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Il Governo del Vittimismo

L’abbiamo già scritto e sta riaccadendo, ancora. Sulla legge di Bilancio la tattica del governo Meloni è sempre la stessa usata fin dai tempi dell’opposizione: farsi vittime, raccontare un accerchiamento, utilizzare il dissenso generale come medaglia.

Ieri è accaduto che il capo del Servizio struttura economica del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone, davanti alle commissioni Bilancio riunite (ma sono presenti solo 7 parlamentari) ha criticato i provvedimenti bandiera dell’esecutivo. Sulla flat tax Balassone ha spiegato che «la sussistenza di regimi fiscali eccessivamente differenziati tra differenti tipologie di lavoratori pone un rilevante tema di equità orizzontale, con il rischio di trattare diversamente, in modo ingiustificato, individui con stessa capacità contributiva».

Sui pagamenti elettronici Bankitalia ha detto l’ovvio: «I limiti all’uso del contante, pur non fornendo un impedimento assoluto alla realizzazione di condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità ed evasione». Ma va Non era così difficile. Così come non è difficile capire che «per gli esercenti, il costo del contante in percentuale dell’importo della transazione è superiore a quello delle carte di debito e credito». A meno che, ovviamente, il contante non finisca sotto il cuscino.

Chissà che ne pensano poi, oltre ai partiti del governo, anche quelli del sedicente Terzo polo del fatto che sul reddito di cittadinanza Bankitalia afferma che «una forma di reddito minimo a sostegno delle famiglie più bisognose è presente in tutti i Paesi dell’area dell’euro e in molti di essi presenta carattere di universalità. In questi anni il sussidio ha contributo dapprima a contenere gli effetti negativi dell’epidemia di Covid sul reddito disponibile delle famiglie più fragili e poi a sostenere il potere d’acquisto particolarmente colpito dal recente shock inflazionistico». A meno che, come vedete accadrà, non si voglia semplicemente cambiargli il nome per il gusto della propaganda sulle spalle dei poveri.

La manovra finanziaria è criticata dai sindacati, da Confindustria, dalla Banca d’Italia, dalla Corte dei Conti. Ma dalle parti del governo dicono che «questo è un bene». Il vittimismo del resto prevede che il disaccordo generale verso le proprie azioni indichi un “complotto generale” da abbattere. E continueranno così, fino alla fine. Insistendo come quello che prende l’autostrada contromano e per tutto il viaggio si lamenta di essere circondato da scemi. Fino allo schianto.

Buon martedì.

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Congresso Pd, a vincere sarà sempre Renzi

Lucia Annunziata in un suo editoriale su La Stampa di ieri l’ha scritto chiaro. “Chi vincerà il congresso del PD? Elementare Watson: Matteo Renzi”, scrive Annunziata che fa notare nel suo pezzo come Stefano Bonaccini, Dario Nardella, Matteo Ricci e Paola De Micheli siano, in un modo o nell’altro, stati vicini a Matteo Renzi.

Non è una colpa, ma i nomi in corsa per la segreteria del Pd, da Bonaccini a Nardella, da Ricci a De Micheli, in un modo o nell’altro, sono da sempre vicini a Renzi

Ha ragione Annunziata a specificare che essere stati vicini a Renzi non è e non può essere una colpa. Però è un fatto. Che ora tutti fingano di non saperlo rende il quadro generale ancora più paradossale. Negare di essere stati convintamente renziani del resto significa non doversi assumere la responsabilità di formulare un giudizio su quel momento politico e sulle iniziativa politiche di Renzi, dal Jobs Act allo Sblocca Italia fino alla gestione del partito e poi alla modalità della sua separazione.

Il PD non ha mai elaborato il renzismo e sembra non avere nessuna voglia di farlo. Lo spiegava bene ieri Chiara Geloni: “Nel gesto delle dimissioni di Zingaretti, nelle sue reticenti e contraddittorie e mai analizzate motivazioni, nel modo in cui è stato sostituito da Letta, richiamato e votato all’unanimità come (quasi) all’unanimità era stato cacciato da palazzo su richiesta di chi lo definiva un incapace, così come oggi nelle grottesche affermazioni degli ex vice, delfini, capi territoriali di Renzi secondo cui “nel Pd non ci sono renziani” c’è tutta l’incapacità del Pd di guardarsi allo specchio e fare un bilancio di questi anni.

Non solo Renzi è ancora il capo e molti ancora, all’occorrenza, gli obbediscono, come è riscontrabile di continuo. Ma sono intatte le ragioni per cui gli si sono completamente e acriticamente affidati, e probabilmente lo rifarebbero. – scrive Geloni – Sono gli stessi, magari più educati, gli slogan: largo ai sindaci e ai “territori”, “una nuova classe dirigente di amministratori”, il senso di autosufficienza “maggioritaria”, la retorica del “siamo gli unici davvero democratici”. È per questo non detto che chi non è stato renziano e si e limitato a convivere col renzismo oggi non riesce a esprimere una candidatura e un progetto non renziano per il Pd”.

Ieri Elly Schlein, piaccia o no, durante la presentazione della sua candidatura a segretaria del Partito Democratico ha detto: “Renzi, che dice di averci portato in Parlamento, dico di non dimenticare che per quanto mi riguarda a portami in Parlamento furono 50mila preferenze. Renzi ha il merito di aver spinto me e tanti altri fuori dal Pd con una gestione arrogante. Ha ridotto il Pd in macerie e poi se n’è andato”.

Pensate a un altro qualsiasi candidato che possa prendere le distanze dal renzismo in questo modo, senza rischiare di essere zittito aprendo un cassetto qualsiasi di quel tempo. E l’aspetto più incredibile è che i renziani (da Guerini a Marcucci a Lotti a un bel pezzo di Base riformista) non hanno nemmeno il coraggio di dichiararlo apertamente. L’assessore di Milano Pierfrancesco Maran, che non appartiene a nessuna corrente, ha dichiarato apertamente di considerare il periodo di Renzi alla guida del PD un’ottima parentesi politica.

L’ha fatto senza nascondenti e tattiche. Così come in modo molto trasparente ha detto che pur non condividendo le idee di Elly Schlein segue con curiosità la sua candidatura ed è convinto che sia un arricchimento. Un congresso normale che non fosse una guerra tra bande andrebbe fatto così. Nei giorni scorsi Giorgio Gori, invece, ha detto che nel caso in cui Elly Schlein diventasse segretaria lui se ne andrebbe dal partito. Tanto per notare le differenze.

Se le parole avessero un senso un rinnovamento della classe dirigente del PD dovrebbe portare inevitabilmente a un confronto (confronto, non uno scontro) tra i Maran e gli Schlein (e i tanti come loro) che non hanno nessun credito aperto con nessuno dei maggiorenti del partito. Così sarebbe un nuovo PD. Solo così. Altrimenti continua a essere una non interessante rivincita tra sconfitti.

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I più grandi inquinatori hanno ricevuto 100 miliardi di euro dall’Ue

Il Wwf lo scrive chiaro e tondo: per una falla nel sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra (Ets) le grandi industrie inquinanti negli ultimi nove anni hanno ricevuto dell’Unione europea 98,5 miliardi di euro in quote di carbonio gratuite, ovvero con la licenza di inquinare gratis.

Il sistema Emission trading system è stato introdotto in Ue nel 2005 con lo scopo di implementare un sistema di tariffazione del carbonio per i settori dell’energia elettrica, dell’industria pesante e dell’aviazione ed è finalizzato a incentivare la decarbonizzazione.

Il principio alla base declamato è “chi inquina paga”, ma l’analisi dell’associazione ambientalista sul periodo 2013-2021 dimostra che più della metà delle emissioni Ets (53%) sono state distribuite gratuitamente a chi inquina attraverso il cosiddetto schema di “allocazione gratuita”. Le quote gratuite hanno fatto inceppare il sistema, afferma il Wwf. Inizialmente giustificate dalla paura delle delocalizzazioni da parte delle aziende in altri Stati con norme ambientali meno stringenti, dal 2006 il numero dei permessi è diminuito, stima l’Ong. Nonostante questo, il loro valore è superiore agli 88,5 miliardi di euro addebitati fino ad ora agli inquinatori, principalmente centrali elettriche a carbone e gas, per le loro emissioni di CO2.

«L’analisi mostra che nell’ultimo decennio l’Ets si è basato sul principio ‘chi inquina non paga’, con miliardi di mancati introiti che i Paesi Ue avrebbero potuto invece investire nella decarbonizzazione industriale», spiega Romain Laugier, dell’ufficio per le politiche europee del Wwf e principale autore del rapporto. «I negoziatori Ue devono eliminare gradualmente le quote gratuite il prima possibile e nel frattempo assicurarsi che le aziende che le ricevono soddisfino condizioni rigorose sulla riduzione delle loro emissioni».

Secondo Alex Mason del Wwf, «se i contribuenti rinunceranno a decine di miliardi di entrate, l’industria dovrebbe usare quei soldi per investire nelle tecnologie per decarbonizzare,anziché non fare nulla o addirittura approfittare delle quote gratuite».

Laugier ricorda anche che «del denaro che i Paesi dell’Ue hanno raccolto dall’Ets, almeno un terzo non è stato speso per l’azione per il clima o è stato speso per progetti di discutibile valore per il clima ed è dunque chiaro che l’intero sistema deve essere rafforzato e l’opportunità di farlo esiste oggi, durante le discussioni del Fit for 55».

Tutto bene?

Buon lunedì.

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Giochi di potere e manovre tra correnti. Il Congresso Pd è già partito male

Domenica Elly Schlein lancerà la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd. Il congresso è ancora alle battute iniziali ma sono già cominciate le scintille. Sulla candidatura di Schlein ieri è intervenuto a gamba tesa il sindaco di Bergamo Giorgio Gori che in un’intervista a Huffington Post è nettissimo: “Se vince Schlein potrei lasciare il Pd”.

Ma quale eccesso di liberismo – sottolinea il primo cittadino di Bergamo – “serve il mercato ben temperato di Prodi e un nuovo laburismo”. Secondo Gori “con Elly vince Renzi perché ci sarebbe la ‘deriva francese’ del Pd”.

Quasi scontato il suo annuncio di appoggiare la mozione del presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, sostenuto in toto dalla corrente Base riformista a cui fanno riferimento Lorenzo Guerini e Luca Lotti. A sostegno di Bonaccini tra qualche giorno dovrebbe arrivare anche l’area che fa riferimento a Matteo Orfini.

Chi sta con chi

Oggi in una conferenza stampa al Teatro del Sale invece il sindaco Dario Nardella si ritira dalla corsa in prima persona per il congresso e annuncerà il suo ruolo nella mozione Bonaccini, probabilmente come coordinatore dei comitati congressuali o presidente del comitato promotore.

Di certo Nardella sarà uno dei volti in prima linea. In Toscana Bonaccini ha già incassato l’appoggio del presidente della Regione Eugenio Giani, del presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo fino alla segretaria Simona Bonafè. Dopo aver sondato il terreno per correre in solitaria Nardella ha ricevuto pressioni da Franceschini e Provenzano per siglare un ticket con Schlein ma alla fine il sindaco di Firenze ha preferito allinearsi con il gruppo dei dirigenti regionali.

Con la strana coppia Franceschini-Provenzano a sostegno di Schlein la “sinistra” del partito rappresentata da Andrea Orlando dovrebbe alla fine convergere sul sindaco di Pesaro Matteo Ricci che piace molto anche a Goffredo Bettini. Ricci, raggiunto al telefono, non conferma e non nega: “Per le candidature c’è tempo – dice a La Notizia – perché in questo percorso bizzarro i termini scadono il 27 gennaio. Da mesi siamo in campo con un bellissimo percorso nella provincia italiana, nel Pd ci siamo riempiti la bocca di partecipazione e poi hanno parlato sempre gli stessi oppure abbiamo parlato solo tra noi. Con il mio tour abbiamo prodotto le prime 10 idee che abbiamo presentato a Roma e il 16 dicembre finiremo il tour e lì tireremo le somme”.

Durante la riunione del comitato costituente per discutere la Carta dei valori l’ex ministro Roberto Speranza ha chiesto di “espungere il liberismo che si è insinuato al suo interno”. Il tema del Pd che deve scegliere se essere un partito socialdemocratico o un partito liberale è sempre presente tra le rivendicazioni di una parte consistente del partito. Su questo Ricci precisa che “il vero riformismo è progressista” e spiega che “ciò che conta in questo momento è l’avere una grande tensione unitaria”.

Sullo sfondo rimangono i presidenti del Sud, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, che al momento non hanno espresso nessuna preferenza tra i candidati in campo. I due hanno anche cercato un nome che potesse rappresentarli, valutando l’ipotesi di un candidato “proprio”. Siamo ancora al momento in cui c’è da capire “chi sta con chi” per leggere gli equilibri futuri. Il che, nonostante le dichiarazioni, dimostra ancora una volta che le tattiche correntizie e gli equilibri interni contano eccome. E “lo spirito unitario” è già in bilico se una figura di primo piano annuncia “o me o Schlein”.

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La morte di Riccardo e la nostra incapacità di affrontare sconfitte e fragilità

Quell’auto di Riccardo schiantata contro un platano, il giorno prima dei festeggiamenti di una laurea che non aveva mai preso, poco prima di quel viaggio in Giappone ricevuto come premio per un’impresa che era solo raccontata, contiene molte storie. Non è solo quella di Riccardo e della sua famiglia (per cui questo è il momento del dolore), ma anche quella di uno studente trentenne iscritto alla facoltà di Medicina in lingua inglese all’università di Pavia che prima di suicidarsi ha scritto al suo rettore spiegando la sua incontrollabile paura di perdere la borsa di studio e di non riuscire a pagarsi gli studi; c’è un fuorisede che a ottobre di quest’anno si è suicidato la sera prima che arrivassero i suoi genitori per festeggiare una laurea che non esisteva, c’è lo studente dell’Università Federico II di Napoli trovato morto dopo aver raccontato ai genitori un piano di studi che non era mai stato compiuto.

Qualsiasi modalità di empatia viene bollata come una mollezza

C’è in purezza tutto questo tempo incapace di affrontare le sconfitte e le fragilità. Gli adulti troppo inadeguati nel giudicare i percorsi dei figli. I figli che non considerano interlocutori i loro genitori. C’è soprattutto il feticcio del merito che altro non è che lo sdoganamento di una disfunzionale competizione ormai assurta a modello sociale. Un tempo in cui la competizione (che di per sé non è certo un danno) è diventata incapacità di tollerare la possibilità di fallire. Anche perché mentre si spinge la competizione come strumento principe della crescita, stiamo sgretolando qualsiasi spirito di collaborazione, anche nei suoi termini più larghi. Progressivamente nel nostro Paese qualsiasi modalità di empatia viene bollata come una mollezza che non possiamo permetterci. Così il percorso è tracciato: “l’io” che deve farsi super nel più breve tempo possibile, il “noi” che è solo una folla di adoratori o i resti di quelli che siamo riusciti a sconfiggere, un senso di comunità che è un’utopia inapplicabile al reale e infine la solidarietà che diventa un lusso troppo sospetto per poterselo concedere senza secondi fini. Ed è esattamente quello che siamo diventati noi.

La morte di Riccardo e la nostra incapacità di affrontare sconfitte e fragilità
La macchina di Riccardo dopo lo schianto.

L’ossessione del merito, una religione del capitalismo

Il passaggio dal mito della competizione all’ossessione del merito (ormai diventata una religione del capitalismo) è fin troppo facile. Per questo mentre il governo spinge sul ministero del Merito bisognerebbe rileggere chi come Beatrice Bonato da tempo ci invita a «smettere di spingere gli studenti verso il miraggio di punteggi più elevati, riconoscere gli allievi dotati senza pretendere di creare, fin dalla scuola, un’élite dei talenti». Un libricino che andrebbe riletto è anche quello di Carmelo Albanese, Il feticcio della meritocrazia: «Il fatto che la valorizzazione e l’utilizzo delle capacità individuali, secondo le inclinazioni personali, non sia stato messo in pratica nelle nostre comunità è una forma di delirio particolare. Un drammatico incidente di percorso lungo la via del buon senso», scrive Albanese.

Con l’individualismo esasperato alla fine si rimane soli

«Nei sistemi meritocratici trionfa solo la categoria statica e inviolabile del potere. Nelle società meritocratiche il potere viene conferito a certi individui attraverso il premio al merito, supposto ma non reale perché considerato costante  e non variabile. Gli individui a cui viene dato il premio al merito, inizialmente sono stati meritevoli di qualcosa in un certo contesto riferito a delle variabili, ma poi entrano nel meccanismo meritocratico dimenticando il merito». Si arriva quindi all’epilogo: spingendo sull’individualismo travestito di merito e di competizione alla fine c’è chi rimane solo. Sorprende che ci sorprenda.

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Paladino degli agenti violenti Ma Salvini ha fregato anche loro

Quando nel 2019 sei agenti della polizia penitenziaria in servizio al carcere Lorusso e Cutugno di Torino sono stati arrestati, Matteo Salvini li difendeva a spada tratta. L’accusa era quella di ripetuti atti di violenza e tortura nei confronti dei detenuti nel periodo tra aprile 2017 e novembre 2018. Un’accusa piuttosto grave: il reato contestato (in base all’articolo 613bis del codice penale) è punito con la reclusione da 4 a 10 anni.

Nelle carte dei pubblici ministeri che hanno indagato sui sei agenti si parla di minacce, di detenuti presi a schiaffi e sputi, malmenati, denudati e insultati. Lui aveva già deciso che erano innocenti: “Non è possibile credere più ai carcerati che ai poliziotti”, disse.

Si sbagliava. Lo stesso è accaduto per gli agenti del carcere di San Gimignano condannati per tortura e lesioni aggravate contro un detenuto: si tratta di un pestaggio avvenuto ai danni di un 31enne tunisino durante un trasferimento coatto di cella. Le violenze sono documentate in un video.

Ma per Salvini questo non basta, come non basta la sentenza di condanna del tribunale di Siena, ché secondo il leader della Lega si trattava del “primo caso al mondo di tortura postdatato di 13 mesi e senza torturato”. Salvini strumentalizzava il fatto che il detenuto, per paura di ritorsioni, non ha mai denunciato quanto accaduto. Il caso è scoppiato dopo che un’operatrice del carcere ha scritto una lettera al tribunale di sorveglianza.

Nel 2020 stessa storia. “Le forze di polizia devono avere libertà assoluta di azione, se devono prendere per il collo un delinquente e questo si sbuccia il ginocchio o si rompe una gamba sono cazzi suoi, ci pensava prima di fare il delinquente”, disse appoggiando la protesta contro l’introduzione del reato di tortura. “Il primo delinquente di turno li può denunciare per essere stato arrestato con troppa irruenza o psicologicamente torturato”, disse Salvini.

Dalla parte sbagliata

Quando a Caserta quell’anno scoppiò il finimondo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere Salvini ci spiegò che era “una follia” che a “pagare per tortura devono essere i poliziotti che hanno riportato in cella i delinquenti”. Quel giorno quasi trecento agenti della polizia penitenziaria muniti di caschi e manganelli, alcuni a volto coperto, fecero irruzione nelle celle e per ore presero a calci, pugni e schiaffi i detenuti del reparto Nilo.

Il carcere campano è al centro di un processo che ha visto il rinvio a giudizio davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere di 105 imputati. I reati contestati a vario titolo vanno dall’omicidio colposo come conseguenza di tortura alle lesioni pluriaggravate, passando per l’abuso di autorità e il falso in atto pubblico.

Ora Salvini è al governo e che succede? La legge di Bilancio prevede 35 milioni di euro in meno per i prossimi tre anni per l’amministrazione penitenziaria. “Siamo veramente incazzati”, dice Donato Capece, segretario generale del Sappe: ”ci hanno chiesto i voti e ora tagliano i fondi”.

“Gli agenti sono increduli e disillusi, ci aspettavamo fondi per rendere possibile il servizio, in questo momento non lo è, non è solo questione delle unità mancanti, anche i 36mila agenti in servizio non hanno la dotazione adeguata: scarpe, equipaggiamenti, formazione. Non si capisce perché promettono e poi non solo non mantengono, ma tagliano: dieci milioni nel 2023, quindici nel 2024, undici dal 2025”, dice Gennarino De Fazio, segretario del sindacato di polizia penitenziaria della Uil.

È il metodo Salvini: propaganda che tanto è gratis e poi nullafacenza. Fino alla prossima difesa d’ufficio. Tanto qualcuno in questo Paese ci casca ancora.

 

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Tajani ci ha ripensato. Non incontrerà il ministro degli esteri dell’Iran

Antonio Tajani ci ha ripensato. Fonti del ministero dicono che il vice presidente del Consiglio, nonché ministro agli Esteri, non incontrerà il ministro degli esteri del regime della repubblica islamica dell’Iran che prenderà parte all’ottava edizione del Med (Mediterranean dialogues).

Fonti della Farnesina hanno riferito che il vice premier Antonio Tajani non incontrerà più il suo omologo della repubblica islamica dell’Iran

Come abbiamo scritto nell’edizione de La Notizia in edicola oggi l’Associazione Democratica degli Iraniani aveva scritto al ministro, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Parlamento per chiedere “di stigmatizzare la partecipazione all’evento in questione del rappresentante del regime iraniano e di porre in atto tutti gli sforzi necessari atti a evitare l’incontro tra il Ministro degli Esteri Italiano con quello del regime iraniano”.

In Iran si sta consumando in queste settimane un eccidio delle libertà e della democrazia, con 470 morti dopo 70 giorni di protesta e con più di 15mila persone arrestate. I processi farsa (con l’accusa di “essere nemici di Dio”) si celebrano senza la presenza di avvocati difensori e coinvolgono anche minorenni. Spesso per quell’accusa viene accordata la pena capitale. È altresì noto a tutti che l’Iran sostiene e fornisce attrezzature militari alla Russia nella guerra con l’Ucraina.

La Comunità Europea, dove l’onorevole Tajani ha ricoperto il ruolo di Presidente del Parlamento, sta varando delle sanzioni contro la repubblica islamica, sia per il sostegno militare fornito alla Russia, sia per le continue violazioni dei diritti umani e civili in Iran. L’incontro bilaterale previsto molto probabilmente non avrà luogo, fanno sapere dalla Farnesina. Per una volta almeno non si stringeranno mani sporche di sangue.

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Testimone usa e getta. Così lo Stato ha abbandonato Angelo Niceta

C’è un testimone di giustizia che ha perso 14 chili in 15 giorni per uno sciopero della fame, con intorno il silenzio di quasi tutti per chiedere che sia rispettata la legge e chiedere spiegazioni sulle gravi e molteplici anomalie verificatesi mentre si trovava sotto protezione. Angelo Niceta è un ex importante imprenditore tessile palermitano che nel 2013 cominciò a rendere spontaneamente dichiarazioni all’autorità giudiziaria di Palermo.

Il testimone di giustizia Angelo Niceta ha fatto il suo dovere. Ma le istituzioni l’hanno lasciato da solo

In seguito alle sue dichiarazioni, ravvisando un grave pericolo per l’incolumità di Angelo e dei suoi congiunti, la Procura di Palermo chiese, nelle persone degli allora pubblici ministeri Antonino Di Matteo e Pierangelo Padova, l’inserimento di Angelo e della sua famiglia nel programma speciali misure di protezione del Ministero dell’Interno riservato ai Testimoni di Giustizia e l’immediato trasferimento in località protetta.

Ma inspiegabilmente, quando già si trovava in località protetta, a Niceta venne comunicato, senza che mai fino ad oggi sia stata fornita la motivazione di questa decisione, che la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno, allora presieduta dal sottosegretario Filippo Bubbico, lo aveva inserito nel programma di protezione come Collaboratore di Giustizia. Un pentito, insomma. Ritenendo offensiva questa scelta nel 2015 decise quindi di rinunciare al programma di protezione e di tornare a Palermo.

Nel frattempo continuò a rendere dichiarazioni. Nel giugno 2017 decise di iniziare uno sciopero della fame per chiedere il rispetto dei suoi diritti. In quei giorni vennero presentate tre interrogazioni parlamentari. Il 4 luglio del 2017 la Procura di Palermo chiese nuovamente, nelle persone dell’allora Procuratore della Repubblica Franco Lo Voi e dell’allora Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Roberto Scarpinato, il programma di protezione per Angelo e la Famiglia nella qualità di Testimone di Giustizia.

Tale richiesta vedeva anche il parere favorevole della dottoressa Franca Imbergamo per la Procura Nazionale Antimafia. Il 12 luglio del 2017, dopo 43 giorni di sciopero della fame, Angelo venne nuovamente trasferito insieme ai suoi familiari (la moglie e i 4 figli) in località protetta, stavolta in qualità di Testimone di Giustizia. Ma la storia non finisce qui.

Angelo e la famiglia, pur vivendo in località protetta, contrariamente a quanto previsto dalla legge, vengono lasciati formalmente senza un programma di protezione, in uno status provvisorio che impedisce l’accesso ad alcuni diritti e prerogative riconosciuti ai Testimoni di Giustizia titolari di un programma di protezione.

Solo nella primavera del 2019, con due anni di ritardo, il programma venne approvato dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno il programma. Nel frattempo per due volte nell’abitazione del figlio Enrico nel 2019 (e poi quest’anno) entrano degli estranei. Nel secondo episodio la casa viene vandalizzata e per terra vengono lasciati escrementi.

Oggi Niceta chiede allo Stato di rispettare le regole, visto che, nonostante l’esiguità del mensile rapportato ad un nucleo familiare di 6 persone, negli ultimi anni non gli sono stati effettuati regolarmente i rimborsi per le spese mediche e legate allo studio e per chiedere allo Stato risposte sulle troppe anomalie capitate negli ultimi anni a lui e alla sua famiglia.

Quando Niceta ha raccontato dei rapporti dei suoi famigliari con il boss Guttadauro, con l’ex sindaco Ciancimino e con Bernardo Provenzano l’hanno ascoltato e usato. Ora forse semplicemente non serve più.

Leggi anche: La mafia sparita dalle news. Ecco la normalizzazione tanto temuta da Borsellino. Ogni giorno inchieste e blitz contro i clan. Ma su tv e giornali non se ne parla più

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Cosa hanno fatto finora

Dopo una legge di Bilancio, al di là del Parlamento, si possono stilare giudizi su un governo. Al di là dei numeri, commentati mirabilmente dagli economisti nostrani che negli ultimi giorni dicono tutto e il suo contrario, ci sono posizioni politiche che emergono con evidenza.

Le promesse mancate, ad esempio. Di solito sono le cose più banali, poco influenti sulla spesa generale, però sono utilissime per scardinare l’ipocrisia. Che ieri la benzina sia aumentata per la rimozione del taglio sulle accise è un contrappasso fantastico. Sono le stesse accise che Salvini ogni giro promettere di abolire del tutto, sono quelle accise su cui una giovane Giorgia Meloni aveva girato un bel video promozionale in cui ne prometteva la graduale abolizione. Nel computo generale si tratta di poca roba ma per i cittadini è una manifestazione immediata: basta recarsi al distributore.

La mano tesa agli evasori è talmente evidente che perfino le trasmissioni di destra lo confessano. Ieri sera su non so quale rete televisiva berlusconiana mi sono imbattuto (per sbaglio, eh) in una serie di interviste a artigiani che con laboriosa onestà ammettevano che non ci sia nessun altro possibile motivo all’innalzamento dei contanti fino a 5mila euro se non favorire il nero. L’Italia già oggi è fanalino di coda nei pagamenti digitali, ora è pronta per fare molto peggio. Un politico che tende la mano all’evasione usando la giustificazione delle “troppe tasse”, senza prendersi la briga di abbassarle è colpevole di concorso esterno, oltre che incapace.

Stessa cosa per ambiente e transizione energetica. Il governo Meloni ha tagliato i 94 milioni destinati alle piste ciclabili che erano rimasti nel Fondo per lo sviluppo delle reti ciclabili urbane istituito dalla legge di bilancio 160/2019. Figurarsi cosa accadrà sullo sviluppo di una mobilità sostenibile: Salvini, Meloni e Berlusconi vedono nel motore termico il salvadanaio del loro consenso. Non è nemmeno un caso che sia stato tagliato del 45% il fondo anti dissesto idrogeologico, nonostante i morti di Ischia. Loro sono questa roba qua, sempre sul bordo del conservatorismo al limite del complottismo.

Poi c’è il lavoro. Niente salario minimo (alla faccia dell’Europa), premi solo per (poche) donne con figli (perché non figliare è un demerito per un governo ipercattolico, ovviamente), reintroduzione dei voucher. Anche qui con due righe possiamo farci un’idea.

Bentornati nel passato.

Buon venerdì.

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