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Il formidabile apparato digerente è di chi sputa il veleno e non firma

Venerdì 5 giugno, pagina 41 de la Repubblica: un corsivo senza firma sbeffeggia Paolo Di Paolo, firma di quella stessa redazione, come un codardo dall’”apparato digerente” formidabile. Il 13 giugno, intanto, lo stesso Di Paolo salirà sul palco che apre il festival Salerno Letteratura per farsi contestare di persona, dopo aver tolto a Erri De Luca la prolusione d’apertura. Tenete insieme le due…

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Università e ricerca, le destre occupano l’Agenzia di valutazione: all’Anvur le nomine diventano politiche

L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca,, ha ottenuto l’accreditamento europeo nel 2025 per una ragione precisa: era indipendente. Il registro Eqar l’ha iscritta il 27 marzo, l’associazione Enqa ha rinnovato l’adesione il 10 aprile a Paphos, e in entrambi i casi il requisito che pesava di più era la distanza dal potere politico. Undici mesi dopo, quella distanza il governo l’ha riportata indietro.

Il regolamento varato con il Dpr 7 gennaio 2026 n. 12, in vigore dal 19 febbraio, ha riscritto la governance dell’Agenzia. A scegliere il presidente ora è il ministro, da una terna preparata da un comitato a maggioranza di nomina ministeriale, proprio lì dove prima decideva il Consiglio direttivo. A presiedere il comitato che filtra le candidature è il segretario generale del Ministero dell’Università e della Ricerca: l’autonomia, di fatto, parte da dentro il ministero. E l’Agenzia deve muoversi “in coerenza con le linee di indirizzo del Ministro”, che ne approva il programma. Il direttivo scende da sette a cinque, arriva un direttore generale, entra pure l’Afam, il sistema italiano di istruzione superiore di livello universitario dedicato alle arti visive, alla musica, alla danza e al design che sta sotto la supervisione del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). La ministra Anna Maria Bernini lo presenta come un rafforzamento dell’indipendenza, dice.

Cosa controlla davvero l’Anvur

Sotto l’organigramma c’è il denaro. L’Anvur certifica la qualità di atenei, corsi e dottorati, e le sue valutazioni della ricerca pesano sulla redistribuzione del Fondo di finanziamento ordinario: una quota rilevante delle risorse alle università si muove sui risultati di quegli esercizi. Chi guida l’Agenzia quindi decide dove vanno i soldi.

Francesca De Rugeriis, segretaria Fp Cgil Roma e Lazio, ricorda che l’Agenzia regge tutto questo con 36 dipendenti su un fabbisogno di 59, e che se diventa «il braccio lungo del ministro» perde la sua funzione. Gli standard europei Esg chiedono esattamente l’opposto: separazione netta tra chi regola, il ministero, e chi valuta. Senza quel timbro, avverte la sindacalista, l’Agenzia perde autorevolezza in Europa e la capacità di trattenere competenze, mentre i ragazzi continuano ad andarsene. Cosa succederebbe al sistema universitario se quell’accreditamento saltasse?

L’occupazione, una poltrona alla volta

Il 22 maggio il Consiglio dei ministri ha avviato le nomine. Alla presidenza Venerando Marano, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e ordinario a Tor Vergata, dato in quota Meloni. Nel direttivo Aurelio Tommasetti, ex rettore di Salerno e consigliere regionale della Lega in Campania fino a fine 2025, e Matteo Lorito, rettore della Federico II, indicato come riferimento di Forza Italia. Un seggio per partito.

Gianna Fracassi, segretaria della Flc Cgil, parla di conferma dei peggiori timori: l’Agenzia «è diventata di fatto un dipartimento del ministero». La stessa Fracassi lega la mossa a un taglio del Fondo arrivato insieme alla richiesta agli atenei di «semplificare le spese». Il Movimento 5 Stelle ha chiesto la ministra in commissione, parlando di spartizione di poltrone. Il governo risponde che i curriculum sono di alto profilo, e in effetti lo sono. Solo che il valore dei singoli non spiega il disegno.

L’Anvur è un caso dentro una sequenza. Il Servizio per il controllo parlamentare della Camera ha contato 103 caselle da riempire in 35 enti entro fine settembre; nelle sole partecipate pubbliche si parla di oltre 200 nomine nel corso del 2026; e poi la Consob, l’Antitrust, il collegio del Garante della privacy, gli enti culturali fino alla Reggia di Caserta, la Rai che le opposizioni contestano nomina dopo nomina da due anni. Ogni casella, ogni ente un presidio. Del resto è il metodo, prima ancora del merito di chi entra.

E l’accreditamento europeo, quello che certificava un’università italiana credibile oltre i confini, ora pende da un’indipendenza che il governo ha appena trasferito a sé stesso.

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A Gaza mancavano solo i dati violati

Per ricevere un pacco di farina dal World Food Programme, a Gaza, una persona deve scrivere il proprio nome, il numero del documento, il telefono e il quartiere in cui dorme. Quel modulo si chiama People Portal, l’applicazione di auto-registrazione che il WFP rivendicava per aver tagliato tempi e burocrazia. Oltre due milioni di palestinesi l’hanno compilato.

Il 14 maggio quei dati sono finiti in mani non autorizzate. Il The New Humanitarian, con l’inchiesta di Jacob Goldberg e Irwin Loy, parla di circa 600.000 famiglie esposte: nomi, documenti, telefoni, posizione. È la più grave violazione di dati di beneficiari umanitari mai registrata, sopra le 515.000 persone colpite nell’attacco al Comitato internazionale della Croce Rossa nel 2022.

Due giorni prima, il 12 maggio, un informatore aveva segnalato al WFP una falla individuata da un esperto indipendente. La sede di Roma aveva assicurato che era risolta. L’attacco è arrivato lo stesso, e gli abitanti di Gaza sono stati avvisati via Telegram solo il 31 maggio, diciassette giorni dopo. L’informatore descrive al The New Humanitarian dati «che possono individuare posizioni precise e causare danni», e nessuna valutazione del rischio.

A Gaza un dato di posizione pesa diversamente. La Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione con il parere del 19 luglio 2024, e dal gennaio 2024 considera la popolazione della Striscia esposta a un plausibile rischio di genocidio. Lì le forze israeliane hanno ucciso centinaia di persone in fila per gli aiuti del WFP, scrive la stessa testata.

Intanto Domenico Centrone e Leonarda Alberizia restano detenuti a Bengasi: il procuratore libico ha prorogato la custodia senza fissare udienza, il 4 giugno una delegazione alla Farnesina ha chiesto pressione.

Il WFP scrive ai registrati: “continuerete a ricevere assistenza”. Per riceverla, avevano già scritto dove dormono.

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Caso Centrone-Alberizia, paradosso Bengasi: l’Italia sta finanziando il carceriere dei suoi cittadini

In una caserma della polizia di Bengasi, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia hanno ottenuto il permesso di farsi una doccia e cambiarsi d’abito. Lo ha negoziato il console generale Filippo Colombo durante la prima visita, la sera del 27 maggio 2026. Lui ha 33 anni e insegna a Molfetta, lei ne ha 67 ed è stata per trent’anni educatrice dei servizi del Comune di Torino. Per le autorità della Cirenaica sono due clandestini, fermati con l’accusa di ingresso illegale.

La stessa Bengasi è il posto dove l’Italia sta per aprire un centro di coordinamento dei soccorsi in mare, finanziato con fondi europei. Lo aveva scritto a gennaio il quotidiano tedesco nd, lo conferma l’inchiesta di IrpiMedia del 3 giugno sul nuovo accordo tecnico della missione Eunavfor Med Irini, reso pubblico il 28 maggio dall’ong britannica Statewatch. Qui da noi si chiama cooperazione.

Due cittadini, una carovana

Il Global Sumud Land Convoy è partito il 15 maggio, giorno della Nakba: oltre 200 persone da più di 25 Paesi, una trentina di mezzi, 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti diretti a Gaza via Rafah. Il 24 maggio il convoglio si è fermato nei pressi di Sirte, sulla linea 5+5 che divide l’ovest dall’est libico. Dieci attivisti hanno superato il posto di blocco per trattare il passaggio del resto della carovana. Da lì sono finiti in cella a Bengasi.

A trattenerli sono le milizie del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. Il 2 giugno il procuratore di Bengasi ha prolungato la custodia cautelare fino alla prossima udienza, e all’accusa di ingresso illegale si sarebbe aggiunta quella, più grave, di manifestazione illegale. Gli altri italiani del convoglio, una settantina di chilometri più indietro, sono già rientrati a Fiumicino. I dieci avevano superato il confine solo per negoziare un passaggio sicuro.

La regia italiana a Bengasi

Per anni l’Italia ha addestrato e finanziato i libici passando da Tripoli, il governo riconosciuto dall’Onu. Adesso il raggio si allarga a est. Il documento riservato del Consiglio dell’Unione cita la formazione delle “istituzioni libiche”: una formula che a marzo 2025, nel rinnovo di Irini fino al 2027, ancora diceva “guardia costiera libica”. A ottobre, intanto, Frontex ha ricevuto per la prima volta funzionari di Haftar. La frontiera europea scende sempre più a sud, e Bengasi è la nuova porta. Il modello c’è già: l’Mrcc di Tripoli, il centro di coordinamento costruito dall’Italia con il progetto Sibmmil, sempre con soldi di Bruxelles.

Del resto il 22 maggio Francia e Grecia hanno deciso di non rinnovare il compito che autorizzava Irini a ispezionare in mare le navi sospettate di trasportare armi, previsto dalla risoluzione Onu 2292 del 2016. Restano il pattugliamento e l’addestramento dei guardacoste. Già nel 2017 gli esperti dell’Onu segnalavano violenze sui migranti compiute anche dopo i corsi di formazione. Dieci anni dopo, Haftar deve diventare un partner affidabile, costi quel che costi.

Sulla sorte di Centrone e Alberizia il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto la cosa più rivelatrice: «Mi auguro che li possano espellere il prima possibile». Espellere. La parola che lo Stato italiano ha contribuito a insegnare alla Libia torna indietro, applicata a due suoi cittadini. La deputata Chiara Appendino (M5S) gli chiede di muoversi «non con le parole di circostanza», il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (PD) si dice preoccupato. Dal governo, sui due, parla solo Tajani, e parla di espulsione. La macchina dei rimpatri che l’Italia ha aiutato a costruire a Bengasi adesso stringe due italiani, e l’unica speranza ufficiale è che li restituisca da clandestini.

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Mi si nota di più se vado o se non vado?

A Tivat, ieri c’erano quasi tutti. I capi di Stato e di governo di 26 paesi dell’Unione europea, i sei dei Balcani occidentali, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Si discuteva di allargamento e delle sorti dell’Ucraina, che a giugno apre il primo capitolo negoziale. Giorgia Meloni invece era a Reggio Calabria, alla festa dei carabinieri, stentorea davanti a un francobollo.

Un francobollo vero, nato con tutti gli onori. Il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri prevedeva la cerimonia, fissata alle 11. Poi la premier ha voluto restare anche per l’annullo filatelico in Prefettura. Solo che alle 14 l’aereo di Stato è decollato verso Roma, non verso il Montenegro. Poco prima era arrivata la nota: “A causa del protrarsi della cerimonia” Meloni “non potrà più partecipare”…

L’annullo filatelico, insomma, è stato salvifico. Perché tutto era cominciato prima: su questo dossier, come su quasi tutto, la maggioranza è divisa. Inoltre la sera precedente da Palazzo Chigi filtrava fastidio per il coordinamento di Francia, Gran Bretagna e Germania con Kiev verso il tavolo con Mosca. L’Italia Esclusa, un’altra volta. È il “solito formato E3“, minimizzavano le fonti italiane, salvo aggiungere che “senza gli Usa al tavolo, non si arriva a un accordo con Putin“. Tradotto: offesi di non essere invitati, sospettosi di chi c’è andato.

Torniamo a maggio 2025, sempre lei. Kiev, poi Tirana: i volenterosi si vedevano, Meloni mandava un video o restava a casa, e rivendicava la coerenza di chi le truppe non le invia. Anzi, raccontava ai suoi elettori e a qualche giornale di essere un punto di riferimento internazionale. E invece era una semplice presenza evanescente, quando andava. Ieri ha fatto un passo avanti: si è risparmiata pure il viaggio.

Torna in mente l’adagio di Nanni Moretti: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente? La premier ha sciolto il dilemma nel modo più comodo. A Tivat il posto dell’Italia è rimasto vuoto, ma almeno in Prefettura il francobollo ha avuto il suo timbro puntuale. Commemoriamo quello, allora, chi se ne importa delle guerre alle porte dell’Europa e nelle tasche degli italiani.

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Sezione 224, gli Usa cuciono il proprio esercito a quello di Israele: ricerca, sviluppo e produzione militare sincronizzata

Donald Trump ha telefonato a Benjamin Netanyahu e gli ha dato del pazzo, lo sappiamo, l’abbiamo letto. Lo ha confermato lui stesso, al New York Post, il 3 giugno 2026: era «un po’ contrariato», ha detto, per le operazioni israeliane in Libano che rischiavano di far saltare il negoziato con l’Iran. Parole grosse, ripetute con un certo gusto. Eppure, nelle stesse ore in cui il presidente americano insultava l’alleato al telefono, la sua Camera lavorava a cucire i due eserciti in un corpo solo.

La sezione che fonde gli apparati

Il 4 giugno la commissione Forze armate della Camera, presieduta dal repubblicano Mike Rogers, ha respinto l’emendamento che chiedeva di cancellare la Sezione 224 dal National Defense Authorization Act per il 2027, la legge di bilancio della difesa. Voto per alzata di voce. Contrari nel merito in due: il democratico Ro Khanna (California) e la collega Sara Jacobs. Tutti gli altri, repubblicani e democratici insieme, dalla parte dell’integrazione. La norma istituisce la “United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative” e ordina al Pentagono di nominare un “agente esecutivo” che sincronizzi ricerca, sviluppo, test e produzione militare con Israele: dal cyber all’intelligenza artificiale. Di fatto un solo apparato tecnologico, ma con due bandiere. La cooperazione copre dati e reti militari, ricerca congiunta e coproduzione di armi, e una volta scritta dentro la legge che il Congresso deve approvare ogni anno diventa quasi impossibile da smontare. Il pacchetto vale 1.150 miliardi di dollari di spesa base, dentro una richiesta complessiva dell’amministrazione che arriva a 1.500 miliardi.

Quello che la legge cancella

Khanna lo ha detto in aula: gli americani sono stanchi dell’arroganza di un premier straniero che detta la linea a Washington, e a comandare deve essere l’America, non il primo ministro di un altro Paese. Il repubblicano Thomas Massie (Kentucky) ha promesso un altro emendamento per stralciare la norma quando arriverà sul pavimento dell’aula. Jacobs ha ricordato il punto che pesa di più: la legge americana vieta di trasferire armi a chi commette crimini di guerra, e la Sezione 224 quella clausola la salta, insieme al voto del Congresso. Funziona così. L’integrazione aggira la procedura di vendita militare, che oggi pretende un impegno sui diritti umani prima di ogni via libera. Netanyahu, del resto, la chiama «il mio piano», e in una lettera al deputato Marlin Stutzman ha scritto che è arrivato il momento di passare “da beneficiario a partner”. Ben Freeman, del Quincy Institute, scrive che il Congresso dovrebbe bocciare la norma proprio adesso, mentre cresce il numero di americani contrari a quello che Israele fa nella regione, e avverte di un sistema politico sempre più esposto ai capricci di un governo israeliano. E Joe Kent, l’ex direttore dell’antiterrorismo dimessosi a marzo contro la guerra in Iran, scrive che esternalizzare pezzi di sicurezza nazionale a chi non condivide i tuoi interessi è il rovescio esatto dell’”America First”.

Ma la parte più eloquente sono i conti: Washington versa ogni anno 3,8 miliardi di dollari all’esercito israeliano, dato del Council on Foreign Relations, quasi 300 miliardi dal 1946, e la guerra in Iran è già costata oltre 50 miliardi ai contribuenti americani, secondo funzionari citati dalla CBS. I sondaggi richiamati nel dibattito raccontano un Paese che vuole meno aiuti a Israele, non di più. Tutto questo verso un alleato su cui pende un mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza.

Così la più grande potenza del mondo, come amano chiamarsi, mette nero su bianco nella sua legge di bilancio che farà da maggiordomo tecnologico a un primo ministro incriminato. Trump al telefono può anche urlare quanto vuole. La firma, intanto, dice il contrario.

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Gridano all’assoluzione, ma è un’archiviazione. E la sentenza vera resta lì

Pochi minuti dall’archiviazione di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri dall’inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993, e il centrodestra che ieri si prendeva a sberle torna compatto: parlano di assoluzione. Solo che assoluzione non è. La gip di Firenze Patrizia Martucci ha archiviato perché, scrivono gli stessi pm, manca «la ragionevole previsione di condanna», eppure su Dell’Utri resta «un…

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Atteso in Italia, ma lo studente di Gaza è in un carcere israeliano

Aveva la borsa di studio, il visto italiano, il lasciapassare e l’autorizzazione di sicurezza rilasciata giorni prima. Il 2 giugno, al valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar, ingegnere di Jabalia e docente all’Università islamica di Gaza, è stato portato via mentre il gruppo di studenti proseguiva verso Roma, a Tor Vergata.

L’esercito israeliano lo definisce a Repubblica “un terrorista operativo di Hamas” che “ha partecipato all’invasione di Israele il 7 ottobre 2023”. Nessun capo d’imputazione, nessuna prova resa pubblica. La famiglia, raggiunta dalla testata Kritica, dice l’opposto: oppositore di Hamas, critico del gruppo anche sui social, unico superstite dei suoi, moglie e quattro figli uccisi in un raid israeliano dell’ottobre 2024. Ora, secondo i familiari, è nel carcere israeliano di Asqalan.

Il programma è di Antonio Tajani: 229 studenti palestinesi portati in Italia dallo scorso autunno, sempre per il valico israeliano di Kerem Shalom, sempre, scrive la Farnesina, “in raccordo con le Autorità israeliane”. L’occupante, che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale col parere del 19 luglio 2024, autorizza l’uscita e poi, al proprio cancello, decide chi è studente e chi terrorista, e fa sparire un civile. A maggio l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 119 persone, 19 bambini, il mese più letale dell’anno secondo il ministero della Salute.

Intanto restano a Bengasi da undici giorni i due italiani del convoglio di terra, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: il 2 giugno il procuratore libico ha prorogato la custodia senza fissare udienza, il 3 presidio alla Farnesina. Tajani: «Speriamo tornino presto».

I compagni di Mahmoud sono arrivati. Lui no. Tajani aveva promesso di portarli «in sicurezza verso un’opportunità di studio e di futuro».

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Il sostegno a Israele presenta il conto, la Germania bocciata all’Onu: il prezzo del “lavoro sporco” di Netanyahu. E l’Italia pesa ancora meno

Il 3 giugno 2026, sotto la presidenza di turno di una tedesca, Annalena Baerbock, l’Assemblea Generale dell’Onu ha negato alla Germania il seggio europeo non permanente nel Consiglio di Sicurezza. Portogallo 134 voti, Austria 131, Berlino ferma a 104. Per la prima volta nella sua storia la locomotiva d’Europa, prima economia del continente e tra i maggiori finanziatori del Palazzo di Vetro, esce sconfitta da una corsa che aveva vinto tutte le sei volte precedenti. Una figuraccia, e per giunta in casa.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul lo ha chiamato «una vera delusione», poi ha provato a dare la colpa a Mosca, che avrebbe fatto campagna contro. Solo che, nello stesso giro di parole, ha ammesso anche l’altra cosa: la «responsabilità speciale» tedesca verso Israele «può essere costata dei voti». Tradotto dal diplomatese, è la confessione che a pesare nel voto dei Paesi extraeuropei è stato l’allineamento di Berlino a Benjamin Netanyahu. E quel «può» di troppo è già un’ammissione.

Il prezzo del vassallaggio

Conviene tornare al 18 giugno 2025. Davanti alle telecamere della Zdf il cancelliere Friedrich Merz definì gli attacchi israeliani all’Iran «il lavoro sporco per tutti noi». Si riferiva all’Operazione Rising Lion partita il 13 giugno: bombardamenti su Teheran, oltre 900 morti secondo il Lemkin Institute, centinaia di civili colpiti nelle case. Merz, informato in anticipo da Netanyahu, ringraziò la giornalista per l’espressione, anzi rivendicò di provare «il massimo rispetto» per chi quel lavoro lo eseguiva.

Un anno dopo i conti sono arrivati al banco. Certo, Berlino aveva due avversari veri e non più un solo concorrente come in passato: l’Austria correva dal 2011, il Portogallo dal 2013, candidature pazienti contro un arrivo tardivo. Solo che il voto è segreto, e nel segreto dell’urna 134 Stati hanno preferito Lisbona, 131 Vienna, e una sedia che a Berlino davano per scontata è finita altrove. Zimbabwe eletto al seggio africano con 182 voti, Trinidad e Tobago ai Caraibi, il Kirghizistan che stacca le Filippine 143 a 49: il Sud globale ha votato compatto, e ha votato contro chi ha trasformato la complicità in dottrina. Inchinarsi davanti a Washington e Tel Aviv come mai prima, del resto, un costo lo aveva. E la matematica non perdona: trenta voti in meno dell’Austria sono un giudizio politico, non un incidente di percorso.

Il nano italiano

E qui da noi? Pesiamo ancora meno. L’Italia ha occupato il Consiglio di Sicurezza per sette bienni, l’ultimo nel 2017 spartito con i Paesi Bassi, e oggi siede fuori dalla stanza dove si decide. Sulla guerra all’Iran Giorgia Meloni ha fatto la cosa più italiana possibile: tutto e il contrario di tutto. Al G7 del giugno 2025, in Canada, si disse favorevole al rovesciamento del regime di Teheran. Tre giorni dopo, alla Camera, chiedeva a Israele di fermare «immediatamente» le violenze a Gaza, «drammatiche e inaccettabili». Sull’attacco a Teheran, invece, nessuna posizione: «non ho gli elementi», disse, «nessuno dei due».

Merz almeno una linea ce l’ha, condivisibile o meno, ma una linea, e la rivendica davanti alle telecamere. Roma oscilla a seconda della corrente: si dice contro la guerra all’Iran a marzo 2026, sospende il rinnovo automatico del memorandum con Israele dopo lo strappo con Tel Aviv, e intanto per due anni e mezzo si è astenuta o ha votato contro le risoluzioni Onu sul cessate il fuoco a Gaza. Tre posizioni in tre stagioni, scelte come si sceglie un meteo. La Germania ha pagato un prezzo perché una scelta l’ha fatta, e l’ha fatta fino in fondo. L’Italia di Meloni quel prezzo non lo pagherà, ma solo perché in quella stanza, ormai, non la fanno nemmeno entrare a discutere. Stesso vassallaggio europeo, peso specifico molto minore. Auguri.

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Soldati israeliani in vacanza in Sardegna: lo Stato tace, la polizia li scorta. Ma la Regione aveva già detto basta

Il 28 maggio 2026, all’aeroporto di Cagliari-Elmas, sono atterrati quattro voli della compagnia El Al partiti da Tel Aviv. Ad accoglierli, riferiscono i media locali, unità cinofile, artificieri, agenti in borghese e poliziotti armati. I passeggeri sono saliti su pullman e hanno raggiunto il Forte Hotel Village di Santa Margherita di Pula, in Sardegna, resort a cinque stelle una trentina di chilometri a sud di Cagliari, dove la direzione aveva già preparato il cordone di sicurezza. Un centinaio di famiglie. Per i gruppi sardi che si battono per la Palestina, riservisti dell’esercito israeliano in villeggiatura dopo i mesi a Gaza.

La questura di Cagliari ha disposto percorsi protetti, giubbotti antiproiettile, artificieri. L’addetta stampa, interpellata dal Fatto Quotidiano, ha parlato di “un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili”, e ha aggiunto che, per quanto risulta, si tratta di “turisti con le loro famiglie”. Il 1° giugno la scena si è ripetuta ad Alghero, allo scalo Riviera del Corallo: oltre cento cittadini israeliani, tre bus, gli agenti della Digos a fare da scorta. Nei giorni successivi, denunciano gli attivisti, gli arrivi sono proseguiti al ritmo di due o tre voli a settimana. Un arrivo che, denunciano i comitati, sarebbe stato tenuto riservato persino agli operatori aeroportuali.

La versione del Viminale, già sentita

Lo stesso copione era andato in scena nel settembre 2025, a Santa Teresa Gallura, dove un centinaio di soldati israeliani aveva soggiornato al Mangia’s di Baia Santa Reparata sotto scorta della Digos. Allora il caso arrivò alla Camera. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al question time del 10 settembre, parlò di prevenzione dell’antisemitismo e di “obiettivi sensibili” da tutelare come migliaia di altri, e negò qualsiasi accordo con l’esercito israeliano. Su chi organizzi questi soggiorni, e con quali interlocuzioni tra Roma e Tel Aviv, oggi si sa esattamente quanto si sapeva allora: niente.

E intanto la macchina riparte ogni estate. Lo Stato che dichiara di non avere intese mette comunque cinofili e artificieri a presidiare l’arrivo di chi, dice, sarebbe un turista qualunque. A gennaio la stessa governatrice della Sardegna, Alessandra Todde aveva ammesso che la Regione non ha strumenti per verificare né per intervenire, e aveva chiesto chiarezza a Palazzo Chigi. Il coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle in Sardegna, Alessandro Solinas, ha rilanciato le domande rimaste appese: “Chi organizza questi soggiorni? Esistono interlocuzioni tra autorità italiane e israeliane? Chi informa prefetture e forze dell’ordine?”. Nessuna risposta, per ora.

Una Regione che aveva già deciso

La cornice rende il caso ancora più stridente: il 16 luglio 2025 il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato la mozione numero 51, che impegna la giunta di Alessandra Todde a sospendere ogni rapporto istituzionale, economico e di cooperazione con Israele fino al termine delle violazioni del diritto internazionale. Un anno dopo, la stessa isola apre alberghi e scali, sotto protezione pubblica, a chi quelle violazioni le porta cucite sulla divisa. Il consigliere Valdo Di Nolfo (Uniti per Todde) lo ha detto senza troppi giri di parole: “La Sardegna deve ribadire la propria vocazione di pace e rispedire indietro questo carico pesante”.

Restano i numeri, e quelli nessun dispositivo di sicurezza li copre. Secondo il ministero della Salute di Gaza, al 16 febbraio 2026 i palestinesi uccisi erano almeno 72.063; lo stesso esercito israeliano, a gennaio, ha ammesso una cifra intorno ai 71.000. Uno studio del Lancet Global Health stima 75.200 morti violente già al gennaio 2025. Il cessate il fuoco dichiarato il 10 ottobre 2025 non ha fermato i morti: l’Ohchr ne conta almeno 200 dal solo 28 febbraio. È il conto che i riservisti in licenza si lasciano alle spalle quando salgono sull’aereo per il mare di Pula. Gli attivisti tornano in presidio sabato 6 giugno. Il governo, dice, non c’entra.

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