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Gli elenchi degli operatori umanitari che le Ong rifiutano di consegnare

La Corte Suprema israeliana ha scritto che obbligare un’organizzazione a consegnare l’elenco dei propri dipendenti palestinesi è una misura “limitata e proporzionata” che “consente la continuazione dell’attività umanitaria”. Così ha respinto il ricorso di diciannove organizzazioni e convalidato la legge che dal 30 dicembre 2025 tiene fuori dai Territori trentasette Ong, tra cui Medici senza frontiere (Msf), Oxfam e Save the Children.

Le organizzazioni si rifiutano di consegnare quell’elenco: espone i loro operatori, e centinaia di lavoratori umanitari sono già stati uccisi, quindici di Msf dall’ottobre 2023. Per la Corte quella lista protegge la sicurezza dello Stato. Per chi ci finisce sopra, è una condanna.

Il 9 giugno diciotto Paesi europei, con Australia e Giappone, hanno chiesto a Israele di “non applicare la legge nella sua forma attuale”, ricordando che quasi tutta Gaza dipende dall’assistenza. Una richiesta, mentre la legge è già convalidata.

Lo stesso giorno il ministro degli Esteri Antonio Tajani rivendicava in Parlamento di aver aderito «proprio oggi» a quella dichiarazione, ed elencava il contributo italiano: 85 tonnellate di Food for Gaza sbloccate dalla Giordania, 17 studenti arrivati il 2 giugno. Aiuti che passano, ha spiegato, col «via libera» delle autorità israeliane. Due modelli di accesso a confronto: quello che pretende un obbligo e quello che ringrazia per un permesso. L’Italia firma il primo e pratica il secondo.

E il conto intanto corre. Il ministero della Salute di Gaza all’8 giugno contava 72.980 morti dal 7 ottobre 2023, 970 dal cessate il fuoco di ottobre. A Bengasi i dieci volontari del Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, sono da una settimana in sciopero della fame.

“Consente la continuazione dell’attività umanitaria”, ha scritto la Corte. Le organizzazioni che quell’attività la fanno restano fuori, e l’unico elenco che cresce è quello dei morti.

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Spese nucleari da record nel 2025: 118,8 miliardi (+19%) per gli arsenali nei 9 Paesi che possiedono l’arma atomica

I nove Paesi che possiedono la bomba atomica nel 2025 hanno speso 118,8 miliardi di dollari per i loro arsenali nucleari. Mai così tanto: 3.768 dollari al secondo, un quinto in più dell’anno prima. Sono gli stessi che bombardano l’Iran dal giugno 2025, e di nuovo da febbraio, per smontare il suo programma nucleare. Solo che una testata l’Iran non la possiede, anzi resta dentro il Trattato di non proliferazione dal 1970. La possiede, eccome, chi lo bombarda.

Le date lo dicono meglio di qualsiasi commento. Il 13 giugno 2025 Israele lancia l’operazione “Rising Lion” contro gli impianti iraniani, il 22 giugno gli Stati Uniti calano su Fordow, Natanz e Isfahan la “Midnight Hammer”, con bombe da quasi quattordici tonnellate sganciate dai bombardieri B-2. Stessa storia da febbraio 2026, con lo Stretto di Hormuzbloccato e i mercati dell’energia in tensione.

I conti della deterrenza

A misurare la spesa è la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican), Nobel per la pace 2017, nel rapporto “Premeditated” diffuso oggi insieme ai nuovi numeri del Sipri di Stoccolma. L’aumento sul 2024 è di 16,8 miliardi, il più alto da quando la campagna tiene il conto. Gli Stati Uniti da soli hanno speso 69,2 miliardi, più degli altri otto messi insieme, il 58% del totale mondiale, con l’aumento maggiore: 12,4 miliardi in dodici mesi. Dietro la Cina con 13,5 miliardi e il Regno Unito con 12,6, che così ha scavalcato la Russia, ferma a 9,5. In cinque anni, dal 2020, il conto arriva a 471 miliardi.

E i soldi finiscono da qualche parte. Almeno 25 aziende hanno incassato nel solo 2025 non meno di 38 miliardi per lavori sul nucleare militare, con 394 miliardi di contratti ancora aperti. Le stesse, documenta ICAN, hanno pagato lobbisti per oltre 138 milioni tra Francia e Stati Uniti, e incontrato 226 volte i funzionari britannici, quattro volte l’ufficio del premier. Per mettere le cifre in fila: un solo giorno di questa spesa basterebbe a sottrarre alla fame due milioni di persone, una settimana a vaccinare contro morbillo e rosolia oltre dodici miliardi di esseri umani. E sono gli stessi governi che intanto tagliano i fondi alle Nazioni Unite e ai programmi umanitari. Secondo Alicia Sanders-Zakre, che ha firmato il rapporto, l’analisi è annuale ma la spesa no: i nove hanno già messo in programma di mantenere e ammodernare le forze atomiche per i decenni a venire, a scapito dei bisogni reali di sicurezza.

Aviano, Ghedi e la bomba di casa

Intanto gli arsenali crescono. Il Sipri, nel suo annuario 2026, conta 12.187 testate nel mondo a gennaio, 9.745 nelle scorte operative, 4.012 già montate su missili e aerei pronti all’uso. Tutte e nove le potenze le stanno modernizzando, la Cina più in fretta di chiunque: ormai ne ha circa 620.

Anche l’Italia è dentro questa contabilità. Le basi di Aviano, nel Pordenonese, e Ghedi, nel Bresciano, ospitano le bombe atomiche statunitensi B61-12 dentro il programma di condivisione nucleare della Nato. Per le stime del Sipri sono tra 100 e 120 gli ordigni dislocati in sei o sette basi di sei Paesi europei. A questi si aggiungono i caccia F-35A che l’Italia compra, certificati per trasportarle. Roma paga, di fatto, la sua parte della catena della deterrenza atlantica.

La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte di Ican, chiede al governo di ratificare il Trattato Onu che proibisce le armi nucleari, in vigore dal 2021 e ormai sottoscritto da 99 Stati. Roma non lo ha fatto. E mentre a New York il Consiglio di sicurezza discute oggi nuove sanzioni a Teheran per il suo nucleare, i nove che la bomba ce l’hanno davvero mettono a bilancio la spesa per tenerla e ingrandirla, fino al prossimo secolo. Il pericolo atomico, a quanto pare, è sempre quello degli altri.

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Caccia europeo, Francia e Germania divorziano sul progetto da 100 miliardi. Mentre la Difesa comune Ue resta il solito slogan

Alla fiera aeronautica Ila di Berlino il cancelliere Friedrich Merz ha messo la firma sull’atto di morte del programma di difesa più ambizioso del continente. Il caccia di sesta generazione che Germania, Francia e Spagna dovevano costruire insieme, il Fcas, in francese Scaf, non si farà. Era nato nel 2017 dall’intesa tra Emmanuel Macron e Angela Merkel, venduto come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Otto anni dopo resta una voragine da oltre 100 miliardi di euro, la promessa militare più costosa mai tentata in Europa. La ricostruzione è di InsideOver.

Otto anni di trattative per finire così. Dassault Aviation, il colosso francese, ha rivendicato la guida con la logica del “migliore in campo”: costruisce caccia da decenni. In estate ha chiesto l’80% del carico di lavoro, pretesa che la capofila di tedeschi e spagnoli ha respinto. Il numero uno di Dassault, Eric Trappier, aveva avvertito che senza un accordo il progetto era morto. Parigi voleva un aereo capace di portare la bomba atomica e di decollare dalle portaerei, Berlino no. Sul tavolo c’erano brevetti, proprietà intellettuale e linee di assemblaggio, e nessuno voleva mollare la presa. La mediazione tra le due industrie è saltata il 18 aprile. Era già successo: negli anni Ottanta la Francia uscì dal programma che avrebbe prodotto l’Eurofighter per costruirsi il Rafale da sola.

Due caccia invece di uno

Adesso ognuno va per conto suo. Dassault costruirà il suo aereo da sola, con dentro anche gli oltre 4 miliardi già stanziati sul Rafale aggiornato. Airbus guiderà il programma tedesco, il Combat Fighter System Nucleus, e ha già sondato la svedese Saab, che a Berlino giudicano un partner più disponibile. Resta in piedi solo il pezzo digitale, la “nuvola da combattimento”, che i due governi si spartiranno al consiglio dei ministri congiunto del 17 luglio. Dal canto suo, il carro armato comune, l’Mgcs, traballa per le stesse ragioni: Parigi ha già fatto capire che senza il caccia anche quello può saltare.

Sul resto, intanto, l’accordo è pieno. Da Bruxelles a Parigi i leader continuano a evocare l’esercito comune e l’autonomia strategica del continente. Poi, alla prova dei fatti, ogni capitale tiene per sé brevetti, fabbriche e linee di montaggio. Al vertice Nato dell’Aja del giugno 2025 gli alleati hanno promesso di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Nel solo 2025 gli europei l’hanno aumentata del 20% rispetto all’anno prima, oltre 574 miliardi di dollari. L’Unione europea ha messo in cantiere il piano ReArm Europe da 800 miliardi. La sola Germania supererà i 100 miliardi di bilancio della difesa nel 2026 e punta verso i 152 miliardi nel 2029, il triplo del 2023. Di quei 100 miliardi, in otto anni, sono usciti qualche disegno e un modello a grandezza naturale. Doveva volare un dimostratore entro il 2029: non esiste nemmeno quello. I soldi, quelli, si trovano sempre. L’aereo da costruire insieme no.

Qui da noi

E l’Italia? Ha scelto l’altro consorzio, il Gcap, il Global Combat Air Programme con Regno Unito e Giappone, ognuno con il 33,3% e la guida industriale affidata alla joint venture Edgewing tra Leonardo, Bae Systems e i giapponesi. A Berlino, prima di scegliere la via solitaria, avevano persino sondato l’ingresso nel nostro consorzio. Solo che pure quel progetto vive giorni nervosi: Londra ha tempo fino al 30 giugno per sbloccare i fondi, e oltre 4mila ingegneri rischiano di essere spostati altrove se la firma non arriva. Due cordate rivali, nessun caccia in volo.

L’esercito europeo, intanto, resta uno slogan da convegno. L’unica cosa che Parigi e Berlino sanno finire insieme è la fattura.

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Decreto Sicurezza, i 54 Pro-Pal indagati a Pisa sono solo la punta dell’iceberg. Nella mappa della repressione del governo Meloni

Cinquantaquattro persone, 140 capi di imputazione. Chiuse le indagini a Pisa su studenti, dottorandi, ricercatori, lavoratrici delle pulizie, pensionati, mamme che in piazza c’erano con i figli. I fatti vanno dal luglio 2025 alla primavera del 2026: i blocchi dell’autostrada A12, dell’aeroporto, della superstrada FiPiLi, dei binari, l’occupazione del rettorato dell’Università di Pisa, i presidi contro il transito di armi. Interruzione di pubblico servizio, blocco stradale e ferroviario, resistenza, lesioni, occupazione di edifici pubblici, tutto ammassato in un fascicolo solo.

Pisa è la punta toscana di una mappa che copre il Paese. Bologna ha superato le 100 denunce, Genova le 80, Cagliari le 90, Massa le 37. A Milano la Procura è arrivata alle misure cautelari, obbligo di firma e divieto di uscire la notte per ragazzi accusati di aver camminato in corteo. Al 7 marzo l’Osservatorio Repressione contava oltre 400 denunciati in tutta Italia, e mancavano ancora i conti delle grandi città. Più le multe, fino a 5mila euro a testa.

La macchina si chiama decreto sicurezza

Il perno è una norma. Il decreto sicurezza, il D.L. 48 dell’11 aprile 2025, ha introdotto undici nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti, e ha riportato il blocco stradale tra i delitti: chi ferma la circolazione in una manifestazione collettiva rischia da sei mesi a due anni. Fino al giorno prima era un illecito amministrativo, una multa. La legge, che in molti hanno chiamato il più duro attacco alla protesta della storia repubblicana, è passata in Parlamento nel giugno 2025. Il 5 febbraio 2026 il governo ci ha aggiunto un secondo pacchetto.

Del resto è tutto scritto nella legge. La condotta punita non chiede violenza né intenzione aggressiva: basta sedersi sull’asfalto e restare lì quando la polizia ordina di sciogliersi. A Bologna, più volte, sono stati gli stessi agenti ad accompagnare il corteo dentro la tangenziale, salvo poi scegliere i nomi da denunciare. La Procura di Torino ha chiesto al gip di mandare la questione alla Corte costituzionale: il carcere per chi protesta, scrivono i pm, ferisce il diritto di sciopero e la libertà di riunione.

Da Albanese ai pensionati

In cima alla scala c’è Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati. Gli Stati Uniti l’hanno sanzionata due volte, nel luglio 2025 e di nuovo il 28 maggio 2026, e le hanno congelato conti e carte. Il governo italiano ha scelto il silenzio. Anzi: la maggioranza si è messa in fila con chi la vuole fuori. La Lega ha depositato una risoluzione per le dimissioni della relatrice l’11 febbraio, Fratelli d’Italia ha aperto una raccolta firme, il ministro degli Esteri Antonio Tajani l’ha definita “capo fazione” e ha giudicato “inevitabile” chiederne l’uscita. Il 17 febbraio il Coordination Committee delle Nazioni Unite ha smontato l’accusa, “fatti fabbricati” su una frase tagliata fuori contesto. Il governo, intanto, si era già schierato.

In fondo alla stessa scala c’è la signora che a Pisa spingeva il passeggino. In mezzo, il sindacato di base Usb indica l’arma vera: “Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce”. Il penale ha le sue garanzie, l’amministrativo quasi nessuna, e cinquemila euro per uno studente o un’operaia pesano più di un processo. Le notifiche arrivano mesi dopo i fatti, quando Gaza è uscita dai telegiornali. Qualcuno è indagato solo per essere entrato in stazione da una porta sbagliata. È il calcolo: colpire tardi, colpire a pioggia, colpire chi l’avvocato non se lo può permettere.

Il governo che chiedeva legalità e decoro ha trovato la sua emergenza nei cortei per Gaza, non nelle armi che dai porti toscani continuano a transitare. Quattrocento denunciati, una relatrice Onu lasciata sola, un decreto che una procura ha chiesto di portare davanti alla Consulta: qui da noi la solidarietà con la Palestina è diventata una questione di ordine pubblico.

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Care… Vacanze, dai traghetti alle spiagge la stangata è servita: ecco tutti gli aumenti sotto l’ombrellone e non solo

Conto per le vacanze da 1.484,90 euro. Tanto paga ad agosto una famiglia di due adulti e un bambino, auto al seguito, per andare e tornare da Livorno a Palermo in cabina. Una traversata sola, una cifra che Federconsumatori avvicina allo stipendio mensile di un collaboratore scolastico. Il mare è demanio, bene di tutti. Arrivarci, quest’estate, costa quanto una mensilità.

Il quadro generale lo fissa l’Istat. Il 29 maggio l’istituto ha certificato che l’inflazione è salita al 3,2% su base annua, da 2,7% di aprile: il valore più alto da settembre 2023, quando il tasso arrivò al 5,3%. A spingere sono l’energia non regolamentata, dal 9,6 al 12,6%, quella regolamentata dal 5,3 al 5,8, e i servizi dei trasporti, dallo 0,6 all’1,8. Il carrello della spesa resta fermo al 2,3, solo che i prodotti che si comprano più spesso corrono al 4,5.

La voglia di partire intanto regge. Secondo l’Istituto Piepoli il 70% degli italiani conta di concedersi un viaggio entro quattro mesi, eppure il 54% ha già cambiato programmi o resta indeciso, per il costo della vita e per le guerre. Chi parte, nel 56% dei casi resta in Italia, il 29% sceglie l’Europa. Si parte con la calcolatrice in mano. La vacanza, prima ancora di cominciare, è già una contabilità.

Vacanze estive, valgono una mensilità

Verso le isole il pedaggio è il più salato. L’osservatorio di Federconsumatori calcola per agosto un rincaro medio del 15%in poltrona e del 18% in cabina sul 2025, per un nucleo di tre persone. La Livorno-Olbia segna il balzo maggiore, 29% in un anno.

E sul confronto con maggio il numero diventa grottesco: sulla stessa rotta più 298% in poltrona, più 251% in cabina, mentre la media nazionale tra il listino di maggio e quello di agosto sale dell’82 e del 78%. Tra le rotte più care c’è anche la Genova-Palermo, 945 euro a poltrona e 1.340 in cabina. La meno cara, la Napoli-Cagliari, parte comunque da 430 euro.

La causa, dice Federconsumatori, è il carburante, gonfiato dal conflitto in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, lo snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale via mare e che a giugno resta a una frazione del traffico ordinario. La continuità territoriale, il principio che dovrebbe far muovere un siciliano come un lombardo, si sgretola proprio lì dove dovrebbe reggere.

Il demanio a pagamento

Sotto l’ombrellone i rincari sono più contenuti, ma arrivano lo stesso. Federconsumatori e la fondazione Isscon misurano per il 2026 un più 2,7% medio negli stabilimenti, più 5% sul triennio. Salgono l’abbonamento giornaliero (4%) e la sdraio (3%). La regione che corre di più è la Calabria, 5,2%, davanti a Sicilia (4,3%) e Veneto (4%), pur restando il Sud il più economico d’Italia. E dentro lo stabilimento il salasso vero è la tavola: acqua, tramezzini, pranzi possono costare il 40-45% in più che fuori, mentre molti lidi continuano a vietare, impropriamente, il panino portato da casa. Intanto si moltiplicano le formule per chi prova a risparmiare, mezza giornata, tariffa dopo le 14, pacchetto all inclusive: anche il risparmio diventa un prodotto da vendere.

Il governo ha tagliato le accise, dice. Le misure, secondo il Codacons, hanno solo circoscritto gli effetti del conflitto sul carrello, che per una coppia con due figli pesa oltre 1.400 euro l’anno, 269 solo di cibo per l’Assoutenti, che sugli ortaggi freschi misura un più 14,3% legato alle tensioni in Medio Oriente.

E c’è la bolletta: a maggio il gas segna più 8,9% sull’anno, l’elettricità più 7,2%, con l’allarme di una nuova stangata d’estate, quando i condizionatori vanno a pieno regime. A pagare il conto più salato sono gli isolani e le famiglie numerose, quelle che non scelgono quando partire e come. Il mare resta demanio sulla carta. Nei fatti è un bene a numero chiuso, e il numero lo decide il biglietto.

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Trump dice che i Mondiali non andrebbero dati ai Paesi pericolosi. Ha ragione: quel Paese è il suo

A Chicago, sabato scorso, l’attaccante che ha portato l’Iraq al Mondiale dopo quarant’anni è rimasto chiuso in una stanza dell’aeroporto O’Hare per quasi sette ore. Telefono controllato, poi via libera. Aymen Hussein è il fortunato: il fotografo della nazionale, dopo dieci ore, l’hanno rispedito indietro. Stesso copione per l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, designato dalla FIFA…

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Resort di Kushner in Albania, non si placa la protesta e Rama dà la colpa all’Iran. Ma ora è a rischio l’adesione all’Ue

Dal vertice Ue-Balcani occidentali di Tivat, in Montenegro, Edi Rama ha trovato il colpevole della piazza che da una settimana assedia Tirana: l’Iran. Una «guerra ibrida», ha detto il 5 giugno 2026, e a chi gli chiedeva del resort ha risposto che senza Jared Kushner di mezzo all’Europa non importerebbe niente. Eppure, mentre lo diceva, a casa era il settimo giorno consecutivo e sotto la sua residenza si chiedevano le sue dimissioni. Il fronte, stavolta, non è uno solo.

La piazza la chiamano “rivoluzione dei fenicotteri”, dal simbolo dell’area protetta di Vjosa-Narta, sulla costa di Valona. Lì la società di Kushner, Affinity Partners, vuole un resort da 1,4 miliardi di euro, anzi fino a 4 secondo le ultime cifre dello stesso Rama, su un piano che arriva a diecimila fra camere e ville. Era partita il 30 maggio a Zvërnec, quando le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo la scogliera e un agente è finito in manette; le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza. Il 2 giugno lo Spak, la procura anticorruzione, ha congelato i conti di Albania Land Development, la società di imprenditori qatarioti che aveva comprato i terreni. Da Atene è arrivata una protesta formale, perché fra i feriti c’era anche un cittadino greco. La rabbia ha passato i confini, con cortei a Bruxelles, Berlino, Milano, New York. Ma Rama non arretra: alla Cnn ha parlato di un Paese «sotto attacco» da concorrenti e da migliaia di profili falsi, ha negato che esista «nessuna isola della famiglia Trump», e a Tivat ha assicurato che il resort «non sarà la mia Mar-a-Lago».

Perché proprio l’Iran

L’accusa di Rama non esce dal nulla. L’Albania ospita da anni circa 3.000 dissidenti iraniani del Mek, i Mujahedin del popolo, nel campo di Ashraf 3 vicino a Durazzo. Nel 2022 è stata il primo Paese al mondo a rompere le relazioni con Teheran, dopo un attacco informatico attribuito all’Iran: ambasciata espulsa in 24 ore, con Washington a coprirle le spalle. Già nel 2018 e nel 2019 aveva cacciato diplomatici iraniani per ragioni di sicurezza. Da allora Tirana ha costruito un pezzo della sua identità di sicurezza sull’essere la casa dei nemici di Teheran e sull’asse con Stati Uniti e Israele. È lo stesso asse che ha portato su quella costa un resort della famiglia del presidente americano, finanziato dal Golfo. Così, quando Rama dice che dietro la piazza c’è l’Iran, pesca da un avversario vero. Solo che i fenicotteri gonfiabili, stavolta, non li ha mandati Teheran.

Il capitolo 27

La Commissione europea ha fatto sapere a Politico che Tirana deve evitare mosse capaci di compromettere i parametri di chiusura del capitolo 27, quello su ambiente e clima, e allinearsi alle direttive Uccelli e Habitat. Tradotto: ritirare le modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette e chiudere la legge sugli investimenti strategici del 2015. È la corsia veloce su cui il resort ha corso: status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, concessione fino a 99 anni. Il ministro dell’Ambiente, Sofjan Jaupaj, ha riferito a Bruxelles che i lavori sono sospesi e che si farà una valutazione d’impatto con la società civile. Poi il portavoce ha corretto: mai cominciati, perché nessun permesso è stato approvato. I manifestanti chiedono esattamente quelle due leggi. E il 2027 è l’anno in cui Rama ha promesso di chiudere i negoziati, per entrare nell’Unione entro il 2030.

A Tivat, racconta lui, nessun leader europeo gli ha sollevato la questione. Sarà. Solo che la Commissione gliel’ha messa per iscritto, e non è un nemico che si squalifica come si fa con i fenicotteri gonfiabili. La piazza, di fatto, Rama può chiamarla Iran. La scadenza che si è dato da solo, no. E l’Italia, primo partner commerciale di Tirana, guarda quella costa e parla solo di sbarchi.

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A Gaza gli obblighi giuridici si misurano in calorie

Sul lato gazawi di Kerem Shalom il contenuto di centinaia di camion di aiuti resta fermo, in attesa di un ritiro che non arriva. Lo scrive il Cogat, l’organismo del ministero della Difesa israeliano per i Territori, nel comunicato dell’8 giugno che annuncia la chiusura di tutti i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso”. La ragione dichiarata sono i missili iraniani sparati su Israele nella notte. Gaza, estranea a quel fronte, è la prima cosa sigillata.

È la terza volta da febbraio. Il 28 febbraio identica mossa, valichi riaperti pochi giorni dopo. Ogni volta che lo scambio con Teheran si riaccende l’assedio si stringe qui. E qui la tregua entrata in vigore il 10 ottobre ha già prodotto, secondo il ministero della Salute di Gaza che l’ONU considera attendibile, almeno 961 palestinesi uccisi e 3.020 feriti, contro cinque soldati israeliani nello stesso periodo. I morti dal 7 ottobre 2023 sono 72.971.

Il Cogat sostiene che la chiusura non avrà impatto umanitario, perché il cibo entrato con la tregua “supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione secondo le metodologie dell’ONU”. Una frase che misura in calorie un obbligo giuridico. La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza del 26 gennaio 2024 che riconosceva un rischio plausibile di genocidio, ha imposto a Israele di garantire l’assistenza umanitaria necessaria. Il Cogat risponde con un magazzino dichiarato a sufficienza.

Intanto al Cairo i mediatori trattano con le fazioni palestinesi per salvare quella tregua, mentre i valichi si richiudono. Domenico Centrone, 33 anni, docente di Molfetta, e Leonarda Alberizia, del Global Sumud Convoy, restano in carcere in Libia dal 24 maggio: il 7 giugno il consolato italiano a Bengasi insisteva ancora per la sola visita consolare.

I valichi, scrive il Cogat, riapriranno “gradualmente, sulla base di una continua valutazione operativa”. La valutazione lascia il cibo dichiarato sufficiente dentro i camion fermi.

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Populismo, riformismo ma soprattutto pulpitismo

Il 7 giugno 2026 Pina Picierno ha fondato un movimento riformista e non ha citato una sola riforma. Tre giorni prima aveva lasciato il Partito democratico con una frase da lapide, «la casa dei riformisti non c’è più», ed era passata ai Democratici Europei, gruppo Renew Europe. Adesso c’è Spazio Pubblico, che lei stessa definisce “non una corrente, non un’etichetta”. Definirlo, in effetti, è il problema.

Il manifesto parla a “chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro” e promette di radunare “coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura”. Tolto l’aggettivo riformista resta il vecchio programma del partito dei signori con la cravatta civica. Per ora nessuna misura, nessun numero, nessuna proposta: la parola riformismo galleggia da sola, e galleggia perché ormai non nomina più nessuna riforma. Lo aveva spiegato bene Lorenzo Zamponi su Jacobin Italia già nel 2023: oggi riformismo significa il rifiuto categorico di uscire dai binari del pilota automatico.

Dicono di voler sconfiggere il populismo, qualsiasi cosa significhi. Solo che il populismo è esattamente questo: un appello al popolo virtuoso contro le élite corrotte, l’autoinvestitura dei migliori, il disprezzo per chi vota male. Sono populisti in purezza, col costume degli arguti, e pure con esibito orgoglio.

Potremmo chiamarlo pulpitismo: un piccolo gruppo che si percepisce come aristocrazia e che predica da un pulpito su cui non l’ha messa nessuno, autoproclamata competente, sicura di meritare la guida. Il fenomeno è più largo di Picierno: è l’intera area che si dice riformista, un centro affollato di dirigenti e povero di elettori, dove gli sparuti partiti si fanno la guerra. Il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda si è sciolto nel 2023 dopo mesi di liti, e da allora Azione, Italia Viva e +Europa corrono separati, tutti intorno alla soglia di sbarramento. Competenti per autocertificazione, condannati dall’aritmetica sporca e cattiva (e populista). E Calenda ha già salutato la nuova arrivata: Azione c’è, e tanto basta.

E così resta il riformismo come il vestito nuovo dell’imperatore: tutti chiamati ad ammirare il taglio sopraffino di un abito che non c’è, e guai a dire che il re è nudo. Le riforme, quelle, si vedono quando arrivano. Qualcuno, prima o poi, dovrà mostrarcele. Intanto accontentiamoci del pulpitismo.

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Fine vita, il centrodestra rimanda ancora: il ddl Bazoli finisce di nuovo nel limbo. Cronaca di un colpo di spugna annunciato

Il 3 giugno 2026, mentre a Palazzo Madama l’Aula seppelliva il disegno di legge sul fine vita con 88 voti favorevoli e 59 contrari, in Svizzera moriva Lucia, triestina di 80 anni. Aveva una degenerazione cortico-basale, malattia neurodegenerativa che le toglieva il corpo pezzo per pezzo. Aveva chiesto di morire in Italia, e l’Italia le aveva risposto prima con un no e poi con il silenzio: l’azienda sanitaria del Friuli l’aveva giudicata fuori dai requisiti, contro la sua documentazione medica. Stessa giornata, due facce dello stesso Paese.

Il voto porta la firma di Fratelli d’Italia: una questione sospensiva che rispedisce il testo del senatore Alfredo Bazoli (Pd) nelle commissioni Giustizia e Sanità, da dove era partito. Quella mattina la conferenza dei capigruppo aveva calendarizzato l’esame all’unanimità. Poi la maggioranza si è tirata indietro, e il presidente del Senato Ignazio La Russa (FdI) si è smarcato: «Il Parlamento è sovrano». Bazoli da parte sua l’ha chiamata col suo nome: «Non prendete in giro gli italiani, questo voto serve solo ad affossare la legge».

Le promesse e i rinvii

In questa storia le cronologia parla. La Corte costituzionale chiede una legge dal 2018, con l’ordinanza 207, poi con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato-Dj Fabo, poi ancora con la 135 del 2024. Otto anni di moniti. Il testo della maggioranza, a prima firma Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (FdI), giace in commissione dal luglio 2025 senza che si sia mai aperto l’esame degli emendamenti. Il termine, fissato al 17 luglio, era già slittato. Come tutto il resto.

E quando una Regione prova a colmare il vuoto, il governo la ferma: la legge della Toscana sul suicidio assistito è stata impugnata da Palazzo Chigi. Il testo del centrodestra, intanto, restringe il requisito fissato dalla Consulta. Dove la Corte scrive “trattamenti di sostegno vitale”, la proposta Zanettin-Zullo scrive “trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”, e affida il giudizio sull’accesso a un comitato di sette membri nominati dal presidente del Consiglio. Più stretto di quanto chieda la Corte, e fuori dal Servizio sanitario nazionale: un capolavoro. La maggioranza si difende con la prudenza e il presidente della commissione Sanità, Francesco Zaffini (FdI), ripete di volere una buona legge «senza invadere il campo dell’eutanasia». Solo che la prudenza, qui, somiglia parecchio a una scusa per rinviare.

E poi c’è la beffa tecnica. Il presidente del Cnr Andrea Lenzi ha trasmesso un documento in cui nega l’esistenza di dispositivi con marchio Ce per l’autosomministrazione del farmaco a chi è immobilizzato. Solo che a marzo 2026 quel dispositivo, a comando oculare, lo aveva costruito proprio il Cnr per Libera, 55enne toscana con sclerosi multipla. In pratica l’ente nega ciò che l’ente ha fatto.

Il cattolicesimo a corrente alternata

Sul fine vita la maggioranza si scopre devotissima: evoca argini contro l’”eutanasia di Stato”. Eppure lo stesso governo è sordo a Papa Leone XIV quando il Pontefice lo incalza sui temi scomodi. Sul riarmo, che il Papa chiama tradimento dei popoli e denaro versato nelle «tasche dei mercanti di morte». Sui migranti, banco di prova della giustizia. Giorgia Meloni ha intanto giudicato gli impegni Nato sul riarmo «significativi e sostenibili». Cattolici quando conviene, laicissimi quando il Vangelo costa un voto.

Le critiche più dure le firmano i diretti interessati. Marco Cappato e l’avvocata Filomena Gallo, dell’Associazione Luca Coscioni, ricordano che in Italia l’aiuto medico a morire è legale da sette anni, dalla prima pronuncia della Consulta. Francesco Boccia (Pd) cita il Rapporto Eurispes: i favorevoli sono il 70 per cento. Numeri che la politica conosce e finge di non vedere.

Manca un anno al voto. La legislatura si chiuderà, il ddl si perderà, e qualcuno ricomincerà da capo. Che questo governo non avrebbe legiferato sul fine vita lo sapevano tutti. Ingenuo chi ci ha creduto.

L’articolo Fine vita, il centrodestra rimanda ancora: il ddl Bazoli finisce di nuovo nel limbo. Cronaca di un colpo di spugna annunciato sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

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