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La narrazione di Moratti vittoriosa e dell’irresponsabile Majorino

Sono passati quattro giorni da quando un sondaggio – per quanto impreciso possa essere come tutti i sondaggi – ha smutandato una quintalata di editorialisti, di politici, di commentatori, di intellettuali, di salottieri e di pensosi corpi civili della crème milanese. Letizia Moratti, la candidata alla presidenza di Regione Lombardia che “piace alla gente che piace” (recita così l’etichetta che le hanno appiccicato addosso per renderla potabile), starebbe oggi al 13,4 per cento nell’indice di gradimento dei cittadini lombardi. Qui c’è subito la frana del primo inganno: Letizia Moratti fino a qualche ora prima della pubblicazione dei dati raccolti da Izi era quella che “avrebbe potuto vincere”, che rischiava di essere “la prima candidata in grado di rovesciare la destra in Lombardia”. Non si è mai vista un potenziale candidatura vittoriosa essere così scarsa. Mai. Nemmeno negli appelli al voto sconsiderati dell’ultima ora in cui tutti sono a un passo dalla vittoria. Figuriamoci qualche mese prima. L’aspetto già curioso è che l’ex sindaca (sconfitta) di Milano ha in grembo il 9,3 per cento del cosiddetto Terzo polo (Azione e Italia Viva) e qualcosa dei cosiddetti “civici” che hanno ufficializzato il loro sostegno. Se la matematica non è un’opinione verrebbe da dire che l’autorevolezza di Letizia Moratti, redenta sul sentiero del riformismo dopo anni a ruota di Silvio Berlusconi, vale qualche zerovirgola percentuale. Non male.

Il ruolo di Mariastella Gelmini nella discesa in campo della Moratti
Letizia Moratti e Mariastella Gelmini (Facebook).

Majorino è dato al 30 per cento: dove sono gli analisti che gli chiedevano un passo indietro?

Ma andiamo avanti. Quel sondaggio dice che il candidato del Partito Democratico più l’Alleanza Sinistra-Verdi più +Europa più liste civiche, Pierfrancesco Majorino, sarebbe oggi al 29,8 per cento, staccato di 15 punti dall’attuale presidente Attilio Fontana che si ricandida alla guida di Regione Lombardia. In sostanza significa che per settimane abbiamo letto il fior fiore degli editorialisti politici (su quotidiani che sono vere e proprie corazzate) mentre tentavano di convincere un’alleanza che vale tre volte Letizia Moratti a mollare le proprie idee per diventare camerieri della destra travestita da centro. L’idea è talmente stupida che potrebbe essere paragonata a un consiglio di amministrazione di un’azienda con qualche migliaio di euro di fatturato che decide di acquisire Facebook convincendolo a desistere. Solo che poiché la politica dalle nostre parti è uno spettacolo di arte varia che concede spazio a tutti quei perspicaci analisti oggi non hanno nemmeno sentito l’obbligo di scusarsi, di rimediare alla proposta di un tal malsano progetto e anzi si sono messi a bastonare Majorino come se fosse un comunista arrivato dalla Cina pronto a trasformare la Lombardia in una vera e propria autarchia nel cuore dell’Europa. Anche il Majorino comunista fa abbastanza sorridere: basterebbe fare una ricerca su internet, chiedere a qualche vecchio amico, per sapere che il deputato europeo del Pd candidato alla presidenza viene dall’ala che fu considerata “a destra” dentro i Democratici di Sinistra, fu veltroniano e ha come unica caratteristica quella di avere sempre considerato il sociale come campo di battaglia politica. Anche in questo c’è da capirli: aprire gli occhi sullo stato sociale di una regione che si rivende come locomotiva d’Europa e invece è regina della disuguaglianza sbriciola decenni di propaganda.

La Lombardia oggi, le Europee domani: Majorino vuol prendersi la sinistra di Milano
Pierfrancesco Majorino (Facebook)

Il M5s dato come inesistente in Lombardia supera l’11 per cento e senza un candidato

C’è un altro aspetto interessante. Da qualche settimana in Lombardia i nostri maestri di politica insistono nell’additare il Movimento 5 stelle come partito residuale quasi inesistente in terra lombarda. Esce un sondaggio e dice che il partito di Conte (senza avere deciso cosa fare e senza avere un candidato da proporre) peserebbe l’11,6 per cento, lì vicino alla corazzata di Moratti che invece è un barchino. E qui si arriva al tragicomico finale: l’unico candidato che rischia davvero di vincere è proprio Majorino se riuscisse a creare asse con il M5s. Avete letto i preoccupati commentatori invitare Moratti e compagnia cantante a “compiere un gesto di responsabilità ritirandosi dalla sfida per togliere la Lombardia alla destra”? Niente. Eppure sarebbe bastato ripubblicare gli stessi editoriali, le stesse interviste, invertendo i nomi. Favoloso vero? La narrazione che sostituisce la realtà è una costante nella politica italiana ma ogni volta non c’è uno, nemmeno mezzo, che se ne vergogni.

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Conte apre al dialogo col Pd. In Lombardia l’intesa si può fare

L’alleanza tra M5S e Pd in Lombardia si può fare. “Se il Pd vuole dimostrare di aver fatto tesoro di errori passati noi ci siamo, se si vuole sedere al tavolo di confronto, noi siamo disponibili, qui come altrove, ma dobbiamo farlo con criterio e metodo”. Parola del presidente M5S Giuseppe Conte in videocollegamento alla conferenza stampa del gruppo lombardo.

L’alleanza tra M5S e dem in Lombardia si può fare. Conte: “Se il Pd vuole dimostrare di aver fatto tesoro di errori passati noi ci siamo”

Ma su come farlo il Movimento 5 Stelle mette dei paletti. Spiega Conte: “Non possiamo mischiare le squadre, per usare il gergo calcistico, e magari correre dietro alla candidatura di Letizia Moratti. Non si battono le forze di destra, o di centrodestra che dir si voglia, con candidati di centrodestra. Rispetto tutti i candidati, ma noi abbiamo un’altra prospettiva politica, abbracciamo un’altra visione. Vogliamo interpreti che sappiano partire convintamente da sensibilità ben riconosciute sui temi che per noi sono qualificanti. Queste proposte si costruiscono indicando personalità politiche adeguate, non prelevandole da altri schieramenti dopo averne contrastato politiche e scelte per anni”.

Il punto centrale ovviamente sarà la sanità: “Non si potrà che partire dalla sanità e dalle ferite lasciate aperte dalla pandemia – spiega Conte – e dalla gestione che ne è conseguita. I consiglieri regionali hanno portato avanti una battaglia per dire che la sanità non è un business ma neppure un’occasione di profitto. Il M5S ha alzato la voce più volte per dire che la santità non è una tavola imbandita per l’interesse di pochi con potentati economici, per cercare qualche poltrona o per il malaffare. La sanità deve essere un diritto per tutti i cittadini e abbiamo bisogno di investimenti nella sanità pubblica in un momento in cui ci è stata preannunciata una manovra che di fatto non farebbe tesoro di quello che abbiamo scoperto durante la pandemia: di essere molto vulnerabili nella risposta alle emergenze”.

Ed è proprio sui temi che i grillini vogliono basare il confronto con i Dem: “Noi in questo momento non vogliamo discutere Majorino sì Majorino no. Me ne ha parlato molto bene una persona molto vicina ai temi che stanno a noi a cuore, quindi nulla da dire sulla persona, ma il M5S non accetta di discutere di candidati né vuole anticipare e accettare di decidere l’interprete migliore prima di aver definito qual è il programma migliore. Non siamo disponibili, con tutto il rispetto per le scelte fatte da altre forze politiche, ma non siamo la succursale di nessuno”.

Conte spiega che “come abbiamo fatto altrove, stiamo parlando di programmi, di una proposta seria per la Lombardia, il nostro confronto con le altre forze politiche sarà sui punti che presentiamo, dopo di che vedremo se ci sono forze politiche che accetteranno la discussione su quei punti”. “Noi stiamo elaborando una proposta per la Lombardia, come abbiamo fatto per il Lazio, non rinunceremo ai nostri principi e ai nostri valori” ha aggiunto “i nostri valori non sono negoziabili. I cittadini premiano chi porta in campagna elettorale un programma chiaro”.

Sulla possibilità del M5S di appoggiare il candidato del Pd Majorino Conte ha chiarito “prima si discute il programma, quella del candidato è una questione da accantonare. In questo momento non accettiamo di discutere del tema della candidatura, ci interessano i programmi”. Fuori dal politichese però in sala stampa tutti sono convinti che l’alleanza si farà. Anche perché le idee di Majorino e M5S convergono sui temi fondamentali (sanità, trasporti, welfare) e perché ora i numeri dicono che si potrebbe davvero rovesciare la destra in Lombardia.

“Un’ottima giornata perché finalmente si è parlato di temi, delle cose che interessano veramente alla gente. Ora sta al Pd decidere se aprire una discussione sui temi”, dice il consigliere regionale Dario Violi.

 

Leggi anche: “Calenda s’offre al Governo. La Meloni pronta ad accoglierlo”. Parla il vice presidente dei Cinque Stelle, Gubitosa: “Da questa destra solo approssimazione e superficialità”

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“Calenda s’offre al Governo. La Meloni pronta ad accoglierlo”

La manovra di Bilancio rischia di agitare le acque nella maggioranza e nell’opposizione. Berlusconi non nasconde la sua insoddisfazione, Salvini ha bisogno di una fetta di protagonismo per non farsi sfilare il partito. Mentre Calenda s’offre a Giorgia Meloni in attesa di ottenere qualcosa in cambio Pd e Movimento 5 Stelle sembrano non trovare intesa nemmeno nel comune disaccordo.

Tutto questo mentre l’Italia si prepara a una stagione caldissima dal punto di vista sociale dopo una manovra che non affronta nessuno dei problemi che si proponeva di risolvere:insorgono i sindacati, alza la voce il mondo della scuola, rimane incagliata l’occupazione e rimangono i salari da fame. Ne abbiamo parlato – di questo e delle prossime elezioni regionali – con Michele Gubitosa, vicepresidente del Movimento 5 Stelle.

Sulla legge di Bilancio si stanno svelando le carte anche della maggioranza. Berlusconi sembra molto scontento, Salvini sembra più interessato a non farsi sfilare il partito. Sarà un percorso accidentato?
“Meloni in campagna elettorale aveva annunciato di essere pronta a governare. Invece si nota un’approssimazione, una superficialità, una confusione non degne di un grande Paese come l’Italia. Gli italiani non meritano questa Manovra lacrime e sangue: tagliano sei miliardi alle pensioni, danno solo 10 euro in più al mese ai lavoratori per una pizza, colpiscono i più deboli, favoriscono evasori e corrotti, non mettono un euro sugli investimenti per far crescere il Paese. Un vero disastro!”.

Intanto Calenda e il Terzo polo s’offrono a Giorgia Meloni e accusano voi e il Pd di non essere “maturi”. Che ne pensa
“Nessuna sorpresa. Faranno da stampella a questa destra semplicemente perché è la loro indole. E la Meloni li accoglierà a braccia aperte se le mancheranno i numeri, soprattutto al Senato. E’ già tutto scritto”.

A proposito di voi e il Pd. È pensabile che ci saranno due piazze in contrapposizione per protestare contro la manovra
“Abbiamo già detto che ci opporremo in ogni modo a questa legge di bilancio forte con i deboli e debole con i forti. Il presidente Conte ha chiarito che vuole una piazza aperta, dove società civile, movimenti, partiti e associazionismo possano incontrarsi per dire un no convinto a questa deriva reazionaria che porterà il Paese indietro di 20 anni. L’unità si trova sui contenuti, sui programmi, sulla visione che abbiamo di Paese. E il Movimento è trasparente e deciso sull’indirizzo progressista che il presidente Conte ha dato al nuovo corso”.

Mentre nel Lazio i giochi sembrano fatti in Lombardia sembra ancora aperta la strada per un’alleanza con Majorino, chiesta a gran voce anche da alcuni Dem. Che ne pensa
“Ancora una volta è il metodo che è sbagliato. Prima si chiede un tavolo per condividere linee programmatiche e progetti, poi si parla di nomi”.

Oggi Bonaccini mette sostanzialmente Terzo polo e M5S sullo stesso piano, dicendo che il Pddeve occuparsi di non farsi logorare da entrambi. Tra l’altro mette tutti nel campo del centrosinistra. Che ne dice?
“Non entro nel dibattito congressuale di un altro partito. Noi andiamo avanti per la nostra strada. Certo che mettere Renzi e Calenda nel campo del centrosinistra dopo che hanno candidato Letizia Moratti in Lombardia, dopo che ruoli chiave di quel partito sono occupati da donne di centrodestra come Gelmini e Carfagna, rende l’idea della confusione che regna da quelle parti. Ma, ripeto, noi continueremo a guardare in casa nostra”.

Come può reagire il Paese a questo attacco alla povertà? Quale ruolo può avere l’opposizione? Come?
“Questa disumana guerra ai poveri va fermata. Un risultato già l’abbiamo ottenuto: la Meloni e i giornali di centrodestra sbandieravano in campagna elettorale la fine del Reddito di Cittadinanza, definito “metadone di Stato”. Di fatto, oggi vengono aggrediti solo i cosiddetti “occupabili”, circa 600mila persone, un terzo della platea dei percettori. Ma presto si renderanno conto che non si può buttare per strada padri di famiglia cinquantenni che hanno perso il lavoro o sessantenni che sono completamente usciti da mercato del lavoro e che sarà difficile formare. Io vedo solo tanta propaganda, nessuno ci ha detto come e dove troveranno lavoro a queste persone”.

Il mondo della Sanità è in fermento per i soldi che mancano nella manovra. Il cosiddetto Terzo polo rilancia l’idea del Mes. Che ne pensa
“Ancora con il Mes? Se fosse stato per Renzi e Calenda durante la pandemia l’Italia sarebbe finita proprio lì, dove vanno gli Stati falliti a farsi strozzare. Per fortuna il presidente Conte ha lottato in Europa e ha portato a casa 209 miliardi, rilanciando la ripresa del Paese. Non mi sorprende che la Meloni tagli sulla sanità pubblica, è la conseguenza del suo atteggiamento scriteriato nel periodo più buio del Covid”.

Il M5S può diventare un punto di riferimento per la difesa dei diritti che sembrano sotto attacco in questa legislatura
“Lavoriamo ogni giorno per questo, per difendere i diritti economici e sociali degli italiani che questa destra vorrebbe distruggere. Stanno cercando di smantellare le conquiste sociali del M5S, solo per una posizione ideologica. Faremo le barricate in Parlamento”.

Infine: come legge il fatto che i deputati europei di Fratelli d’Italia e Lega votano contro la risoluzione anti Ungheria, per chiedere di bloccare l’erogazione dei fondi senza miglioramenti effettivi sullo stato di diritto?
“Anche qui non è una novità. Le “amicizie” di Salvini e Meloni con Orban e il Governo polacco sono note a tutti. Il problema è che questa scriteriata convergenza porta danni all’Italia sotto tutti i punti di vista. Questa destra in Europa non tutela l’interesse nazionale, è un dato di fatto.”

 

Leggi anche: Manovra con il buco. Mancano all’appello 15 miliardi di coperture. Incompleto il testo della finanziaria inviato all’Ue. M5S all’attacco: numeri in libertà

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Soumahoro è indifendibile

Il primo passo è l’autosospensione. Il deputato dell’Alleanza Verdi Sinistra Aboubakar Soumahoro ha deciso di sospendersi dopo avere incontrato per due volte in due giorni Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, rispettivamente leader di Sinistra Italiana e Europa Verde.

Troppo il clamore sollevato dall’inchiesta sulle coop di famiglia della moglie di Soumahoro per poter far finta di niente

“Abbiamo incontrato Aboubakar Soumahoro per discutere ed approfondire le vicende che da giorni sono al centro della cronaca. Lo abbiamo trovato sereno e determinato. Ci ha esposto il suo punto di vista e ha annunciato l’intenzione di rispondere punto su punto e nel merito alle contestazioni giornalistiche ribadendo la sua assoluta estraneità alle vicende”, hanno scritto i due segretari ieri pomeriggio.

Troppe le accuse piovute su Soumahoro nel giro di pochi giorni per poter fare finta di niente. Si è partiti con l’indagine sulle cooperative della suocera (e dove lavorava sua moglie) in cui il deputato non risulta indagato e si è arrivati alle diverse testimonianze che indicano Soumahoro consapevole di ciò che avveniva nelle cooperative della famiglia della moglie (dipendenti non pagati, migranti malversati e tasse non pagate) fino all’inevitabile ridda di accuse uscite a valanga: ci sono gli ex soci di Soumahoro nella Lega Braccianti che lo accusano di aver distratto denaro dal conto corrente dell’associazione, c’è la Caritas che lo accusa di essersi occupato di braccianti solo per ritorno d’immagine, c’è perfino un suo ex socio che lo accusa di avergli rubato gli stivali.

La tempesta perfetta del Paese che si accanisce con curiosità parossistica su una vittima perfetta da spolpare. Ora Soumahoro ha deciso di difendersi. “Naturalmente sarà lui a farlo, nelle forme e nei tempi che riterrà più opportuni – scrivono Bonelli e Fratoianni -. Perché questo avvenga con la massima libertà Aboubakar Soumahoro ci ha comunicato la decisione di autosospendersi dal gruppo parlamentare di Alleanza Verdi Sinistra. Rispettiamo questa scelta che seppur non dovuta, mostra il massimo rispetto che Aboubakar Soumahoro ha delle istituzioni e del valore dell’impegno politico per promuovere le ragioni delle battaglie in difesa degli ultimi che abbiamo sempre condiviso con Aboubakar”. “Siamo fiduciosi, – concludono Fratoianni e Bonelli – considerato quanto riferitoci, che la vicenda possa essere chiarita in tempi rapidi e senza alcuna ombra”.

Di certo, Soumahoro è il boccone perfetto per la destra stupidamente convinta che basti demolire un simbolo per polverizzare anche le istanze di cui si è fatto portatore. “L’attacco mediatico della destra è un tentativo di usare una dimensione simbolica per attaccare tutti quelli che lavorano quotidianamente su certi temi e noi abbiamo il dovere di contrastare questo attacco – dice Fratoianni -. Lui si difenderà rispondendo nel merito delle sue questioni ma noi abbiamo il dovere di respingere un processo mediatico che si accumula sull’accoglienza in questo Paese. E in questo Paese è la destra protagonista della demolizione dell’accoglienza, è la destra che volutamente costruisce un sistema inefficace e fragile”.

Una cosa è certa: la vicenda Soumahoro è un colpo appuntito al cuore della sinistra, perfino più grave di una batosta elettorale. Una sinistra che ha mostrato i difetti di sempre: c’è il bisogno di trovare simboli (che rischiano di inquinare le battaglie che rappresentano), l’incaglio tra ciò che è illegale e ciò che è inopportuno, il veleno dei nemici interni e dei garantisti a fasi alterne e un’identità che non piò essere demandata al protagonismo dei singoli. Il danno, al di là della vicenda personale del deputato, potrebbe essere più profondo del previsto.

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“Basta inseguire Calenda & C. Con loro la Sinistra non ha nulla da spartire”

L’ultimo sondaggio parla chiaro: in Lombardia è sfida tra Attilio Fontana e Pierfrancesco Majorino. Letizia Moratti raccoglie un misero 13% che la taglia completamente fuori dai giochi. E il Pd, dato al 30% potrebbe puntare alla vittoria con l’11,6% del Movimento 5 Stelle. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Pacini, segretario regionale dei Giovani Democratici in Lombardia.

Pacini, quindi i numeri dicono che il Pd con il Movimento 5 Stelle potrebbe puntare alla vittoria in Lombardia
“Direi proprio che il sondaggio è molto chiaro. I 5 anni passati insieme all’opposizione dicono che una linea comune su cui poter lavorare c’è già: penso ai trasporto, alla sanità, alle politiche per la casa e alla tutela dell’ambiente e del territorio. Per ora loro non hanno un candidato alla presidenza, sarebbe un’ottima cosa convergere su Majorino e se facessimo insieme la battaglia. Tra l’altro Majorino ha già teso la mano in tutti i modi al M5S, è ovvio che la colpa di questo stallo è di Letta che ancora non si è schiodato dalla poltrona. Anche perché l’accordo deve essere fatto a livello nazionale, loro chiedono questo. Nel Lazio non si riesce ad andare? Amen. In Lombardia facciamo diversamente. Del resto finché c’è Letta continuerà a far danno al partito”.

E di Moratti che colleziona un misero 13% che ne pensa
“Penso che avevamo ragione noi. Per una volta hanno ragione i politici e non i giornalisti e gli editorialisti che hanno perso per 30 anni e ci insegnano come continuare a perdere. Moratti sarà la terza forza in Lombardia. Spero solo che rubi abbastanza voti alla destra di Fontana – poiché anche lei è una candidata di destra – e possa aiutare il centrosinistra a vincere. Quei numeri sono la dimostrazione del fatto che in Lombardia il centrosinistra deve provare a vincere, non deve aiutare una candidata di destra a vincere contro la destra”.

Però il Terzo polo continua ad attrarre molti all’interno del suo partito…
“Il Terzo polo ha fatto una scelta chiara: sostenere una candidata e un programma di centrodestra. Calenda ha dato dell’estremista a Majorino… Parliamo di un ex veltroniano, uno che stava a destra nei Ds. Calenda si dimostra come sempre una persona che ha evidentemente delle capacità ma è arrogante ed è fondamentalmente una persona di destra. Penso che tantissimi suoi iscritti e elettori non voteranno per Letizia Moratti e torneranno a casa sostenendo il centrosinistra che li accoglierà a braccia aperte. Accogliamo tutti i moderati, progressisti e riformisti che non si sentono giustamente rappresentati da una donna di destra e conservatrice come Letizia Moratti”.

Però anche in vista del vostro congresso nazionale ci sono molti che indicano nel Terzo polo la via da seguire per le alleanze. Che ne pensa
“Penso che abbiano sbagliato partito. Se la pensi come Renzi vai nel partito di Renzi. Poi in Lombardia io avrei voluto un’alleanza con Terzo polo e M5S, come l’avrei voluta a livello nazionale. Il Terzo polo non vuole? Auguri. Basta inseguirli”.

Quanto pesa sulle prossime regionali la presenza di Letta dimissionario?
“Tantissimo. È intollerabile. È allucinante. Non è mai successo nella storia di un partito europeo che dopo una sconfitta del genere si rimanga così”.

Ma lei è ottimista sul fatto che il congresso possa rinnovare davvero la classe dirigente?
“Se le cose vengono fatte bene, con coraggio e rispettando la parola data possiamo fare questo passaggio. Serve molto coraggio. Serve molta sincerità”.

Forse il Pd deve scegliere se essere un partito socialdemocratico o liberale, tra le altre cose?
“Sì. Il partito deve scegliere da che parte stare in un mondo in cui esiste il conflitto sociale, esistono la destra e la sinistra sinistra, esistono gli sfruttatori e gli sfruttati. Finché esisteranno le ingiustizie esisterà la sinistra e il bisogno di sinistra. Il Pd vuole essere socialismo europeo o un’accozzaglia di valori vagamente democratici che non elabora nulla come proposta È diventato il momento di scegliere. Basta con i postcomunisti degli anni ’70 e con i post democristiani. Basta con la terza via. Blair ha fallito, Renzi ha fallito”.

Il M5S è riuscito a sottrarvi battaglie che dovevano essere del Pd?
“Non sono i 5 Stelle che hanno sottratto alcune battaglie: noi abbiamo deciso che non le volevamo affrontare. Intere categorie di cittadini le abbiamo abbandonate. I 5S in quest’ultima fase, perché non sono più quelli di Di Maio e Di Battista, sono un’altra cosa. Tra l’altro non ho capito perché ci siamo alleati con Di Maio e non con Conte con cui sarebbe stato naturale allearsi. Sul reddito di cittadinanza, ad esempio, dovremo fare una battaglia anche noi. Lo dice l’Istat, non l’addetto stampa del M5S: il Rdc ha salvato un milione di persone povere. Noi siamo a favore o contro? Io non ho ancora capito”.

Chi vede come possibile candidato al congresso per il cambiamento?
“Chiunque vorrà portare attraverso un grande percorso partecipativo delle idee di serio progressismo, di socialismo europeo, di lotta alle disuguaglianze. Chiunque porterà avanti questo progetto avrà il mio sostegno e di tanti altri.

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Per niente sani

Dopo una pandemia che ha messo in ginocchio l’Italia non solo dal punto di vista sanitario ma soprattutto dal punto di vista economico e sociale, la cosa più stupida che si potrebbe fare sarebbe fingere che il nostro sistema sanitario si sia dimostrato all’altezza. L’hanno fatto.

Nella bozza della legge di Bilancio per il 2023 per la sanità vengono previsti due miliardi di euro in più per il fabbisogno standard ma di questi 1,4 miliardi di euro sono da destinarsi solo al caro bollette. Avanzano quindi solo 600 milioni dopo avere pagato i costi delle luci e dei macchinari, una cifra che non basterà nemmeno a fronteggiare l’inflazione galoppante. Si può dire che la legge di Bilancio di questo governo consiste in un taglio alla sanità (l’ennesimo) dopo una pandemia. Non serve essere degli esperti per capire quanto tutto questo sia irresponsabile e dannoso.

Come un filo rosso che attraversa tutte le decisioni del governo anche in questo caso a pagare saranno i lavoratori. “Alla sanità del 2023 vengono destinate certo più risorse, ma per bollette e vaccini e farmaci anti Covid, non per servizi e personale. Niente per il Contratto di lavoro 2019-2021, che prevede incrementi pari a un terzo del tasso inflattivo attuale, e nessun finanziamento per quello 2022-2024», denunciano le organizzazioni sindacali dei medici, veterinari e dirigenti sanitari.

Anaao assomed, Cimo-Fesmed, Aaroi-Emac, Fassid, Fp Cgil medici e dirigenti Ssn, Fvm federazione veterinari e medici, Uil Fpl e Cisl medici esprimono preoccupazione e aggiungono: «Le condizioni di lavoro dei dirigenti medici, veterinari e sanitari, divenute insopportabili, anche a causa di una pandemia non ancora superata, alimentano uno stato di crisi della sanità pubblica che ha ridotto il Ssn a malato terminale».

«Le fughe di massa dei professionisti, insieme con l’insoddisfazione e lo scontento di chi non fugge – dicono i sindacati – suonano un allarme che, però, non arriva alle orecchie del ministro della Salute e del governo che non vedono organici drammaticamente ridotti al lumicino al punto da mettere a rischio l’accesso dei cittadini alla prevenzione e alle cure, insieme con la loro qualità e sicurezza».

«Servono – rincarano i sindacati – investimenti per le retribuzioni e per le assunzioni, perché la carenza di specialisti non può essere colmata dalle cooperative dei medici a gettone, pagati per lo stesso lavoro il triplo dei dipendenti e gratificati di una flat tax che porta a livelli intollerabili anche il differenziale contributivo».

«Per un adeguato rilancio del Ssn servono risorse per allineare spesa sanitaria a media europea, coraggiose riforme e visione lungo periodo. Altrimenti, Ssn è condannato ad una stentata sopravvivenza e finirà per sgretolare un pilastro della nostra democrazia», dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.

L’obiettivo non dichiarato è facilmente intuibile: distruggere la sanità pubblica è il metodo migliore per pompare la sanità privata. La salute tolta dal cassetto dei diritti e messa sulla bancarella del mercato è il sogno recondito di questa destra (che in alcune regioni come in Lombardia è riuscita a realizzare). Difendere la sanità pubblica oggi ancora di più è un manifesto politico.

Buon venerdì.

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È una guerra ai poveri

Chi si preoccupa di povertà da sempre ora è davvero preoccupato. Alleanza contro la povertà (gruppo in cui siedono associazioni che vanno da ActionAid e Save the children ai sindacati all’Anci, passando per Comunità di Sant’Egidio e Forum Nazionale del Terzo Settore) parla di un mancato contatto con la realtà da parte del governo. Forse è anche peggio di così: Meloni e compagnia sanno benissimo cosa stanno facendo e per chi devono farlo.

«Preoccupante annunciare la soppressione di una misura di contrasto alla povertà a partire dal 2024 senza delineare alcuna ipotesi di sostituzione. Intervento che tra l’altro andrebbe a definirsi in un periodo che si preannuncerebbe di recessione», rileva l’Alleanza contro la povertà: «La logica non può essere quella di tagliare uno strumento, ma di renderlo più efficiente ed efficace. Da tempo l’Alleanza sostiene che sono certamente necessarie modifiche per migliorare il Rdc per rispondere alla crescente popolazione in condizione di bisogno. Si tratta di modifiche che vanno dall’ampliamento della platea degli aventi diritto all’adeguamento degli importi in relazione all’aumento del costo della vita fino al rafforzamento effettivo dei percorsi di politiche attive del lavoro».

L’abolizione del Reddito di cittadinanza, sottolinea il gruppo, colpisce «quelle famiglie in povertà in cui il componente abile al lavoro risulterebbe colpevolizzato rispetto al fatto di non riuscire ad essere occupato entro 8 mesi». Ma l’occupabilità dei percettori è un concetto molto relativo e se le risposte sono quelle che dice il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon la situazione sarà nerissima. «Cosa succederà se questi 660mila non troveranno lavoro?», gli ha chiesto ieri a Radio24 il giornalista Simone Spetia. «Se lo cercheranno», è stata la risposta.

Come si dice da tempo molti di coloro che non avranno più accesso al Reddito di cittadinanza (i cosiddetti “occupabili”) hanno più di 50 anni, una basso titolo di studio e una povertà che non è solo economica. I poveri assoluti tra l’altro si trovano anche all’interno di famiglie in cui qualcuno è occupato ma riceve uno stipendio talmente basso da non riuscire a garantirsi una vita dignitosa. Per questo secondo l’Alleanza contro la Povertà «ridurre la durata per il 2023 e rendere più stringenti le condizioni per i lavoratori considerati occupabili è un intervento che non tiene conto di tutti i dati ufficiali e dei principali studi che mostrano quanto la platea presa in considerazione abbia bisogno di essere inserita in adeguati e supportati percorsi di formazione e riqualificazione, di inserimento lavorativo o di promozione dell’auto-imprenditorialità cooperativa». «Abolire un sussidio che aiuta 3 milioni e 380 mila individui è ingiusto e rischioso per la tenuta sociale del Paese», scrivono. Tenetelo a mente perché quando accadrà Meloni e compagnia ricominceranno con il solito metodo del vittimismo o del complotto.

Buon giovedì.

Nella foto: persone in fila per presentare la domanda per ottenere il Reddito di cittadinanza, Torino, 6 marzo 2019

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La mafia in Lombardia è endemica. Solo Moratti non l’ha visto

C’è tutto il solito copione. Ci sono le minacce in perfetto stile mafioso con il vecchio boss Gaetano Bandiera che il 16 febbraio dell’anno scorso si presenta da un fruttivendolo per chiedere il pizzo e ottiene in omaggio “in segno di rispetto” arance e banane. “Si è comportata bene, che mi ha detto che quando c’ho bisogno…”, annota Bandiera, “Eh… e questo è il bello”, commenta un affiliato.

In Lombardia, tra i candidati che dovrebbero tenerci al riparo dalla ‘Ndrangheta sempre più avida, c’è anche Letizia Moratti

C’è una testa di maiale lasciata sullo zerbino di un pregiudicato, Marco Giordano, accusato di essere un’infame. C’è l’idea di usare una testa di capretto con un biglietto in bocca “la prossima testa è di vostro figlio”. Anche a Rho la ‘Ndrangheta agisce con gli usi e costumi di chi si sente impunito: i Bandiera, padre e figlio, sono affiliati alla Santa e hanno eletto capa anche la quarantacinquenne Caterina Giancotti, prima donna boss in Lombardia di cui sappiamo.

Siamo nella Lombardia che si prepara a gestire i soldi del Pnrr e quelli che arriveranno per le Olimpiadi invernali, a pochi mesi dal voto che designerà il prossimo presidente della Regione. Tra i candidati che dovrebbero tenerci al riparo dalla ‘Ndrangheta sempre più avida c’è anche Letizia Brichetto vedova Moratti. Allora conviene fare un passo indietro.

Il 25 maggio 2009 Moratti interveniva nella trasmissione Annozero, invitata da Michele Santoro a commentare le recenti inchieste antimafia che riguardavano soprattutto l’Ortomercato e le ‘ndrine di Platì (Barbaro-Papalia) che monopolizzavano il movimento terra. La preoccupazione era che, senza adeguata vigilanza, l’Expo2015 potesse diventare un affare per le cosche da tutta Italia.

L’allora sindaca non si espresse mai direttamente sul tema e, di fronte ai servizi che raccontavano quanto emergeva dalle inchieste, dichiarò: «Io credo che Milano e il territorio circostante, la Lombardia, non possa essere descritta così, perché davvero è un modo di descrivere il nostro territorio che non corrisponde all’anima del nostro territorio. Quindi io davvero credo che ci debba essere la possibilità anche di far vedere ciò che Milano è davvero, quindi non è questo».

Quello stesso giorno al Comune di Milano (che Moratti guidava) venne cancellata la Commissione consiliare antimafia su spinta delle folli dichiarazioni dell’allora Prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi che in una lettera alla sindaca scrisse che la lotta alla mafia “esula del tutto dalle competenze comunali”, “confligge con le norme in vigore” e addirittura “è suscettibile di interferire con le istituzioni preposte”.

Il capogruppo del Popolo delle Libertà (allora si chiamava così Forza Italia) Giulio Gallera – sì, proprio quel Giulio Gallera – ebbe gioco facile nel dichiarare che “il compito dei consiglieri comunali non è quello di combattere la mafia, che spetta alla magistratura”. L’anno successivo Moratti insiste: “Io parlerei, più che di infiltrazioni mafiose, di infiltrazioni della criminalità organizzata”.

Quando a luglio di quell’anno l’operazione Crimine-Infinito svelò la profondità della presenza mafiosa in Lombardia sempre Letizia Moratti si disse sorpresa “che la rete fosse così ampia”. Ma dai? In questi ultimi dieci anni Moratti non ha mai rinnegato quelle posizioni. Ha semplicemente deciso di non parlarne più. Anche nel periodo in cui tentava di irretire il Pd non ha nemmeno fatto finta di pentirsi della sua pericolosa ignoranza sulle mafie nella Regione che vorrebbe governare. Nulla.

La domanda sorge spontanea: eleggereste presidente di una Regione in cui accadono fatti mafiosi come quelli di Rho chi per tutta la carriera li ha negati sfidando il senso del ridicolo? Chissà che ne pensano anche Renzi e Calenda.

 

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Licheri: “Niente sconti a questa destra”

Senatore Ettore Licheri (M5S), Conte parla di “governo vigliacco” che “mostra i muscoli con gli ultimi”. Siamo all’inizio di un massacro sociale?
“Vigliacco, perché tagliano le gambe ai percettori del reddito di cittadinanza e facilitando la vita a chi vorrà andare in giro con un rotolo di 5.000 euro di contanti in tasca. Questo è lo specchio di questa manovra. Gli evasori ed i colossi che hanno fatto guadagni da favola su questa crisi oggi traggono un sospiro di sollievo perché il governo ha deciso che farà cassa colpendo coloro che da 3 anni vivono con 500 euro al mese. E sa come si motiva questa scelleratezza Perché sono “occupabili”, si è detto, e se non hanno un lavoro evidentemente è perché preferiscono stare sul divano. Tutto questo è semplicemente sconcertante. La Commissione europea ha chiesto ai 27 paesi membri, con una raccomandazione, di rafforzare i rispettivi redditi di cittadinanza. Tutti i paesi stanno aumentando le tutele ai poveri, il governo italiano le cancellerà. E lo farà nel modo più odioso possibile: criminalizzando i nostri disoccupati e tacendo una verità: per via del rincaro delle materie prime, del caro-energia e di una crescita vicina allo zero, oggi c’è scarsa offerta di lavoro e quello che c’è nella maggior parte dei casi è precario e sottopagato. Una verità scomoda e nascosta agli italiani”.

Il M5S sembra pronto alla piazza. Anche il Pd potrebbe farlo. È nelle piazze che si gioca la credibilità dell’opposizione?
“L’opposizione guadagnerà in credibilità se sarà capace di interpretare nelle aule del Parlamento il sentimento di dolore che proviene da un ceto medio che continua inesorabilmente ad impoverirsi, e da un tessuto produttivo ed imprenditoriale stremato dalla inflazione e dai rincari della guerra. Detto questo è chiaro che se in Parlamento troveremo solo muri invalicabili, adotteremo tutte le iniziative per contrastare questa manovra. Anche quella di scendere in piazza”.

Ma con i numeri che questa maggioranza ha in Parlamento non si rischia che rimangano pochi spazi per riuscire a fare opposizione ?
“L’opposizione efficace è fatta di proposte ed emendamenti. Per fronteggiare gli extra-costi delle bollette in questa manovra ci saranno risorse per 21 miliardi che, per stessa ammissione di Giorgetti, basteranno solo per i primi mesi del 2023. Ecco, l’opposizione è pronta per trovare un rimedio, nella consapevolezza che non è interesse di nessuno consegnare questo paese alla recessione o alla stagnazione”.

Calenda e il Terzo polo accusano voi e il Partito democratico di usare le piazze in maniera populista. “Meloni va aiutata”, dice. Che ne pensa
“Le piazze parlano, ascoltano, suggeriscono e non vanno mai schernite o sminuite sotto la parola populismo. Le piazze sono state fondamentali nella crescita storica della democrazia di questo Paese. Calenda dovrebbe saperlo. Piuttosto, sono stati spesso i salotti o i club ristretti che hanno contaminato la politica italiana. E sono certo che anche questo non sfugga a Calenda”.

Le reazioni alla legge di Bilancio dimostrano ancora una volta una certa vicinanza tra Movimento 5 Stelle e Pd. È possibile un riavvicinamento?
“Guardi, per come la vedo io oggi il Pd deve decidere che strada imboccare: se quella liberista di Renzi-Calenda o quella della nostra agenda sociale, che guarda ai poveri, alle periferie e alle fabbriche. Al Pd oggi mancano le idee perché gli manca una base sociale. Il punto dunque non è la scelta del nuovo segretario, ma il coraggio di tracciare un solco di vera discontinuità con il partito dei salotti e delle élite”.

A questo proposito: nel Lazio sembra ormai chiusa la possibilità di andare insieme alle prossime Regionali, ma in Lombardia gli ultimi sondaggi dicono che un’alleanza potrebbe puntare alla vittoria sfruttando la spaccatura a destra provocata dalla Moratti. Che ne pensa
“L’abbiamo ripetuto tante volte: il nostro obiettivo è presentare agli elettori un progetto di trasformazione della società e, se questo progetto sarà coerente e convincente, gli elettori ci premieranno. Le nostre posizioni sulla pace, la nostra agenda sociale, la nostra sensibilità ambientale sono scritte nella nostra carta dei valori. È finita la stagione delle alleanze elettorali buone solo per vincere. La gente ha capito, ha bisogno di serietà e per questo il M5S è percepito come una forza politica credibile che non è disposta a derogare ai propri principi per vincere una gara elettorale o battere l’avversario. Il rinnovamento della politica italiana passa anche da questo cambiamento culturale”.

Secondo lei la maggioranza è allineata sulle prime iniziative di governo?
“Non lo dico io, ma loro stessi. Sulle trivelle il Governatore leghista Zaia è contrario alle posizioni del suo partito, sull’autonomia differenziata Fratelli d’Italia è contrario alle posizioni della Lega, sul Superbonus diversi esponenti di Fdi e Lega nella scorsa legislatura partecipavano alle manifestazioni a favore, mentre ora si sentono dire dalla Meloni e da Giorgetti che l’agevolazione verrà tagliata. E siamo solo all’antipasto”.

Ritiene che ci siano altri responsabili, al di fuori dei partiti di maggioranza, che hanno concorso alla distruzione del Reddito di cittadinanza Il Movimento 5 Stelle ha compiuto degli errori?
“Il Reddito di cittadinanza ha rappresentato e rappresenta un argine contro il lavoro sottopagato, ha reso evidente la necessità di alzare i salari ed ha acceso i fari sul “flop” dei nostri centri per l’impiego, causato da anni di politiche miopi portate avanti dai governi di destra e di sinistra. Tre evidenze clamorose e dirompenti. Certo, come ogni legge anche questa è perfettibile, ma scatenare una guerra ideologica solo perché la misura è stata ideata dal M5S va oltre il ridicolo. Ricordo a tal proposito che, nonostante gli sia stato messo a disposizione un miliardo di euro per attuare un piano di reclutamento straordinario nei centri per l’impiego, le Regioni hanno finora speso solo 300 milioni e assunto il 30% del personale. È giunto il momento che ognuno si assuma le proprie responsabilità davanti agli italiani”.

 

Leggi anche: Al Pd la lezione non è servita. Letta cerca altri fischi in piazza. Ora vuole difendere il Reddito di cittadinanza che aveva bocciato

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Caterina Giancotti, la prima donna boss in lombardia

«Vuoi che divento cattiva ed io divento cattiva…vuoi fare lo stronzo, ok farò la stronza anche io». E ancora: «stasera devi portare i soldi delle fatture…ha detto che devi portare tutto, non me ne frega un c…, sennò ti taglio la testa».

«Devi saldare… le regole le faccio uguali per tutti, fino ad oggi ho avuto pazienza, ieri ti avevo avvisato». Per la prima volta in Lombardia si registra un’inchiesta antimafia in cui le donne hanno un ruolo organizzativo apicale.

Alla lombarda “doc” Caterina Giancotti, 45enne nata a Triggiano, nel Barese, e residente a Rho, nel Milanese, il boss Gaetano Bandiera, 74enne originario di Cropani, aveva delegato il recupero dei crediti nei confronti dei clienti “insolventi”, essendo persona di fiducia del figlio Cristian Leonardo Bandiera, tant’è che avrebbe avuto un ruolo di decisione e pianificazione delle strategie del clan in assenza di quest’ultimo, al quale non era sentimentalmente legata e che coadiuvava nelle intimidazioni, nelle estorsioni, nel traffico di stupefacenti, ma anche nella spartizione dei proventi illeciti tra gli affiliati.

Una vera e propria “donna d’onore”, con ruolo di promotore e organizzatore, ma sono in tutto cinque le donne coinvolte nell’indagine. Ed è forse questo il tratto caratterizzante dell’operazione condotta dalla Squadra Mobile della Questura e dalla Dda di Milano, che hanno eseguito 49 misure cautelari nei confronti del clan capeggiato da Bandiera, che appena uscito dal carcere, nel luglio 2021, in seguito all’aggravamento delle condizioni fisiche (invalido al 100 per cento, avrebbe bisogno di una carrozzina per deambulare), per il differimento di esecuzione di una pena definitiva di 13 anni e 5 mesi inflittagli in quanto capo del “locale” di ‘ndrangheta di Rho, disposta nei suoi confronti nell’ambito del processo “Infinito”, avrebbe riorganizzato le fila del clan, rimettendosi all’opera con estorsioni, traffici di droga e false fatturazioni senza, a quanto pare, adottare particolari precauzioni quando parlava al telefono.

«È tornata la legge, è tornata la ‘ndrangheta», diceva. Non a caso il prefetto Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia di Stato, ha osservato che i vertici delle organizzazioni mafiose «quando escono dal carcere, dopo essere stati detenuti modello, ricominciano con più forza. O pentimento o morte – ha aggiunto – dalle organizzazioni mafiose non si esce in altra maniera. Questo è un tema importante, tanto più che ci troviamo a giocare una partita delicatissima sul 41 bis e l’ergastolo ostativo». Ma la vera novità è il ruolo delle donne, per la prima volta con posizione apicale in Lombardia. «Abbiamo cinque donne e soprattutto abbiamo una donna nel ruolo di capo organizzatrice dell’associazione mafiosa», ha sottolineato la pm Alessandra Cerreti, che ha coordinato le indagini insieme al procuratore aggiunto Alessandra Dolci.

Caterina Giancotti, infatti, era «il braccio destro di Christian Bandiera, figlio del boss Gaetano Bandiera. Questa donna – ha spiegato la pm – ha un ruolo fondamentale ed è ancora più spietata degli uomini». Nonostante il codice ‘ndranghetistico non preveda l’affiliazione formale delle donne, che non sono “punciute”, con riferimento al rituale del “battesimo”, il “salto di qualità” è evidente. «Assistiamo – ha concluso la pm – ad un cambio di mentalità all’interno dell’organizzazione. Le indagini hanno mostrato un ruolo delle donne attivo, spesso sono messaggere dal carcere. Questa volta abbiamo visto di più».

Con la scarcerazione del boss si era, quindi, ricostituito il “locale” di Rho, sgominato, insieme ad altri in Lombardia, con l’operazione Infinito. Almeno una decina di estorsioni e cinque di minacce, senza che nessuno abbia mai denunciato. Ai vertici del clan ci si rivolgeva pure per beghe condominiali e liti banali, per questo è “allarmante” – ha sostenuto sempre la pm Cerreti – quando emerso dall’ordinanza firmata del gip Stefania Donadeo. Eppure «non siamo a Platì o Rosarno, siamo in Lombardia» ma «c’è un’omertà assoluta, la gente ha paura a parlare».

Sequenze meno sofisticate di quelle cristallizzate dalle inchieste più recenti, ma la cappa mafiosa sul territorio era asfissiante. Il clima di minacce è restituito dalle intercettazioni. «Gli dobbiamo fare trovare qualcosa dietro la porta…vengo io di notte e la metto…vado dal macellaio prendo una testa di un agnello, di capretto, sì che è un segno e gli mettiamo un biglietto in bocca». E ancora: «La prossima testa è di vostro figlio…gliela fate trovare là che mi sono rotto i c….oni».

«La narrazione, talvolta sostenuta, di una ndrangheta evolutasi al punto da abbandonare l’aspetto militare in favore di strategie criminali più sofisticate non è del tutto precisa. A Milano la Polizia di Stato e la magistratura continuano ad affrontare la minaccia mafiosa ben consapevoli che il contrasto dell’ala militare della ndrangheta deve continuare ancora a lungo e deve essere affiancato da una sistematica aggressione all’accumulo dei patrimoni illeciti, che ne costituiscono la linfa vitale», ha sostenuto  il prefetto Messina. I tentacoli erano anche sull’economia locale. Il procuratore Marcello Viola ha sottolineato che gli arresti hanno «disarticolato anche una imponente attività di commercio di stupefacenti» legata a «sistemi complessi che portano alla ripulitura del denaro». La vocazione imprenditoriale del clan sarebbe attestata dalla gestione di locali e dall’acquisto di immobili intestati a prestanome.

Sullo sfondo, rispunta la truffa del reddito di cittadinanza. Il nucleo familiare dei Bandiera, ossia il vertice della ‘ndrangheta di Rho, aveva richiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza. In particolare, Cristian Bandiera,  figlio del boss Gaetano, aveva fatto domanda il 17 luglio 2020 poi accolta il 14 agosto. Bandiera aveva dichiarato di non aver prodotto alcun reddito. La sua fonte di guadagno principale era, secondo l’accusa, il denaro ottenuto dallo spaccio di sostanze stupefacenti da lui direttamente gestito. Anche altri presunti sodali del clan, come Alessandro Furno e la stessa Caterina Giancotti, erano percettori di Rdc mentre un altro indagato, Antonio Procopio, aveva richiesto l’indennizzo allo Stato per il covid-19 in quanto titolare di impresa  edile ottenendo un rimborso di 1.000 euro.

Le radici non si dimenticano mai. L’ indagine avrebbe consentito di documentare l’affiliazione di nuovi membri. Sarebbe stata accertata, stando a quanto riferito dagli indagati nelle intercettazioni, quella di Cristian Leonardo Bandiera, figlio di Gaetano del quale ha ereditato la posizione di vertice e la dote di “santa”, e per la quale pretenderebbe il dovuto rispetto, e di Antonio Procopio, ritenuto l’azionista del clan mafioso e affiliato con il grado di “picciotto” concessogli da Cesare Rossi, condannato per mafia quale partecipe del “locale” di Rho e figura carismatica nel consesso mafioso. Era intestata fittiziamente proprio a Procopio un’abitazione all’interno della quale erano stati sequestrati, tra l’altro, due documenti contraffatti su cui erano state apposte le foto dell’allora latitante Francesco Nirta,  all’epoca inserito nell’elenco dei dieci latitanti di massima pericolosità, esponente di spicco della famiglia Nirta-Strangio anche se non coinvolto direttamente nella  strage di Duisburg.

(fonte)