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Decreti Sicurezza, la criminalizzazione dei diritti: un report denuncia la stretta sul dissenso ecologista

«Diritto non crimine». Il titolo del rapporto curato dalla Rete In Difesa Di e da Osservatorio Repressione, pubblicato a maggio 2026 dentro il progetto P.E.A.C.E. co-finanziato da CLIDEF e Civitates, è già la tesi ed è chiara: difendere ambiente e territori è un diritto costituzionale, e chi lo esercita oggi viene trattato come un criminale. La seconda edizione del report misura tre anni di legislazione d’urto contro il dissenso ecologista e restituisce un quadro in cui la criminalizzazione del conflitto è diventata un programma di governo dichiarato.

La legge 22 gennaio 2024 n. 6, la cosiddetta legge Sangiuliano, ha inaugurato il ciclo. Per chi distrugge o deteriora beni culturali si introduce una sanzione amministrativa da 20mila a 60mila euro, per chi li imbratta da 10mila a 40mila euro, irrogabile direttamente dal prefetto. Il 13 febbraio 2024, due settimane dopo l’entrata in vigore, un attivista di Ultima Generazione che aveva incollato fotografie dell’alluvione di Campi Bisenzio sulla teca della Venere agli Uffizi si vede recapitare 20mila euro di multa.

Quindici mesi più tardi arriva il decreto-legge n. 48 dell’11 aprile 2025, convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80: 14 nuovi reati, 9 aggravanti. L’articolo 14 trasforma il blocco stradale col proprio corpo da illecito amministrativo in reato penale, fino a un mese di reclusione per il singolo, da sei mesi a due anni se più persone riunite. L’articolo 19 aggrava la pena per resistenza a pubblico ufficiale «al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni». L’articolo 26 introduce il reato di rivolta in istituto penitenziario, incluse le «condotte di resistenza passiva».

Decreti Sicurezza, l’architettura del controllo

Sul terreno la repressione gira su tre binari paralleli. Il primo è penale: i pubblici ministeri contestano interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.), imbrattamento, violazione del foglio di via, che il decreto Caivano del settembre 2023 ha sestuplicato nel minimo, portandolo da uno a sei mesi. Il secondo è amministrativo: fogli di via obbligatori, daspo urbani, sorveglianza speciale, irrogati dai questori sulla base di una pericolosità sociale presunta.

Ultima Generazione dal 2021 ha ricevuto 399 fogli di via, Extinction Rebellion ne registra decine emessi a Roma, Bologna, Brescia, Venezia, Padova. Il terzo è patrimoniale: multe penali fino a 10mila euro per il danneggiamento in piazza, e le richieste risarcitorie milionarie del cosiddetto «processo Sovrano» No Tav, in cui il governo si è costituito parte civile chiedendo i costi degli straordinari delle forze di polizia.

Una svolta autoritaria sotto vetro internazionale

Il 16 dicembre 2024 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty ha scritto al presidente del Senato Ignazio La Russa chiedendo di non approvare il testo se non sostanzialmente modificato. La Russa, dal canto suo, ha respinto la lettera come «inaccettabile interferenza». Sei giorni prima, il 14 dicembre, 100mila persone con 200 sigle avevano attraversato Roma contro il provvedimento. I rilievi del Consiglio d’Europa si sommano a quelli della Relatrice Onu Mary Lawlor e a quelli del Relatore speciale Onu per l’ambiente Michel Forst, che nelle linee guida del novembre 2025 ha esplicitamente raccomandato all’Italia di astenersi dal criminalizzare la protesta ambientale pacifica. Il governo è rimasto sordo. 

Il 22 e 23 marzo 2026 il No al referendum sulla separazione delle carriere è passato con il 53,75% contro il 46,25%: un voto che chiude la stagione delle leggi-bavaglio. Resta intatto, però, l’apparato che quella stagione ha costruito. Una magistratura che continua ad assolvere per particolare tenuità del fatto e a disapplicare i fogli di via senza motivazione argina la deriva caso per caso, sentenza per sentenza. L’argine politico, quello sì, qualcuno dovrebbe alzarlo.

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Dopo Hamas, le Nazioni Unite mettono anche Israele nella lista nera per violenza sessuale. E il governo italiano tace

L’avevano detto per primi, e pure con esibito orgoglio. Quando nell’agosto 2025 le Nazioni Unite hanno iscritto Hamas nella lista nera dei responsabili di violenza sessuale nelle zone di conflitto, in Italia la maggioranza ha trasformato quel rapporto in una clava. La rappresentante speciale dell’Onu Pramila Patten, dopo la visita in Israele del marzo 2024, aveva concluso che c’erano motivi ragionevoli per ritenere che il 7 ottobre 2023 fossero stati commessi stupri e altre forme di violenza sessuale. Su quella conclusione si è costruita una parte robusta del consenso filoisraeliano, in Parlamento e nei talk. Lo stupro come arma, ripetuto, certificato, scolpito.

Oggi, 28 maggio 2026, le stesse Nazioni Unite hanno deciso di inserire anche Israele in quella lista. Accanto a Hamas. Accanto allo Stato islamico.

Lo ha annunciato, su X, l’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon, parlando di «una decisione politica» scollegata «dai fatti e dalla realtà». Il nuovo rapporto annuale sulla violenza sessuale nei conflitti ancora non è pubblico, e questo dettaglio conta, ma la reazione di Gerusalemme è già arrivata e dice molto: Israele ha sospeso la cooperazione con l’ufficio del segretario generale Antonio Guterres, che a fine anno conclude il mandato. «Chi è in grado di inserire Israele nella stessa lista dei terroristi e degli stupratori di Hamas non ha alcuna legittimità morale», ha aggiunto Danon. Tutto come da copione: quando i fatti smettono di servire, diventano calunnia.

La prova morale e le sue crepe

Per due anni il governo italiano ha usato il dossier sulla violenza sessuale come prova morale definitiva. Eppure quel dossier, in più passaggi, aveva basi fragili. L’inchiesta del New York Times del 28 dicembre 2023, «Screams Without Words», che aveva fissato lo stupro sistematico come pilastro del racconto sul 7 ottobre, è stata contestata dal kibbutz Be’eri su uno dei casi-simbolo, smontata in parte dallo stesso giornale su un testimone-chiave, e oltre sessanta docenti di giornalismo ne hanno chiesto una revisione indipendente. Lo stesso rapporto Onu dell’agosto 2025, accanto a Hamas, segnalava già le violenze sessuali commesse dalle forze israeliane sui detenuti palestinesi, e annotava che Israele aveva impedito le indagini.

Tutto questo, nel dibattito italiano, è rimasto fuori dall’inquadratura.

E adesso? Adesso il governo che ha eretto la propria fermezza sulla violenza sessuale come crimine assoluto si trova davanti la stessa accusa, stessa fonte, stesso organismo, rivolta allo Stato che difende. La parentesi di indignazione italiana, intanto, sembra essersi chiusa in fretta.

Il 20 maggio il video del ministro Itamar Ben-Gvir che umiliava gli attivisti della Flotilla ha prodotto la reazione più dura: Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno parlato di immagini «inaccettabili», Sergio Mattarella di gesto «infimo». Tajani ha chiesto all’Unione europea sanzioni contro il solo Ben-Gvir, misura che richiede l’unanimità dei Ventisette e che per ora ha il sostegno della sola Spagna. Sul resto, prudenza. Le opposizioni chiedono di passare dalle parole ai fatti, la premier «è in ritardo», dice Elly Schlein.

Una fonte sola, due pesi

Resta la domanda, e conviene leggerla lentamente e ad alta voce: se la violenza sessuale era il crimine che rendeva Hamas indifendibile, e la fonte era affidabile abbastanza da diventare argomento di governo, che si fa ora che la stessa fonte inchioda anche Israele?

Salvo decidere che l’Onu è autorevole quando accusa il nemico e politico quando accusa l’amico. Oppure si pensa davvero che gli unici stupri morali sotto accusa siano quelli di un ministro in un video, e che basti censurare lui per chiudere la pratica.

Il coraggio, scriveva Manzoni mettendolo in bocca a Don Abbondio, uno non se lo può dare. Don Abbondio almeno lo confessava. Il governo italiano, da parte sua, preferisce far finta di averlo speso tutto contro un solo uomo

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Lo scranno di Matteotti vuoto per legge, i banchi della destra vuoti per scelta

Lo scranno 14, quarta fila a sinistra dell’emiciclo di Montecitorio, da ieri ha una targa di metallo: “Da questo banco il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò lo storico discorso del 30 maggio 1924, in difesa del libero Parlamento e contro le intimidazioni e le violenze fasciste che gli sarebbe costato la vita.” Quel seggio resta lì, vuoto per sempre. Intorno, durante la cerimonia…

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Il piano della vergogna di emigrazione volontaria

Mercoledì mattina, a Gaza City, i fedeli si sono radunati per la preghiera dell’Eid al-Adha tra le macerie di Rimal. La sera prima due attacchi aerei israeliani avevano colpito due edifici residenziali nella stessa zona, il distretto commerciale più affollato della città alla vigilia della festa. L’ospedale al-Shifa ha confermato tre morti, fra cui una donna, e dodici feriti.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha rivendicato l’operazione: l’obiettivo era Mohammed Odeh, nominato comandante militare di Hamas undici giorni prima, dopo l’uccisione di Izz al-Din al-Haddad il 15 maggio. Quarto comandante eliminato a Gaza dal 7 ottobre 2023. «Sono morti che camminano ovunque si trovino», scrive Katz. Hamas conferma che Odeh è morto con la moglie e i figli.

Nello stesso comunicato Katz aggiunge: «Anche il piano di emigrazione volontaria da Gaza sarà attuato, tutto al momento giusto e nel modo giusto». Il piano è del febbraio 2025, ordinato dallo stesso Katz dopo la proposta di Trump di trasferire fuori dalla Striscia i due milioni di abitanti. La Corte penale internazionale e l’Ohchr di Türk lo riconducono al trasferimento forzato vietato dalla IV Convenzione di Ginevra.

Mercoledì il Financial Times pubblica la radiografia del Board of Peace di Trump. A quattro mesi dall’istituzione, il fondo presso la Banca Mondiale non ha ricevuto un dollaro: zero dei diciassette miliardi promessi. Le poche somme arrivate sono transitate su un conto privato JPMorgan, fuori dai requisiti di trasparenza. Nessun contratto di ricostruzione assegnato.

Ieri sera sette italiani del Land Convoy Sumud sono stati sgomberati a Sirte e rientrano oggi; a Bengasi restano detenuti dieci attivisti, fra cui Domenico Centrone e Leonarda Alberizia.

«Tutto al momento giusto e nel modo giusto», ripete Katz. L’unico piano per Gaza al momento giusto è quello dell’emigrazione.

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Delmastro la vittima

In commissione Antimafia, ieri, Andrea Delmastro si è dichiarato vittima. Vittima del sistema che non lo aveva avvertito su Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese condannato in Cassazione il 19 febbraio a quattro anni per intestazione fittizia aggravata. L’ex sottosegretario alla Giustizia, socio al 25% della srl che gestiva la Bisteccheria d’Italia insieme alla figlia diciannovenne di…

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Comunali 2026, FdI supera il 20% solo a Prato: i numeri smontano la rivendicazione di Meloni. Mentre è stallo sulla legge elettorale

Fratelli d’Italia supera il 20% in un solo capoluogo su diciotto. È Prato, dove arriva al 21,43% e perde comunque la città. Negli altri diciassette territori dove si è votato per il sindaco il partito di Giorgia Meloni resta sotto quella soglia: il secondo miglior dato è Lecco con il 18,64%, il terzo Macerata con il 18,16%. Il Pd, partito che il governo dà per finito da mesi, è primo quasi ovunque: 37,89% a Mantova, 28,77% a Pistoia, 28,63% a Prato, 24,84% a Venezia. Sono i numeri del dispaccio Agi delle 6.20 del 26 maggio 2026, quando la premier ha già rivendicato la tenuta del centrodestra con una battuta: “Il tanto annunciato crollo lo rimandiamo a domani”.

Il quadro che il centrodestra ha definito un “non crollo” parte da un dato di affluenza che dice molto. Si è votato in 894 comuni, di cui 18 capoluoghi, e ha partecipato il 60,06% degli aventi diritto: 4,85 punti in meno rispetto al 64,91%della tornata precedente. In Lombardia ha votato il 52,69%, in Emilia-Romagna il 54,36%, in Veneto il 54,42%. Le regioni che storicamente esprimono il voto più radicato lasciano a casa quasi un elettore su due. Il picco più alto, in Umbria con il 70,78%, resta comunque sotto la tornata precedente.

Comunali, una vittoria che chiede l’aritmetica

Il responsabile organizzazione del Pd, Igor Taruffi, ha ricordato in diretta sul Tg2 il punto di partenza: dei diciotto capoluoghi, cinque erano governati dal centrodestra, otto dal centrosinistra. La conta finale del primo turno consegna Venezia e Reggio Calabria al centrodestra, restituisce Pistoia al centrosinistra dopo cinque anni di amministrazione targata FdI e conferma Prato, Mantova, Andria, Salerno, Avellino, Enna al campo progressista. Cinque capoluoghi sono in bilico al ballottaggio del 7 e 8 giugno: Arezzo, Lecco, Chieti, Agrigento, Trani.

A Venezia il dato che il centrodestra preferisce non mettere a fuoco è la composizione della vittoria di Simone Venturini: la sua lista civica vale il 30,11%, FdI si ferma al 12,9%, la Lega al 4,7%, Forza Italia al 2,45%. Il consenso personale dell’erede di Brugnaro copre quasi tre volte quello del primo partito di coalizione. A Reggio Calabria Francesco Cannizzaro stravince con quasi il 70% contro Domenico Battaglia, fermo intorno al 23%: una città che il centrosinistra di Falcomatà governava da oltre undici anni. A Salerno Vincenzo De Luca torna sindaco con percentuali vicine al 60%.

La riforma che la maggioranza non riesce a chiudere

E mentre il comitato di Venezia esultava per il “miracolo mondiale” annunciato in un messaggio della premier, in Parlamento lo Stabilicum resta incagliato. L’A.C. 2822, depositato il 26 febbraio, prevede sistema proporzionale con premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, attribuito alla coalizione che superi il 40%, ballottaggio se le prime due restano sopra il 35%, liste bloccate senza preferenze. 120 costituzionalisti hanno firmato un appello che ha raggiunto diecimila firme: chiamano la riforma “premierato di fatto” e segnalano il rischio di un premio capace di portare la coalizione vincente verso il 60% dei seggi.

Dentro la maggioranza la simulazione del costituzionalista Massimo Villone sui dati del 2022 dice che il sistema penalizza Lega e Forza Italia, premia FdI. Antonio Tajani chiede di alzare la soglia al 42%, Roberto Calderoli lega la riforma all’autonomia differenziata. Il Pd, il M5s, Avs, Italia Viva, +Europa restano fuori dal tavolo. Giuseppe Conte parla di «supertruffa». L’Aula della Camera è prevista a luglio: a un anno dalle politiche la maggioranza sta cambiando le regole del voto mentre litiga su quale convenga davvero.

Dei diciotto capoluoghi al voto, FdI è sopra il 20% in uno solo. Il “non crollo” sta nella cornice scelta per raccontare i numeri, mentre i numeri raccontano altro: un partito di governo che pesa meno dei suoi avversari nelle città, e una coalizione che cerca di blindare il proprio premio prima del prossimo voto.

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Oms, il clima trattato come emergenza sanitaria. Il conto dell’Italia tra sussidi fossili e 22 infrazioni Ue

Tira un brutto clima: siamo a 62.775 morti per il caldo in Europa nell’estate 2024, di cui 19.038 in Italia. Nell’estate 2025, in 854 città europee, il 70%dei circa 24.000 decessi stimati per le ondate di calore è stato attribuito al riscaldamento di origine antropica. Sono i numeri davanti ai quali la Pan-European Commission on Climate and Health (Pecch), istituita da Oms Europa nel giugno 2025, chiede ora che il cambiamento climatico venga ufficialmente classificato come “emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale”, la stessa categoria usata per il Covid e per Ebola. Il rapporto Call to Action è stato pubblicato il 17 maggio 2026 e presentato al World Health Assembly di Ginevra: 17 raccomandazioni in quattro ambiti, formulate da una commissione indipendente di 13 membri presieduta da Katrín Jakobsdóttir, ex prima ministra islandese, con la guida scientifica di Andrew Haines della London School of Hygiene & Tropical Medicine.

Il direttore di Oms Europa, Hans Henri P. Kluge, lo ha messo nero su bianco: il cambiamento climatico è “una minaccia alla sicurezza, un’emergenza sanitaria e una bomba economica a orologeria, tutto in uno”. La regione europea, ricorda il documento, si scalda al doppio della media globale. Lo studio dell’Isglobal di Barcellona uscito su Nature Medicinecolloca l’Italia al primo posto in Europa per morti da caldo per il terzo anno consecutivo. A questo si sommano le decine di migliaia di decessi prematuri attribuiti ogni anno in Italia all’inquinamento atmosferico secondo l’Agenzia europea per l’ambiente.

Il governo italiano nei conti

Sul fronte sanitario la commissione chiede formazione obbligatoria del personale su clima e salute, integrazione della salute mentale nelle strategie climatiche e standard di approvvigionamento a basse emissioni per il settore. Sul fronte economico l’indicazione è netta: tagliare i sussidi alle fonti fossili e dirottare le risorse su rinnovabili, trasporto pubblico, alimentazione sostenibile, sanità resiliente al clima.

Qui il governo italiano si presenta con un curriculum scomodo. Il rapporto di Legambiente e ReCommon quantifica in 48,3 miliardi di euro i sussidi ambientalmente dannosi erogati nel 2024: 436 miliardi in quindici anni, una cifra in crescita rispetto ai 45,3 miliardi del 2023. Il solo settore energetico vale 14,2 miliardi, di cui 2,9 miliardi in quote gratuite del sistema Ets e 1,18 miliardi per impianti e centrali a fonti fossili, in crescita rispetto all’1,02 del 2023.

Le procedure aperte a Bruxelles

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, ha incassato a Bruxelles un conto pesante. Al 30 gennaio 2026 le procedure di infrazione contro l’Italia sono 75 (comprese quelle ereditate), e l’ambiente resta la materia con il maggior numero di contenziosi: 22 procedure secondo la rilevazione di novembre 2025 citata da Editoriale Domani. A fine 2024 la Corte dei Conti ha calcolato in 888 milioni di euro il costo già pagato per le sanzioni ambientali, di cui oltre 800 milioni per discariche abusive, acque reflue e rifiuti in Campania. A marzo 2026 la Commissione europea ha aperto un’altra procedura per il mancato piano nazionale di ristrutturazione degli edifici. Il Pniec italiano, ricostruisce Pagella Politica, è stato sconfessato dal Def 2024 dello stesso ministro Gilberto Pichetto Fratin e poi denunciato a Bruxelles dalle principali associazioni ambientaliste nel novembre 2024. Aggiungiamo: voto contrario alla legge europea sul ripristino della natura nel 2023, rinvio di un anno del divieto di circolazione dei diesel Euro 5, opposizione allo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035.

Resta il punto sollevato da Kluge: i governi spendono miliardi per sovvenzionare i combustibili che caricano i sistemi sanitari. In Italia quella cifra è scritta. 48,3 miliardi nel 2024. La finestra di azione preventiva, dice la commissione Oms, è ancora aperta. Per quanto, lo decide chi maneggia il bilancio.

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Stragi e pallottole… di precisione

Domenica 24 maggio, prima dell’alba, un missile è caduto sul letto in cui dormivano, in un appartamento di Nuseirat, Mohammed Ibrahim Abu Mallouh, trentotto anni, la moglie Alaa Majdi Zaqlan, trentasei, e il loro figlio Osama, sei mesi. I tre sono morti sul colpo. Sei bambine, le altre figlie della coppia, sono sopravvissute. Lo zio Yehia ha riferito alla Reuters che i corpi sono stati trovati «tagliati a pezzi», senza preavviso.

Le agenzie palestinesi hanno comunicato i nomi domenica mattina. L’esercito israeliano taceva. Lunedì 25 maggio, ventiquattro ore dopo, le Forze di difesa israeliane hanno rivendicato: Abu Mallouh, scrivono, era una «figura centrale» nella produzione di armi di Hamas. Dichiarano di aver usato «munizioni di precisione» e «misure preventive per ridurre il danno ai civili, inclusa la sorveglianza aerea».

Il comunicato tace sui civili uccisi. La moglie di trentasei anni non è citata. Il neonato di sei mesi non è citato. La parola «precisione» convive nella stessa frase con il letto di una madre e del suo bambino.

Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace, il 13 maggio ha definito il piano di pace «paralizzato». I funzionari sanitari di Gaza, citati da Reuters il 24 maggio, parlano di circa ottocentottanta palestinesi uccisi dall’inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre. Hamas, in una nota del 26 maggio via Asharq Al Awsat, parla di oltre novecento. La stessa domenica del raid di Nuseirat, secondo Al Jazeera, navi della Marina israeliana hanno aperto il fuoco su pescherecci al largo di Gaza City, ferendo tre pescatori.

Il comunicato dell’IDF resta agli atti: «Misure per ridurre il danno ai civili, inclusa la sorveglianza aerea». Sotto la sorveglianza aerea, Osama Abu Mallouh aveva sei mesi.

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RiseApp, la nuova fabbrica dei troll di Israele: 40 mila attivisti per la propaganda online. E il doppio standard dell’Europa

Sul sito della Reichman University (l’ex Idc Herzliya) la nuova app si presenta con un linguaggio aziendale levigato: «risposte verificate da esperti» per le «discussioni sui social media», advocacy proattiva, sostegno alle comunità ebraiche nordamericane. Si chiama RiseApp e mobilita un database di oltre 40.000 attivisti pro-Israele coordinati. Lo racconta InsideOver in un’inchiesta firmata da Roberto Vivaldelli che rilancia un’indagine di The American Conservative: dietro l’interfaccia universitaria c’è la reincarnazione di Act.IL, l’app di hasbara digitale lanciata nel 2017 dal Ministero degli Affari Strategici israeliano, allora guidato da Gilad Erdan.

La continuità è ammessa dalle stesse fonti aperte. Il database degli operativi è quello di Act.IL, trasferito sulla nuova piattaforma. Le funzioni replicano il vecchio modello a «missioni»: like coordinati, commenti, segnalazioni di contenuti ostili. Solo che adesso la cornice è accademica, e il marchio del Ministero degli Affari Strategici sparisce dal frontespizio.

Una macchina, non un’app

Act.IL era già stata smontata nel 2019 dal DFRLab di Atlantic Council come operazione di astroturfing politico. Il direttore Yarden Ben-Yosef aveva dichiarato a The Forward nel 2017: «Parliamo tra noi. Lavoriamo insieme», riferendosi ai servizi. Sima Vaknin-Gil, allora direttrice generale del Ministero Affari Strategici, in un intervento del 2016 aveva descritto «un’unità di intelligence civile che raccoglie, analizza e agisce» usando dati raccolti da campus, sindacati e chiese.

RiseApp è di fatto l’ultimo strato di un apparato più largo. A maggio del 2024 Meta rimosse 510 account Facebook e 32 Instagram riconducibili a Stoic, società di marketing politico di Tel Aviv. Il giorno prima OpenAI aveva bandito gli stessi operatori dalla propria piattaforma. New York Times e Haaretz ricostruirono che il Ministero affari della Diaspora, guidato da Amichai Chikli, aveva commissionato la campagna per circa 2 milioni di dollari: account falsi che impersonavano studenti ebrei e cittadini neri americani per attaccare l’Unrwa e l’università democratica in nome di un improvviso allarme islamofobico. Sullo sfondo c’è Voices of Israel, struttura para-pubblica erede di Concert e di Kela Shlomo, costituita come no-profit, secondo email trapelate nel 2024, anche per aggirare l’obbligo statunitense di registrazione Fara.

Il doppio standard europeo

Le cifre rendono il quadro più nitido. La Knesset, al voto sul bilancio 2026 di marzo, ha portato il budget hasbara a circa 730 milioni di dollari, contro i 150 milioni del 2025 e una base pre-Gaza venti volte inferiore. Cinquanta milioni a Google, YouTube, X, Outbrain; quaranta a quattrocento delegazioni di pastori, legislatori, rettori; un contratto da 1,5 milioni al mese alla società dell’ex stratega di Trump Brad Parscale per dispiegare strumenti di IA contro le critiche online; una war room che monitora 250 testate e diecimila contenuti al giorno. Le ragioni le ha indicate Pew Research ad aprile: il 60 per cento degli americani vede Israele sfavorevolmente, sette punti in un anno.

Qui salta il doppio standard. L’Unione Europea ha varato il 16 dicembre 2024 il primo regime di sanzioni contro le attività ibride russe, colpendo la rete Doppelganger e l’unità GRU 29155, e lo ha allargato a dicembre 2025 e ad aprile 2026. La guerra ibrida di Mosca è ormai categoria politica, finanziaria, sanzionatoria. La guerra ibrida di Tel Aviv, documentata da Meta, OpenAI, NYT, Haaretz, DFRLab, resta una vicenda di cronaca senza conseguenze. Le piattaforme americane bannano gli account, i ministeri israeliani emettono smentite, il sistema riparte sotto un altro logo. Quindi RiseApp non è una scoperta, è la dimostrazione che funziona così.

Sostanzialmente, la propaganda di Stato si può chiamare università. Quindi, comodamente, smette di essere propaganda.

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Pnrr e parità di genere, le promesse mancate del governo Meloni: ecco i dati elaborati da Openpolis

316mila gare bandite con i soldi del Pnrr, e la clausola che doveva trasformare il piano in uno strumento di occupazione femminile è stata inserita appena nel 34% dei casi. Nella metà esatta dei bandi, il 50,8%, della riserva non c’è traccia. Lo certifica una nuova analisi di Openpolis del 25 maggio 2026 su dati Anac. Il governo guidato dalla prima presidente del Consiglio donna nella storia della Repubblica, Giorgia Meloni, chiude la stagione del piano con un bilancio che le donne italiane possono leggere riga per riga.

L’articolo 47 del decreto legge 77/2021 obbligava le imprese aggiudicatarie a riservare almeno il 30% delle nuove assunzioni a donne e a giovani sotto i 36 anni. Era una delle tre priorità trasversali del piano, accanto a giovani e riequilibrio territoriale. Sulla carta è un meccanismo di inclusione: in pratica è un campo minato di deroghe. Sono 9 le motivazioni che permettono alle stazioni appaltanti di saltare la clausola. La più gettonata, il 44,2% dei casi, è il valore economico ridotto del contratto. In un altro 39% la giustificazione è semplicemente «altro». Anac parla esplicitamente di «violazioni» e ricorda che quelle disposizioni «non sono facoltative». In alcuni casi ha chiesto di applicare penali o di valutare la risoluzione del contratto. Cifra di sintesi: nel 2025 solo il 7,3% delle procedure ha previsto clausole per la parità di genere e l’assunzione di giovani.

I conti della donna premier

Le 56 misure del piano riconducibili alla parità di genere valgono 98,4 miliardi, secondo l’elaborazione di Openpolis su dati OpenPnrr e Italia Domani. Al 31 dicembre 2025 ne risulta speso il 45,5%. Sull’imprenditoria femminile, 400 milioni stanziati: speso il 39,7%. Le case della comunità dovevano essere 1.350 per 2 miliardi: dopo le revisioni concordate con Bruxelles sono state ridotte a 1.038, con lo stesso importo. Al 19 dicembre 2025 le strutture concluse erano 258, quelle collaudate 120. Lì dentro dovrebbero entrare anche i consultori e i percorsi per le donne vittime di violenza. Il sistema di certificazione della parità di genere, finanziato con 10 milioni, ha rilasciato 8.798 certificati da 61 organismi accreditati: una macchina di bollini.

Lo sfondo è quello che la cabina di regia preferisce non guardare. L’Istat registra a settembre 2025 un tasso di occupazione femminile del 54,1% contro il 71,3% maschile: oltre 17 punti di distanza. Il Gender Equality Index 2024 dell’Eige colloca l’Italia a 69,2 punti contro la media Ue di 71. Sui salari, l’ultima fotografia Inps, riferita al 2023, registra 643 euro lordi settimanali per gli uomini contro 501 per le donne: un 28,34% in più.

Quello che il governo ha invece scelto di fare

C’era una legge per misurare il divario: la Gribaudo del 2021, approvata all’unanimità. Prevedeva un Rapporto biennale sulla parità di genere da presentare al Parlamento. Dall’insediamento del governo Meloni quel rapporto è rimasto nel cassetto. Il sito che doveva ospitare i dati delle aziende aderenti al protocollo è invisibile. La Consigliera nazionale di parità nominata nel 2024, Filomena D’Antini, ha avuto l’incarico in accordo tra la ministra del Lavoro Marina Calderone e la ministra per le Pari opportunità Eugenia Roccella. Alla vigilia dell’8 marzo 2026, Meloni e Roccella hanno depositato un decreto legislativo per cancellare le Consigliere di parità regionali. Le donne dei territori, in caso di discriminazione, sono invitate a scrivere una pec al ministero a Roma.

Una donna a Palazzo Chigi serve quindi a poco se i bandi non includono donne, i rapporti restano nei cassetti, le tutele locali vengono smontate e i fondi europei restano spesi a metà. Resta da capire chi spiegherà alle donne italiane che il Pnrr era anche per loro, e perché la prima presidente del Consiglio donna abbia firmato il bilancio peggiore di tutti sulla parità.

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