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Dall’Europa sanzioni alla Russia e scambi con Israele

Il 23 aprile 2026 l’Unione Europea ha adottato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Contro Israele, invece, niente. Una nota riservata del Consiglio europeo del 20 giugno 2025 trova “indicazioni” di una violazione dell’articolo 2 dell’Accordo di associazione, quello che fa del rispetto dei diritti umani un “elemento essenziale” del rapporto.

L’Unione resta il primo partner commerciale di Israele: nel 2024 il 28,8% delle esportazioni israeliane è andato al mercato europeo, dato della Commissione stessa. La leva esiste e resta ferma. Lo storico israeliano Ilan Pappé, dell’Università di Exeter, lo ha detto a elDiario.es il 30 maggio: «Se l’Unione imponesse a Israele metà delle sanzioni che impone alla Russia, salverebbe la vita di migliaia di palestinesi». Cita il Sudafrica: il boicottaggio funzionò soprattutto quando i governi aggiunsero le sanzioni.

Sul diritto internazionale Pappé è netto. Il mandato d’arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu e l’ex ministro Gallant, la causa per genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia usano «il linguaggio giusto», eppure «Israele non sarà trattato come la Russia». A Lussemburgo, il 21 aprile, i ministri degli Esteri europei avevano di nuovo davanti la possibilità di una sospensione. L’Italia è ovviamente tra i governi che non l’hanno chiesta.

Intanto le flotte continuano a depositare documenti. Gli attivisti australiani della spedizione via mare, fermata in acque internazionali il 18 maggio, hanno presentato il 1° giugno alla stessa Corte prove di abusi, secondo la legale Bernadette Zaydan; del convoglio di terra restano a Bengasi i due italiani.

Quella sospensione verso Israele, gli esperti dell’Onu il 20 aprile l’hanno definita “il requisito minimo” dovuto dal diritto. La nota del Consiglio resta agli atti da quasi un anno. La misura che dovrebbe seguirla manca.

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Quelli della crociera, adesso che la tortura ha un numero di fascicolo

Ignazio La Russa (FdI), il 4 maggio, sulla Global Sumud Flotilla aveva la battuta: farsi fermare in mare e poter «gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare», «a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rincarava, aiuti «irrisori». E Israele, il 3 maggio, certificava che nessuno era «mai stato torturato». Tre settimane dopo la…

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Vannacci, una componente alla Camera nel gruppo Misto grazie a una lista da 829 voti: più spazio e visibilità per Futuro Nazionale

829 voti, raccolti in qualche collegio della Lombardia, lo 0 per cento su scala nazionale. È il bottino della lista Free alle elezioni politiche del 2022, battuta perfino dal “Partito della follia creativa” del sedicente “Dottor Seduction” e capace di superare di dieci schede soltanto la lista “antisistema” Forza del Popolo. Non preoccupatevi se non ne avete mai sentito parlare, quello che conta è quanto pesano quelle schede oggi. Quattro anni dopo quegli 829 voti valgono una poltrona, anzi una componente parlamentare, soldi pubblici e minuti di parola alla Camera. Beneficiario: Roberto Vannacci.

Il 27 maggio 2026 i deputati di Futuro Nazionale, il partito fondato a febbraio dall’ex generale, hanno costituito una componente dentro il gruppo Misto. Come ricostruisce Pagella Politica, lo stratagemma passa per l’articolo 14 del regolamento di Montecitorio: una componente nel Misto vuole di norma dieci deputati, solo che una deroga la concede a tre parlamentari che rappresentino un partito presentato alle elezioni con una lista, a prescindere dal risultato.

Free, appunto: 829 schede, lo zero virgola. Il suo titolare, Marco Lusetti, ex vicesindaco leghista di Guastalla che nel 2022 bollava quelle urne come «elezioni truffa» e invitava a votarlo «come forma di dissenso», a febbraio è passato con Vannacci e gli ha ceduto il simbolo. Il programma di Free, dichiarava all’epoca lo stesso Lusetti, era «la tutela della Costituzione contro le bugie». Adesso quel simbolo garantisce a Edoardo Ziello, rappresentante della componente, a Rossano Sasso, a Emanuele Pozzolo e a Laura Ravetto, uscita dalla Lega il 19 maggio, quello che da soli non avrebbero.

Cosa cambia con la componente

E cambia parecchio. Una componente nel Misto dà più spazio nei question time e nelle dichiarazioni di voto: già il 28 maggio i deputati di Futuro Nazionale hanno avuto dieci minuti in aula su una proposta di legge sulla pubblicazione delle sentenze di assoluzione, dove prima si fermavano a una dichiarazione personale di pochi secondi. Poi ci sono i soldi. Nel 2024 la Camera ha distribuito ai gruppi circa 31 milioni di euro, il Senato altri 22, ripartiti in base alla grandezza. Un gruppo autonomo incassa molto più del Misto: Fratelli d’Italia quell’anno ha avuto 8,4 milioni, il Misto poco più di un milione. Quella quota finora si divideva tra le componenti delle Minoranze Linguistiche e di Più Europa, con un contributo intorno ai 300 mila euro. Ora al riparto parteciperà anche con Futuro Nazionale, e il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni ha celebrato sui social «un risultato importante» per dare al partito una presenza più forte «nelle istituzioni».

Il generale contro le poltrone

Torniamo indietro di pochi mesi, sempre lui. A gennaio 2026, interrogato sull’ipotesi di un ministero offerto da Giorgia Meloni, Vannacci rispondeva: «Non cerco poltrone. Non cerco partecipate e nemmeno scranni. Faccio politica per cambiare l’Italia». E i suoi Team Vannacci, nel manifesto del marzo 2025, promettevano guerra alla “vecchia politica autoreferenziale, quella che mira alle poltrone prima ancora che alle idee”, quella “dei politicanti di professione” che avrebbero allontanato i cittadini dal voto. L’uomo dei 500mila voti alle europee del 2024, eletto con la Lega e poi sospeso undici mesi dall’Esercito per il suo “Il mondo al contrario”, costruiva la sua fortuna sul disgusto verso il palazzo.

Eppure il primo gesto del generale dentro il palazzo è una manovra di regolamento per farsi largo mei corridoi di quel sistema che promette di scardinare. La rivoluzione del “mondo al contrario” comincia di fatto dal punto che diceva di voler smontare: i fondi ai gruppi, gli scranni, i minuti garantiti.

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Meloni e i sette lamenti capitali

Alla Nuvola di Roma, il 26 maggio, Giorgia Meloni ha chiamato l’Unione europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.

I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.

Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.

L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.

I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.

Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.

I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.

La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.

Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.

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Prendere il 70 per cento di Gaza… Per iniziare

Giovedì 28 maggio Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver ordinato all’esercito di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza. Lo ha detto a un’accademia di formazione dentro un insediamento della Cisgiordania occupata, in un video diffuso dall’emittente israeliana Channel 12. «Stiamo soffocando Hamas. Controlliamo il 60% del territorio. Eravamo al 50, siamo passati al 60. La mia direttiva è arrivare al 70%».

Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre fissava una “linea gialla”, la demarcazione oltre la quale le forze israeliane dovevano restare: circa il 53% della Striscia sotto controllo militare, con un ritiro graduale rinviato a una seconda fase. Quella fase, ferma da mesi, prevedeva il disarmo di Hamas e l’arretramento dell’esercito. Dall’insediamento Netanyahu ne ordina l’opposto, portare il controllo al 70%.

Il 15 maggio aveva già detto: «Oggi controlliamo il 60%. Domani vedremo». Giovedì, quando dalla platea qualcuno grida che Israele dovrebbe prendere il 100%, risponde: «Prima il 70%. Inizieremo da lì». E aggiunge che del resto si occuperà dopo. L’obiettivo è scandito per tappe, dichiarato in pubblico, mentre la tregua resta formalmente in vigore.

Dal 10 ottobre l’esercito israeliano ha ucciso più di novecento palestinesi nella Striscia, secondo il ministero della Salute di Gaza, le cui cifre l’ONU considera attendibili. Intanto restano fermi a Bengasi dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla diretto a Gaza. Il console Filippo Colombo ha visitato i due italiani, li ha trovati «in buone condizioni» e ha chiesto condizioni di detenzione migliori; mancano informazioni sulle procedure di espulsione, rallentate dalla festa islamica.

L’accordo di ottobre aveva disegnato una linea come limite del controllo israeliano. Da un insediamento della Cisgiordania occupata quel limite è stato spostato per decreto al 70%. «Inizieremo da lì».

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Hannoun, la Cassazione ordina un nuovo Riesame: fonti e prove generiche. E i garantisti muti

“Assolutamente generico e indefinito”. Così la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, nelle motivazioni depositate il 28 maggio 2026, ha liquidato il materiale su cui poggiava l’accusa contro Mohammad Hannoun. Le “fonti aperte” richiamate nell’ordinanza, prive di origine e di vaglio di attendibilità, sono inutilizzabili. I documenti forniti dall’intelligence israeliana pure. Esclusi quelli, resta un quadro indiziario che il Riesame di Genova dovrà rivalutare da capo, verificando se senza quelle carte regga ancora.

Torniamo indietro, al 27 dicembre 2025, sempre loro. La procura arresta nove persone accusate di aver finanziato Hamas con “sette milioni di euro” attraverso associazioni benefiche. Hannoun, 64 anni, architetto, a Genova dal 1983, finisce nel carcere di massima sicurezza di Terni. La politica emette la sentenza prima dei giudici.

Giorgia Meloni esprime “apprezzamento e soddisfazione” e lo definisce, parole degli investigatori, “vertice della cellula italiana di Hamas”. Matteo Salvini spiega che “alcuni milioni di fenomeni” erano stati “in piazza dalla parte sbagliata”. Il ministro Matteo Piantedosi annuncia che è stato “squarciato il velo”. Galeazzo Bignami (FdI), capogruppo alla Camera, decreta che chi sta con “questi soggetti” non può ricoprire ruoli istituzionali. Andrea Delmastro delle Vedove (FdI) domanda alla sinistra “accecata ideologicamente” se adesso chiederà scusa.

Il garantismo a intermittenza

Qui conviene fermarsi su una coincidenza. Buona parte di chi a dicembre aveva già scritto il finale è la stessa che da anni sventola il garantismo come bandiera. Forza Italia ne ha fatto un marchio: il senatore Maurizio Gasparri (FI) si congratulava per l’arresto dei “predicatori di odio”, e il suo partito ha ritenuto indispensabile la separazione delle carriere in nome del “giudice terzo e imparziale”. Quella riforma costituzionale, firmata dal ministro Carlo Nordio, gli italiani l’hanno bocciata al referendum del 22 e 23 marzo 2026: No al 54%, Sì al 46%, affluenza al 58,9%. Il garantismo, del resto, si applica ai magistrati da imbrigliare e si smarrisce davanti agli indagati da garantire.

E gli altri? Il Partito democratico non si è comportato meglio. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del partito, ringraziava “gli organi inquirenti” per il “tempestivo e preciso lavoro di prevenzione antiterrorismo”. Peppe Provenzano rinnovava “la più ferma condanna” per ogni complicità con i terroristi. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno evocava “un filo” tra la “galassia putiniana” italiana e quella pro Hamas. Nessuno trovò il fiato per ricordare che un indagato resta un indagato. I riformisti del garantismo, davanti a un palestinese in manette, hanno scelto l’allineamento.

I fatti e le opinioni

La storia, intanto, l’avevano già scritta i giudici. Nel 2010 la pm Francesca Nanni aveva archiviato un’inchiesta gemella rilevando l’inutilizzabilità del materiale trasmesso da Israele, raccolto in operazioni militari senza le garanzie del nostro ordinamento. La Cassazione, sedici anni dopo, ripete il concetto con l’articolo 191 del codice di procedura penale: prove acquisite fuori dal contraddittorio, di provenienza non accertata, restano carta straccia.

Il ricorso della procura è stato dichiarato inammissibile, perché chiedeva alla Corte una rilettura delle prove che non le compete. Adesso il Riesame dovrà stabilire se quelle associazioni fossero schermo di finanziamenti illeciti o operassero nel welfare, e quanta consapevolezza avessero gli indagati. Le manette, insomma, sono arrivate prima delle risposte.

Hannoun è ancora in cella, indagato, in attesa che un altro Riesame si pronunci. Magari sarà anche condannato, in via definitiva ma sarebbe il caso che i garantisti a corrente alternata, prima di tornare a spiegarci la terzietà del giudice, imparassero a separare i fatti dalle opinioni. Per garantismo, e per dignità personale.

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Meloni dice quello che ai pacifisti era proibito dire

A Mattino Cinque, il 28 maggio 2026, Giorgia Meloni ha detto una frase che andrebbe incorniciata, anzi inchiodata anche senza cornice: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». L’ha detto da persona che, ci tiene a precisare, ritiene indispensabile armarsi di più. Eccola qui la confessione, con solo tre anni di ritardo. Torniamo indietro, a marzo 2023…

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Occhi su Gaza, diario di bordo #218

Un giudice federale americano ha messo per iscritto, il 13 maggio, che gli Stati Uniti stavano punendo Francesca Albanese per le cose che dice. Richard Leon, tribunale di Washington, ha sospeso le sanzioni contro la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati riconoscendo che l’amministrazione Trump ne aveva con tutta probabilità violato la libertà d’espressione, dopo le sue critiche all’azione israeliana a Gaza. Nove giorni dopo quella libertà è tornata a costare.

Il 22 maggio la Corte d’appello del Distretto di Columbia ha congelato la decisione di Leon. Il 27 il Dipartimento del Tesoro ha rimesso il nome di Albanese nell’elenco dei Specially Designated Nationals, il registro dove finiscono trafficanti e organizzazioni terroristiche, senza una riga di motivazione. C’era già stata, dal 9 luglio 2025: il segretario di Stato Marco Rubio l’aveva accusata di «lawfare» per aver chiesto alla Corte penale internazionale mandati d’arresto contro dirigenti statunitensi e israeliani. La Cpi quei mandati, per Netanyahu e Gallant, li ha poi emessi.

Quello che la giurista mette nero su bianco è quello che la Corte internazionale di giustizia chiama genocidio. La si iscrive nella lista dei trafficanti perché lo documenta. E Albanese è cittadina italiana: sul fatto che una sua cittadina e relatrice delle Nazioni Unite venga trattata da Washington come un contrabbandiere d’armi, dall’Italia non arriva una parola. È lo stesso governo che a febbraio, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, per voce di Antonio Tajani ne aveva chiesto le dimissioni.

Restano detenuti a Bengasi dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla diretto a Gaza, fra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Sulle loro condizioni la delegazione italiana non ha notizie.

Nella motivazione che la Corte d’appello ha congelato, Leon aveva scritto che le sanzioni servivano a zittire una voce. Quella voce, da mercoledì, è di nuovo sulla lista accanto ai trafficanti.

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Azzardo, 165 miliardi giocati e 22 di perdite per i giocatori: lo Stato e i cittadini sempre perdenti. I numeri dell’ultimo Report

Ammonta a 165,34 miliardi di euro. La cifra che gli italiani hanno bruciato nell’azzardo nel 2025, il 7,3% del Pil, più dei 138,6 miliardi del Fondo sanitario nazionale. 3.284 euro a testa per ogni maggiorenne. Il quarto Libro nero dell’azzardo, presentato il 27 maggio da Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon, ha un sottotitolo che è già una tesi: “Lo Stato perdente”.

A perdere sono in tre, e due lo ignorano. Le perdite dei giocatori sfiorano i 22 miliardi, una manovra intera, il 2% dei redditi degli italiani, oltre il 4% nelle fasce più deboli. In un Paese dove i salari reali sono arretrati dell’8,9% in pochi anni, l’azzardo è quel che il report chiama “tassa sulla povertà”: cresce col bisogno, vende l’illusione di risolvere tutto in un colpo. Del resto colpisce di più chi ha meno: dei 17,1 milioni di conti online attivi, l’84% ha chiuso il 2025 in rosso.

Perde lo Stato, che pure incassa. Le entrate erariali valgono 11,4 miliardi, il 6,9% della raccolta, in calo costante: nel 2006 l’erario prendeva oltre il 19%. Ormai i concessionari, che fatturano 10,4 miliardi, sfiorano il sorpasso. Ma il conto vero è quello che nessuno tiene: costi sanitari, famiglie impoverite, usura, Comuni e Regioni a tamponare. E poi c’è il filo nero tra azzardo legale e illegale: il report stima in 39 miliardi il sommerso e tra i 21 e i 23 miliardi la quota di giocato online legale agganciata alle mafie. Lo Stato perde anche quando vince.

Chi vince sempre

Chi vince, vince sempre. Tra il 2020 e il 2024 gli utili dei maggiori operatori sono cresciuti del 165% in termini reali. E mentre il fisico cala (-1,3% sul 2024), l’online esplode: 100,88 miliardi, +9,5% in un anno, +221% sul 2018, ormai il 61% del mercato. Le piattaforme costano poco, restituiscono di più, raggiungono chiunque dallo smartphone: crescita ininterrotta in tutte e venti le Regioni.

C’è un dato che inchioda più di ogni discorso. La classifica dei Comuni per giocato online pro capite è guidata da Patti, nel Messinese, con 7.715 euro a testa, e da Isernia, primo capoluogo con 6.307 euro. Tra i cento Comuni a maggiore intensità ricorrono nomi di paesi coi consigli sciolti per mafia. La correlazione, scrivono i curatori, è “diretta e documentata”.

Cosa fa lo Stato?

Lo Stato che cosa fa Il contrario. La legge di bilancio 2025 ha soppresso l’Osservatorio per il contrasto del gioco d’azzardo e il Fondo Gap per il gioco patologico. Il decreto legislativo 41 del 2024 ha reintrodotto, sotto l’etichetta del “gioco sicuro e responsabile”, la pubblicità dell’azzardo, smantellando di fatto il divieto del decreto Dignità. Il 5 marzo 2025 la VII Commissione del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il Governo a valutare l’abolizione del divieto residuo, per riaprire alle sponsorizzazioni nel calcio. Qualcuno dovrebbe spiegare perché si scelga di difendere come prevenzione una pubblicità che le evidenze indicano come fattore scatenante della dipendenza.

E c’è il pezzo grosso ancora da scrivere. Entro il 29 agosto 2026, su delega della legge 111 del 2023, il governo deve riordinare la rete fisica. Le bozze circolate cancellano le distanze dai luoghi sensibili, gli orari, i poteri dei Comuni: l’argine lo sta abbassando proprio chi dovrebbe alzarlo. La Manovra, intanto, ha prorogato le concessioni e reso permanente la quarta estrazione settimanale di Lotto e Superenalotto, quella nata per l’alluvione dell’Emilia-Romagna. In nome della solidarietà.

I curatori chiedono il ripristino del divieto di pubblicità, la trasparenza dei dati comunali ancora negati, un bilancio sociale dell’azzardo, una tassa sugli extraprofitti da girare alla sanità: la lista esatta di ciò che il governo non fa. La nuova normativa, scrivono, corrisponde “pienamente ai desiderata dei vincenti”. Lo Stato perde, i cittadini perdono. Che poi, ricorda il report, dovrebbero essere la stessa cosa.

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Scudo erariale e fondi Ue, lo studio che inchioda il governo: grazie ai progetti sotto la soglia dei 150mila euro

Il 31 dicembre 2025 è scaduta la quarta proroga dello scudo erariale firmata dal governo Meloni. Misura introdotta da Conte nel 2020 come deroga emergenziale di un anno, oggi è un pezzo strutturale del diritto amministrativo: limita la responsabilità degli amministratori al solo dolo, copre anche gli appalti finanziati con fondi Ue. Il ddl Foti in discussione al Parlamento la rende permanente.

Ma mentre il ddl smonta la magistratura contabile, sul Journal of Economic Behavior and Organization di marzo 2026 è uscito uno studio peer-reviewed che certifica una cosa scomoda: i controlli antimafia italiani sono l’unico strumento che ha funzionato.

Lo firmano Marco Di Cataldo, Elena Renzullo e Andrés Rodríguez-Pose della London School of Economics e di Ca’ Foscari. Hanno incrociato i decreti del Ministero dell’Interno sugli scioglimenti per mafia ex articolo 143 del Tuel con i dati Opencoesione su 1,5 milioni di progetti tra il 2007 e il 2020 in cinque regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. I comuni governati da giunte poi sciolte per infiltrazione ricevono in media il 93% in meno di fondi Ue destinati al municipio. E lo fanno non per disattenzione di Bruxelles ma per scelta delle stesse giunte. 

Il meccanismo va spiegato con calma. Le amministrazioni infiltrate non sono incompetenti: lo studio verifica titoli di studio ed esperienza politica e non trova differenze. Scelgono soltanto progetti sotto i 150.000 euro, la soglia oltre la quale scatta la certificazione antimafia prevista dal Codice antimafia. Il 22% in meno di progetti grandi. Settori colpiti: servizi sociali, trasporti, costruzioni, rifiuti. La mafia fa shopping sotto soglia perché al di sopra qualcuno controlla.

Il governo intanto…

Lo scudo erariale, in vigore da cinque anni, è la prima rete tagliata: senza colpa grave la Corte dei Conti non può perseguire chi firma un appalto sospetto se non prova il dolo, prova quasi impossibile. Il presidente Guido Carlino, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2024, ha detto che la proroga era “non necessaria”. La Corte costituzionale, con sentenza 132/2024, l’ha salvata solo come eccezione transitoria. Il governo l’ha reiterata e ora il ddl Foti la rende ordinamento.

Sopra c’è tutto il resto. Il rendiconto di Palazzo Chigi firmato da Meloni a giugno 2025 registra il taglio del Fondo comuni marginali da 163 a 20 milioni e del fondo per gli ecosistemi di innovazione al Sud da 70 a 33 milioni. Foti rivendica la quota Sud del Pnrr al 40%, pari a 59,3 miliardi sulla carta, ma i comuni meridionali hanno anticipato dal proprio bilancio 3,2 miliardi secondo l’ultimo report della Corte dei Conti. Le commissioni d’accesso le insedia il Viminale: a Bari la commissione partì tre mesi prima del voto del 2024 e si chiuse senza scioglimento un anno dopo.

Quattrocentodue comuni

Il dossier “Il male in Comune” presentato il 2 dicembre 2025 alla Fnsi da Roberto Montà di Avviso Pubblico li ha contati: 402 scioglimenti per mafia dal 2 agosto 1991 al 30 settembre 2025, un comune al mese per trentaquattro anni, il 96% in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Il presidente dell’Anac Giuseppe Busia, nella prefazione, parla di “radicamento del crimine organizzato” nelle istituzioni.

E l’argine, in questo momento, lo sta abbassando proprio il legislatore. Da una parte uno studio peer-reviewed che dimostra come la legge 164/1991 abbia funzionato per trentaquattro anni. Dall’altra una maggioranza che proroga lo scudo erariale, svuota la Corte dei Conti, taglia i fondi al Sud. Quattrocentodue scioglimenti dicono che il problema esiste. Il governo risponde rendendo più conveniente restare sotto i centocinquantamila euro.

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