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La mafia sparita dalle news

Avete notato che la politica, i media non parlano più di mafia È scomparsa la mafia Tre giorni fa è sbarcato all’aeroporto di Fiumicino, proveniente dalla Spagna, Mario Palamara. Palamara ha 53 anni, è di Melito Porto Salvo ed è un importante broker di droga che operava in Toscana, soprattutto al porto di Livorno.

Avete notato che la politica, i media non parlano più di mafia È scomparsa la mafia È la normalizzazione tanto temuta da Borsellino

I suoi traffici erano al centro dell’inchiesta “Molo 13” che ha svelato un’operazione di importazione di cocaina del valore di un milione di euro, passata per l’Olanda. “Ora siamo entrati in ottica industriale”, lo informava uno dei suoi uomini, compiaciuto per il carico in partenza. Ne avete letto? Ne avete sentito parlare, magari da qual ministro che ogni giorno si dice contro la droga e che citofona ai presunti minuscoli spacciatori? Niente.

A Cosenza qualche giorno fa si è pentito Danilo Turboli. Coinvolto nei procedimenti “Testa del serpente” e “Reset“, il 27enne cosentino è considerato partecipe al gruppo Lanzino-Ruà e vicino ad uno dei maggiori esponenti, Roberto Porcaro. Le sue dichiarazioni potrebbero essere un terremoto per la ‘Ndrangheta nel cosentino, confederata in sette clan di cui Turboli sta facendo nomi, cognomi, anche dei referenti politici.

L’avete letto? I boss di Cosa nostra Francesco Pace e Girolamo “Luca” Bellomo stavano scontando una condanna, rispettivamente a 25 anni di reclusione il primo e a dieci il secondo. Entrambi vicini al boss superlatitante di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, nelle settimane scorse sono tornati in libertà per buona condotta. Le nuove norme del codice antimafia, hanno impedito, infatti, l’applicazione dei provvedimenti di sorveglianza speciale e entrambi sono tornati liberi e senza alcun vincolo. Ne avete sentito parlare?

A Catania è stato smantellata la cosca mafiosa dei Cursoti Milanesi. Dall’inchiesta “Zeus” emerge che il gruppo comprava cocaina nel Napoletano, dal clan camorristico Sautto-Ciccarelli di Caivano, con il quale due affiliati al clan Cappello-Bonaccorso avrebbero avviato una joint venture per il traffico della sostanza stupefacente. ‘Ndrangheta e Camorra soci per riempire il Paese di cocaina. Nessun commento, nulla.

A Prascorsano, vicino a Torino, Polizia e Carabinieri hanno dovuto usare la forza per un provvedimento di confisca addirittura del 2017. Nella villa comodamente abitava ancora la famiglia di Domenico e Giuseppe Racco, padre e figlio, entrambi condannati per ‘Ndrangheta nell’ambito dell’inchiesta Minotauro, ritenuti membri della locale di ‘ndrangheta di Cuorgnè. Il prefetto di Torino, Raffaele Ruberto, spiega: “Anche un semplice ricorso può far slittare per anni l’esecuzione dei provvedimenti”.

A Roma ieri anche in Appello si conferma che i Casamonica sono mafia, in purezza. Su di loro si erano accapigliati tutti i conduttori, i politici. Oggi poco più della semplice cronaca. Vi ricordate l’assistente parlamentare di Giusy Occhionero (ex Leu poi passata a Italia Viva) che sfruttava la politica per parlare con i carcerati? È stato condannato a 15 anni in appello, l’altro ieri.

Sono solo alcune delle notizie di mafia solo in questi ultimi giorni. Le mafie sono scomparse dal dibattito pubblico, sono considerate una banale consuetudine giudiziaria. Sparite dai programmi politici e dai dibattiti. Vanno bene solo per qualche serie televisiva o videogioco. Paolo Borsellino temeva l’invocata “normalizzazione” della mafia.

Raccomandava il “meritorio compito di tenere ora come non mai desta l’attenzione dell’opinione pubblica sugli accennati problemi, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione dell’apparato antimafia”. E invece eccola qui.

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Salario al macero

Sono almeno 4 anni che i sindacati e i vari governi discutono di salario minimo. Si è partiti dalla proposta Catalfo (quando si diceva che 9 euro all’ora fosse la soglia minima per la decenza) e poi quella dell’ex ministro Orlando. Ieri si sono votate diverse mozioni sul salario minimo, quella di Andrea Orlando (Pd), di Giuseppe Conte (M5s) e di Marco Grimaldi (Verdi-Sinistra), e una (piuttosto minimale) di Matteo Richetti (Terzo polo).

È passata invece la mozione della maggioranza che, molto simbolicamente, è stata spinta dal nuovo sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che ha deciso di fregarsene del recepimento della direttiva europea che chiede l’introduzione del salario minimo entro il 2024 (nei pochi retrogradi Paesi che ancora non adottano questa misura, tra cui l’Italia) parlando genericamente di un obiettivo di «tutela dei diritti dei lavoratori attraverso una serie di iniziative, a partire dall’attivazione di percorsi interlocutori tra le parti non coinvolti nella contrattazione collettiva» e facendo riferimento all’iniziativa di «monitorare e comprendere motivi della non applicazione, avviare un percorso di analisi rispetto alla contrattazione collettiva nazionale». Se vuole lo aiutiamo noi: il motivo, semplicissimo, è da ricercare tra l’insipienza dei nostri governanti.

Che tutto questo accada nei giorni in cui l’Istat certifica in Italia un’inflazione stabile alll’11,8% (record negativo di tutto l’Occidente) dice chiaramente quale sia la linea di questo governo. Non è un caso che ieri il governo sia stato criticato perfino dalla Cisl, che sul salario minimo è stata sempre più che tiepida. Che questo accada mentre è stata tagliata l’indicizzazione delle pensioni è un altro aspetto dirimente.

Sono arrivati e hanno cancellato il Reddito di cittadinanza (e non si sa sostituendolo con cosa). Hanno reintrodotto i voucher, ammennicolo indispensabile per lo schiavismo 2.0. Ora hanno bocciato il salario minimo. Tutto secondo programma.

Buon giovedì.

Nella foto: il sottosegretario al Lavoro Durigon a “Porta a porta”, 30 novembre 2022

 

 

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Toh, al Senato si rivede Renzi. Per attaccare 5S e magistrati

Che Matteo Renzi stia infastidendo qualche eletto e qualche dirigente di Azione non è un mistero. Il senatore toscano, dopo avere toccato il fondo con il suo partito personale Italia Viva, è riuscito a imbroccare il taxi che l’ha riportato in Parlamento con quel Calenda confuso che nel giro di qualche ora ha mollato il Partito democratico per costituire il Terzo polo.

Matteo Renzi ha annunciato che oggi interverrà in Senato. Prima per attaccare Conte e poi i magistrati

In campagna elettorale si è visto pochissimo e sempre con le solite parole d’ordine: Pd brutto, sporco e cattivo, Conte brutto sporco e cattivo. Poco altro. Qualcuno aveva pensato che il senatore fiorentino si fosse fatto momentaneamente da parte per lasciare spazio a Calenda che aveva voluto per sé i riflettori della campagna elettorale ma oggi, dopo qualche mese, la realtà è chiara: il “battitore libero” Renzi è riuscito a liberarsi ancora di più scaricando sulle spalle di Calenda il fardello dell’opposizione (tenue, amichevole, sostanzialmente un appoggio esterno) e dell’organizzazione del Terzo polo che dovrebbe farsi partito.

Lui intanto gongola nei suoi viaggi internazionali, rilascia qualche intervista qua e là (titolo facile: “Pd/Conte brutto, sporco e cattivo”) e promuove in gran cassa il suo ultimo libro. Conferenziere e scrittore con un seggio in Senato di cittadinanza, Renzi fa capolino ogni tanto per annunciare sornione che farà “cadere il governo nel 2023”, per dare una carezza pubblica a Calenda e per scagliarsi quotidianamente contro i suoi nemici.

L’altro ieri avrebbe dovuto essere in tribunale per il processo Consip (in cui suo padre è accusato di traffico di influenze, nonostante la procura di Roma abbia chiesto per ben due volte l’archiviazione) ma era assente. Era accaduto già il 10 ottobre, indisponibile anche in quel caso. Il suo avvocato assicura che sarà in Aula il 6 dicembre prossimo.

Ma dov’era Renzi? Lo racconta lui stesso nella sua newsletter settimanale dal gustoso titolo “come fare opposizione”: “ieri ero a Bangkok con il vice primo ministro della Thailandia al Business Forum tra aziende locali e aziende italiane. Oggi sono ad Atene dove intervengo a un Forum organizzato dall’Economist sulle questioni energetiche e del Mediterraneo”.

Nel corso delle conferenze l’ex presidente del Consiglio non ha mancato l’occasione di celebrare il suo “amico” saudita bin Salman. Anche questo ormai è scontato. Chissà che ne pensa Calenda che proprio sulle attività da conferenziere di Renzi si era detto ripetutamente in disaccordo prima di allearcisi: la memoria selettiva da quelle parti è una forma di sopravvivenza, per poter dire tutto e tutto il contrario.

Renzi però annuncia di tornare oggi. Per cosa Interverrà in Senato due volte, dice. Prima per attaccare Conte e il suo condono su Ischia poi per chiedere “al ministro Nordio – scrive – se ritiene corretto quello che ha fatto il Pm di Firenze Luca Turco quando ha deciso di inviare in Parlamento le carte di Carrai che aveva illegittimamente sequestrato e che la Cassazione aveva ordinato di distruggere”.

Insomma, Renzi torna in Senato per togliersi il solito sassolino nelle scarpe contro il M5S e per una questione giudiziaria personale. “Sono questioni che conoscono molto bene i lettori de Il Mostro, un libro che anche in questa edizione ha avuto un successo superiore alle mie previsioni”, scrive Renzi, riuscendo nel capolavoro di buttare in questioni personali rivendute come politica anche la promozione del suo ultimo libro.

E l’opposizione al governo? Niente da dire. Anzi, Matteo ci tiene a far sapere che adora come il suo compare Calenda e s’offre a Giorgia Meloni. Prima di rifare le valigie per il prossimo tour.

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Spunta pure un filoputiniano in lista con la Moratti

Preparatevi perché la corsa del cosiddetto Terzo polo in Lombardia sarà uno spasso. Prima c’è stato l’acquisto del consigliere leghista Gianmarco Senna, amico e sodale di Salvini ora illuminato sulla strada verso Letizia Moratti.

Un passaggio che, ovviamente, Renzi e Calenda hanno salutato con grande entusiasmo fingendo di non sapere (oppure non sapendo, che sarebbe ancora peggio) che Senna è lo stesso che 5 anni fa rilasciava interviste in cui ci spiegava “che lo stato nazione è finito, non ha futuro, la nazione è la conseguenza dello stato istituzione moderno ormai superato in ottica di un federalismo italiano ed europeo”, che Roma è “l’artefice storico dei mali del paese” e che l’Europa è “un nemico ancora peggiore”.

Non male per un partito che vorrebbe essere il più europeista di tutti. Nelle ultime ore, con la presentazione della candidatura della Moratti, abbiamo scoperto che tra i compagni di viaggio di Renzi e Calenda in Lombardia ci saranno il coordinatore lombardo di Grande Nord Davide Boni (ex leghista, ça va sans dire), il fondatore del movimento indipendentista Roberto Bernardelli, ex bossiani come Monica Rizzi, leghisti come Christian Borromini e c’è anche Luca Ferrazzi, già in Alleanza Nazionale.

Tra i futuri candidati in lista per la Moratti in Lombardia c’è anche un grande amico della Russia: Marco Tizzoni

Ma tra i futuri candidati c’è anche un grande amico della Russia: Marco Tizzoni, già esponente “civico” a Rho (fondò la lista Gente di Rho), poi consigliere regionale per la Lista di Roberto Maroni. Durante la cui presidenza il consigliere Tizzoni fu tra i promotori della mozione con cui la Lombardia chiedeva al governo italiano di riconoscere l’annessione (illegale e illegittima) della Crimea alla Russia.

In occasione di un convegno organizzato con l’allora eurodeputato di Forza Italia Stefano Maullu, ora deputato per Fratelli d’Italia, rivendicò la decina di viaggi fatti insieme ad alcuni colleghi per siglari accordi con imprese e università russe. Si dichiarò fermamente contrario alle sanzioni imposte a Mosca (a seguito dell’annessione della Crimea), in nome di “un’amicizia tra i due popoli” e appoggiò l’opinione dell’allora vicepresidente di Regione Lombardia Fabrizio Sala (FI) che vaneggiava di un futuro con “l’Eurasia”.

Facilmente immaginabile lo sgomento tra molti elettori del cosiddetto Terzo polo. Qualcuno fa notare che proprio sulla guerra Calenda sta centrando tutta la sua propaganda politica, a partire dalla sua contromanifestazione organizzata a Milano mentre migliaia di persone scendevano in piazza a Roma. Da parte sua Tizzoni fa sapere di avere cambiato idea (e ci mancherebbe) e che in occasione di quella famosa mozione non è “mai intervenuto in Aula” (come se firmarla non fosse un atto politico già considerevole).

Tra i dirigenti del sedicente Terzo polo provano a far notare che “il sostegno è a Letizia Moratti, non alle liste che comporrà” (non male come unghie sui vetri). Calenda e Renzi per ora tacciono, impegnati a scovare i filoputiniani nei partiti degli altri.

Ma forse non si devono preoccupare troppo: se sono riusciti a far passare per competente Letizia Moratti dopo i disastri al Comune di Milano e da ministra all’Istruzione, se sono riusciti a convincere i loro iscritti che Letizia sia addirittura quasi di sinistra, alla fine potranno anche dire senza vergogna che Tizzoni è sempre stato l’amico di cuore di Volodymyr Zelensky.

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L’amore per il supplizio non aiuta la solidarietà

Questa mattina fioccano gli articoli dei tre migranti che per 11 giorni hanno percorso 2.700 miglia nautiche aggrappati al timone di un’enorme petroliera. “Quando il Servizio di soccorso marittimo spagnolo li ha salvati, i tre uomini, probabilmente di origine senegalese, erano disidratati e indeboliti. Sono stati trasferiti negli ospedali di Las Palmas, sull’isola di Gran Canaria, per ricevere assistenza medica”, scrivono i comunicati ufficiali, riportati praticamente dappertutto.

Si tratta di una nave partita da Lagos, in Nigeria, il 17 novembre arrivata lunedì a Las Palmas. La foto dei tre rintanati in un pertugio che sarebbe stato una trappola mortale in caso di mare mosso riportano alla memoria le notizie simili di novembre del 2020 quando quattro persone erano state trovate aggrappate al timone della Ocean princess e nel mese precedente dello stesso anno altri quattro sulla petroliera Champion pula.

È normale che chiunque sia dotato di un minimo di empatia, al di là delle posizioni politiche personali, non possa non solidarizzare con quei tre poveri disperati che hanno sfidato una morte quasi certa pur di sperare in un porto. Avere a corredo della notizia una foto perfetta per aprire i giornali, i siti e i servizi giornalistici aumenta la golosità dell’episodio.

Eppure non sono meno disidratati, meno violentati, meno impauriti, meno sopravvissuti e meno disperati quelli che arrivano in Europa in altre rotte. Non sono barche ma spesso sono bare galleggianti i barchini che in scioltezza facciamo accalappiare in mezzo al Mediterraneo dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Hanno addosso una simile traversata mortale quelli che con fastidio e con poca contezza delle proporzioni vengono bollati come fastidiosi invasori. Superano la morte per il gelo quelli che arrivano dalla rotta balcanica.

Non c’è un supplizio superiore che si deve attraversare per meritare salvezza e libertà. Se avessimo voglia di guardare (e di mostrare) le immagini degli strazi sulle rotte che l’Europa finge di non vedere avremmo lo stesso vertiginoso turbamento che proviamo di fronte ai tre sul timone della petroliera. Compiere l’errore di essere ospitali in modo direttamente proporzionale con la tortura subita significa trasformare i diritti in privilegi. E, come diceva Gino Strada, i diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini sennò chiamateli privilegi.

Buon mercoledì.

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Soumahoro, Fratoianni rischia la segreteria

“Uno dei tre deve lasciare l’incarico” dice una voce indignata in Sinistra Italiana che (“per ora”, specifica) non vuole uscire allo scoperto. I “tre” a cui si riferisce sono il suo segretario Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Aboubakar Soumahoro, il deputato eletto nelle liste di Alleanza Sinistra-Verdi che ormai da giorni è nell’occhio del ciclone.

Crescono i malumori sul caso Soumahoro. Dentro Sinistra italiana si comincia a parlare di dimissioni del leader Fratoianni

Di lui si parla da giorni: l’altalenante linea difensiva adottata da quando si è saputo che sua suocera e sua moglie erano coinvolte nelle attività di cooperative che si occupano di migranti con evidenti problemi di pagamenti dei dipendenti e con discutibili condizioni di accoglienza ormai è una una storia quasi vecchia. Su di lui ovviamente si accanisce la destra che ha trovato il boccone perfetto a proposito del “business dei migranti” e della “doppia morale” della sinistra, pilastri della propaganda salviniana.

Contestata alla suocera di Aboubakar pure la truffa

Difficile che Soumahoro possa riabilitarsi: al di là della questione giudiziaria c’è un’evidente problema di opportunità e di coerenza nel racconto che ormai ne hanno determinato la caduta. Ieri è uscita la notizia che ci sono anche la truffa aggravata e le false fatturazioni tra le ipotesi di reato contestate a Marie Thérèse Mukamitsindo, suocera del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e rimane il fascicolo parallelo, senza indagati né ipotesi di reato, che riguarda invece le denunce di maltrattamenti arrivate dagli ospiti (soprattutto minorenni) delle strutture di accoglienza gestite dalle due coop.

Dal 2019 è inoltre in corso una terza indagine, aperta sempre nei confronti della suocera del deputato dopo un blitz dell’ispettorato del lavoro in una delle strutture della Karibu, che ipotizza la malversazione di erogazioni pubbliche.

La crisi ora si sposta su Bonelli e Fratoianni, segretari di Verdi e Sinistra Italiana

La crisi ora si sposta su Bonelli e Fratoianni, segretari di Verdi e Sinistra Italiana, che hanno provato a difendersi ospiti di Lucia Annunziata con poca convinzione. Su Fratoianni (che fino a ieri rivendicava ancora la candidatura di Soumahoro) pesa la lettera di dieci dirigenti del suo partito che fanno riferimento a un’altra missiva inviata al segretario da alcuni dirigenti pugliesi del partito, e lo accusano di essere stato “perfettamente a conoscenza, da molto tempo prima della candidatura”, di fatti controversi che riguardavano Soumahoro.

E dicono di averlo avvertito del fatto che l’ex sindacalista fosse una persona “discussa sui territori dove ha operato”, ma che lui “mostrò completa indifferenza alle notizie riferitegli”. Bonelli accusa di “non essere stato informato” e ieri ha raccontato di avere “sollecitato” l’autosospensione di Soumahoro: “Sono turbato da una vicenda bruttissima, siamo stati colti alla sprovvista, non avevamo alcun tipo di elemento quando abbiamo candidato Soumahoro. Si è garantisti quando c’è un procedimento giudiziario o una persona indagata. Nel momento in cui noi lo abbiamo candidato, Aboubakar era una persona molto stimata da sindaci e prefetti. Sulla base di quali elementi avremmo potuto dire non ti candidiamo?”, ha detto ieri a Un giorno da pecora su Radio Uno.

“Mi sento ingannato? – ha detto Bonelli – Lui sostiene di non sapere nulla di questa vicenda. Ma la questione è così drammaticamente importante per quei ragazzi sfruttati che si battono per i loro diritti, che non possiamo non impegnarci per fare chiarezza”.

“Uno dei tre deve lasciare l’incarico”, dicono nel partito

Ma il problema è tutto loro: “Uno dei tre deve lasciare l’incarico”, dicono nel partito. La debolezza di Fratoianni potrebbe essere usata per mettere in discussione la sua posizione da segretario del partito. Lo sanno tutti, semplicemente non credono che sia ancora l’ora di dirlo pubblicamente.

Ed è di oggi la notizia che Marie Terese Mukamitsindo, legale rappresentante della cooperativa Karibu e suocera di Soumahoro, ha riconosciuto “quanto rivendicato” da una sua lavoratrice e accetta di pagarle, a rate, circa 20 mila euro relativi a stipendi e tredicesime non versati tra il gennaio 2021 e l’ottobre del 2022, ma anche la tredicesima del 2020 e il tfr relativo al periodo 1 gennaio 2016-31 ottobre scorso. È quanto si legge nel verbale di conciliazione dell’Ispettorato del Lavoro di Latina, che stamattina ha ricevuto la donna, suocera del deputato Aboubakar Soumahoro e la lavoratrice, assistita dalla Uiltucs.

Leggi anche: Soumahoro in difesa della moglie su abiti e borse di lusso: ecco chi è Liliane Murekatete

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Con la Moratti gli scarti di Forza Italia

Fabio Massa è giornalista scrittore, gran conoscitore della politica lombarda. Nel suo ultimo libro Fuga dalla città (edito da Chiarelettere) racconta di Milano dopo la pandemia. Gli abbiamo chiesto della campagna elettorale per le prossime elezioni regionali.

Fabio Massa, che ne pensa di Letizia Moratti che ha presentato il suo simbolo per le prossime elezioni e dice addirittura di voler vincere?
“Ogni punto sopra il 10 per cento (che sono i voti in Lombardia del Terzo polo) per lei è una vittoria. Da qui a dire che possa vincere la gara per la regione ce ne passa. Penso che Letizia Moratti stia costruendo una sua presenza politica all’interno del Terzo polo che potrebbe proiettarla a una leadership futura in chiave nazionale quando Giorgia Meloni avrà concluso il suo ciclo politico”.

Quindi sta solo usando la Lombardia per fini personali?
“La Lombardia è una tappa. Chi pensa che il punto finale di Moratti sia la Lombardia non ha capito nulla delle sue intenzioni”.

Con Moratti quanti voti perde il centrodestra
“Qualche punto percentuale che viene sottratto a Forza Italia e all’ala più moderata della Lega. È anche vero che durante l’evento Lombardia 2030 di Attilio Fontana c’erano Tronchetti Provera, Rossella, De Scalzi, Ferraris. Non si sono tirati indietro e hanno portato le proprie idee per lui. Quindi vuol dire che vedono più vincente Fontana di altri”.

Che ne pensa di Moratti che dice di non essere di destra, come se non avesse mai seguito Berlusconi?
“Più che Berlusconi ha cavalcato un’onda, quel centrodestra imperante degli anni ’90 e 2000 che l’hanno portata a vincere Milano. Io penso che questa per la Regione Lombardia sia la prima volta che Letizia Moratti si mette in gioco personalmente senza l’onda lunga del partitone vero. È la sua vera prima sfida elettorale. Quando cavalchi un’onda ti sostiene l’onda, è difficile pesarsi. Noi oggi abbiamo un percentuale precisa: il10% del Terzo polo. Fare i conti sarà facile”.

Ma è normale che una coalizione al 10% (quella della Moratti) chieda al Pd (al 30%) di ritirarsi per essere appoggiata
“Mi sembra una strategia coerente di Renzi e Calenda. Loro hanno solo due obiettivi. Uno, meno pressante, di rosicchiare voti al centrodestra quello più pressante è di spaccare in due il riformismo delle grandi città e portarselo dalla loro parte. Vogliono mangiarsi un pezzo del Pd, non Forza Italia che andrà naturalmente verso di loro di suo. L’intera strategia di Renzi e Calenda è coerente con il loro modo di vedere le cose”.

Quindi qual è l’interesse per la Lombardia
“Pari a zero. Non sempre la politica guarda al consenso. Guardi, a Bergamo i riformisti di Gori hanno una percentuale enorme. Moratti, Renzi e Calenda vogliono blindare questo consenso nelle grandi città, pesarsi sulla regione per costruire poi una leadership nazionale”.

M5S e Pd andranno insieme?
“Il M5S ha preso circa il 7% alle politiche. Lo sbarramento per le regionali è al 5% se andasse da solo. È pericolosamente a rischio. Il calo dell’affluenza (che ci sarà) potrebbe colpire anche loro. O vanno con il Pd o si espongono ai rischi enormi di non entrare in Consiglio Regionale quindi è una strada obbligata dalla matematica più che dalla politica. Anche perché Majorino ha un’attrattiva naturale sugli elettori del M5S quindi se il M5S non andasse con il Pd Majorino ridurrebbe ulteriormente le percentuali dei grillini”.

La Regione è contendibile?
“Nell’istante in cui il centrosinistra si è spaccato, se non intervengono cose imponderabili che in politica ogni tanto accadono, secondo me no”.

Si è spaccato anche il centrodestra…
“Le forze che sostengono Fontana sono sempre le stesse. A destra al massimo il problema è chi prenderà più voti tra i partiti, sarà la rappresentanza, chi comanderà. Ovviamente nel caso in cui vincano”.

Salvini si gioca posto segretario?
“Perderà il posto da segretario solo se Fontana non vincerà”.

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Finiguerra: “Dopo Ischia vanno rivisti i poteri e il ruolo dei sindaci”

Domenico Finiguerra è stato uno dei primi sindaci in Italia ad avere adottato un reale piano di “zero consumo di suolo”. Quando in Italia sembrava ancora un miraggio a Cassinetta di Lugagnano ha deciso di non costruire “un solo metro quadrato in più” e recuperare solo l’esistente. Cassinetta di Lugagnano è stata insignita del titolo di Comune Virtuoso per la gestione del territorio ed è entrata in ReCoSol, la Rete dei Comuni Solidali.

Finiguerra, che sensazioni ha dopo l’ennesima tragedia a Ischia
“A Ischia si è ripetuto l’ennesimo episodio per il quale io pubblico e ripubblico un vecchio pezzo che ho scritto anni fa dopo Genova: la sensazione è quella delle solite lacrime di coccodrillo che oggi si stanno versando da parte di tutti, politici e commentatori, che in qualche modo poi vengono subito asciugate finite i funerali. Il consumo di suolo e il cemento sono sempre le concause. Oggi sentivo che spendiamo 3 miliardi di euro per i danni per dissesto idrogeologico, se li spendessimo per la cura probabilmente non ci sarebbero morti. È un piangere sul latte versato. Non dimentichiamoci che a Ischia manca piano regolatore e quindi c’è una mancanza cronica di programmazione e di una cultura di rispetto della terra. L’acqua, come dicono in Sardegna, ricorda e torna dove è già andata in passato. Mi prende un grosso scoramento. Se ci fosse una presa di coscienza vera vedremmo calendarizzata subito una legge per lo stop a consumo di suolo. Invece tra poco torneranno i rendering delle colate di cemento”.

Il ministro Pichetto Fratin dice che bisognerebbe arrestare il sindaco…
“Io credo che i sindaci e i consigli Comunali siano il primo anello e l’ultimo. Ciò che accade su un territorio comunale è frutto di posizione politica del consiglio comunale, salvo le grandi opere con diretto intervento del governo. Manutenzione cura e pianificazione urbanistica sono roba loro. Ma allo stesso tempo sono l’ultimo perché i sindaci e i consigli comunali applicano leggi della politica centrale e della regione. Il fatto che vi sia una carenza di legislazione vincolante che obblighi l’agire dei sindaci, l’ultimo anello della catena che deve eseguire le linee di intervento a livello nazionale, li mette nella condizione di dover subire le pressioni del mercato. Il tema è molto complesso: noi abbiamo sentito amministratori locali che si nascondevano dietro a mille difficoltà. Ad esempio la mancanza di soldi: il comune non ha soldi per la distribuzione delle risorse pubbliche che non premiano i comuni che tutelano il territorio. Oppure la mancanza di una normativa restrittiva che è un po’ il senso della nostra legge, con moratoria a non consumare suolo ma a recuperare ciò che è esistente. Una grande opera pubblica nazionale è la messa in sicurezza. Noi abbiamo adottato più di 15 anni fa politica stop al consumo di suolo, in assenza di normative regionali e nazionali. Poi sulle responsabilità che il sindaco di Ischia può avere avuto credo che siano tutte connesse a qualcosa che si chiama condono. Se n’era cominciato a parlare anche con questo governo, ora vedrete si stoppano ma sarà solo questione di tempo perché ricomincino”.

C’è poi l’antica questione dell’abusivismo di necessità…
“Certo. Perché si entra in una dinamica che ha poco di urbanistico e molto di politico e ha a che fare con il consenso. Se sei in territori dove hai pressione a cementificare e ti trovi a dover gestire il consenso fai quello che è il vissuto e i desiderata di quella popolazione. Non dimentichiamoci che spesso chi determina le sorti di un territorio, sono i costruttori. Chi costruisce fortifica la tua posizione di opinione pubblica, spesso vi è anche una coincidenza tra operatori immobiliari e proprietari di giornali e il gioco è fatto. Quello che abbiamo provato a fare noi è interpretare il bisogno collettivo, coltivare il consenso in maniera più orizzontale, per il bene comune. Facendoci interpreti di una necessita territorio e comunità”.

Perché l’ambientalismo da noi sembra avere così poca rappresentanza
“È un tema che viene dibattuto da anni. Io credo che l’ambientalismo in Italia si sia fatto rinchiudere in un recinto che può essere comodo. Io faccio il mio pezzo, divento la foglia di fico rispetto a uno schieramento in particolare (di solito nel centrosinistra) ma i partiti ambientalisti hanno rinunciato a percorrere delle strade alternative, replicano sempre lo stesso modello, quello della crescita, dello sviluppo, con la tendenza a divorare territorio per fare economia e creare opportunità. In Italia i verdi si sono fatti inglobare e non hanno potuto sviluppare una propria visione del mondo e della società che prevedesse un cambio di paradigma. Sinistra e Verdi, ad esempio, hanno preferito il porto sicuro del Pd senza costruire alternativa”.

Ma le grandi opere portano soldi, dicono.
Intanto le grandi opere sono solitamente capital intensive: tanti soldi molto concentrati che vengono fagocitati sempre dai grandi gruppi. Un grande piano nazionale di piccole opere creerebbe più posti di lavoro, più diffusi e più a lungo periodo. L’abbiamo visto con il bonus 110 seppur con tanti limiti: producono opportunità di lavoro.

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Consumare suolo e poi frignare

Per avere un’idea del disastro basterebbe leggere i rapporti dell’Ispra che “proditoriamente” tutti gli anni ci avvisa con un corposo studio. Solo che quel rapporto finisce nelle newsletter degli appassionati ma non interferisce mai nell’attività legislativa e amministrativa, come se fosse un abituale urlo nel deserto che finanziamo per essere a posto con la coscienza.

Nell’ultimo rapporto sul 2022 a pagina 215 c’è l’elenco delle urbanizzazioni fatte nelle aree più pericolose d’Italia dove è matematico che accadrà qualcosa e dove ci saranno vittime. Si legge che l’Italia continua a consumare suolo a un «ritmo non sostenibile» e nel 2021 è tornata a farlo a «velocità elevate», invertendo il trend di riduzione degli ultimi anni, nonostante pandemia e crisi climatica. Lo scorso anno le nuove coperture artificiali hanno infatti interessato 69,1 chilometri quadrati, cioè in media 19 ettari al giorno: si tratta del valore più alto degli ultimi 10 anni.

Nell’ultimo anno abbiamo perso 2,2 metri quadrati di suolo al secondo, «causando la scomparsa irreversibile di aree naturali e agricole» per far posto a nuovi edifici, infrastrutture, poli commerciali, produttivi e di servizio. Per non parlare della «crescente pressione dovuta alla richiesta di spazi sempre più ampi per la logistica». Non c’è una ragione demografica dietro a questi processi di urbanizzazione: la popolazione residente è calata ma non il consumo di suolo, arrivato alla quota pro-capite (impressionante) di 363 metri quadrati per abitante nel 2021 (erano 349 nel 2012).

Questo incontrastato processo di degrado del territorio è reso possibile, come ricordano i curatori del Snpa, dall’«assenza di interventi normativi efficaci» e dalla mancanza di un «quadro di indirizzo omogeneo a livello nazionale». Le conseguenze ambientali sono note: armi spuntate contro desertificazione, siccità e dissesto idrogeologico, città meno sicure e meno resilienti, perdita di produttività agricola e di carbonio organico nello strato superficiale del suolo, cancellazione di habitat naturali, mancata ricarica delle falde acquifere, erosione e frammentazione del territorio. Per un devastante conto economico legato alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo stimato in almeno otto miliardi di euro l’anno – se si considera il consumo di suolo degli ultimi 15 anni (2006-2021)-. Perdite «che potrebbero incidere in maniera significativa sulle possibilità di ripresa del nostro Paese».

E andrà sempre peggio. Una valutazione degli scenari di trasformazione del territorio italiano, nel caso in cui la velocità di trasformazione dovesse confermarsi pari a quella attuale anche nei prossimi anni, porta a stimare il nuovo consumo di suolo in 1.836 km2 tra il 2021 e il 2050. Se invece si dovesse tornare alla velocità media registrata nel periodo 2006-2012, si supererebbero i 3.000 km2. Nel caso in cui si attuasse una progressiva riduzione della velocità di trasformazione, ipotizzata nel 15% ogni triennio, si avrebbe un incremento delle aree artificiali di oltre 800 km2, prima dell’azzeramento al 2050. Sono tutti valori molto lontani dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demografiche, imporrebbero un saldo negativo del consumo di suolo. Ciò significa che, a partire dal 2030, la “sostenibilità” dello sviluppo richiederebbe un aumento netto delle aree naturali di 269 km2 o addirittura di 888 km2 che andrebbero recuperati nel caso in cui si volesse anticipare tale obiettivo a partire da subito.

Come scrive Paolo Pileri: «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina appena otto miliardi di euro in sei anni per il dissesto idrogeologico (3,5%) a cui si aggiungono sette miliardi per varie azioni di monitoraggio (semplifico). Le decisioni urbanistiche continuano a essere fuori controllo: troppa frammentazione amministrativa, troppi interessi finanziari dei Comuni (che incassano oneri di urbanizzazione, contributi, multe, etc.), troppe leggi che mancano e non vengono chieste (non abbiamo una legge contro il consumo di suolo, non abbiamo una norma per togliere le previsioni urbanizzative, etc.), troppe rendite e troppi interessi che fanno gola a proprietari e investitori disposti a tutto, spesso, pur di costruire e incassare; troppa prepotenza di chi vuole farsi la villa sul suo terreno a tutti i costi; troppa accondiscendenza politica verso gli interessi dei più ricchi e dei più forti che ricattano le amministrazioni in vario modo; troppe teste che si girano dall’altra parte facendo finta di non vedere fin quando non capita il fattaccio: troppi compromessi».

Aspettando la prossima Casamicciola.

Buon martedì.

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Nella manovra del governo 40 milioni per i Cpr

Comincia a prendere forma la prima Manovra economica del governo Meloni.

Da qualche ora, infatti, sta circolando una bozza preliminare della legge di Bilancio 2023, varata nella tarda serata di lunedì in Consiglio dei ministri.

Il testo – datato 23 novembre 2022 e in parte già anticipato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio – conta 136 articoli, strutturati in 15 capitoli, principalmente focalizzati su fisco, pensioni ed energia.

Tra le varie misure previste spunta, però, anche un fondo di oltre 40 milioni di euro per l’ampliamento della rete dei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), con l’obiettivo di assicurare che le espulsioni dei migranti avvengano più rapidamente.

Lo prevede l’art. 106 (rubricato “Ampliamento della rete dei centri di permanenza per il rimpatrio – C.P.R.”), dove si legge che per «assicurare la più efficace esecuzione dei decreti di espulsione dello straniero» il Ministero dell’Interno è autorizzato ad ampliare la rete dei centri di permanenza per i rimpatri. A tal fine, infatti, «le risorse iscritte nello stato di previsione del Ministero dell’interno relative alle spese per la costruzione, l’acquisizione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione di immobili e infrastrutture destinati a centri di trattenimento e di accoglienza sono incrementate di euro 5.397.360 per l’anno 2023, di euro 14.392.960 per l’anno 2024, di euro 16.192.080 per l’anno 2025».

Inoltre, per quanto riguarda le ulteriori spese di gestione, si legge che «le risorse iscritte nello stato di previsione del Ministero dell’interno relative alle spese per l’attivazione, la locazione, la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza i fondi sono incrementati di euro 260.544 per il 2023, di euro 1.730.352 per l’anno 2024 e di euro 4.072.643 per il 2025».

«Nel nostro rapporto Buchi Neri – sottolinea la Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild) – abbiamo raccontato di come l’enorme spesa per questi centri sia inutile, tenendo conto del numero esiguo dei rimpatri che vengono realmente effettuati. Esistono alternative possibili, come il case management, con la presa in carico individuale delle singole persone che, oltre ad essere infinitamente più economiche, offrono risultati maggiormente apprezzabili nel garantire percorsi di integrazione nelle comunità. I Cpr – continuano da Cild – sono luoghi per i quali non esiste un ordinamento o un regolamento – così come ad esempio avviene per il carcere – e l’esercizio dei diritti delle persone trattenute è difficoltoso e incerto (ad esempio il diritto alla salute, alla comunicazione con l’esterno, all’assistenza legale). Inoltre, la gestione privata di questi centri, li rende un vero e proprio business che, in nome della massimizzazione del profitto, comprime ancora di più i servizi che dovrebbero essere offerti alle persone recluse, va ricordato, senza che abbiano commesso alcun reato.

Moussa Balde, Wissem Abdel Latif, Vakhtang Enukidze sono solo alcuni dei nomi delle persone morte nei Cpr in uno stato di totale negligenza.

La realizzazione di altri centri di detenzione, al netto di queste gravi criticità segnalate nel nostro rapporto, ma anche nei rapporti di altre organizzazioni non governative, o governative (ad esempio il Comitato per la prevenzione della tortura) e da alcuni Parlamentari, non farà altro che perpetrare lo sperpero di soldi, la sistematica violazione dei diritti umani, senza garantire in alcun modo una gestione del fenomeno migratorio efficace e pragmatica», conclude Cild.

Buon lunedì.

Nella foto: corteo contro la riapertura dei centri di permanenza per il rimpatrio, Milano, 12 ottobre 2019

Per approfondire la storia e le condizioni dei centri di detenzione per immigrati, leggi il libro di Left

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