l’articolo 323 del codice penale: alla Camera passò il 10 luglio 2024 con 199 sì e 102 no, e nel maggio 2025 la Corte costituzionale stabilì che l’abrogazione non viola la Carta. Fascicolo chiuso, sembrava.

Solo che l’Europa lo ha riaperto. La relatrice Raquel Garcia Hermida (Renew) lo ha messo nero su bianco: Roma dovrà reintrodurre come reato almeno due fattispecie tra le più gravi. Il presidente dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, Giuseppe Busia, si augura che il recepimento serva a colmare i vuoti aperti dalla cancellazione. Nordio, al question time del 22 aprile, ha risposto No alla domanda sul ritorno del reato: l’arsenale italiano, dice, conta già 17 fattispecie e all’Europa basta così. Fratelli d’Italia sostiene la stessa cosa, e ricorda di aver votato sì proprio perché il testo finale, ammorbidito anche su pressione di Roma, lascia agli Stati ampia discrezionalità. Le opposizioni, da Pd e Movimento 5 Stelle, lo leggono come una smentita in faccia al governo.

Il dato intanto resta. Nell’indice di percezione della corruzione di Transparency, nel 2025 l’Italia è scesa a 53 punti, 52ªsu 182 Paesi, e l’organizzazione cita proprio la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio tra le cause dell’arretramento.

Gli appalti e il modello di sviluppo

C’è poi il versante che tocca il lavoro da vicino: gli appalti. Il codice dei contratti del 2023, il decreto legislativo 36, ha superato il divieto di subappalto a cascata che resisteva dal codice precedente. Più flessibilità per le imprese, certo, solo che è proprio nella catena di appalti e subappalti che si concentra la quota più alta di sfruttamento del lavoro.

Su questo la Cgil ha depositato in Cassazione, il 27 aprile, due leggi di iniziativa popolare: una sulla sanità, una sugli appalti, “stesso lavoro, stesso contratto”. Ieri il sindacato ha portato il tema in un’iniziativa sulla direttiva con le conclusioni di Maurizio Landini. Alessandro Genovesi, responsabile appalti della confederazione, ricorda che i lavoratori in appalto sono passati da un milione e mezzo nel 2001 a quattro milioni e mezzo oggi, e che lì avviene il 67%degli infortuni gravi o mortali. La corruzione, stima, costa al Paese tra 50 e 150 miliardi l’anno.

Da qui in avanti, due strade. O il governo recepisce sul serio la direttiva Ue e rimette mano all’abuso d’ufficio, smentendo sé stesso. O cerca la via stretta dei reati già esistenti, e allora rischia il rilievo di Bruxelles e, a termine scaduto, la procedura d’infrazione. La direttiva nasce da un compromesso, lo ammette la stessa Cgil. Ma fissa un punto che a Roma fa rumore: l’anticorruzione è diventata, per la prima volta, un obbligo europeo vincolante. E un governo che ha appena perso un referendum sulla giustizia dovrà spiegare perché vuole essere l’eccezione.

L’articolo Abuso d’ufficio, con la direttiva Ue anti-corruzione l’Italia deve ripristinarlo. Ma il governo che l’ha abolito dice no: ecco i possibili scenari sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Almasri condannato a Tripoli: l’uomo che l’Italia arrestò, rilasciò e rimpatriò. Inflitti 7 anni e 4 mesi per tortura: lo stesso reato contestato dall’Aja

Il 21 giugno 2026 il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a 7 anni e 4 mesi per “aver violato i diritti dei detenuti”. Torture su dieci reclusi, uno morto sotto i maltrattamenti. I giudici libici hanno disposto anche la perdita della capacità giuridica e dei diritti civili per tutta la durata della pena. Da ieri Almasri non è più un sospettato: è un torturatore con una sentenza addosso. E quel torturatore l’Italia lo aveva preso, scarcerato e rispedito a casa su un aereo di Stato.

Riavvolgiamo il nastro. Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga, struttura controllata dalle Forze di Deterrenza Rada dentro l’apparato di sicurezza di Tripoli, era finito in manette a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Corte penale internazionale spiccato il giorno prima per crimini contro l’umanità e crimini di guerra: omicidio, tortura, stupro, violenza sessuale, fatti collocati dal 2015. Due giorni dopo era già libero. La convalida dell’arresto saltò davanti alla Corte d’appello di Roma, e il governo lo caricò su un volo Cai verso Tripoli. Pericoloso, spiegò il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Così pericoloso da meritare un passaggio aereo verso casa.

Cronologia di una figuraccia

Il 5 agosto 2025 il Tribunale dei ministri ha chiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere contro Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano: omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento, peculato (a vario titolo). Nelle novanta pagine i giudici scrivono che i tre hanno “scientemente e volontariamente” aiutato il ricercato a sottrarsi all’Aja, e indicano il movente nella paura di ritorsioni libiche. Eppure a febbraio, in Parlamento, lo stesso Piantedosi aveva escluso qualsiasi “pressione indebita” da parte di autorità straniere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, indagata e poi archiviata, ha rivendicato la collegialità della decisione del governo: ogni scelta concordata, dice.

E la Camera, il 9 ottobre 2025, ha chiuso la porta: niente processo, per nessuno dei tre. La maggioranza di centrodestra ha i numeri, 242 deputati su 400, e li ha usati fino in fondo. Tradotto in italiano corrente: lo Stato ha protetto chi aveva protetto un torturatore. Adesso il torturatore ha pure una condanna di un tribunale del suo Paese. Dove è stato rimpatriato con un volo di Stato pagato con i soldi dei contribuenti. Il favore italiano resta in piedi, intatto.

I soldi e il sistema

Mitiga è uno dei nodi di un sistema che l’Italia paga da anni. Il Memorandum Italia-Libia, firmato il 2 febbraio 2017 dal governo Gentiloni e prorogato in automatico il 2 novembre 2025 fino al 2028, finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti chi fugge e lo riporti nelle carceri dove si tortura. Tra il 2017 e il 2020 Roma ha speso in Libia 784,3 milioni di euro, secondo le stime raccolte da Internazionale. Quasi 100mila persone sono state riportate indietro fino al 2022, oltre 20mila solo dall’inizio del 2025: rispedite, una per una, negli stessi luoghi che hanno fatto da scenario ai reati per i quali Almasri è stato condannato.

Human Rights Watch ricorda che la Libia resta obbligata a cooperare con la Cpi in virtù del rinvio votato dall’Onu nel 2011. La giustizia che chiedeva Almasri l’ha trovato a Tripoli, mica a Roma. Federico Gianassi (Pd) lo dice senza giri di parole: persino la Libia ha fatto quello che il governo italiano ha rifiutato di fare. Augusta Montaruli (FdI) la gira al contrario, e sostiene che la condanna prova come Meloni avesse ragione a espellerlo. Due letture, una sola realtà documentata. L’Italia ha avuto tra le mani un uomo che torturava e lo ha riconsegnato ai suoi. Con timbro e firma del governo.

L’articolo Almasri condannato a Tripoli: l’uomo che l’Italia arrestò, rilasciò e rimpatriò. Inflitti 7 anni e 4 mesi per tortura: lo stesso reato contestato dall’Aja sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il saldo della morte by Netanyahu

Il rapporto, sostiene Benjamin Netanyahu, è basso. Domenica 21 giugno, al summit della Jewish News Syndicate a Gerusalemme, il primo ministro israeliano difende il bilancio di Gaza con un conto: in ogni conflitto urbano si contano sette o otto vittime civili per ogni combattente, «a Gaza il rapporto tra terroristi e civili è basso, nonostante le menzogne». La frase si chiude in pretesa di lode: «Dovremmo essere elogiati, non attaccati».

Il giorno prima, sabato 20, un drone israeliano colpisce una casa nel campo profughi di Bureij. Muore Ahmed Washah, venticinque anni, cameraman di Al Jazeera Mubasher, con altre due persone. L’esercito lo dichiara «cecchino di Hamas», senza esibire prove. È il dodicesimo giornalista dell’emittente ucciso dall’ottobre 2023. Suo fratello Mohammed, anche lui di Al Jazeera, era stato colpito l’8 aprile, con la stessa etichetta. Il Comitato per la protezione dei giornalisti documenta da mesi la prassi: accusare di terrorismo i reporter uccisi, dopo, e senza riscontri.

Un rapporto basso si fabbrica così. Il morto si sposta da una colonna all’altra con un comunicato. La cifra si decide a Gerusalemme, prima del terreno. L’Ufficio dell’Alto commissario ONU per i diritti umani, nel novembre 2024, aveva verificato che quasi il 70 per cento delle vittime di Gaza erano donne e bambini, e parlava di «violazione sistematica» dei principi di distinzione e proporzionalità. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre l’esercito ha ucciso almeno 1.012 palestinesi. I suoi caduti, nello stesso periodo, sono cinque.

Intanto a Bengasi Domenico Centrone e Leonarda Alberizia restano detenuti dal 24 maggio, senza un’accusa formale, con le indagini libiche prorogate di altri trenta giorni. Antonio Tajani assicura di lavorare «affinché possano essere rilasciati e magari espulsi».

Washah, in aprile, aveva chiesto una cosa sola: che si smettesse di colpire i giornalisti. Il suo ultimo rapporto non arriverà. Resta quello di Gerusalemme, basso.

L’articolo Il saldo della morte by Netanyahu sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Gemona come bunker: la premier si cura le ferite di Evian

Giorgia Meloni è sfilata domenica tra le penne nere a Gemona del Friuli, al raduno degli alpini per i cinquant’anni dal terremoto, e ha spiegato il blitz con una confessione: «Avevo bisogno di un po’ di sano orgoglio nazionale e, se non si trova qui, non so dove altro si potrebbe trovare». Traduzione: dopo lo scontro con Donald Trump le serviva un bagno di folla amica. La premier ha sperato a…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui