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Patrimoniale: dalla Svizzera alla Norvegia alla Spagna, ecco chi la applica. E la mappa che smentisce Meloni

Dal palco dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, Giorgia Meloni ha messo in fila due frasi a pochi minuti di distanza. La prima, dedicata alle attività commerciali fittizie: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». La seconda, dedicata al fisco: «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici». L’assemblea di Confcommercio ha applaudito e l’accostamento è rimasto lì, sospeso eppure nitido: anche chi propone un’imposta sulla ricchezza spingerebbe l’Italia verso il tropico delle repubbliche improvvisate. Conviene allora aprire la mappa di chi una patrimoniale ce l’ha davvero.

La mappa la disegna un think tank liberista

A compilarla è la Tax Foundation, centro studi americano contrarissimo a queste imposte, che pure, nei suoi rapporti, la definisce una delle imposte più dannose mai inventate. È quel centro studi a certificare la geografia: nel 2025 i Paesi Ocse con un prelievo sul patrimonio netto delle persone fisiche sono 4, Colombia, Norvegia, Spagna e Svizzera. L’austera Svizzera, anzi, lo applica dal 1840 e oggi in tutti i 26 cantoni: a Zurigo scatta sopra una franchigia di 82.200 franchi ad adulto, secondo i dati PwC, e nel 2022 valeva il 4,35% del gettito fiscale complessivo, la quota più alta dell’area Ocse. Da vent’anni, registra la Wealth Tax Commission, manca qualsiasi tentativo serio di abolirla. Perfino il Liechtenstein, un paradiso fiscale, assoggetta le persone fisiche a un’imposta sul patrimonio accanto a quella sul reddito.

La Norvegia la riscuote dal 1892: aliquota dell’1% sopra 1,7 milioni di corone, circa 146.000 euro, e dell’1,1% oltre i 20 milioni; la pagano circa 655.000 contribuenti, per un gettito intorno ai 32 miliardi di corone nel 2023. Gli otto anni di governo conservatore di Erna Solberg (Høyre), dal 2013 al 2021, l’hanno alleggerita, mai cancellata. La Spagna poi è il caso di scuola: il prelievo, reintrodotto nel settembre 2011, è stato prorogato anno dopo anno proprio dai governi del Partido popular di Mariano Rajoy (PP), dalla legge 16/2012 in avanti, fino a diventare permanente nel 2021. Sopra i 700.000 euro di patrimonio netto le aliquote salgono fino al 3,5%, e dal 2022 si aggiunge l’imposta di solidarietà sulle grandi fortune oltre i 3 milioni. La Francia di Emmanuel Macron, nel 2018, ha sostituito la vecchia imposta generale con un prelievo patrimoniale mirato sugli immobili, l’Ifi. E la Colombia ha appena allargato la platea: dal 1° gennaio 2026 la soglia scende a circa 530.000 dollari, con 102.000 contribuenti attesi alla cassa.

Le patrimoniali che gli italiani già pagano

Poi c’è il dettaglio che il palco di Confcommercio ha taciuto: l’Italia le patrimoniali le ha già, e le incassa ogni anno. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani ne ha contate per 40,1 miliardi di gettito nel 2020: l’Imu da sola vale circa 21 miliardi, con un’aliquota di base dello 0,86% che i comuni possono spingere fino all’1,06%; l’imposta di bollo dello 0,2% sui prodotti finanziari è in vigore dal dicembre 2011; l’Ivie colpisce gli immobili all’estero con un’aliquota dell’1,06%, l’Ivafe le attività finanziarie fuori confine. Sono imposte sul possesso a tutti gli effetti, le riscuote pure il governo in carica, e finora nessuno ha avvistato banane sul lungotevere.

Resta una domanda da girare a chi quella battuta l’ha pronunciata: se tassare la ricchezza è roba da repubblica delle banane, in quale tropico vanno collocate Zurigo, Oslo e Vaduz? La mappa dice il contrario esatto: il prelievo sul patrimonio vive nei Paesi più ordinati e più ricchi d’Europa, votato da destre di governo, certificato dai think tank che lo detestano. Le banane, semmai, crescono dove il dibattito fiscale si riduce a continue battute e frasi fatte.

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La guerra ai plaestinesi si fa pure con gli sfratti

Fakhri Abu Diab vive in una casa mobile piantata sulle macerie della sua casa, demolita dalle autorità israeliane nel febbraio 2024 ad al-Bustan, Gerusalemme est. Anche la casa mobile ha già l’ordine di rimozione. «Cercano di cancellare i miei ricordi, la mia infanzia, la mia storia», dice all’Associated Press, che il 10 giugno ha documentato la macchina amministrativa dell’espulsione: oltre 260 strutture palestinesi demolite nel 2025, il 70% in più di tre anni prima, e già 116 nel 2026, secondo l’organizzazione israeliana Ir Amim. «Israele può decidere: sì, questo quartiere vogliamo cancellarlo. Nessuno ci fermerà», dice ad AP il suo ricercatore Aviv Tatarsky. L’anno scorso sono stati approvati quasi 9.000 permessi edilizi per i residenti ebrei di Gerusalemme e meno di 700 per i palestinesi, che sono il 40% della città (dati Bimkom). Chi costruisce senza permesso, perché il permesso gli è negato, riceve il bulldozer. A marzo, registra B’Tselem, il quartiere di Batan al-Hawah ha contato il numero più alto di sfratti da decenni: 15 famiglie fuori, i coloni dentro. La magistratura israeliana risponde per iscritto che i tribunali decidono “nel merito di ogni singolo caso”. I numeri sopra dicono come finisce il merito. E intanto a Bengasi resta annullata senza preavviso l’udienza per i dieci del Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: all’avvocato le autorità libiche hanno indicato un indirizzo sbagliato del luogo di detenzione, denuncia la portavoce Maria Elena Delia, e Amnesty International il 10 giugno ne ha chiesto la liberazione. Ad AP il direttore dell’organizzazione di coloni Ateret Cohanim, Daniel Luria, consegna la frase che chiude ogni pratica: «Non ci sarà mai uno Stato palestinese».

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Del ponte di Salvini esiste un modellino. E, da ieri, un’inchiesta per corruzione

Del ponte sullo Stretto, oggi, esiste un modellino: quello che la figlia di Matteo Salvini gli ha regalato a Natale, “in attesa di quello vero”. Esiste una società, la Stretto di Messina Spa, con 672 milioni di capitale, che nell’ultimo anno ha speso 14,8 milioni tra stipendi e consulenze. E da ieri esiste un’inchiesta della Procura di Roma per corruzione. Il ponte di acciaio, ancora no.

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L’incubo del generale per il capitano: Salvini ha creato il suo carnefice e ora Vannacci pesa dove conta. A partire dalla legge elettorale

Il 6 giugno 2026, a Viareggio, Roberto Vannacci ha definito l’ultima ondata di acquisti “il nostro sbarco in Normandia”. Quattro deputati in un colpo: Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dalla Lega, Attilio Pierro e Davide Bergamini da Forza Italia ma cresciuti nel Carroccio, più l’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato leghista. Futuro Nazionale sale così a 8 deputati alla Camera, la componente più nutrita del gruppo Misto. E i conti, per Matteo Salvini, non tornano proprio dove fanno più male.

Lo ha spiegato Pagella Politica: nella Commissione Affari costituzionali della Camera, quella da cui passa la riforma elettorale, Futuro Nazionale conta ora 3 deputati contro i 2 della Lega. All’inizio della legislatura il Carroccio ne aveva 5, il capogruppo Igor Iezzi, Simona Bordonali, Edoardo Ziello, lo stesso Bof e Laura Ravetto. Ziello, Bof e Ravetto sono passati con Vannacci. Così, in aula il partito del generale vale un sesto dei deputati leghisti, eppure nella commissione che decide le regole di voto conta di più. L’uomo che Salvini ha fatto entrare dalla porta principale lo supera esattamente lì dove la porta dà sul potere.

La Lega che si sfalda

Intanto il partito frana anche lontano dalle commissioni. Il sondaggio Swg del 1° giugno dà la Lega al 5,8% e Futuro Nazionale al 4,6%: 1,2 punti, una distanza più che dimezzata in un mese, e in altre rilevazioni il Carroccio finisce perfino scavalcato da Alleanza Verdi-Sinistra. Lettera43 raccoglie i messaggi che girano ai piani alti della maggioranza, Salvini “sta perdendo il partito”, “ormai è finito”. Dato per spacciato al Papeete, dato per spacciato al sorpasso di Forza Italia, il segretario è sopravvissuto a tutto. Solo che stavolta la minaccia porta il nome di chi ha voluto lui. Lettera43 ricorda l’aprile 2012, le scope agitate alla Fiera di Bergamo per umiliare Umberto Bossi: a portarle, allora, era stato proprio Salvini. La ruota, nel Carroccio, gira.

E allora corre ai ripari. Per il ritiro di Treviso, il 4 e 5 luglio, Salvini avrebbe offerto a Luca Zaia la vicesegreteria, con Massimiliano Fedriga e Claudio Durigon a chiudere la squadra. Zaia, campione di preferenze con 203mila voti alle regionali venete, vuole garanzie su tutto, un partito nordista dentro il partito, autonomia sulle liste, mano sulla campagna. La Lega ritiene “prive di fondamento” le ricostruzioni, dice. Del resto c’è già chi teme che uno spazio così largo al doge equivalga al commissariamento del segretario.

La trappola delle preferenze

C’è poi la legge elettorale, ed è qui che gli otto di Vannacci pesano davvero. Il 4 giugno la Commissione ha adottato il testo base, il cosiddetto “Bignami bis”, dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami: premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato a chi supera il 42%, niente ballottaggio, liste bloccate. Gli emendamenti vanno depositati entro l’11 giugno. E proprio sulle preferenze il centrodestra è spaccato, Fratelli d’Italia e Noi Moderati le rivogliono, Forza Italia e Lega le rifiutano.

A Viareggio Vannacci ha rilanciato, Futuro Nazionale “si sta battendo” perché le preferenze tornino. Tradotto: basta un emendamento dei suoi tre deputati in commissione per costringere la maggioranza a contarsi e a mostrare le crepe. Lì il centrodestra ha 17 voti su 32, le opposizioni 13, e se i tre vannacciani votassero col campo largo la maggioranza rischierebbe di andare sotto. L’ago della bilancia, nella commissione che riscrive le regole del voto, ce l’ha in mano un partito che da solo non ha un seggio di gruppo.

Salvini lo chiamò in politica nel 2024, lo decorò vicesegretario per tenerlo al guinzaglio. Oggi quel guinzaglio decide dove vota la Lega. Lo sbarco è cominciato, dice il generale. E stavolta la spiaggia è quella di casa.

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Gli elenchi degli operatori umanitari che le Ong rifiutano di consegnare

La Corte Suprema israeliana ha scritto che obbligare un’organizzazione a consegnare l’elenco dei propri dipendenti palestinesi è una misura “limitata e proporzionata” che “consente la continuazione dell’attività umanitaria”. Così ha respinto il ricorso di diciannove organizzazioni e convalidato la legge che dal 30 dicembre 2025 tiene fuori dai Territori trentasette Ong, tra cui Medici senza frontiere (Msf), Oxfam e Save the Children.

Le organizzazioni si rifiutano di consegnare quell’elenco: espone i loro operatori, e centinaia di lavoratori umanitari sono già stati uccisi, quindici di Msf dall’ottobre 2023. Per la Corte quella lista protegge la sicurezza dello Stato. Per chi ci finisce sopra, è una condanna.

Il 9 giugno diciotto Paesi europei, con Australia e Giappone, hanno chiesto a Israele di “non applicare la legge nella sua forma attuale”, ricordando che quasi tutta Gaza dipende dall’assistenza. Una richiesta, mentre la legge è già convalidata.

Lo stesso giorno il ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendicava in Parlamento di aver aderito «proprio oggi» a quella dichiarazione, ed elencava il contributo italiano: 85 tonnellate di Food for Gaza sbloccate dalla Giordania, 17 studenti arrivati il 2 giugno. Aiuti che passano, ha spiegato, col «via libera» delle autorità israeliane. Due modelli di accesso a confronto: quello che pretende un obbligo e quello che ringrazia per un permesso. L’Italia firma il primo e pratica il secondo.

E il conto intanto corre. Il ministero della Salute di Gaza all’8 giugno contava 72.980 morti dal 7 ottobre 2023, 970 dal cessate il fuoco di ottobre. A Bengasi i dieci volontari del Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, sono da una settimana in sciopero della fame.

“Consente la continuazione dell’attività umanitaria”, ha scritto la Corte. Le organizzazioni che quell’attività la fanno restano fuori, e l’unico elenco che cresce è quello dei morti.

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Spese nucleari da record nel 2025: 118,8 miliardi (+19%) per gli arsenali nei 9 Paesi che possiedono l’arma atomica

I nove Paesi che possiedono la bomba atomica nel 2025 hanno speso 118,8 miliardi di dollari per i loro arsenali nucleari. Mai così tanto: 3.768 dollari al secondo, un quinto in più dell’anno prima. Sono gli stessi che bombardano l’Iran dal giugno 2025, e di nuovo da febbraio, per smontare il suo programma nucleare. Solo che una testata l’Iran non la possiede, anzi resta dentro il Trattato di non proliferazione dal 1970. La possiede, eccome, chi lo bombarda.

Le date lo dicono meglio di qualsiasi commento. Il 13 giugno 2025 Israele lancia l’operazione “Rising Lion” contro gli impianti iraniani, il 22 giugno gli Stati Uniti calano su Fordow, Natanz e Isfahan la “Midnight Hammer”, con bombe da quasi quattordici tonnellate sganciate dai bombardieri B-2. Stessa storia da febbraio 2026, con lo Stretto di Hormuzbloccato e i mercati dell’energia in tensione.

I conti della deterrenza

A misurare la spesa è la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican), Nobel per la pace 2017, nel rapporto “Premeditated” diffuso oggi insieme ai nuovi numeri del Sipri di Stoccolma. L’aumento sul 2024 è di 16,8 miliardi, il più alto da quando la campagna tiene il conto. Gli Stati Uniti da soli hanno speso 69,2 miliardi, più degli altri otto messi insieme, il 58% del totale mondiale, con l’aumento maggiore: 12,4 miliardi in dodici mesi. Dietro la Cina con 13,5 miliardi e il Regno Unito con 12,6, che così ha scavalcato la Russia, ferma a 9,5. In cinque anni, dal 2020, il conto arriva a 471 miliardi.

E i soldi finiscono da qualche parte. Almeno 25 aziende hanno incassato nel solo 2025 non meno di 38 miliardi per lavori sul nucleare militare, con 394 miliardi di contratti ancora aperti. Le stesse, documenta ICAN, hanno pagato lobbisti per oltre 138 milioni tra Francia e Stati Uniti, e incontrato 226 volte i funzionari britannici, quattro volte l’ufficio del premier. Per mettere le cifre in fila: un solo giorno di questa spesa basterebbe a sottrarre alla fame due milioni di persone, una settimana a vaccinare contro morbillo e rosolia oltre dodici miliardi di esseri umani. E sono gli stessi governi che intanto tagliano i fondi alle Nazioni Unite e ai programmi umanitari. Secondo Alicia Sanders-Zakre, che ha firmato il rapporto, l’analisi è annuale ma la spesa no: i nove hanno già messo in programma di mantenere e ammodernare le forze atomiche per i decenni a venire, a scapito dei bisogni reali di sicurezza.

Aviano, Ghedi e la bomba di casa

Intanto gli arsenali crescono. Il Sipri, nel suo annuario 2026, conta 12.187 testate nel mondo a gennaio, 9.745 nelle scorte operative, 4.012 già montate su missili e aerei pronti all’uso. Tutte e nove le potenze le stanno modernizzando, la Cina più in fretta di chiunque: ormai ne ha circa 620.

Anche l’Italia è dentro questa contabilità. Le basi di Aviano, nel Pordenonese, e Ghedi, nel Bresciano, ospitano le bombe atomiche statunitensi B61-12 dentro il programma di condivisione nucleare della Nato. Per le stime del Sipri sono tra 100 e 120 gli ordigni dislocati in sei o sette basi di sei Paesi europei. A questi si aggiungono i caccia F-35A che l’Italia compra, certificati per trasportarle. Roma paga, di fatto, la sua parte della catena della deterrenza atlantica.

La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte di Ican, chiede al governo di ratificare il Trattato Onu che proibisce le armi nucleari, in vigore dal 2021 e ormai sottoscritto da 99 Stati. Roma non lo ha fatto. E mentre a New York il Consiglio di sicurezza discute oggi nuove sanzioni a Teheran per il suo nucleare, i nove che la bomba ce l’hanno davvero mettono a bilancio la spesa per tenerla e ingrandirla, fino al prossimo secolo. Il pericolo atomico, a quanto pare, è sempre quello degli altri.

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Caccia europeo, Francia e Germania divorziano sul progetto da 100 miliardi. Mentre la Difesa comune Ue resta il solito slogan

Alla fiera aeronautica Ila di Berlino il cancelliere Friedrich Merz ha messo la firma sull’atto di morte del programma di difesa più ambizioso del continente. Il caccia di sesta generazione che Germania, Francia e Spagna dovevano costruire insieme, il Fcas, in francese Scaf, non si farà. Era nato nel 2017 dall’intesa tra Emmanuel Macron e Angela Merkel, venduto come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Otto anni dopo resta una voragine da oltre 100 miliardi di euro, la promessa militare più costosa mai tentata in Europa. La ricostruzione è di InsideOver.

Otto anni di trattative per finire così. Dassault Aviation, il colosso francese, ha rivendicato la guida con la logica del “migliore in campo”: costruisce caccia da decenni. In estate ha chiesto l’80% del carico di lavoro, pretesa che la capofila di tedeschi e spagnoli ha respinto. Il numero uno di Dassault, Eric Trappier, aveva avvertito che senza un accordo il progetto era morto. Parigi voleva un aereo capace di portare la bomba atomica e di decollare dalle portaerei, Berlino no. Sul tavolo c’erano brevetti, proprietà intellettuale e linee di assemblaggio, e nessuno voleva mollare la presa. La mediazione tra le due industrie è saltata il 18 aprile. Era già successo: negli anni Ottanta la Francia uscì dal programma che avrebbe prodotto l’Eurofighter per costruirsi il Rafale da sola.

Due caccia invece di uno

Adesso ognuno va per conto suo. Dassault costruirà il suo aereo da sola, con dentro anche gli oltre 4 miliardi già stanziati sul Rafale aggiornato. Airbus guiderà il programma tedesco, il Combat Fighter System Nucleus, e ha già sondato la svedese Saab, che a Berlino giudicano un partner più disponibile. Resta in piedi solo il pezzo digitale, la “nuvola da combattimento”, che i due governi si spartiranno al consiglio dei ministri congiunto del 17 luglio. Dal canto suo, il carro armato comune, l’Mgcs, traballa per le stesse ragioni: Parigi ha già fatto capire che senza il caccia anche quello può saltare.

Sul resto, intanto, l’accordo è pieno. Da Bruxelles a Parigi i leader continuano a evocare l’esercito comune e l’autonomia strategica del continente. Poi, alla prova dei fatti, ogni capitale tiene per sé brevetti, fabbriche e linee di montaggio. Al vertice Nato dell’Aja del giugno 2025 gli alleati hanno promesso di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Nel solo 2025 gli europei l’hanno aumentata del 20% rispetto all’anno prima, oltre 574 miliardi di dollari. L’Unione europea ha messo in cantiere il piano ReArm Europe da 800 miliardi. La sola Germania supererà i 100 miliardi di bilancio della difesa nel 2026 e punta verso i 152 miliardi nel 2029, il triplo del 2023. Di quei 100 miliardi, in otto anni, sono usciti qualche disegno e un modello a grandezza naturale. Doveva volare un dimostratore entro il 2029: non esiste nemmeno quello. I soldi, quelli, si trovano sempre. L’aereo da costruire insieme no.

Qui da noi

E l’Italia? Ha scelto l’altro consorzio, il Gcap, il Global Combat Air Programme con Regno Unito e Giappone, ognuno con il 33,3% e la guida industriale affidata alla joint venture Edgewing tra Leonardo, Bae Systems e i giapponesi. A Berlino, prima di scegliere la via solitaria, avevano persino sondato l’ingresso nel nostro consorzio. Solo che pure quel progetto vive giorni nervosi: Londra ha tempo fino al 30 giugno per sbloccare i fondi, e oltre 4mila ingegneri rischiano di essere spostati altrove se la firma non arriva. Due cordate rivali, nessun caccia in volo.

L’esercito europeo, intanto, resta uno slogan da convegno. L’unica cosa che Parigi e Berlino sanno finire insieme è la fattura.

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Decreto Sicurezza, i 54 Pro-Pal indagati a Pisa sono solo la punta dell’iceberg. Nella mappa della repressione del governo Meloni

Cinquantaquattro persone, 140 capi di imputazione. Chiuse le indagini a Pisa su studenti, dottorandi, ricercatori, lavoratrici delle pulizie, pensionati, mamme che in piazza c’erano con i figli. I fatti vanno dal luglio 2025 alla primavera del 2026: i blocchi dell’autostrada A12, dell’aeroporto, della superstrada FiPiLi, dei binari, l’occupazione del rettorato dell’Università di Pisa, i presidi contro il transito di armi. Interruzione di pubblico servizio, blocco stradale e ferroviario, resistenza, lesioni, occupazione di edifici pubblici, tutto ammassato in un fascicolo solo.

Pisa è la punta toscana di una mappa che copre il Paese. Bologna ha superato le 100 denunce, Genova le 80, Cagliari le 90, Massa le 37. A Milano la Procura è arrivata alle misure cautelari, obbligo di firma e divieto di uscire la notte per ragazzi accusati di aver camminato in corteo. Al 7 marzo l’Osservatorio Repressione contava oltre 400 denunciati in tutta Italia, e mancavano ancora i conti delle grandi città. Più le multe, fino a 5mila euro a testa.

La macchina si chiama decreto sicurezza

Il perno è una norma. Il decreto sicurezza, il D.L. 48 dell’11 aprile 2025, ha introdotto undici nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti, e ha riportato il blocco stradale tra i delitti: chi ferma la circolazione in una manifestazione collettiva rischia da sei mesi a due anni. Fino al giorno prima era un illecito amministrativo, una multa. La legge, che in molti hanno chiamato il più duro attacco alla protesta della storia repubblicana, è passata in Parlamento nel giugno 2025. Il 5 febbraio 2026 il governo ci ha aggiunto un secondo pacchetto.

Del resto è tutto scritto nella legge. La condotta punita non chiede violenza né intenzione aggressiva: basta sedersi sull’asfalto e restare lì quando la polizia ordina di sciogliersi. A Bologna, più volte, sono stati gli stessi agenti ad accompagnare il corteo dentro la tangenziale, salvo poi scegliere i nomi da denunciare. La Procura di Torino ha chiesto al gip di mandare la questione alla Corte costituzionale: il carcere per chi protesta, scrivono i pm, ferisce il diritto di sciopero e la libertà di riunione.

Da Albanese ai pensionati

In cima alla scala c’è Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati. Gli Stati Uniti l’hanno sanzionata due volte, nel luglio 2025 e di nuovo il 28 maggio 2026, e le hanno congelato conti e carte. Il governo italiano ha scelto il silenzio. Anzi: la maggioranza si è messa in fila con chi la vuole fuori. La Lega ha depositato una risoluzione per le dimissioni della relatrice l’11 febbraio, Fratelli d’Italia ha aperto una raccolta firme, il ministro degli Esteri Antonio Tajani l’ha definita “capo fazione” e ha giudicato “inevitabile” chiederne l’uscita. Il 17 febbraio il Coordination Committee delle Nazioni Unite ha smontato l’accusa, “fatti fabbricati” su una frase tagliata fuori contesto. Il governo, intanto, si era già schierato.

In fondo alla stessa scala c’è la signora che a Pisa spingeva il passeggino. In mezzo, il sindacato di base Usb indica l’arma vera: “Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce”. Il penale ha le sue garanzie, l’amministrativo quasi nessuna, e cinquemila euro per uno studente o un’operaia pesano più di un processo. Le notifiche arrivano mesi dopo i fatti, quando Gaza è uscita dai telegiornali. Qualcuno è indagato solo per essere entrato in stazione da una porta sbagliata. È il calcolo: colpire tardi, colpire a pioggia, colpire chi l’avvocato non se lo può permettere.

Il governo che chiedeva legalità e decoro ha trovato la sua emergenza nei cortei per Gaza, non nelle armi che dai porti toscani continuano a transitare. Quattrocento denunciati, una relatrice Onu lasciata sola, un decreto che una procura ha chiesto di portare davanti alla Consulta: qui da noi la solidarietà con la Palestina è diventata una questione di ordine pubblico.

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Care… Vacanze, dai traghetti alle spiagge la stangata è servita: ecco tutti gli aumenti sotto l’ombrellone e non solo

Conto per le vacanze da 1.484,90 euro. Tanto paga ad agosto una famiglia di due adulti e un bambino, auto al seguito, per andare e tornare da Livorno a Palermo in cabina. Una traversata sola, una cifra che Federconsumatori avvicina allo stipendio mensile di un collaboratore scolastico. Il mare è demanio, bene di tutti. Arrivarci, quest’estate, costa quanto una mensilità.

Il quadro generale lo fissa l’Istat. Il 29 maggio l’istituto ha certificato che l’inflazione è salita al 3,2% su base annua, da 2,7% di aprile: il valore più alto da settembre 2023, quando il tasso arrivò al 5,3%. A spingere sono l’energia non regolamentata, dal 9,6 al 12,6%, quella regolamentata dal 5,3 al 5,8, e i servizi dei trasporti, dallo 0,6 all’1,8. Il carrello della spesa resta fermo al 2,3, solo che i prodotti che si comprano più spesso corrono al 4,5.

La voglia di partire intanto regge. Secondo l’Istituto Piepoli il 70% degli italiani conta di concedersi un viaggio entro quattro mesi, eppure il 54% ha già cambiato programmi o resta indeciso, per il costo della vita e per le guerre. Chi parte, nel 56% dei casi resta in Italia, il 29% sceglie l’Europa. Si parte con la calcolatrice in mano. La vacanza, prima ancora di cominciare, è già una contabilità.

Vacanze estive, valgono una mensilità

Verso le isole il pedaggio è il più salato. L’osservatorio di Federconsumatori calcola per agosto un rincaro medio del 15%in poltrona e del 18% in cabina sul 2025, per un nucleo di tre persone. La Livorno-Olbia segna il balzo maggiore, 29% in un anno.

E sul confronto con maggio il numero diventa grottesco: sulla stessa rotta più 298% in poltrona, più 251% in cabina, mentre la media nazionale tra il listino di maggio e quello di agosto sale dell’82 e del 78%. Tra le rotte più care c’è anche la Genova-Palermo, 945 euro a poltrona e 1.340 in cabina. La meno cara, la Napoli-Cagliari, parte comunque da 430 euro.

La causa, dice Federconsumatori, è il carburante, gonfiato dal conflitto in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, lo snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale via mare e che a giugno resta a una frazione del traffico ordinario. La continuità territoriale, il principio che dovrebbe far muovere un siciliano come un lombardo, si sgretola proprio lì dove dovrebbe reggere.

Il demanio a pagamento

Sotto l’ombrellone i rincari sono più contenuti, ma arrivano lo stesso. Federconsumatori e la fondazione Isscon misurano per il 2026 un più 2,7% medio negli stabilimenti, più 5% sul triennio. Salgono l’abbonamento giornaliero (4%) e la sdraio (3%). La regione che corre di più è la Calabria, 5,2%, davanti a Sicilia (4,3%) e Veneto (4%), pur restando il Sud il più economico d’Italia. E dentro lo stabilimento il salasso vero è la tavola: acqua, tramezzini, pranzi possono costare il 40-45% in più che fuori, mentre molti lidi continuano a vietare, impropriamente, il panino portato da casa. Intanto si moltiplicano le formule per chi prova a risparmiare, mezza giornata, tariffa dopo le 14, pacchetto all inclusive: anche il risparmio diventa un prodotto da vendere.

Il governo ha tagliato le accise, dice. Le misure, secondo il Codacons, hanno solo circoscritto gli effetti del conflitto sul carrello, che per una coppia con due figli pesa oltre 1.400 euro l’anno, 269 solo di cibo per l’Assoutenti, che sugli ortaggi freschi misura un più 14,3% legato alle tensioni in Medio Oriente.

E c’è la bolletta: a maggio il gas segna più 8,9% sull’anno, l’elettricità più 7,2%, con l’allarme di una nuova stangata d’estate, quando i condizionatori vanno a pieno regime. A pagare il conto più salato sono gli isolani e le famiglie numerose, quelle che non scelgono quando partire e come. Il mare resta demanio sulla carta. Nei fatti è un bene a numero chiuso, e il numero lo decide il biglietto.

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Trump dice che i Mondiali non andrebbero dati ai Paesi pericolosi. Ha ragione: quel Paese è il suo

A Chicago, sabato scorso, l’attaccante che ha portato l’Iraq al Mondiale dopo quarant’anni è rimasto chiuso in una stanza dell’aeroporto O’Hare per quasi sette ore. Telefono controllato, poi via libera. Aymen Hussein è il fortunato: il fotografo della nazionale, dopo dieci ore, l’hanno rispedito indietro. Stesso copione per l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, designato dalla FIFA…

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