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La retorica anti-immigrazione del governo Meloni e la deriva dei centri di detenzione – Lettera43

Per corroborare la retorica contro l’immigrazione il governo Meloni ha scelto, intanto, di investire sui centri di detenzione. Una non-soluzione del genere consente nel breve periodo di cavalcare i sentimenti al limite della xenofobia che servono per tenere buoni gli elettori più affamati che hanno dovuto ingoiare l’impennata estiva di sbarchi. Nelle intenzioni del governo la costruzione di nuovi Cpr (i centri di permanenza e di rimpatrio) dovrebbe avere lo stesso effetto di una caserma dei carabinieri costruita in una movimentata periferia per rassicurare i passanti sulla presenza dello Stato. Fa niente che secondo i dati Eurostat l’Italia sia fanalino di coda nel secondo trimestre del 2023 con soli 735 rimpatri, mentre la Germania nello stesso periodo ne ha effettuati 2.700 seguita da Francia, Svezia e Grecia. Al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi toccherebbe spiegare che le principali nazioni di appartenenza dei migranti rimpatriati sono Georgia, Albania, Moldavia, Turchia e India, mentre i Paesi di provenienza della maggior parte dei migranti che raggiungono le coste italiane sono quelli dell’Africa mediterranea e dell’Africa subsahariana: Tunisia, Egitto, Guinea e Costa d’Avorio. Si tratta di Stati che spesso non hanno stretto alcun accordo con Roma per i rimpatri, nonostante il gran daffare della presidente del Consiglio nei suoi viaggi internazionali in nome del cosiddetto piano Mattei.

La retorica anti-immigrazione del governo Meloni e la deriva dei centri di detenzione
Una struttura usata come centro di permanenza e rimpatrio (Ansa).

Niente igiene né privacy: «Un processo di deumanizzazione»

Per avere un’idea di cosa siano i Cpr si può leggere il recente dossier dell’associazione Naga e della rete Mai più Lager – No ai Cpr che ha spiato dal buco della serratura il centro di Milano in un periodo di osservazione da maggio 2022 al maggio 2023. Il dossier descrive l’ostruzionismo opposto a qualsiasi tentativo di accesso sia fisico sia virtuale al Cpr e tutto quello che abbiamo potuto (intra)vedere: da fuori e da dentro. Cosa accade in un Cpr? Appena arrivate, le persone – si legge nel rapporto – vengono sottoposte a una visita medica, spogliate nude e obbligate a fare flessioni per espellere eventuali oggetti dall’ano, alla presenza del personale medico e di agenti di polizia. La visita medica si riduce alla domanda «come stai?». Niente esami, niente visite. A quel punto ogni nome diventa un numero, in quello che nel report viene definito «un evidente processo di deumanizzazione». Il racconto del trattenimento “tipo” è caratterizzato dallo squallore dei miserrimi moduli abitativi e dei servizi, passando per la totale mancanza di igiene e privacy dei bagni per arrivare ai pasti impresentabili e farciti di vermi. Lenzuola di carta, armadietti a vista murati e senza ante, bagni e docce senza porte (solo separé di plastica bianca, aperti in alto e in basso); l’acqua corrente, a periodi è solo gelata o solo bollente, cartelli di “acqua non potabile” compaiono e poi scompaiono.

La retorica anti-immigrazione del governo Meloni e la deriva dei centri di detenzione
Minori tra i migranti (Ansa).

Una prigionia tra fame, crisi epilettiche e tentativi di suicidio

Nelle stanze e nel cortile il freddo è pungente o il caldo è asfissiante. Il cortile è coperto da plexiglass che fa da tetto e ciò ha come risultato che è impossibile fruire di reali spazi aperti e si crea invece un “salutare” effetto serra. E ancora, la fame, le sedie di metallo inchiodate a terra, un tavolo unto e appiccicoso, piccioni che pasteggiano sul pavimento tra gli avanzi di cibo in sala mensa, sbarre sbarre sbarre, il portone metallico pesante della prigione, che si chiude. Il dossier conduce nell’abisso della zombizzazione delle persone trattenute, abbandonate, inascoltate nelle loro necessità e nei problemi di salute anche gravi. Nel rapporto si legge una quotidianità fatta di pugni sul portone, grida, richieste di aiuto, calci sferrati alla porta, persone sanguinanti, altre che cadono a terra, crisi epilettiche, tentativi di suicidio, ingestione di lamette, pile, tappi, incendi, fumo, migranti costretti a dormire in terra, stare male. Nessuna cura tempestiva, nessuna attenzione, nessun aiuto.

La retorica anti-immigrazione del governo Meloni e la deriva dei centri di detenzione
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Persone giovani, sane e forti trasformate in zombie scoloriti

Gli avvocati parlano di persone giovani, sane e forti si trasformano in poche settimane in zombie scoloriti e disorientati dagli psicofarmaci. Accade così il capolavoro della più disumana inettitudine politica: «J.M. viene dichiarato inidoneo al trattenimento», si legge, «a seguito di visita oncologica di cui non vi è traccia nei documenti inviatici. Il suo rilascio è avvenuto solo dopo che il suo avvocato aveva richiesto la cartella clinica, che non gli è stata inviata, e grazie all’intervento del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Dopo essere stato liberato, il paziente è stato certificato come talmente grave che, ai sensi della normativa vigente, non può essere rimpatriato».

Costruire un Panopticon, ossia l’incarnazione della sorveglianza totale

Secondo alcune indiscrezioni pubblicate da Domani l’idea del governo sarebbe quella di realizzare strutture circolari a moduli, come le carceri. Saranno nove in tutto. Emergono anche le località selezionate da Piantedosi e Guido Crosetto: da Ferrara a Castel Volturno fino a Bolzano e Aulla in Toscana. Ciascuno costerà almeno 2 milioni di euro e avranno una forma circolare. Con moduli abitativi da assembleare e un Panopticon. Ossia l’incarnazione della sorveglianza totale. Per realizzarli ci vorranno due anni. E i costi supereranno ampiamente quelli previsti dal decreto che li istituisce. Poiché in Italia i diritti umani diventano argomento politico solo dopo la loro violazione ciò che sta accadendo è un’inchiesta che sembra venire dal futuro. Chissà se c’è qualcuno che riesce a leggerla in tempo.

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Fascina, fine lutto mai. A carico dei contribuenti

Se siete un lavoratore qualsiasi avete diritto, per legge, a tre giorni lavorativi all’anno di permesso retribuito per lutto familiare, ossia per la morte del coniuge, di un parente entro il secondo grado o del convivente. Sempre che abbiate la fortuna di avere un contratto, di avere uno stipendio. Se siete Marta Fascina e avete avuto l’onore di essere la convivente di Silvio Berlusconi invece di giorni ne avete quanti ne volete, regolarmente pagati con soldi pubblici nonostante abbiate appena incassato un’eredità stratosferica.

Marta Fascina ha promesso da Vespa che svolgerà il mandato parlamentare che gli è stato conferito dai cittadini

Ancora meglio: potete lasciare sguarnito il posto alla Camera dei deputati incassando comunque il lauto compenso e nel frattempo finire nell’abituale bestseller natalizio di Bruno Vespa. Marta Fascina racconta a Vespa di avere “fatto politica fin da adolescente”, convinta davvero di poterci convincere di avere quel posto per merito. E promette di continuare “a svolgere il mandato parlamentare che mi hanno conferito i cittadini”, dimenticando di essere stata eletta con una legge elettorale in cui i cittadini possono solo ingoiare le scelte dei capi di partito (nel suo caso dell’ex proprietario di partito, a voler essere precisi).

Delle esperienze di Fascina si sa solo che ha lavorato nell’ufficio stampa del Milan – che con la politica ha poco a che fare – prima di essere adocchiata da Berlusconi e catapultata in un seggio blindato, diventandone anche la fidanzata ufficiale con tanto di matrimonio simulato. Il dolore di Marta Fascina per la morte del compagno è un sentimento privato (nonostante sia reso pubblico nel libro di Vespa) ma la misura e la dignità del proprio ruolo politico sono cosa pubblica. Come direbbe Silvio, si contenga.

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Oggi la manifestazione per la pace senza simboli di partito

Ieri a margine dell’assemblea del Partito socialista europeo (Pse) la segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha ribadito che il suo “auspicio è che così come il Parlamento ha chiesto”, ci sia “una pausa umanitaria che permetta di far arrivare tutto l’aiuto umanitario necessario alla popolazione di Gaza, anche il leader europei nella loro discussione possano addivenire alla stessa posizione”. “Quindi noi esprimiamo questo auspicio fortemente. Ne discuteremo anche ora al pre-vertice socialista”, ha aggiunto: “L’ho chiarito anche ieri: non è possibile vedere colpiti obiettivi come scuole, ospedali, chiese; bisogna che ci siano delle safe zone, e che ci sia una vera sicurezza, garantita per tutti i civili, che non possono diventare ulteriori vittime di questo conflitto”.

I dem parteciperanno con una delegazione alla manifestazione per la pace in programma oggi in diverse città

“Così, – ha spiegato la segretaria del Pd – mentre lavoriamo per evitare una escalation, un allargamento del conflitto, la priorità è senz’altro quella umanitaria, di garantire tutti gli aiuti, i corridoi umanitari, e naturalmente la sicurezza della popolazione, particolarmente nella situazione drammatica di Gaza dove le vittime sono già troppe”. La segretaria del Pd da giorni prova a puntellare la sua posizione senza scontentare la componente pacifista tra i suoi elettori (anche fuori dal partito) e senza prestare il fianco ai suoi oppositori interni che non vedono l’ora di poterla accusare di morbidezza nei conforti di Hamas, come già succede per la guerra in Ucraina.

La segretaria del Pd Schlein è in bilico. Teme il fuoco amico dell’ala di Guerini

Il gioco della corrente di minoranza dem Base riformista (Lorenzo Guerini in testa) è lo stesso – come accade su altri temi – dei cosiddetti liberali: se qualcuno invoca la pace è accusato di collaborare con il nemico. Non è un caso che nel pomeriggio di ieri a puntellare la posizione di Schlein sia dovuto intervenire il senatore Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, che durante la trasmissione Ping Pong su Radio 1 ha risposto a chi gli faceva notare che la segretaria non avesse mai “twittato contro Hamas” spiegando che “non si può ridurre la posizione del Pd all’ex Twitter della segretaria”: “in realtà Schlein, al di là di Twitter, ha espresso una posizione di netta condanna di Hamas senza scordare l’importanza della soluzione ‘due popoli due stati’. Nessuno mette in discussione il sacrosanto diritto all’esistenza di Israele. La giustizia però non deve diventare vendetta, bisogna garantire l’incolumità anche dei palestinesi”, ha aggiunto Misiani.

Conte c’è. Al corteo anche Bonelli e Fratoianni. No alla strategia del governo sulle guerre

Alla fine le forze progressiste dell’opposizione oggi saranno in piazza per le manifestazioni per la pace in Medio Oriente organizzate in diverse città italiane da Amnesty International e dall’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (Aoi), e a cui hanno aderito numerose altre associazioni. Parteciperanno esponenti di Pd, M5s, Verdi e Sinistra italiana. Non ci saranno rappresentanti di Azione e di Iv. A Roma è prevista una fiaccolata in piazza Esquilino, alle 18,30. Ci saranno il coportavoce dei Verdi Angelo Bonelli e il presidente del M5s Giuseppe Conte.

“Accantoneremo il simbolo del M5s e useremo i colori della pace – ha annunciato nei giorni scorsi Conte – Aggiungo che a livello personale aderirò anche alla giornata che il Papa ha indetto di preghiera e digiuno”. Difficilmente potrà partecipare alle iniziative la segretaria Pd, Schlein, che sarà impegnata a Mestre in un incontro programmato da tempo per presentare le proposte del partito per la casa. In piazza, “tra i molti cittadini – ha detto il responsabile esteri del Pd, Peppe Provenzano – sicuramente ci saranno anche tanti esponenti del Pd”. Il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, sarà a Milano, dove è in programma una iniziativa alle 19, in piazza Castello.

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Puf! La tassa sugli extraprofitti delle banche non la paga nessuno

La tassa sugli extraprofitti delle banche che ha contribuito a disegnare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni come “donna forte al comando” non c’è più. Dopo UniCredit anche Intesa San Paolo, la banca italiana guidata dal ceo Carlo Messina, quella tassa sugli extraprofitti delle banche varata dal governo Meloni, non la pagherà.

Nel corso della conference call con gli analisti nei giorni scorsi, il ceo di UniCredit Andrea Orcel ha ricordato che, con quell’ultima versione della misura sbandierata con orgoglio dalla stessa presidente del Consiglio Meloni, due sono le opzioni che il governo italiano ha messo a disposizione delle banche italiane: «una era pagarla, l’altra era di rafforzare le nostre riserve e non pagarla, a meno che queste non vengano distribuite in un secondo tempo». E UniCredit ha deciso di rafforzare le sue riserve, destinando 1,1 miliardi a riserve proprie non distribuibili. 

Due giorni fa anche Intesa San Paolo ha emesso un comunicato di “destinare a riserva non distribuibile un importo pari a circa 1.991 milioni di euro, corrispondente a 2,5 volte l’ammontare dell’imposta di circa 797 milioni, in luogo del versamento di tale imposta, avvalendosi dell’opzione prevista dal predetto provvedimento” annunciando che “la Capogruppo darà indicazione alle banche controllate interessate dal provvedimento (Fideuram, Intesa Sanpaolo Private Banking e Isybank) di adottare analogo orientamento”. Sostanzialmente, invece di versare la tassa sugli extraprofitti, la banca ha deciso di destinare a riserva una somma che ammonta a circa 2 miliardi di euro.

Così la “tassa sugli extraprofitti delle banche” si aggiunge alla collezione di annunci irrealizzati.

Buon venerdì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia e Finanze, Giancarlo Giorgetti, il vice Ministro Maurizio Leo, e i vice presidenti del Consiglio e ministri, AntonioTajani e Matteo Salvini (governo.it), Roma, 16 ottobre 2023

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Salvini novello Fornero. Credibilità sotto zero

Matteo Salvini, leader della Lega nonché ministro delle Infrastrutture nonché vice presidente del Consiglio, durante l’intera campagna elettorale ha promesso ripetutamente “il superamento della legge Fornero”. A ben vedere Salvini quando Elsa Fornero era ministra ha lanciato una vera e propria “caccia” che aveva assunto contorni preoccupanti simili alla persecuzione, costringendola a “difendersi” più del dovuto dalle intemperanze dei leghisti più esagitati.

Il leader della Lega Matteo Salvini durante l’intera campagna elettorale aveva promesso ripetutamente “il superamento della legge Fornero”

Come ha osservato giustamente il deputato di Italia viva Luigi Marattin “a ripristinare la versione ‘dura’ della legge Fornero ci hanno pensato Meloni e Salvini, i due politici che in questi anni sono passati dal 4 al 30 per cento, giurando solennemente che una volta al governo avrebbero abolito la legge Fornero”. La legge che Salvini aveva promesso di abolire è addirittura rafforzata, con buona pace del ministro leghista che si è sbriciolato di fronte alle richieste del suo compagno di partito, il ministro all’Economa e alle Finanze Giancarlo Giorgetti.

Giorgetti, tanto per suggellare l’ipocrisia, è anche il vice segretario della Lega. Salvini aveva anche promesso il ripristino delle Provincie che invece dalla manovra subiscono un ulteriore taglio di 50 milioni di euro mentre gli affitti brevi che il leader della Lega aveva promesso di difendere con forza subiscono un rincaro della cedolare secca dal 21 al 26%. “La proprietà privata è sacra”, aveva stentoreamente dichiarato Salvini. Non l’ha ascoltato nessuno. Dicono che il governo sia “compatto”. Ci crediamo, per carità. Ma è impossibile non domandarsi quanto “compatta” sia la credibilità di Salvini con i suoi elettori.

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A Foggia stravince il campo largo. E Calenda inizia a picconarlo

Carlo Calenda, il pendolo. Il leader di Azione nel bel mezzo del divorzio dall’ex alleato Matteo Renzi con cui sta litigando per spartirsi i soldi del gruppo al Senato (con il presidente La Russa nel ruolo del giudice divorzista) esulta per l’ottimo risultato del suo partito alle amministrative di Foggia. “Complimenti a Maria Aida Episcopo, neoeletta sindaca di Foggia, e a tutti i nostri dirigenti e candidati che hanno partecipato a questa tornata amministrativa. Un grande lavoro, che ha portato a ottimi risultati. Avanti così”, scriveva due giorni fa sottolineando anche l’ottimo risultato della lista comune con Italia Viva, che ha ottenuto l’8,3%.

A Foggia è andato in onda un campo quasi larghissimo. Pd, M5S e Azione hanno permesso l’elezione di Episcopo. Ma Calenda ha subito tirato il freno a mano

Nelle elezioni del comune pugliese, sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose, è andato in onda un campo largo, quasi larghissimo, che ha messo insieme il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte (che in questi giorni rivendica con forza la scelta della candidata), il Partito democratico guidato dalla segretaria Elly Schlein e Calenda con Azione. La segretaria del Pd sottolinea come le elezioni di Foggia siano “la dimostrazione che quando ci uniamo e costruiamo un progetto per la comunità, scegliendo una candidatura credibile, l’alternativa a queste destre c’è”. Ma Calenda ha subito tirato il freno a mano.

Alla domanda se l’alleanza fosse replicabile sul piano nazionale il leader di Azione in onda nella trasmissione Cinque minuti su Rai 1 ha risposto nettamente: “No, non si può immaginare perché non è quella la soluzione. Io non credo che M5S e Pd potrebbero stare insieme a governare il Paese, perché hanno idee diverse a partire dalla politica internazionale. A Foggia. Ha proseguito Calenda c’era una situazione molto particolare, perché era un Comune che era stato sciolto per legami con la criminalità organizzata. Non si poteva pensare che tornasse da quelle parti lì. Abbiamo fatto scelte di natura eccezionale”.

Al leader di Azione non vanno bene i 5 Stelle perché populisti e non va bene il Pd perché amico dei populisti

Ricapitolando: a Calenda non vanno bene i 5 Stelle perché populisti, non va bene il Pd perché amico dei populisti, non va bene Renzi perché “inaffidabile”, con +Europa ha rotto in occasione delle ultime elezioni politiche e con la destra – a sentir lui – non vuole nemmeno immaginare un’alleanza elettorale. Quindi che fa Calenda Pendola.

Leggi anche: Rissa finale Renzi-Calenda. Ultima lite sulla cassa. Salta la mediazione del divorzista La Russa 

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Vietato parlare di cessate il fuoco. Nel Pd è guerra pure sulla pace

Non si sono ancora posati i bicchieri dei festeggiamenti in occasione della vittoria alle amministrative di Foggia e il “campo largo” tra Partito democratico e Movimento 5 stelle scricchiola sul solito tema: la pace. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha annunciato che “il M5S aderirà alle manifestazioni del 27 ottobre (domani) che si svolgeranno in tutte le città italiane per porre fine alle violenze nel conflitto israelo-palestinese, indette dalla rete Pace e disarmo” pur partecipando senza simboli di partito che lasceranno spazio alle bandiere della pace.

I rapporti tra Partito democratico e Movimento 5 stelle scricchiolano sul solito tema: la pace

Dall’altra parte la segretaria del Pd, Elly Schlein, deve fare i conti con le divisioni interne con i soliti noti della corrente Base riformista (l’ex ministro alla Difesa Lorenzo Guerini in testa) che leggono ogni passo verso la pace come un tradimento nei confronti degli israeliani e la fronda più vicina a alla leader (con Marco Furfaro attivissimo in queste ore) che sottolinea la stonatura di un partito che rinunci a esprimere una condanna alla guerra.

È un’operazione di equilibrismo difficile. Schlein è da sempre vicina all’associazione Pace e disarmo che organizza la marcia insieme alla sinistra pacifista, Arci, Acli, Comunità di Sant’Egidio per chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di attivare “un cessate il fuoco, fermare le violenze e garantire aiuto umanitario (oltre alla convocazione Conferenza di pace che risolva, finalmente, la questione Palestinese applicando la formula dei due Stati per i due Popoli) e lo stimolo a realtà sia palestinesi sia israeliane ad attivarsi congiuntamente per rendere evidente la loro contrarietà rispetto a chi agisce con violenza contro la Pace”.

La posizione dei dem per ora si limita a un “cessate fuoco umanitario”

La posizione dei dem per ora si limita a un “cessate fuoco umanitario” che è sostanzialmente diverso dalla richiesta netta di fermare lo scontro. Sul confine tra il diritto alla difesa di Israele e una vera e propria vendetta si giocano gli equilibri interni del partito. La segretaria ha un accordo con la minoranza interna per evitare che i dissidi interni diventino pubblici rimanendo sulla linea di una netta condanna ad Hamas ribadendo la tutela del popolo palestinese, ma la domanda che pongono gli organizzatori della marcia di venerdì (che si svolgerà contemporaneamente in diverse città di’Italia) è: “Come si può pensare che l’ingresso di Israele a Gaza coincida con una possibile rappresaglia morbida”?

Il 19 ottobre Schlein, al contrario di alcuni parlamentari dem, aveva difeso il diritto di manifestare per Gaza evitando di confonderlo con l’appoggio ad Hamas: “Sono due questioni diverse – aveva detto ai microfoni di No Stop News su Rtel102.5 -. Non è accettabile inneggiare agli attentati terroristici di Hamas ma la causa palestinese è un’altra cosa: il popolo palestinese ha il diritto di esistere e di vedersi riconosciuto uno Stato. C’è stato un colpevole abbandono della causa palestinese e del processo di pace in Medioriente da parte della comunità internazionale. Sono due cose ben distinte”.

Domani i cortei per fermare la carneficina a Gaza. Conte ci sarà, Schlein no per le tensioni nel partito

Alla fine la segretaria, che domani sarà a Venezia per un evento sul diritto alla casa organizzato dal Pd, invierà alla marcia della pace una delegazione. Sulla questione ieri si è inserita prontamente la calendiana Isabella De Monte: “Sul Medio Oriente, il campo largo finisce nell’ambiguità. – dice la deputata -. Alle manifestazioni convocate venerdì dalla Rete Pace e Disarmo, ha subito messo il cappello il M5S di Conte. Il Pd non può lasciare solo il ‘diversamente’ amico, quindi Elly Schlein manderà una sua delegazione”. Per De Monte “il punto è che le parole d’ordine di queste manifestazioni sono molto ambigue, si predica lo stop subito del conflitto, che non è la pausa umanitaria richiesta dall’Ue”. E l’equilibrio precario di Schlein già traballa.

Leggi anche: L’invasione di terra è imminente. Netanyahu non cambia il piano. La scorsa notte i primi raid nel nord della Striscia di Gaza. Fallito il pressing di Biden per cancellare l’operazione

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Cosa serve di più per riconoscere la vendetta

Mentre noi qui stiamo a lambiccarci per trasformare in una battaglia identitaria una tragedia umanitaria il presidente di Israele Benyamin Netanyahu ha annunciato l’invasione via terra di Gaza definendo il momento il «culmine di una lotta per la nostra esistenza».

Nel suo discorso ha utilizzato lo slogan che inebria un pezzo di Occidente e di editorialisti nostrani: «Hamas è l’Isis, e l’Isis è Hamas». In un mondo con memoria minimamente funzionante si potrebbe ricordare che la strategia adottata contro ll’Isis è stata completamente sballata. Quanto può essere cretino riproporla

Nel frattempo gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas sono il loro capitale bellico mentre la vendetta di Netanyahu dal 7 ottobre ha provocato l’uccisione di  6.546 palestinesi di cui 2.704 bambini, secondo il ministero della Sanità di Gaza. I feriti sarebbero 17.439. Solo tra martedì e mercoledì a Gaza sono state uccise 756 persone, tra cui 344 bambini. A Rafah una scuola dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni unite che assiste i profughi palestinesi, con 4600 sfollati nelle sue aule, è stata danneggiata da un attacco ravvicinato. Sono 38 a oggi i lavoratori morti dell’agenzia Onu. Ieri la farina dell’Onu era appena arrivata al panificio del campo profughi di Moghrabi (Deir Al Balah), uno dei pochi ancora aperti in tutta Gaza, quando hanno cominciato a cadere le bombe dei raid aerei. A Gaza molti indossano braccialetti per essere riconoscibili nel caso in cui una bomba israeliana li faccia a pezzi.

Dice l’Occidente che “la difesa non deve giustificare la vendetta” e la domanda sorge spontanea: cosa serve di più per vedere la vendetta

Buon giovedì.

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Rissa finale Renzi-Calenda. Ultima lite sulla cassa

Non riescono a stare insieme e non riescono nemmeno a divorziare. Come in ogni separazione che si rispetti tra Matteo Renzi e Carlo Calenda la questione principale non è quello che è stato e nemmeno quello che resta: è solo una questione di soldi. Mentre la rottura alla Camera dei due padri politici del fu Terzo polo ha sciolto il gruppo parlamentare senza troppi problemi, rintanando l’uno in Italia Viva e l’altro in Azione, al Senato la situazione è molto più scivolosa.

Matteo Renzi e Carlo Calenda non riescono a stare insieme e non riescono nemmeno a divorziare

I 7 senatori di Iv si sono proclamati repubblica indipendente lasciando apolidi i 4 di Azione che ora rischiano di doversi accomodare nel gruppo misto insieme al senatore di Sinistra italiana Peppe De Cristoforo che ne è il capogruppo. Renzi con un’incursione ha già cambiato il nome al gruppo che ora è “Italia viva – Il Centro – Renew Europe” ma Calenda ritiene l’azione illegittima e chiede di potersi costituire come gruppo autonomo. Inutile cercare la politica, si tratta più banalmente di una cifra che può arrivare a 400mila euro utili per tenere in piedi la struttura composta da collaboratori, per le spese telefoniche per gli addetti stampa.

Ad aggiungere pepe alla telenovela è il presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa nella veste di avvocato divorzista che propone una mediazione per una separazione consensuale. Per ora nulla è risolto. Rimangono i comunicati incrociati sull’asse Renzi-Calenda zeppi di rivendicazioni. I due hanno cominciato a litigare nell’aprile di quest’anno, quasi sette mesi fa. Come nota giustamente Tommaso Labate sul Corriere della Sera, Giorgia Meloni ha scaricato Andrea Giambruno nel tempo di un post su Instagram.

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Con le destre al Governo torniamo indietro. A certificarlo sono i numeri

Ogni volta che Giorgia Meloni si scontra con i numeri e con la realtà il risultato non cambia: la propaganda e la rivendicazione dei risultati ottenuti non dicono la verità. Così basta che qualcuno si metta a fare i conti, come spesso capita al sito di fact checking Pagella Politica e la bugia viene a galla. Lo scorso 22 ottobre la presidente del Consiglio ha propalato festantem sui suoi social network i risultati raggiunti dal suo governo, insediatosi esattamente un anno fa. “In un solo anno stiamo invertendo la rotta”, si die nel filmato pubblicato da Meloni. Che ha scritto: “Molti sono stati i traguardi raggiunti, molti altri ne arriveranno”. La premier spazia dall’economia all’occupazione, dal Piano di ripresa e resilienza fino alla lotta alla criminalità.

Ogni volta che Meloni si scontra con i numeri il risultato non cambia: la propaganda e la rivendicazione dei risultati ottenuti dal Governo non dicono la verità

“La disoccupazione mai così bassa dal 2009” ad esempio è un mantra che amano ripetere in molti dentro fratelli d’Italia. In effetti i dati più aggiornati di Istat dicono che ad agosto il tasso di disoccupazione è stato pari al 7,3 per cento, la percentuale più bassa da gennaio 2009. Carlo Canepa, su Pagella politica, nota però come il risultato odierno si il risultato di una discesa della tasso di disoccupazione che parte dal 2021. Nessuna “inversione di rotta”, quindi. A Meloni e al suo governo è bastato raccogliere frutti che arrivano da lontano. Sulla stessa linea la dichiarazione che riguarda il “boom di assunzioni: +523 mila occupati in un anno. Record di italiani al lavoro”.

Pagella politica propone due osservazioni. Innanzitutto “questo aumento non è stato registrato solo durante il governo Meloni. Tra agosto e ottobre 2022, periodo considerato dai dati appena visti, alla guida del Paese c’era il governo Draghi. In più, come per il tasso di disoccupazione, la dinamica di crescita del numero di occupati è in corso da inizio 2021”. Nessun “boom” quindi. Anche in questo caso al governo Meloni è bastato non fare danni. La seconda osservazione proposta da Canepa verte sul fatto che sia “impreciso far coincidere il numero dei nuovi “occupati” con quello delle “assunzioni”. La prima categoria è più ampia della seconda: l’Istat considera come “occupato” chi ha tra i 15 e gli 89 anni e chi nella settimana in cui sono stati raccolti i dati ha dichiarato di aver svolto almeno un’ora di lavoro retribuita. Rientrano tra gli occupati anche i lavoratori in ferie, in maternità o paternità, e quelli temporaneamente assenti per un periodo inferiore ai tre mesi”.

Solo mezze verità su cuneo fiscale e aliquote. Mentre sul Pnrr che va spedito si sfiora il ridicolo

Ai lavoratori Meloni rivendica anche di avere dato “più soldi in busta paga grazie al taglio del cuneo fiscale”. In effetti con il decreto “Lavoro” il governo Meloni ha aumentato temporaneamente di 4 punti percentuali, per i mesi tra luglio e dicembre di quest’anno, il taglio dei contributi previdenziali già stabilito con la legge di Bilancio per il 2023. Ma, come osserva Pagella politica, quest’ultima a sua volta aveva rifinanziato per il 2023 il taglio del 2 per cento introdotto temporaneamente nel 2022 dal governo Draghi per i redditi fino a 35 mila euro, che arrivava al 3 per cento per chi guadagna fino a 25 mila euro l’anno.

Nella seconda metà del 2023, grazie al decreto “Lavoro”, il taglio per queste due fasce di reddito è salito rispettivamente al 6 per cento e al 7 per cento “Il governo ha annunciato – scrive Canepa – che il taglio del cuneo fiscale sarà rinnovato temporaneamente anche nel 2024 con la prossima legge di Bilancio. Nel 2024 il governo interverrà anche sull’Irpef, portando da quattro a tre il numero di scaglioni. Il governo Draghi li aveva già ridotti da cinque a quattro, ma in via definitiva, con la legge di Bilancio per il 2022.

Con grande sprezzo del ridicolo Meloni ha anche dichiarato che il Pnrr “procede senza ritardi l’attuazione degli obiettivi e dei traguardi del piano”. Dopo mesi di trattative con l’Ue, la terza rata è stata erogata il 9 ottobre, oltre nove mesi dopo, ma mezzo miliardo di euro è stato spostato sull’erogazione della quarta rata, quella da 16 miliardi di euro legata al raggiungimento degli obiettivi fissati per i primi sei mesi del 2023. La quarta rata è stata chiesta dall’Italia a settembre e ora è in fase di valutazione da parte dell’Ue.

Tra gli investimenti che hanno accumulato ritardi, iniziati già con il governo Draghi, c’è quello per la realizzazione dei nuovi asili nido. Come segnala Pagella politica in quella proposta il governo ha dichiarato che entro il 2026 non potranno essere portate a termine nove misure, per un valore pari a quasi 16 miliardi di euro: il piano dell’esecutivo è quello di definanziare questi interventi dal Pnrr e di finanziarli con altre fonti, al momento non ancora decise ufficialmente. I “più di mille mafiosi arrestati negli ultimi mesi” celebrati dalla presidenza del Consiglio sono un dato perfettamente in linea con i governi precedenti. Resta da vedere quante saranno le eventuali condanne, sempre che le prossime riforme in tema di Giustizia non invalidino anche i processi in corso.

Sull’occupazione non c’è stata alcuna inversione di rotta. Ma si è cominciato a scendere già con Draghi

Meloni festeggia anche la “Carta cultura giovani” e la “Carta del merito” destinate ai diciottenni che fanno parte di famiglie con un Isee inferiore ai 35 mila euro o che si sono diplomati con il massimo dei voti. Peccato che da un anno non se ne veda l’ombra, al di là delle molte parole. A oggi le carte non sono ancora entrate in vigore eppure sono già considerate “un successo”. C’è infine “il rilancio del Made in Italy” che per Meloni passa dallo “stop al cibo sintetico. Dal video pubblicato da Meloni sembra che lo “stop al cibo sintetico” sia un traguardo già raggiunto, ma non è così: manca la definitiva approvazione del Parlamento poiché testo è all’esame della Camera.

Nei giorni scorsi Il Foglio ha spiegato che il governo Meloni ha ritirato la notifica inviata alla Commissione europea con cui la informava del percorso per introdurre il divieto di commerciare e produrre carne coltivata temendo di incorrere nel rischio di “ostacolare la libera circolazione delle merci” se l’Ue decidesse il contrario. Se la legge passerà alla Camera il rischio di infrazione è dietro l’angolo.

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