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Finanziamenti privati alla politica, gli imprenditori giù dal Carroccio: Forza Italia preferita alla Lega

Una settimana fa Pagella Politica ha raccontato un pezzo della storia dei finanziamenti privati ai partiti. E un dato balza agli occhi: gli imprenditori hanno smesso di finanziare la Lega. Da gennaio ad aprile il partito di Matteo Salvini ha incassato dalle aziende 59 mila euro (su 893 mila euro totali) in otto donazioni, cinque volte meno dei 279 mila dello stesso periodo del 2025, sotto il 7 per cento della raccolta. Tutto è pubblico e dovuto: la legge obbliga partiti e donatori a dichiarare ogni erogazione sopra i 500 euro. Basta leggere gli stessi elenchi della Camera dei deputati per l’intera coalizione di governo. I soldi non sono spariti: si sono spostati. Anche a destra dove, nel frattempo, “Futuro Nazionale si sta radicando anche economicamente sul territorio, visto che nei suoi primi sei mesi di vita ha raccolto circa 300 mila euro di donazioni” rileva Pagella Politica.

Per la Lega qualcosa, quest’anno, è cambiato. Fino al 2025, ricorda il sito di fact checking, circa il 20% delle donazioni al Carroccio arrivava da realtà imprenditoriali di vari settori, dalla difesa all’agricoltura, passando per infrastrutture e trasporti. Invece nei primi mesi del 2026 la situazione è cambiata e i finanziamenti da queste realtà sono diminuiti di cinque volte rispetto agli scorsi anni. Con soli 59mila ricevuti dalle imprese su 893mila totali in otto donazioni.

Nel 2024 eravamo addirittura a 409mila euro di donazioni. La maggior parte dei soldi, nel 2026, è invece arrivato dagli eletti in Parlamento, che versano 3mila euro al mese.

Le imprese scelgono Forza Italia

Forza Italia è il grande partito in cui le aziende pesano di più. A giugno l’osservatorio Moneytor, promosso con Transparency International Italia, aveva fotografato la tendenza: nel 2024 le donazioni delle aziende ai partiti erano cresciute del 68 per cento, e con loro la dipendenza dai soldi privati.

In generale, nel biennio 2023-2024 il partito che ha ricevuto più contributi è stata la Lega con 9,049 milioni di euro, seguita da Forza Italia a 6,633 e Fratelli d’Italia con 6,489. Nel 2023, come emerge dal rapporto, il primato è stato della Lega con 5,192 milioni di euro in donazioni, seguita da Fratelli d’Italia a 3,982 milioni. Nel 2024, invece, il primato è passato in mano a Forza Italia con 4,176 milioni, davanti alla Lega con 3,857 milioni. Fratelli d’Italia si ferma invece a 2,506 milioni.

Forza Italia si basa soprattutto su contributi esterni: nel biennio, infatti, il 38,4% dei contributi proviene dai privati, inclusi grandi donatori individuali, e il 33,15% dalle società. Mentre le rimesse di parlamentari e membri del governo si fermano al 27,38%. Ben diversa la situazione di Fratelli d’Italia, che riceve il 91,86% dalle entrate dei propri parlamentari, mentre il 4,98% arriva da persone fisiche e il 3,06% da società private.

C’è poi un’altra gamba di Forza Italia, che è la famiglia. Nel 2025 i cinque figli di Silvio Berlusconi e il fratello Paolo hanno versato centomila euro a testa, altri centomila la deputata Marta Fascina (FI): 700 mila euro, lo stesso schema identico dal 2022. Tra i donatori di spicco del partito ci sono anche Letizia Moratti, eurodeputata a presidente della Consulta nazionale, e Paolo Scaroni, presidente del Milan e dell’Enel.

Il partito che vince e non incassa

Torniamo a Fratelli d’Italia. È il primo partito d’Italia, esprime la presidente del Consiglio e raccoglie contributi in larga parte dai versamenti mensili dei suoi parlamentari e dal 2×1000, come accade al Partito democratico. Il partito che governa è quello che le aziende finanziano di meno. Le imprese sanno dove conviene bussare, e in questi mesi hanno bussato altrove.

La fotografia della coalizione è doppia. Chi ha il governo incassa pochissimo dai privati e vive degli eletti. Chi lo regge ai lati, Forza Italia e Noi Moderati, vive di imprese. Via dalle ruspe e dai gazebo di Salvini, verso i consigli di amministrazione e gli studi professionali torinesi. Forza Italia incassa, Antonio Tajani ringrazia, e a tenere in piedi il partito restano gli eredi del fondatore e le aziende con un appalto da difendere. Resta la domanda, vecchia quanto la legge che impone di pubblicare quei nomi: chi mette i soldi, poi, che cosa si aspetta.

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Abuso d’ufficio, con la direttiva Ue anti-corruzione l’Italia deve ripristinarlo. Ma il governo che l’ha abolito dice no: ecco i possibili scenari

La direttiva (UE) 2026/1021 contro la corruzione è in vigore dal 31 maggio. La stessa Italia che l’ha votata a Bruxelles aveva cancellato, due anni prima, il reato che ora quel testo le chiede di reintrodurre. E il ministro che firmò la cancellazione, Carlo Nordio, ha già fatto sapere alla Camera che no, l’abuso d’ufficio non tornerà.

Andiamo con ordine. Il 26 marzo il Parlamento europeo approva la direttiva con 581 sì, 21 contrari, 42 astensioni. Il 21 aprile la adotta il Consiglio dell’Unione, dove siede il governo italiano, che vota a favore. Pubblicazione in Gazzetta europea l’11 maggio, recepimento obbligatorio entro il 1° giugno 2028. Tra le condotte da punire c’è l’esercizio illecito di funzioni pubbliche: le violazioni gravi di legge commesse intenzionalmente da un funzionario a danno dell’interesse pubblico. Fattispecie del vecchio abuso d’ufficio, con un altro nome.

Il reato che rientra dalla finestra

Quel reato in Italia non c’è più. L’ha cancellato la legge 114 del 2024, la riforma Nordio, abrogando l’articolo 323 del codice penale: alla Camera passò il 10 luglio 2024 con 199 sì e 102 no, e nel maggio 2025 la Corte costituzionale stabilì che l’abrogazione non viola la Carta. Fascicolo chiuso, sembrava.

Solo che l’Europa lo ha riaperto. La relatrice Raquel Garcia Hermida (Renew) lo ha messo nero su bianco: Roma dovrà reintrodurre come reato almeno due fattispecie tra le più gravi. Il presidente dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, Giuseppe Busia, si augura che il recepimento serva a colmare i vuoti aperti dalla cancellazione. Nordio, al question time del 22 aprile, ha risposto No alla domanda sul ritorno del reato: l’arsenale italiano, dice, conta già 17 fattispecie e all’Europa basta così. Fratelli d’Italia sostiene la stessa cosa, e ricorda di aver votato sì proprio perché il testo finale, ammorbidito anche su pressione di Roma, lascia agli Stati ampia discrezionalità. Le opposizioni, da Pd e Movimento 5 Stelle, lo leggono come una smentita in faccia al governo.

Il dato intanto resta. Nell’indice di percezione della corruzione di Transparency, nel 2025 l’Italia è scesa a 53 punti, 52ªsu 182 Paesi, e l’organizzazione cita proprio la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio tra le cause dell’arretramento.

Gli appalti e il modello di sviluppo

C’è poi il versante che tocca il lavoro da vicino: gli appalti. Il codice dei contratti del 2023, il decreto legislativo 36, ha superato il divieto di subappalto a cascata che resisteva dal codice precedente. Più flessibilità per le imprese, certo, solo che è proprio nella catena di appalti e subappalti che si concentra la quota più alta di sfruttamento del lavoro.

Su questo la Cgil ha depositato in Cassazione, il 27 aprile, due leggi di iniziativa popolare: una sulla sanità, una sugli appalti, “stesso lavoro, stesso contratto”. Ieri il sindacato ha portato il tema in un’iniziativa sulla direttiva con le conclusioni di Maurizio Landini. Alessandro Genovesi, responsabile appalti della confederazione, ricorda che i lavoratori in appalto sono passati da un milione e mezzo nel 2001 a quattro milioni e mezzo oggi, e che lì avviene il 67%degli infortuni gravi o mortali. La corruzione, stima, costa al Paese tra 50 e 150 miliardi l’anno.

Da qui in avanti, due strade. O il governo recepisce sul serio la direttiva Ue e rimette mano all’abuso d’ufficio, smentendo sé stesso. O cerca la via stretta dei reati già esistenti, e allora rischia il rilievo di Bruxelles e, a termine scaduto, la procedura d’infrazione. La direttiva nasce da un compromesso, lo ammette la stessa Cgil. Ma fissa un punto che a Roma fa rumore: l’anticorruzione è diventata, per la prima volta, un obbligo europeo vincolante. E un governo che ha appena perso un referendum sulla giustizia dovrà spiegare perché vuole essere l’eccezione.

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Almasri condannato a Tripoli: l’uomo che l’Italia arrestò, rilasciò e rimpatriò. Inflitti 7 anni e 4 mesi per tortura: lo stesso reato contestato dall’Aja

Il 21 giugno 2026 il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a 7 anni e 4 mesi per “aver violato i diritti dei detenuti”. Torture su dieci reclusi, uno morto sotto i maltrattamenti. I giudici libici hanno disposto anche la perdita della capacità giuridica e dei diritti civili per tutta la durata della pena. Da ieri Almasri non è più un sospettato: è un torturatore con una sentenza addosso. E quel torturatore l’Italia lo aveva preso, scarcerato e rispedito a casa su un aereo di Stato.

Riavvolgiamo il nastro. Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga, struttura controllata dalle Forze di Deterrenza Rada dentro l’apparato di sicurezza di Tripoli, era finito in manette a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Corte penale internazionale spiccato il giorno prima per crimini contro l’umanità e crimini di guerra: omicidio, tortura, stupro, violenza sessuale, fatti collocati dal 2015. Due giorni dopo era già libero. La convalida dell’arresto saltò davanti alla Corte d’appello di Roma, e il governo lo caricò su un volo Cai verso Tripoli. Pericoloso, spiegò il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Così pericoloso da meritare un passaggio aereo verso casa.

Cronologia di una figuraccia

Il 5 agosto 2025 il Tribunale dei ministri ha chiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere contro Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano: omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento, peculato (a vario titolo). Nelle novanta pagine i giudici scrivono che i tre hanno “scientemente e volontariamente” aiutato il ricercato a sottrarsi all’Aja, e indicano il movente nella paura di ritorsioni libiche. Eppure a febbraio, in Parlamento, lo stesso Piantedosi aveva escluso qualsiasi “pressione indebita” da parte di autorità straniere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, indagata e poi archiviata, ha rivendicato la collegialità della decisione del governo: ogni scelta concordata, dice.

E la Camera, il 9 ottobre 2025, ha chiuso la porta: niente processo, per nessuno dei tre. La maggioranza di centrodestra ha i numeri, 242 deputati su 400, e li ha usati fino in fondo. Tradotto in italiano corrente: lo Stato ha protetto chi aveva protetto un torturatore. Adesso il torturatore ha pure una condanna di un tribunale del suo Paese. Dove è stato rimpatriato con un volo di Stato pagato con i soldi dei contribuenti. Il favore italiano resta in piedi, intatto.

I soldi e il sistema

Mitiga è uno dei nodi di un sistema che l’Italia paga da anni. Il Memorandum Italia-Libia, firmato il 2 febbraio 2017 dal governo Gentiloni e prorogato in automatico il 2 novembre 2025 fino al 2028, finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti chi fugge e lo riporti nelle carceri dove si tortura. Tra il 2017 e il 2020 Roma ha speso in Libia 784,3 milioni di euro, secondo le stime raccolte da Internazionale. Quasi 100mila persone sono state riportate indietro fino al 2022, oltre 20mila solo dall’inizio del 2025: rispedite, una per una, negli stessi luoghi che hanno fatto da scenario ai reati per i quali Almasri è stato condannato.

Human Rights Watch ricorda che la Libia resta obbligata a cooperare con la Cpi in virtù del rinvio votato dall’Onu nel 2011. La giustizia che chiedeva Almasri l’ha trovato a Tripoli, mica a Roma. Federico Gianassi (Pd) lo dice senza giri di parole: persino la Libia ha fatto quello che il governo italiano ha rifiutato di fare. Augusta Montaruli (FdI) la gira al contrario, e sostiene che la condanna prova come Meloni avesse ragione a espellerlo. Due letture, una sola realtà documentata. L’Italia ha avuto tra le mani un uomo che torturava e lo ha riconsegnato ai suoi. Con timbro e firma del governo.

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Il saldo della morte by Netanyahu

Il rapporto, sostiene Benjamin Netanyahu, è basso. Domenica 21 giugno, al summit della Jewish News Syndicate a Gerusalemme, il primo ministro israeliano difende il bilancio di Gaza con un conto: in ogni conflitto urbano si contano sette o otto vittime civili per ogni combattente, «a Gaza il rapporto tra terroristi e civili è basso, nonostante le menzogne». La frase si chiude in pretesa di lode: «Dovremmo essere elogiati, non attaccati».

Il giorno prima, sabato 20, un drone israeliano colpisce una casa nel campo profughi di Bureij. Muore Ahmed Washah, venticinque anni, cameraman di Al Jazeera Mubasher, con altre due persone. L’esercito lo dichiara «cecchino di Hamas», senza esibire prove. È il dodicesimo giornalista dell’emittente ucciso dall’ottobre 2023. Suo fratello Mohammed, anche lui di Al Jazeera, era stato colpito l’8 aprile, con la stessa etichetta. Il Comitato per la protezione dei giornalisti documenta da mesi la prassi: accusare di terrorismo i reporter uccisi, dopo, e senza riscontri.

Un rapporto basso si fabbrica così. Il morto si sposta da una colonna all’altra con un comunicato. La cifra si decide a Gerusalemme, prima del terreno. L’Ufficio dell’Alto commissario ONU per i diritti umani, nel novembre 2024, aveva verificato che quasi il 70 per cento delle vittime di Gaza erano donne e bambini, e parlava di «violazione sistematica» dei principi di distinzione e proporzionalità. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre l’esercito ha ucciso almeno 1.012 palestinesi. I suoi caduti, nello stesso periodo, sono cinque.

Intanto a Bengasi Domenico Centrone e Leonarda Alberizia restano detenuti dal 24 maggio, senza un’accusa formale, con le indagini libiche prorogate di altri trenta giorni. Antonio Tajani assicura di lavorare «affinché possano essere rilasciati e magari espulsi».

Washah, in aprile, aveva chiesto una cosa sola: che si smettesse di colpire i giornalisti. Il suo ultimo rapporto non arriverà. Resta quello di Gerusalemme, basso.

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Gemona come bunker: la premier si cura le ferite di Evian

Giorgia Meloni è sfilata domenica tra le penne nere a Gemona del Friuli, al raduno degli alpini per i cinquant’anni dal terremoto, e ha spiegato il blitz con una confessione: «Avevo bisogno di un po’ di sano orgoglio nazionale e, se non si trova qui, non so dove altro si potrebbe trovare». Traduzione: dopo lo scontro con Donald Trump le serviva un bagno di folla amica. La premier ha sperato a…

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Clima, da Bonn ad Antalya: le Nazioni Unite passano dai trattati all’attuazione. E l’Italia punta sul gas

Per due settimane sulle rive del Reno i diplomatici di quasi 200 Paesi hanno litigato su virgole e definizioni, mentre fuori da quelle stanze il clima continuava a cambiare senza chiedere il permesso. Giovedì 18 giugno si sono chiusi a Bonn i lavori preparatori della COP31, in programma ad Antalya, in Turchia, a novembre 2026, con la regia divisa tra l’Australia che guida i negoziati e la presidenza turca che ospita. E il bilancio, raccontano gli stessi negoziatori, è di una conferenza fiacca, senza un accordo da strappare.

Undici anni dopo l’Accordo di Parigi, i tecnicismi sono quasi tutti sistemati. Quello che manca è il modo di rispettare gli obiettivi, e quel modo non si trova in una sala dove ogni decisione, anche minima, richiede il consenso di tutti. Così il baricentro si sposta fuori: pledge volontari, coalizioni di chi ci sta, la cosiddetta “action agenda”. La presidenza turca ha rilanciato con un obiettivo globale di elettrificazione. Tutto fuori dal negoziato vincolante, dove uno Stato che si impegna lo fa davvero.

Sul tavolo c’era anche un buco di bilancio. Gli Stati Uniti, finanziatore di peso, hanno lasciato il trattato: il 7 gennaio 2026 Donald Trump ha firmato il memorandum di uscita dalla Unfccc, effettivo dopo un anno, dopo essere già usciti dall’Accordo di Parigi il 27 gennaio. Il maggiore emettitore storico del pianeta si chiama fuori, e gli altri ne approfittano per tirare i remi in barca.

Il clima fuori dalle stanze

Intanto i numeri non aspettano i comunicati. Nel 2025 le emissioni dell’Unione europea sono salite di circa l’1%, a 3,34 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente contro le 3,31 dell’anno prima, secondo i dati preliminari di Eurostat. È una rotta ferma proprio mentre andrebbe invertita. E l’Italia, da parte sua, ha messo a referto un +0,4% nell’ultimo trimestre.

Bonn si è svolta sullo sfondo dell’ennesimo shock dei prezzi dell’energia, stavolta innescato dal fronte del Golfo Persico. Lo shock, che dovrebbe essere la prova provata che dal gas conviene uscire, qui da noi è diventato l’alibi per restarci. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha confermato che il carbone resta una riserva da riaccendere se il gas supera i 70 euro. Una transizione che si tiene aperto il forno a carbone non è una transizione: è un rinvio con la data in bianco.

E qui da noi?

Perché la fotografia italiana è quella di un Paese che annuncia la decarbonizzazione e finanzia il contrario. Con il Piano Mattei il governo ha orientato circa 5,5 miliardi di euro verso nuove forniture di gas naturale dall’Africa, per trasformare l’Italia in un hub del gas nel Mediterraneo. E i combustibili fossili coprono ancora quasi il 70% del fabbisogno energetico nazionale.

I conti pubblici dell’Ispra dicono il resto. Sui settori dell’Effort Sharing, cioè trasporti, riscaldamento, agricoltura e rifiuti, con le politiche correnti l’Italia si ferma a un taglio del 30% al 2030, contro il -43,7% richiesto rispetto al 2005. Anche aggiungendo tutte le misure del Pniec, il Piano nazionale integrato energia e clima, si arriva al -41%: sotto l’asticella comunque. Le rinnovabili sui consumi finali sono inchiodate intorno al 20%, mentre il Pniec ne prometteva il 25% già entro fine 2025. Nei trasporti la quota verde è al 10%, contro un obiettivo del 15%, e nel riscaldamento le rinnovabili sono ferme ai livelli del 2010.

Resta il dato di fondo, quello che pesa: tra il 1990 e il 2023 le emissioni italiane sono scese del 26,4%. Un cammino vero, certo, solo che la parte facile è finita e quella difficile la si sta rimandando settore per settore. Bonn ha certificato che parlare non basta più. Antalya, a novembre, dovrà spiegare cosa si fa. L‘Italia, intanto, ha già scelto: l’hub del gas. La decarbonizzazione finisce nei convegni.

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Giornata mondiale del rifugiato, ricorrenza amara nell’anno in cui il diritto d’asilo arretra in Europa

Settantacinque anni fa, il 28 luglio 1951, a Ginevra si firmava la Convenzione sullo status di rifugiato: chi scappa da guerra e persecuzione ha diritto a chiedere protezione, e lo Stato che lo accoglie non può ricacciarlo dove rischia la vita. Oggi, 20 giugno, quel diritto compie gli anni con la Giornata mondiale del rifugiato. E l’Europa lo festeggia smontandolo.

A dirlo, alla vigilia, è SOS Humanity, l’organizzazione tedesca che gestisce la nave di soccorso Humanity 1. Parla di una crisi dello Stato di diritto nelle politiche migratorie europee, e richiama un memorandum per la protezione dei rifugiati promosso insieme ad altre sigle tedesche, da Pro Asyl a Diakonie ad Amnesty International. L’allarme poggia su due atti molto concreti che, nel giro di un mese, hanno spostato l’asticella.

Strasburgo e Bruxelles

Il primo è la Dichiarazione di Chişinău. L’hanno adottata il 15 maggio 2026 tutti i 46 Stati del Consiglio d’Europa, e pur non essendo vincolante chiede di rileggere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo quando di mezzo ci sono stranieri da espellere o estradare. Amnesty International la legge come l’apertura di un sistema di diritti umani a due livelli: pieni per i cittadini, ridotti per i migranti. La stessa dichiarazione apre all’esame delle domande in Paesi terzi e agli hub di rimpatrio fuori dai confini europei. Da dove nasce? Da una lettera di nove capi di governo del maggio 2025, guidati da Italia e Danimarca, che accusava la Corte di Strasburgo di proteggere “le persone sbagliate”. 

Il secondo atto è già in vigore. Il Patto europeo su migrazione e asilo, dieci provvedimenti approvati nel 2024, si applica dal 12 giugno, una settimana fa. Introduce una procedura di frontiera obbligatoria per chi arriva dai Paesi con un tasso di riconoscimento sotto il 20%, fino a dodici settimane in cui, scrive Human Rights Watch, il richiedente resterà quasi sempre trattenuto. Famiglie con bambini comprese. Sulla carta è efficienza. Di fatto è detenzione amministrativa per chi non ha commesso alcun reato. L’Italia, da parte sua, ha fatto da apripista con i centri costruiti in Albania per spostare l’esame di una parte delle domande fuori dal proprio territorio.

La frontiera spostata in mare

E poi c’è il mare, dove la frontiera l’Europa l’ha già spinta verso sud da tempo. Dal 2016 l’Unione finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti i barconi e li riporti indietro. Tra il gennaio 2018 e il settembre 2025, secondo l’OIM, sono state riportate in Libia circa 145mila persone; Sea-Watch parla di oltre 169mila dal 2016. Rispedite nel Paese da cui erano fuggite, dentro quei centri di detenzione dove torture, percosse e stupri sono documentati da anni. Un respingimento per procura, vietato dalla Convenzione di Ginevra ma pagato con denaro europeo, circa 74 milioni solo per i programmi sul confine.

A ottobre un gruppo di eurodeputati ha chiesto alla Commissione di chiudere i rubinetti, citando tratta, lavoro forzato, violenze sessuali e torture. Bruxelles ha difeso la collaborazione definendola necessaria. E la stessa Humanity 1, in Italia, è già stata fermata per decreto: chi documenta cosa accade in mare diventa il problema da rimuovere.

Intanto il conto dei morti non si ferma. Nel 2025 l’OIM ha contato quasi 7.900 persone morte o scomparse sulle rotte migratorie, 1.330 solo nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale del mondo. Dal 2014 sono oltre 80mila.

Settantacinque anni dopo Ginevra la promessa era semplice: nessuno va rimandato verso il pericolo. Domani la si celebra con cortei e comunicati, mentre i governi che l’hanno firmata lavorano a smontarla un comma alla volta. Marie Michel, di SOS Humanity, parla di un diritto individuale all’asilo ormai sotto attacco in Europa. E a guidare l’assalto, stavolta, c’è anche l’Italia.

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Lo sterminio certificato dall’Onu

Duemilaseicentosessantotto bambini palestinesi uccisi a Gaza dalle forze israeliane nel 2025, altri 4.588 ancora in fase di accertamento. Sono cifre che le Nazioni Unite dichiarano verificate.

Il rapporto annuale dell’Onu sui bambini e i conflitti armati, firmato dal segretario generale António Guterres e diffuso questa settimana, conta 38.558 violazioni gravi nel mondo su 24.174 minori: il totale più alto da quando il monitoraggio esiste, dal 1996. Per la prima volta in trent’anni a guidare l’elenco dei responsabili sono le forze di uno Stato e non i gruppi armati. In testa c’è l’esercito israeliano con le sue forze di sicurezza, 12.445 violazioni, davanti a Congo, Myanmar e Somalia.

L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha risposto il 18 giugno definendo il documento «uno dei più grandi fallimenti morali nella storia delle Nazioni Unite» e accusando Guterres di confondere «uno Stato democratico che lotta per la sopravvivenza» con le organizzazioni terroristiche. Settimane prima lo stesso Guterres aveva inserito Israele in un’altra lista, quella sulla violenza sessuale nei conflitti, e il governo aveva minacciato di rompere ogni rapporto con lui.

Il rapporto attribuisce ai coloni 326 violazioni gravi e avverte che nel 2026 potrebbero entrare anch’essi nell’elenco. Il 19 giugno il Consiglio europeo ha condannato “la continua e crescente violenza dei coloni contro i civili palestinesi” e chiesto misure contro i ministri estremisti. Per ora restano parole senza decisioni vincolanti.

A Bengasi, dal 24 maggio, restano detenuti Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, i due italiani del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla: il procuratore libico ha prolungato le indagini di altri trenta giorni, senza fissare un’udienza.

L’elenco delle Nazioni Unite esiste dal 1996. Per la prima volta il primo nome è quello di un esercito di Stato.

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La parabola atlantica (discendente) di Giorgia Meloni

Per farsi umiliare come ieri serve un metodo: corteggiare Donald Trump senza pudore e spacciare l’infatuazione per politica estera. Giorgia Meloni quel metodo l’ha applicato alla perfezione. Ieri il presidente americano al telefono con La7 ha spiegato agli italiani che la loro premier lo avrebbe «implorato» di fare una foto con lui al G7 di Evian, e che gliel’ha concessa perché «mi ha fatto pena». Roba da asilo, certo. Solo che l’asilo, stavolta, è il rango internazionale dell’Italia.

Trump fa quello che è: non si sente presidente degli Stati Uniti, si sente Trump, e il Paese che dovrebbe rappresentare gli pare un orpello. Insulta una persona, che è pure capo di governo, convinto di non toccare uno Stato. E lo fa con la spocchia del maschio che alla donna concede l’elemosina e poi la racconta, perché esibire l’umiliazione vale più del galateo fra alleati.

Il guaio vero, però, se lo è cercato lei. Meloni si è venduta per anni come «ago della bilancia», il ponte tra Washington e Bruxelles, l’unica capace di parlare al tycoon. Ha scambiato una simpatia per una carica e ha spacciato come asse geopolitico uno strascico sentimentale. Risultato: l’Italia ridotta a straccio, appesa alle bizze di un signore che la tratta a seconda dell’umore.

Da Bruxelles la premier ha replicato che «io e l’Italia non imploriamo mai», e che le dispiace vedere Trump così arrendevole con i nemici dell’Occidente. Dignità tardiva. Il gelo, del resto, viene da lontano: era già esploso sull’Iran, con l’equilibrismo del né approvare né condannare, la difesa del Papa dagli attacchi del Tycoon, il no alla base di Sigonella e da pupilla del presidente lei era scivolata a imputata di scarso coraggio nel giro di una stagione. E mentre Antonio Tajani disdice in fretta la trasferta americana per salvare la faccia, la sostanza resta.

Perché su quell’amicizia Meloni ha costruito quasi tutta la sua statura internazionale, dall’inaugurazione del 2025 da unica europea in platea fino alle foto a Mar-a-Lago. La merce su cui aveva puntato l’ha tradita in diretta Tv. E all’estero la fotografano per quello che è oggi: una premier che ha appeso la propria autorevolezza a un selfie e adesso lo smentisce davanti alle telecamere. Chiede rispetto per l’Italia: bastava non offrirla in saldo.

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Carne coltivata: l’Ue non ha vietato di produrla, ma solo di darle certi nomi. Pagella Politica corregge il ministro Lollobrigida

Il 17 giugno Francesco Lollobrigida pubblica su Instagram una grafica gialla: “Da Europarlamento stop a carne sintetica e meat sounding”, e sotto, come da curva dello stadio, “avevamo ragione noi”. Nel post il ministro dell’Agricoltura rivendica di essere stato “il primo al mondo a vietare la produzione e il commercio della carne sintetica” e annuncia che adesso “anche il Parlamento europeo segue la linea italiana”.

Peccato che il Parlamento europeo non abbia vietato niente.

Il 16 giugno 2026 l’Aula di Strasburgo ha approvato, con 560 voti favorevoli, 75 contrari e 25 astensioni, la riforma dell’organizzazione comune dei mercati agricoli, l’Ocm, un regolamento pensato per rafforzare la posizione degli agricoltori nei contratti di filiera. Il grosso del testo sta lì: contratti scritti obbligatori, organizzazioni di produttori più forti, prezzi che dovrebbero coprire i costi reali in azienda. Dentro c’è pure una norma sulle parole: si introduce una definizione di carne come “parti commestibili degli animali” e si riservano 31 denominazioni, da beef a bacon, da bistecca a costine, ai soli prodotti che la carne la contengono davvero. Chi vende qualcosa ottenuto da colture cellulari quei nomi non potrà appiccicarli sull’etichetta.

Si blinda un nome, si lascia in piedi il prodotto. La carne coltivata, quella cresciuta in laboratorio da cellule animali, in Europa resta dove stava: senza autorizzazione come novel food, quindi già fuori dal mercato prima ancora del voto. Il regolamento stabilisce come la potrai chiamare il giorno in cui arriverà. Sul se la puoi produrre, tace.

Cosa ha letto il ministro

Lollobrigida interpreta “denominazioni riservate” come “divieto”. Legge una regola sull’etichetta e annuncia uno “stop” alla produzione.

E poi c’è il calendario a frenare ulteriormente gli entusiasmi. Quel testo non è ancora legge. L’accordo provvisorio tra Parlamento e Consiglio risale al 5 marzo 2026, l’Aula lo ha confermato a giugno, ma per entrare in vigore manca ancora il via libera formale del Consiglio dell’Unione europea. Il ministro festeggia una norma che deve ancora chiudere il giro, e intanto la spaccia per vittoria definitiva.

La linea italiana, e la confusione che la segue

La linea italiana esiste davvero, ed è un’altra cosa. La legge 172 del 2023, in vigore dal 16 dicembre di quell’anno, voluta dallo stesso Lollobrigida insieme al ministro della Salute Orazio Schillaci, vieta sul serio produzione, vendita e importazione della carne coltivata sul territorio nazionale. Un divieto pieno, oggi l’unico statale al mondo. Strasburgo ha fatto qualcosa di molto più stretto, ha protetto dei nomi, e su quei nomi va davvero nella stessa direzione di Roma. Sul divieto di produrre, l’Aula non l’ha seguita: quel passaggio italiano non lo ha ripreso. La relatrice del testo, la francese Céline Imart (Ppe), ha insistito su etichette e trasparenza per i consumatori, mai sulla messa al bando.

Messo davanti alla smentita di Pagella Politica, il ministro ha risposto spostando il bersaglio: la “poltiglia cellulare”, ha scritto, in Europa non è prodotta né venduta, e comunque non potrà chiamarsi carne. Vero, solo che è un’altra frase rispetto a “l’ha vietata il Parlamento europeo”. Dal “vietato” al “non si può chiamare carne” corre lo stesso spazio che separava il post dalla realtà.

“Avevamo ragione noi”, ha chiuso. Su cosa, andrebbe spiegato con calma: sul nome che cambia, sul divieto che non c’è, o sul testo che il Consiglio deve ancora votare. Tre risposte diverse, e nessuna coincide con la grafica gialla.

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