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“Big Pharma”? Un altro ramo della propaganda è caduto

Da quando si è insediato il governo Meloni si vanta di essere contro “i poteri forti”, dopo un anno di governo resta da capire quali siano i “forti” a cui si riferiscono. Di sicuro non è più considerato un pericoloso potere forte Big Pharma, le aziende farmaceutiche che in piena pandemia erano state messe nel mirino dall’attuale presidente del Consiglio e dal suo alleato in propaganda Matteo Salvini. 

In quei tempi “Big Pharma” era presentata come il condensato dei sospetti, del lucro sporco e di sinistri complotti. Oggi all’interno della bozza della manovra l’industria farmaceutica invece gode dell’innalzamento del tetto di spesa per gli acquisti farmaceutici delle Regioni scritto nell’articolo 44 della bozza della legge di bilancio che regala alle aziende un sostanzioso taglio ai loro versamenti allo Stato calcolati in base al cosiddetto payback.

Come spiega Andrea Capocci su Il manifesto da anni i lobbisti premono affinché il rimborso sia abolito o ammorbidito. “Draghi era andato incontro alle loro richieste prevedendo un aumento del tetto fino all’8,3% nel 2024. Meloni ha fatto ancora di più per Farmindustria portando il tetto all’8,6%, circa 11 miliardi di euro. Risultato: secondo gli analisti il payback delle aziende sarà quasi dimezzato. Oltre a far risparmiare centinaia di milioni alle imprese, l’aumento della spesa per i farmaci sottrarrà risorse preziose alla sanità pubblica già penalizzata dalla manovra”. In più, per coprire la maggiore spesa ospedaliera il governo ha tagliato il budget per il rimborso dei farmaci venduti in farmacia.

E un altro ramo della propaganda è stato tagliato. 

Buon mercoledì. 

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Bell’aiuto alla natalità. Sale l’Iva sul latte in polvere

In mezzo alla penosa manfrina dal sapore mussoliniano delle donne che devono essere madri per partorire per la Patria si innestano in direzione opposta le misure della prossima Manovra che da ieri circola in bozza per vedere l’effetto che fa. Niente più iva al 5% sui prodotti dell’infanzia e sugli assorbenti.

Stangata sulla famiglia. Tradizionale e non. I prodotti che riguardano le donne e l’infanzia costeranno sensibilmente di più

La bozza della manovra prevede infatti che latte in polvere e preparazioni per l’alimentazione dei bimbi, così come assorbenti, tamponi e coppette mestruali, passino tra i prodotti soggetti all’Iva al 10%. Che quindi viene raddoppiata nel giro di un anno. Giorgia Meloni ha provato a diluire la questione dicendo che semplicemente non hanno “confermato il taglio dell’Iva”.

Il risultato non cambia: i prodotti che riguardano le donne e l’infanzia costeranno sensibilmente di più alla faccia della “riduzione dell’aliquota Iva sui prodotti e servizi per l’infanzia” che era scritta nero su bianco nel programma elettorale della coalizione di centrodestra. Tornano così gli “assorbenti più costosi di Europa” che avevano convinto il governo Draghi a intervenire per riequilibrare una delle tante discriminazioni verso le donne.

“Si tratta di una brutta notizia per un Paese – ha detto ieri la presidente di Adoc (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori) Anna Rea – in cui la natalità è un grave problema per il futuro. In un quadro economico per le famiglie già disastrato dal caro vita, crescere i figli costa: solo per l’acquisto dei pannolini, le famiglie spendono mediamente in un anno 726 euro l’anno a figlio; per gli alimenti per bambini si sono registrati nel corso del 2023 aumenti del 15,2%”.

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Destre a tutta lobby. Altro che Governo nemico dei poteri forti

Ogni giorno il deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli scopre una nuova “lobby” che vorrebbe la caduta del governo. Ieri in un’intervista a Repubblica ha collegato gli attacchi a Giorgia Meloni a “certi ambienti” a cui “non andiamo già”, dice Donzelli. “Lobby abituate a entrare nelle stanze del potere – spiega il deputato meloniano – , tecnici che andavano a fare i ministri, ma anche alcuni dirigenti dei ministeri che si erano assuefatti alla debolezza della politica, mentre Meloni ne ha ripristinato la forza. Ma non solo Meloni: anche Conte e Schlein, nell’altro campo, hanno fatto capire di non essere disposti a grandi coalizioni o a governi tecnici”.

Ogni giorno il deputato e responsabile organizzazione di FdI d’Italia Giovanni Donzelli scopre una nuova “lobby” che vorrebbe la caduta del governo

Mediaset ovviamente è detto a mezza bocca. Dalle parti di Fratelli d’Italia l’ordine di scuderia è di evitare un attacco frontale con l’azienda ora guidata da Pier Silvio Berlusconi e la controversa figura del capo di Striscia la notizia, Antonio Ricci, rende facile per tutti giocare di sponda. Ciò che conta è alimentare la narrazione dell’assedio, dipingere Giorgia Meloni come novella Giovanna d’Arco contro nemici immaginari che ogni settimana diventano più grandi, più potenti, più neri (o rossi, in questo caso). Donzelli è il cantore principale.

Solo un mese fa aveva srotolato l’intero repertorio complottista e vittimista della destra in un’intervista al Corriere della Sera spiegando: “ci sembra evidente come oggi, ora che finalmente torna la politica, con un nuovo assetto di stampo conservatore di centrodestra, si assista a una forte reazione. Che non ci spaventa né ci stupisce. Ma, anzi, ci motiva”. Ma che Fratelli d’Italia sia tutto fuorchè una forza antisistema lo dicono i fatti e i numeri. Non c’è stato bisogno di nessun “servizio particolare” da parte delle banche e della famiglia Berlusconi per fare dietrofront sulla tassa extraprofitti alle banche.

Ad agosto la misura era stata annunciata con enfasi dal governo. Sembrava un capolavoro, un governo che ha il coraggio di zittire le banche era un sogno quasi socialista. Invece scherzavano: le modifiche, gli emendamenti e le eccezioni applicate all’imposta originaria ne hanno ridefinito il senso. La tassa è diventato un prestito e nonostante dal governo si sforzassero di spiegare che la natura dell’iniziativa rimaneva la stessa sullo sfondo l’esultanza delle banche e di Forza Italia dicevano tutto.

Esemplare il caso di Ryanair. L’esecutivo voleva ridurre i costi ma alla fine ha abbassato la cresta

Stesso copione con la compagnia aerea Ryanair. Il tetto massimo che avrebbe voluto imporre il ministro alle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso era un storia che poteva funzionare: dentro c’era la difesa della mobilità in Patria contro il vettore straniero e il coraggio di alzare la voce con un player internazionale. Niente di fatto nemmeno lì. I moniti dell’Unione europea e la paura di non essere all’altezza della sfida hanno fatto desistere il governo. Risultato? Il prezzo dei biglietti aerei continuerà a dipendere dal buon cuore dell’amministratore irlandese Michael O’Leary.

Urso prometteva di spezzare le reni ai petrolieri. Ma è rimasto solo un cartello appeso ai distributori

E il prezzo delle benzina, ve lo ricordate? Anche in quel caso il ministro Urso aveva promesso di spezzare le reni alle compagnie petrolifere per tutelare gli italiani. Come spesso accade a questo governo però gli unici che stavano per rimetterci erano i benzinai, ultimo anello di un impero economico che attraversa continenti, emirati e guerre. Il prezzo della benzina continuava a salire e come mausoleo delle gesta di Urso contro i signori del petrolio è rimasto un malinconico cartello che ci avvisa che probabilmente a un trentina di chilometri potremmo trovare una pompa più conveniente.

In effetti un miracolo al governo Meloni sta riuscendo: mentre soffia la favola di essere contro i poteri forti sta smantellando i diritti e la dignità dei poteri poveri e fragili. Così ai suoi elettori offre la narrazione di essere antisistema e al sistema offre gli indigenti come carne da cannone. L’hanno capito quasi tutti. Tranne Donzelli e la sua schiera.

 

Leggi anche: “Il punto non è la sfera privata. È la parentopoli di Palazzo a rendere Meloni vulnerabile”. Parla Saraceno: “Per le destre il divorzio non è un problema ma poi non tollerano gli omosessuali”

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Discriminati dalla nascita. Il futuro è già segnato per i giovani delle periferie

Il governo declama l’impegno per la natalità, i 10 milioni e 493 mila bambini e adolescenti tra 0 e 19 anni che vivono nel nostro Paese fanno i conti con una evidente disparità nell’accesso agli spazi abitativi, scolastici e pubblici adeguati alla crescita e al loro benessere educativo, fisico e socio-emozionale. Disuguaglianze profonde, che possono fare la differenza in positivo o in negativo nel futuro di bambini e ragazzi che crescono in regioni diverse, ma anche in due diversi quartieri di una stessa grande città. Tra gli 0-19enni che vivono in Italia, ben 3 milioni e 785 mila, quasi 2 su 5, si concentrano infatti nelle 14 città metropolitane, costituite dal Comune principale e dal suo hinterland, dove vive anche il 13,7% dei contribuenti con reddito inferiore ai 15 mila euro annui.

Due ragazzi su cinque tra zero e 19 anni vivono nelle 14 città metropolitane. Dove il 13,7 dei redditi è sotto i 15mila euro

Sono i risultati del rapporto ‘’Fare spazio alla crescita’’ elaborato da Save the Children in occasione della nuova campagna di sensibilizzazione Qui vivo, che vuole mettere al centro dell’attenzione i bambini, le bambine e gli adolescenti che vivono nelle periferie geografiche, sociali ed educative nel nostro Paese. La Ong sottolinea come nelle città metropolitane del Sud Italia quali Catania, Palermo e Messina più della metà dei contribuenti ha un reddito inferiore ai 15mila euro annui. La concentrazione di cittadini con redditi bassi è tuttavia elevata anche nel Centro e Nord Italia (per esempio, Roma 38,8%, Venezia 36,9%).

In queste città, le aree urbane caratterizzate da una maggiore privazione socioeconomica sono spesso anche quelle con meno spazi adeguati alla crescita dei minori. Anche se le condizioni abitative inadeguate riguardano un numero significativo di minori in tutto il Paese, dove 2 su 5 vivono in un’abitazione sovraffollata e tra le famiglie con almeno un figlio minore c’è chi vive in case danneggiate (9,2%), con umidità (13,7%) o scarsa illuminazione (5,4%), tra i quasi 13 mila minori che sono senza casa o fissa dimora, 2 su 3 si concentrano nelle città metropolitane, dove si registra anche il 45% di tutti i provvedimenti di sfratto.

Nelle città metropolitane la percentuale di edifici scolastici senza certificato di agibilità raggiunge il 70%

“Le città metropolitane si distinguono in negativo anche rispetto alla scuola, dove la percentuale di edifici scolastici senza certificato di agibilità raggiunge il 70% (62,8% la media in Italia), ma dove anche la presenza di uno spazio collettivo, mensa, palestra, aule tecniche o informatiche risulta inferiore alla media del Paese, già segnata da pesanti carenze: manca una palestra in 3 scuole su 5, uno spazio sociale comune in più di una su tre, e aule tecniche e informatiche sono un sogno per almeno la metà degli studenti minorenni di ogni ordine e grado – osserva Save the Children -. In 8 città metropolitane, inoltre, l’accesso al tempo pieno nella scuola primaria è significativamente inferiore alla media nazionale pari al 38%, con le punte in negativo di Palermo (6,5%), Catania (9,5%) e Reggio Calabria (13,7%), mentre in quella secondaria di I grado le città sotto la media (13,3%) sono 9, con Bari, Bologna, Venezia, Roma e Napoli che non superano il 5%”.

La fotografia delle disuguaglianze in Italia. Un Paese con due facce troppo diverse

Come emerge dal rapporto se a Torino lo svantaggio risulta più elevato (valori da 5 a 8) in 4 municipi su 8, e a Roma in 9 municipi su 15, a Napoli sono ben 7 su 10 le municipalità con un indice elevato. A Palermo i valori più alti si registrano in ben 6 circoscrizioni su 8, a Bari questo avviene per 4 municipi su 5, a Reggio Calabria in 10 municipi su 15 e a Cagliari in 3 su 6. Quattro municipi su 6 registrano un maggiore svantaggio a Bologna, 6 su 9 a Genova, 4 su 6 a Venezia, mentre a Firenze, ben 4 municipi sui 5 che compongono la città si attestano su valori più elevati. Se a livello nazionale ci sono quasi 1100 dirigenti scolastici che oltre alla loro scuola devono provvedere alla reggenza di un altro istituto, nei 33 municipi delle città metropolitane che presentano fattori di svantaggio più critici, ci sono 240 istituzioni scolastiche con meno di 900 iscritti e a rischio ‘’dimensionamento’’.

Proprio dove bisognerebbe investire di più sulla scuola, tenendola aperta tutto il giorno, rischiano di mancare dirigenti scolastici dedicati al cento per cento al territorio. Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children sottolinea come serva “essere al fianco di tutti coloro che oggi si attivano per assicurare ai bambini e agli adolescenti un contesto di crescita sicuro e ricco di opportunità. In un Paese dove, purtroppo, – spiega la dirigente della Ong – oggi avviene proprio il contrario: il maggior numero di bambini cresce nelle aree più povere di servizi essenziali, a partire dalle mense, dal tempo pieno, dalle palestre e dagli spazi pubblici. È assurdo pensare ai tanti immobili, spazi pubblici, beni sottratti alle mafie che restano inutilizzati e in condizioni di degrado, quando potrebbero diventare risorse preziose per la crescita. È necessario un impegno corale per invertire la rotta”.

È stata lanciata ieri la petizione “Agenda Urbana per i bambini”

Ieri è stata lanciata la petizione “Agenda Urbana per i bambini” aperta a tutti e sarà anche possibile aderire al Piano di sviluppo del proprio quartiere, come cittadino, soggetto della pubblica amministrazione o associazione del territorio. Ieri la Commissione d’inchiesta sullo stato e sul degrado delle periferie della Camera dei deputati, presieduta da Alessandro Battilocchio (Forza italia) ha incontrato a Napoli il sindaco Manfredi e a Caivano si è intrattenuta con la commissione straordinaria per la gestione del Comune e don Maurizio Patriciello. Nel caso in cui alla Commissione serva una mappa nazionale delle disuguaglianze per elaborare le urgenti proposte di intervento che servono da oggi ha altro materiale a disposizione. Per occuparsi dei nati, oltre che delle nascite.

Leggi anche: Il governo straparla di natalità. Mentre i Comuni insorgono per i tagli. La protesta dell’Anci: solo due spicci per il welfare. E gran parte dei progetti per gli asili è saltata dal Pnrr

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I temi di cui non parla quasi nessuno

Se avessimo voglia di sganciarci per qualche ora dal vittimismo del governo e dalle beghe sentimentali di uno dei milioni di Giambruno che si incontrano sui luoghi di lavoro italiani ci si potrebbe accorgere che i problemi dell’Italia sono l’esatto opposto della propaganda che ormai beviamo assuefatti da mesi.

Si potrebbe, tanto per cominciare, riflettere sul drammatico dato comunicato qualche giorno fa dall’Istituto statistico dell’Unione europea (Eurostat) in cui si legge che l’Italia è l’unico fra i grandi Paesi europei (Francia, Germania e Spagna) in cui la quota di famiglie che riporta almeno qualche difficoltà a far quadrare i conti nel 2022 è sopra il 63%. Una percentuale così ampia indica una situazione sistemica e diffusa che non può essere scrollata come indolenza diffusa di gente che non ha voglia di lavorare.

Si potrebbe continuare con quei 600mila italiani che negli ultimi vent’anni hanno deciso di emigrare dall’Italia senza tornarci più. Gente regalata al Regno Unito, alla Germania, alla Svizzera, alla Francia, agli Stati Uniti e alla Spagna perché qui non riusciva più a immaginare un futuro lavorativo. Non sono solo i “cervelli in fuga” su cui si lambiccano taluni, lì in mezzo ci sono anche ragazze e ragazzi che lasciano l’Italia per svolgere lavori poco qualificati, ad esempio nella ristorazione, nell’accoglienza, nel lavoro agricolo, come spiega Lorenzo Ruffino sul sito di Pagella politica.

Sono solo due della decina di temi che da noi vengono dati per persi, irrimediabili, buoni solo per qualche articolo di tanto in tanto. Solo che per raccontare il Paese bisognerebbe conoscerlo.

Buon martedì.

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Tajani argine ad Israele nella destra guerrafondaia

Se Antonio Tajani non si chiamasse Tajani, se non fosse l’attuale ministro agli Esteri di questo governo e se non fosse il leader di uno dei partiti di maggioranza, probabilmente sarebbe quasi ogni giorno sulle prime pagine dei giornali di destra, quelli dichiarati e quelli travestiti. Sarebbe sicuramente additato come “amico di Hamas”, come “nemico di Israele” e magari gli darebbero la direzione artistica di un teatro solo per il gusto di potergliela togliere.

Se Antonio Tajani non si chiamasse Tajani, se non fosse l’attuale ministro agli Esteri, sarebbe sicuramente additato come “amico di Hamas” o “nemico di Israele”

Ieri Tajani mentre si trovava in Lussemburgo ha ricordato che “Israele ha il diritto di difendersi ma in modo proporzionato, senza colpire indiscriminatamente la popolazione civile a Gaza”. “Abbiamo detto a Israele di reagire colpendo le sedi di Hamas, evitando di colpire la popolazione civile che non ha alcuna responsabilità, così come ci siamo preoccupati anche dei palestinesi cristiani, ho sentito più volte il cardinale Pizzaballa, e stiamo lavorando proprio perché da parte israeliana non ci sia un’azione che possa colpire la popolazione civile che non hanno alcuna responsabilità”, ha detto il ministro degli Esteri arrivando al Consiglio Ue Affari esteri.

Poi ha aggiunto: “Bisogna sempre far sì che le notizie siano fondate, per evitare anche di dare adito alle popolazioni arabe di reagire in maniera ferma e dura contro Israele. Quando le notizie non sono vere bisogna far sì che non ci sia un’enfatizzazione di falsità”. È lo stesso ministro che in questi giorni chiede di non soffiare sul fuoco di un pericolo di attentati che non ha riscontri. A questo punto una domanda è d’obbligo: Tajani è diventato un pericoloso comunista con inclinazioni terroristiche oppure quegli altri si sono ridicolmente spostati?

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Anche un anno dopo un’unica strategia: il vittimismo

Viene difficile pensare che gli strateghi e i dirigenti di Fratelli d’Italia ritengano percorribile anche dopo un anno di governo la solita strategia: il vittimismo. Già l’idea di “festeggiare” i dodici mesi di governo si inserisce perfettamente nella rappresentazione di “reduci” che il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni insiste nel dare alla sua compagine. È tutta una manfrina di “nonostante”, come se ogni giorno in già a Palazzo Chigi sia figlio di un’epica battaglia che solo dalle parti di Fratelli d’Italia riescono a intravedere. 

Così accade che l’assenza di Giorgia Meloni alla sua festa di partito per questioni strettamente personali diventi l’occasione per attaccare all’opposizione (sarebbe meglio dire: per opporsi all’opposizione) seguendo lo solito schema: usare un fatto privato per martellare gli avversari e se gli avversari rispondono accusarli di utilizzare il privato in politica. Anche la sorella della presidente del Consiglio, Arianna Meloni, che attacca i giornalisti non graditi è una scena facile da prevedere: da quelle parti le voci non allineate rientrano di fretta tra gli ostili da delegittimare e da abbattere, che siano giornalisti o magistrati o cantanti o scrittori.

L’anima della festa è “siamo ancora qui”, come in un malinconico ritrovo degli ultimi giapponesi che si sentono in guerra quando la guerra è terminata da un bel po’. La capa del governo ci dice di avere dimostrato “che si potevano raggiungere risultati inimmaginabili e fare cose straordinarie senza dover essere meschini o dover prendere scorciatoie o fare cose impresentabili o dover compiacere persone impresentabili”. L’analisi però non è sui risultati ma tutta sui “meschini” immaginari. 

Buon lunedì. 

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Ora manca solo qualche anonimo che passi il video in cui Salvini brinda con i magistrati

Quelli che pretestuosamente da settimane parlano di conflitto tra poteri per abbattere la giudice Iolanda Apostolico che a Catania ha giudicato illegittimo (come altri suoi colleghi) il decreto Cutro ieri hanno scritto un comunicato stampa per ringraziare pubblicamente una corrente della magistratura.

La Lega di Salvini si è congratulata con Magistratura indipendente per non avere votato il documento dell’Anm che ha espresso solidarietà alla giudice Apostolico

La Lega guidata da Matteo Salvini ieri ha preso carta e penna per congratularsi con Magistratura indipendente, la componente delle toghe riferibile alla destra, per non avere votato il documento dell’Associazione nazionale magistrati che ha espresso solidarietà a Apostolico dopo gli attacchi ricevuti da membri del governo accusato di voler “intimorire ogni giudice che dovesse assumere un’interpretazione non gradita o allineata ad un certo indirizzo politico“.

La magistrata catanese era stata attaccata frontalmente anche dalla diffusione di un video pubblicato dal ministro alle Infrastrutture e leader della Lega Matteo Salvini. In quel filmato Apostolico è presente a una manifestazione di protesta contro lo stesso Salvini – allora ministro all’Interno – per la sua gestione di migranti a bordo della nave Diciotti.

A poche ore dal voto dell’Anm la Lega ritiene “doveroso ringraziare Magistratura indipendente per la saggezza e l’equilibrio a commento del documento dell’Anm che esaspera la contrapposizione istituzionale. Una posizione, quella di Mi, che certamente è condivisa dai giudici che non operano in base a pregiudizi o ideologia e che hanno provato imbarazzo per i colleghi che invece ignorano valori come sobrietà, autocritica, responsabilità“. Ora manca solo qualche anonimo che passi il video in cui Salvini brinda con i magistrati.

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L’inflazione in calo non è merito suo: ora Meloni smentisce se stessa

Hanno consapevolmente mentito, ancora, e ancora una volta è il sito Pagella Politica a trovare nero su bianco la riga in cui il governo smentisce sé stesso. Da mesi Giorgia Meloni e componenti del governo ripetono la manfrina dell’inflazione che rallentava grazie alle politiche dell’esecutivo.

Nel documento programmatico di bilancio per il 2024, pubblicato il 17 ottobre dal ministero dell’Economia e delle Finanze, l’esecutivo ha però cambiato idea, scrivendo che l’inflazione è rallentata non per l’operato del governo.

Tra palco e realtà

Pagella Politica sottolinea la frase: “Le evoluzioni interne all’area dell’euro sono, tra i fattori di livello internazionale, quelli in grado di condizionare in modo più rilevante l’economia italiana e la sua finanza pubblica. In questa fase si riscontrano dinamiche molto simili a quelle italiane”.

La si può leggere nelle righe iniziali del documento in cui il governo italiano spiega le misure di legge contenute nella finanziaria del 2024 inviato alla Commissione europea. “L’inflazione di fondo, in rallentamento da aprile, si è portata al 5,5 per cento in settembre”, scrivono da Palazzo Chigi, riferendosi agli ultimi dai Istat.

“Il calo dei prezzi dell’energia e la postura restrittiva della politica monetaria sembrano quindi favorire la convergenza dell’inflazione verso i valori giudicati coerenti con la stabilità dei prezzi”, sottolinea il Documento programmatico di bilancio, aggiungendo che “la Banca centrale europea (Bce) prevede che nel 2025 il tasso di inflazione scenda a un livello grossomodo in linea con l’obiettivo del 2 per cento”.

Sono dichiarazioni dal tenore opposto rispetto a quelle sentite per settimane nelle interviste e nei comunicati stampa. Il rallentamento dell’inflazione italiana è dovuto principalmente all’abbassamento dei costi dell’energia (indipendenti dalle scelte politiche del governo) e per l’alzamento dei tassi della Banca centrale europea.

Sull’inflazione il governo smentisce se stesso

Eppure lo scorso 28 giugno proprio Giorgia Meloni alla Camera in vista del Consiglio europeo dei giorni successivi pronunciò parole opposte: “La semplicistica ricetta dell’aumento dei tassi intrapresa dalla Bce non appare agli occhi di molti la strada più corretta da perseguire”, disse la presidente del Consiglio, aggiungendo che “non si può non considerare il rischio che l’aumento costante dei tassi finisca per colpire più le nostre economie che l’inflazione, e cioè che la cura si riveli più dannosa della malattia”.

Anche il ministro agli Esteri, Antonio Tajani, in quei giorni era intervenuto sul rialzo dei tassi deciso dalla Bce definendosi “deluso”, mentre il ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini parlò di una scelta “contro il buonsenso”. Anche sui meriti del governo le voci erano di ben altro tenore.

Come ricorda Pagella Politica lo scorso 9 agosto, in un episodio della videorubrica Gli appunti di Giorgia, Meloni aveva dichiarato che gli aumenti dei tassi di interesse decisi dalla Bce avevano generato una situazione “nella quale aumentano i prezzi” e pochi giorni dopo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (FdI), aveva detto che il governo Meloni aveva “dimezzato” l’inflazione.

Solo lo scorso 5 ottobre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, aveva scritto che “grazie al Governo Meloni l’inflazione è passata dall’11,8% a 5,3%”. “Le iniziative messe in campo dal Governo, per consentire alle famiglie meno abbienti di fronteggiare il caro vita, funzionano”, scriveva il partito. Ora ci hanno ripensato. O forse più banalmente ora sono stati costretti a scrivere ciò che hanno sempre saputo e taciuto.

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Meloni può lasciare chi vuole, ma la sua maggioranza non dia lezioni di virtù – Lettera43

Sul fatto che la sfera personale e privata sia o no anche “politica” si dibatte ogni volta. Quanto possa essere “personale”che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si separi via social un venerdì mattina dopo due giorni in cui una rete televisiva legata a un partito di governo ha evidenziato i censurabili comportamenti dell’ormai ex dimenticabile compagno Andrea Giambruno, è tutto da vedere.

Com'è nata la storia d'amore, ormai naufragata, tra Giorgia Meloni e l'ex compagno Andrea Giambruno? Ecco il racconto.
Giorgia Meloni e Andrea Giambruno (Instagram).

Figli e bambini di serie A  di serie B

Dicono che non ci debbano finire in mezzo i bambini. L’affermazione tagliata così appare pressoché incontestabile. Eppure di minorenni dati in pasto dalla politica ne abbiamo visti decine. Ci sono ad esempio i figli delle coppie omogenitoriali presi a calci dalla politica con l’iter parlamentare della controversa proposta di legge, presentata da Fratelli d’Italia, che intende rendere la gestazione per altri reato universale, ossia perseguibile se commesso all’estero da un cittadino italiano. Trentatré certificati di nascita relativi a 33 coppie di mamme registrati dal sindaco Sergio Giordani dal 2017 a oggi sono state impugnate a Padova, dopo Milano, e potrebbero provocare dei figli orfani per decreto perché la politica si è interessata del “personale” proprio “mettendo in mezzo dei minori che non c’entrano nulla”. Non lo diciamo noi, lo dice chiaramente il Parlamento europeo che condanna le istruzioni impartite dal governo italiano al Comune di Milano di non registrare più i figli di coppie omogenitoriali. Ritiene che questa decisione porterà inevitabilmente alla discriminazione non solo delle coppie dello stesso sesso, ma anche e soprattutto dei loro figli, ritiene che tale azione costituisca una violazione diretta dei diritti dei minori, quali elencati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 ed esprime preoccupazione per il fatto che tale decisione si iscriva in un più ampio attacco contro la comunità LGBTQI+ in Italia. Questo è “personale” o “politico”?

Definire usa e getta i matrimoni finiti degli altri è personale o politico?

Nel 2019 Giorgia Meloni votò contro la legge cosiddetta “sul divorzio breve” dicendo «no al matrimonio usa e getta soprattutto in presenza di figli. I bambini non sono un dettaglio: vanno tutelati sempre». Definire “usa e getta” i matrimoni finiti degli altri è “personale” o “politico”? Credere che la tutela dei figli passi per il mantenimento di relazioni che non funzionano solo per incagli burocratici è “personale” o “politico”?

Meloni può lasciare chi vuole, ma la sua maggioranza non dia lezioni di virtù
Giorgia Meloni al villaggio Coldiretti (Imagoeconomica).

Attaccare la giudice Apostolico tirando in ballo il figlio è personale o politico?

Ancora. I recenti attacchi alla giudice Iolanda Apostolico di Catania presa di mira dalla maggioranza di governo per avere applicato leggi che smontano il decreto Cutro hanno riguardato anche un risibile processo (finito in un’assoluzione) di suo figlio: sono un aspetto “personale” o “politico”? E questo è solo uno delle decine di casi di magistrati che sono stati attaccati dalla politica su aspetti personali e non nel merito delle loro decisioni. Il caso del calzino turchese del giudice Mesiano che solo un giorno prima aveva condannato la Fininvest a pagare una multa milionaria per danni alla Cir di Carlo de Benedetti è un caso-scuola: ripreso mentre andava dal barbiere e giudicato per il colore delle calze. È “personale” o “politico”?

I consigli per evitare di essere stuprate erano politica o paternalismo d’accatto?

Ancora. I membri dei partiti di maggioranza che per settimane hanno giudicato le scelte personali della scrittrice Michela Murgia ritenevano che fosse un aspetto “politico”? Ancora: tutte le volte che i partiti di maggioranza (ma anche lo stesso Giambruno con il noto lupo) hanno spiegato alle donne come dovrebbero comportarsi per non essere molestate o peggio ancora stuprate hanno fatto “politica” o paternalismo intervenendo nella sfera privata? Un esempio recente: la presidente del Consiglio che interviene sui suoi social su uno spot pubblicitario entrando nel dibattito sulla rappresentazione delle coppie separate è un atto “personale” o “politico”? Ma soprattuto: decidere quale sia la formula giusta della famiglia che rispetti le tradizioni e decidere chi possa amare chi e in quale modo è una questione “personale” o “politica”?

Ognuno è libero di vivere come crede, a disturbare è l’ipocrisia

Questa maggioranza ha costruito la sua propaganda su tre aspetti che non hanno nulla a che vedere con il ruolo istituzionale. Dio rientra in una sfera religiosa e quindi privata all’interno di uno Stato che si definisce laico per Costituzione. La famiglia è il risultato di volontà (e incidenti, come la presidente del Consiglio ha appena provato sulla sua pelle) che non hanno nulla a che vedere con la politica. La Patria tanto decantata è inserita, per Costituzione, all’interno di ordinamenti di legge sovranazionali. Non funzionerà l’ipocrisia dei moralisti di governo. Giorgia Meloni è libera di prendere le decisioni personali che preferisce e come preferisce, Matteo Salvini è libero di avere figli con chi preferisce. Nessuno li giudica. Molto semplicemente stiamo facendo notare che è l’ipocrisia che ci disturba perché lancia falsi segnali virtuosi.

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