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Luigi De Magistris: “Definire i dem di Sinistra è da querela”

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Luigi De Magistris, ex sindaco di Napoli per due mandati, è pronto alla corsa per le prossime elezioni politiche. C’è anche lui nella coalizione che si propone a sinistra del Pd e che aspetta il Movimento 5 Stelle.

De Magistris, la rivediamo sulla ribalta nazionale. Che ha fatto finora
“In questi mesi oltre ad aver scritto 2 libri (uno su Napoli e uno sul sistema criminale) ho lavorato per una cosa che avevo sempre trascurato: l’organizzazione politica. La costruzione di un laboratorio in cui si potesse costruire un’alternativa al liberismo e al draghismo per tenere insieme un fronte ambientalista, pacifista che si rivolga ai delusi e agli astenuti. Il 9 luglio con un’assemblea partecipata da molti giovani a Roma ci eravamo dati un programma ma la situazione è precipitata e ci impone di farci trovare pronti. Siamo gli unici che possiamo rappresentare un’alternativa. Siamo pronti”.

Il nome sarà “Unione popolare”?
“Lo definiamo il 28 luglio, ma mi sento di dire che sarà questo”.

E chi siete?
“I fondatori sono De.ma., Manifesta, Rifondazione e Potere al popolo. Ma fin dall’inizio ci siamo detti che non è la sommatoria dei simboli, né la riproposizione di altre esperienza già sconfitte. Partiamo noi per aprire soprattutto a storie credibili. In 20 giorni dobbiamo fare le liste e punteremo a storie credibili di persone che sono state contro le mafie, contro la corruzione, per la solidarietà, che hanno lottato per il lavoro. Ci saranno amministratori locali, associazioni, movimenti, intellettuali. Deve essere un’operazione che coinvolge chi non si sente rappresentato”.

Che ne pensa del Pd e del suo “campo largo”?
“Letta ha detto che il campo largo è finito. Era stato presentato come laboratorio progressista e invece ha già fallito. Soprattutto con la guerra il Pd ha dimostrato che di sinistra non ha nulla, è un partito di centro, il primo azionista governo Draghi. Un partito bellicista che lavora a un grande centro che tenga insieme Di Maio, Calenda, Mastella, Gelmini, Brunetta. Cercherà di mantenere qualche gamba per fingersi di sinistra ma non so se ci riuscirà. Sarà un’operazione che drenerà a destra. Ormai siamo al partito che tutela le élite, i ceti oligopolistici, la distruzione del pubblico. È da querela dire che il Partito democratico sia di sinistra”.

Ma con il Pd ci sono Sinistra Italiana e Verdi…
“Un’apparente gambetta che serve più a dare uno scranno ai leader, non mi pare più di questo. Se va in porto Unione Popolare e riusciamo a ragione con il M5S delle origini su un’agenda ambientale e sociale allora non so come possano giustificare Sinistra Italiana e i Verdi di stare con Calenda che vuole nucleare e inceneritori”.

Avete contatti con il M5S? Con Conte? Con Di Battista
“Contatti con Conte per ora no. Ma quello che registro è un vento: esiste una spinta di molti mondi che guardiamo reciprocamente con attenzione che vorrebbero questa operazione. È un’operazione giustificata da un’emergenza elettorale che ha il suo dato fondante nella rottura di Conte con il Pd. Se attorno a 10 punti irrinunciabili troviamo un accordo significherà che ci saranno 3 campi: centro, destra, e il nostro dei non allineati. Diventa un campo radicale progressista e per la Costituzione. Tutti e 3 si contenderanno la vittoria”.

Vi diranno che fate vincere Meloni. Come rispondete?
“Questa storia è finita, perché nel nostro Paese non è solo Meloni il problema. Le peggiori riforme vicine a un pensiero di destra le ha fatte il centrosinistra, soprattutto il Pd. Bisogna sconfiggere il cuore del liberismo, della mercificazione dei beni comuni, la distruzione dell’ossatura democratica. Sono nostri avversari Meloni e Pd. Ecco perché questo polo spiegato bene può ambire a vincere”.

I vostri punti programmatici?
“Sì al salario minnon imo e a un equilibrio di salari e pensioni. Sì al Reddito di cittadinanza che va rivisto e reso più funzionale con le politiche attive del lavoro perché non sia alibi per le stagnazioni. Stop all’invio delle armi. Recupero di una politica estera autonoma pur nella cornice europea. Piano effettivo riconversione ecologica: invertire completamente le politiche ambientali e industriali del nostro Paese, possiamo creare moltissimi posti di lavoro. Intervento forte sul fisco per riequilibrare le disuguaglianze colpendo i super ricchi. Attenzione a partite iva e piccole e medie imprese, con sostegni importanti e con semplificazione burocratica e amministrativa. Invertire la rotta sui beni comuni mi sta molto a cuore: evono tornare in mano pubblica energia, acqua, mare, beni primari, beni strategici. Lotta alla corruzione e alle mafie che saranno determinanti con il flusso di soldi che passeranno in questi anni”.

Non si rischia di avere una campagna elettorale troppo compressa
“Assolutamente, dovremmo farla diversamente da come ci piace. Nel poco tempo proveremo a arrivare ovunque ma sarà una campagna molto di comunicazione e di credibilità. Bisogna ritrovare la fiducia. L’appello è di non affidare la cura a chi ci ha portato fin qui. Questi non sono più credibili. Dobbiamo mettere sul campo le nostre storie, senza cedere al compromesso morale. Gli italiani sanno quanto la politica ha deluso. Noi dobbiamo dare l’alternativa”.

Avete un candidato premier in mente?
“Con questa legge elettorale si deve indicare un capo coalizione. Decideremo il 28. Dobbiamo vedere se il campo rimarrà questo o arriverà il M5S”.

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La distopia elettorale

Salvini e Meloni ieri non hanno parlato. Hanno capito probabilmente che con un campo di centrosinistra così convulso conviene quasi stare zitti, visto che ogni volta che aprono bocca infilano qualche figura barbina. Silvio Berlusconi, rintanato nel suo berlusconissimo silenzio, fa la conta dell’emorragia di parlamentari che ora lo dipingono come un despota. Del resto non c’è niente di peggio dell’acredine di un servitore che ha trovato un padrone più conveniente.

Dall’altra parte succede di tutto. Gli uomini di centrodestra che ora magicamente verranno rivenduti sul banco del centrosinistra si presentano subito magnificamente. Andrea Cangini (uno dei nuovi idoli del centrosinistra dopo avere mollato Berlusconi) dice: «Carfagna, Brunetta o Gelmini potrebbero essere i candidati premier del centrosinistra». Sembra uno scherzo ma non lo è: il campo largo di Enrico Letta rischia serenamente di essere l’incubatore del prossimo centrodestra. Quando accadrà molti fingeranno di non essersene accorti.

A proposito di candidato presidente del Consiglio, Carlo Calenda (ormai ufficialmente nel campo del Pd) appena arrivato detta già le sue regole e propone Draghi come presidente del Consiglio. Ci sono due piccoli particolari non trascurabili: Draghi non è disponibile (ma per Calenda l’importante è l’effetto che fa, come tutti i populisti che si rispettino) e lo statuto del Pd all’articolo 5 dice: «Il Segretario nazionale rappresenta il partito, ne esprime la leadership elettorale ed istituzionale, l’indirizzo politico sulla base della piattaforma approvata al momento della sua elezione ed è proposto dal partito come candidato all’incarico di presidente del Consiglio dei ministri».

Renzi è sempre più solo. Avrà avuto una nottata difficile leggendo che Di Maio vale più della sua creatura politica. Il leader di Italia viva continua a ripetere “noi corriamo da soli” e intanto bussa a tutte le porte, come un vero e proprio stalker di Enrico Letta. Intanto Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli cominciano ad avere più di un problema con i loro elettori non proprio entusiasti della prospettiva di correre in coalizione con Calenda (che è per la distruzione dello Stato sociale e per le centrali nucleari) e con Brunetta, Gelmini e compagnia. Calenda intanto ieri ha proposto di risolvere il tema dell’immigrazione «aumentando i rimpatri»: un’ottima soluzione di destra (politicamente è la stessa posizione di Meloni e Salvini) tra l’altro inattuabile, come un vero populista.

La cosa più incredibile sono i veti che stanno per cadere. Ne ha fatto un riassunto perfetto il giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli: «Il #vetometro del 25 luglio. Calenda: mai con M5s, rossoverdi e Di Maio. Di Maio: mai con M5s. Rossoverdi: mai con Calenda e Renzi. M5s: non ci vogliono più, cattivi! Pd: tutti insieme tranne che con il M5s. Renzi: candidatemi. La destra naturalmente trema».

Siamo in piena distopia.

Buon martedì.

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Una campagna elettorale partita malissimo

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Se i primi giorni di campagna elettorale sono il termometro di quello che ci aspetta sarà un agosto duro, oltre che caldo. Non si è ancora posata la polvere in Senato – dove il bluff del “governo di unità popolare” si è sbriciolato di fronte agli interessi particolari – e già accadono immaginabili storture che tutti avevano negato fino poco tempo fa.

Se i primi giorni di campagna elettorale sono il termometro di quello che ci aspetta sarà un agosto duro, oltre che caldo

C’era una volta il famoso “centro”, quello che questa volta prometteva di potercela fare da solo, c’erano – ve li ricordate? – gli pseudocompetenti italiani che giuravano su un nuovo “polo liberale” che avrebbe corso da solo, alla faccia della destra sporca e cattiva e del PD sporco e cattivo. Nel centro che prometteva di camminare sulle proprie gambe c’era poi Carlo Calenda che si era spinto più in là: «nessun polo, noi corriamo da soli», ripeteva il leader di Azione.

E poi c’era Renzi – che intanto ha messo il proprio nome nel logo del partito, sempre a proposito dei partiti personalistici che diceva di odiare tanto – che si diceva pronto a correre per le lezioni senza bisogno di nessuno.

Bene, sono passati tre giorni e ora Calenda è ormai legato mani e piedi al Partito Democratico: il suo polo liberale è la sua polo che indosserà nella foto di gruppo del “campo largo” guidato da Enrico Letta. È vero che con questa pessima legge elettorale e con la riduzione dei parlamentari è praticamente impossibile non costruire un’alleanza elettorale (che è ben diversa da una coalizione politica, qui l’Ulivo non c’etra proprio niente, nonostante alcuni commentatori ancora non l’abbiano capito) ma la situazione era chiara da tempo, anche quando Calenda – che vorrebbe passare per serio – poco seriamente immaginava scenari non praticabili.

Matteo Renzi invece ha perso la sua sicumera e invertito la rotta. Memorabile la sua dichiarazione di sabato scorso: “Se Enrico Letta e il Pd riusciranno a mettere insieme una grande alleanza, un fronte repubblicano credibile e coeso, allora saranno forti. Se, invece, il Pd rinuncerà a questo ruolo, avrà la responsabilità di portare al governo la peggior destra europea”, dice Renzi. Tradotto semplice semplice: «per favore non lasciatemi a piedi». Non male.

Letta, da canto suo, dice di essere pronto a imbarcare anche Brunetta e Gelmini (e tutti quelli che molleranno Berlusconi dopo averlo munto finché tornava utile) e in giro s’ode questa ridicola tentazione di incoronarli statisti. Brunetta addirittura si merita un’intervista in cui racconta del bodyshaming subito da Berlusconi.

Sia. chiaro: il bodyshmanig fa schifo, sempre. Solidarietà a Brunetta. Fa schifo anche la violenza politica che Brunetta ha adottato in tutta la sua carriera contro la povera gente. Il lato umano della povera gente falcidiato dal livore concimato da Brunetta però non lo leggiamo sulla stampa.

Che sarebbe la pena non esagerare con la riabilitazione di certi personaggi lo dice anche Pierfrancesco Majorino, europarlamentare del PD: “Il gruppo dirigente nazionale del #PD dice una cosa molto giusta. Proposte concrete, innanzitutto su sociale e ambiente, attenzione ai contenuti etc. Parliamo di questo non di altro. È la strada maestra. Poi però se ti imbarchi #Brunetta e c. quella strada la uccidi”, scrive.

In tre giorni intanto l’agenda Draghi non è più il vessillo unico del campo largo. «Usciamo rapidamente da questo tormentone dell’agenda Draghi», dice Letta in un’intervista. E chi l’ha lanciato, fateci capire, il tormentone?

A destra A destra siamo messi con Salvini che dice “mi faccio la barba, mi mangio la salsiccia e sudo…Non sono mica come quelli del Pd che non sudano mai. Pensandoci, non ho mai visto #Letta sudato” e Giorgia Meloni che ammette forse di avere qualche volta sbagliato i toni, senza rendersi conto che il suo problema sono i contenuti e le cattive compagnie.
Dal M5S per ora tutto tace. Non sarebbe invece ora di muoversi?

Leggi anche: Elezioni, nei programmi dei partiti idee molto diverse sul Paese

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Dei punti da cui partire

Anche io come molti altri – Fabrizio Barca l’ha spiegato benissimo in un’intervista ieri su La Stampa – sono rimasto più che disorientato nel vedere che la campagna elettorale di quel campo che dovrebbe essere il centrosinistra sia partita dalla cosiddetta “agenda Draghi”. Al di là del fatto che usare l’agenda di un governo tecnico come bussola politica è una cretinata enorme sono abbastanza vecchio per ricordare che con l’agenda Monti finì male, malissimo.

Quando poi ho cominciato a vedere i nuovi ingressi nel “campo largo” ho avuto ancora più dubbi: l’agenda Draghi ha tutta l’aria di essere un perimetro politico, ovviamente spostato a destra. Anche perché per l’ennesima volta assisteremo alla truffa del “voto utile”, del “meno peggio”, e della “destra da battere” con cui poi questi hanno governato per tutti questi anni.

C’è un documento, che è di un’associazione quindi non ne avranno male i partiti, che mentre tutti parlano di alleanze mette nero su bianco un’idea che forse sarebbe la pena percorrere. L’ha scritto la rete di attivisti Up – Su la testa!:

«Una delle più strane crisi di governo che si sia mai vista, apertasi nonostante la maggioranza bulgara di cui godeva il governo Draghi in Parlamento, si è chiusa col colpo di grazia finale delle destre di governo. Si tornerà alle urne dunque, le cittadine e i cittadini italiani sono chiamati al voto il prossimo 25 settembre.

Draghi e una parte dell’establishment hanno provato a spaccare sia la destra sia il centrosinistra per costruire un blocco di centro neoliberista che portasse avanti l’agenda del governo (privatizzazioni, smantellamento del reddito di cittadinanza, riforma fiscale a vantaggio dei redditi alti, politica di riarmo, investimento sulle fonti fossili) anche dopo le elezioni.

La destra, come sempre accade quando c’è l’obiettivo della conquista del potere, si è mantenuta unita ed è ora in pole position verso le elezioni. Il centrosinistra, invece, si è diviso, con il Pd che ha deciso di rompere con il Movimento Cinque Stelle e di presentarsi alle elezioni come l’erede della continuità con “l’agenda Draghi”, magari abbracciando il centro liberista di Renzi, Calenda, del neo arrivato Di Maio e addirittura dei fuoriusciti da Forza Italia come Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, tra i principali responsabili dello smantellamento della scuola e dell’università pubblica e dei diritti di lavoratori e lavoratrici dei servizi pubblici.

Il rischio è che le elezioni di settembre si riducano allo scontro tra una destra reazionaria, razzista e omofoba, guidata da Giorgia Meloni, e un centro liberista e tecnocratico guidato da Enrico Letta, se non da Draghi stesso. Un quadro che porterebbe con ogni probabilità all’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi: il ritorno della stessa destra berlusconiana di sempre, che già troppi danni ha fatto al nostro paese, per di più ora guidata da una persona e da un partito eredi diretti del fascismo ed espressione della destra più radicale e pericolosa.

La scelta del Pd di rincorrere Draghi rischia di regalare tutti i collegi uninominali alla destra: l’unico modo per impedire questo scenario, dati alla mano, è che il blocco centrista non sia l’unico ad opporsi alla destra ottenendo un risultato significativo.

In questo scenario di campagna elettorale scomparirebbero completamente — o peggio ancora verrebbero assorbite da una destra che in campagna elettorale è sempre pronta a definirsi “sociale” — le questioni che stanno a cuore alla maggioranza degli italiani: salari insufficienti a reggere l’aumento dell’inflazione, un sistema di welfare sotto attacco, la povertà energetica crescente, il riscaldamento globale che minaccia la stessa esistenza della nostra specie.

Eppure non partiamo da zero: questi anni hanno visto emergere nella società proposte utili e unificanti: un salario minimo che assicuri una retribuzione dignitosa a tutti i lavoratori; la difesa e il potenziamento del reddito di cittadinanza come strumento di lotta alla povertà e di liberazione dal ricatto del lavoro sottopagato; una transizione ecologica giusta che metta al centro le energie rinnovabili e la trasformazione della nostra economia, facendone pagare i costi a chi inquina. Chi porterà avanti questi temi? Due liste di sinistra contrapposte? Il Movimento Cinque Stelle?

Le forze politiche che condividono queste proposte hanno la responsabilità di portarle avanti, e di costruire a partire da esse un fronte comune di alternativa, come avviene del resto in tutti i paesi europei.

Ci rivolgiamo alla alleanza tra Sinistra Italiana e Verdi, al Movimento Cinque Stelle, all’Unione Popolare lanciata da Luigi De Magistris a tutte le forze di sinistra, civiche, ecologiste: serve un’alleanza per il salario minimo, un vero reddito di cittadinanza, la pace, il disarmo e la transizione ecologica: un’alleanza per la pace, il pane, il pianeta.

Una proposta politica che abbia l’ambizione di rappresentare la maggioranza delle persone alle prossime elezioni, e che poi in Parlamento si misuri alla luce del sole con la capacità di costruire accordi programmatici chiari per avere finalmente un governo che lavori nell’interesse della maggioranza sociale del Paese.

In questi giorni abbiamo sentito parlare troppo a sproposito di “responsabilità”, come fattore che avrebbe dovuto unire tutti intorno all’agenda Draghi.

Crediamo invece che la responsabilità di tutti e tutte, oggi, sia di rivolgersi alla maggioranza delle persone, prendersi carico dei temi che stanno loro a cuore e farne proposta politica e di governo. Non c’è alternativa al discredito della politica, all’astensione, al rifugiarsi nella peggiore destra da parte delle classi popolari, se non in una politica che metta al centro gli interessi concreti delle persone. Salario, reddito, clima, pace: ripartiamo da qui».

Non sembra così difficile.

Buon lunedì.

Nella foto dalla pagina fb di Up-Su la testa, sciopero del 16 dicembre 2021

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Quelli che silurano Draghi e non hanno il coraggio di metterci la faccia

C’è un’immagine che parla da sola. Matteo Salvini nel giorno della crisi scarta i cronisti – lui che di giornalisti è sempre affamato – dicendo: «Oggi lascio spazio alla squadra, non parlo, tocca ai capigruppo». In quel momento sa benissimo che la Lega abbatterà il governo Draghi a suo modo, giocando di sponda, ma si nasconde. Perché si nasconde? Perché Salvini è consapevole che inventarsi su due piedi la caduta di un governo che fino a ieri era ribadito e rassicurato sarebbe un figura barbina senza un motivo valido da presentare anche ai propri elettori. Quindi il “Capitano” – colui che da sempre si rivende come l’uomo forte e che in questi giorni vuole sembrare “più forte” della sua avversaria interna Giorgia Meloni – decide di mandare avanti qualcun altro. Ha un nome questa inclinazione: codardia. Così anche in questo caso Salvini riesce a rimediare la figura del capitan Fracassa. Di lui rimane la fotografia seduto alla buvette del Senato con una Coca Cola in mano, mentre sbrodola un “cin cin!”, brindando alla fine del governo.

Quelli che prima silurano Draghi poi nascondono la mano
Silvio Berlusconi (Getty Images).

Berlusconi ci vuole convincere che lui con la crisi non c’entra nulla

Silvio Berlusconi in questi giorni sta provando a convincerci che non è stato il suo partito a fare cadere Draghi. Dice che Draghi era stanco – da Palazzo Chigi hanno smentito piuttosto risentiti a questa illazione – e teorizza che gli orari di lavoro di un Presidente del Consiglio, più impegnativi di quelli di un governatore di una banca centrale, abbiano fiaccato il capo del governo. Lo dice con quel suo sorriso sornione, mentre promette di piantare un milione di alberi (una volta erano un milione di posti di lavoro ma la crisi climatica ha cambiato il pay off del marketing politico berlusconiano) e intanto promette pensioni a 1000 euro e una vecchiaia felice per tutte le mamme degli italiani.

La marcia indietro dei grillini

Il capogruppo alla Camera Davide Crippa del Movimento 5 Stelle rilascia un’intervista al Corriere della Sera in cui dice: «Secondo me si doveva lavorare per star dentro e incidere nei provvedimenti in lavorazione». Davide Crippa era pronto alla scissione fino a qualche giorno fa, ora ha cambiato idea e chiede che ci sia «un confronto interno». Fabiana Dadone, ex ministra dei grillini dice: «Questa crisi non l’abbiamo innescata noi così come non l’abbiamo conclusa». Paolo Ferrara, nel Consiglio nazionale del M5s, invece ci fa sapere che «il M5s non è responsabile per la situazione in cui ci troviamo e non vuole diventare complice senza fare nulla per cambiarla».

Quelli che prima silurano Draghi poi nascondono la mano
Davide Crippa del M5s (da Fb).

Da Fedriga a Giorgetti, i governisti della Lega tacciono

Ma quelli che devono sempre scindere e poi rimangono sempre accomodati sono anche Giorgetti, Fedriga e tutta l’ala governista della Lega. Gente che si è costruita “credibilità” perfino nel centrosinistra per la il suo «senso di responsabilità» (in molti scrivevano così) e perché, a leggere certi giornali, stavano tutto il giorno a smussare Salvini. Appena hanno sentito profumo di elezioni hanno deciso che contraddire il capo sarebbe troppo maleducato e si sono seduti in disparte per non perdersi il prossimo giro di prebende.

Quelli che prima silurano Draghi poi nascondono la mano
Il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti (Getty Images).

Le idee, in questa campagna elettorale agostana, sono pericolose

Si può essere d’accordo o meno con il disarcionamento di Draghi ma la codardia del giorno dopo è significativa: non è stato nessuno, è colpa di tutti. Non è solo una questione di onestà intellettuale: nessuno ritiene necessario spiegare i motivi politici della caduta del governo, come se fossero una sciocchezza da scavalcare. L’importante è buttarsi sulle prossime elezioni. Così agli elettori non viene nemmeno data la possibilità di farsi un’idea. Le idee in questa breve campagna elettorale estiva sono pericolose. Sarà tutto solo un turbinio di emozioni. E non è un bene, credeteci.

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“Il Pd deve dire se c’è spazio per idee più radicali delle loro”

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Giuseppe Civati (per tutti Pippo) ora la politica la fa anche attraverso i libri. Dopo essere uscito dal Pd ha fondato Possibile (di cui è oggi segretaria Beatrice Brignone) e la sua casa editrice, People, oltre ai romanzi pubblica saggi politici e una rivista (Ossigeno).

Civati, quindi tutti in sella sull’agenda Draghi?
“Io ho ancora l’agenda Monti, sono un ripetente. E quello era esattamente lo stesso schema: si fa un governo di emergenza e poi lo si trasforma in un’opzione politica di lungo periodo. Almeno in quel caso c’era Monti in campo, qui non c’è nemmeno Draghi. Mi pare un’operazione difficile e che prescinde dal fatto che la politica si basa sul consenso. Le cose di cui parlare vanno molto più in là di un mandato di governo. Tra l’altro non dobbiamo nemmeno costringerci ad avere un giudizio così immediato su quello che è successo. È stato tutto così emotivo, non si può giudicare una coperta dall’ultimo lembo”.

Ma poi se Draghi era un “governo tecnico”, come può essere riusato per un’agenda politica
“I governi tecnici non esistono. E infatti il problema del governo Draghi è stato il confronto con la sua maggioranza. È questa abitudine curiosa della politica italiana di voler sospendere la politica, che poi torna sotto vesti peggiori. Dopodiché va fatta salva un’idea che sicuramente aleggiava nella premiership di Draghi che è quella di un riferimento europeo senza distinguo (sappiamo che alcuni negano la Ue come Salvini e Meloni) di un riferimento a un’autorevolezza di cui la politica ha bisogno e anche a un certo rigore dal punto di vista dei conti poiché siamo messi malissimo. Se le prime pagine di un progetto sono quelle allora vanno bene a tutti i democratici ma il resto ce lo deve mettere la politica. È un momento di ritorno a un’elaborazione, a scelte di fondo. Ricordo che prima dell’agenda Draghi andava di moda l’agenda sociale, che è durata molto meno e forse sarebbe da aggiungere, no? Mi pare un tema su cui la sinistra si potrebbe esercitare in questa fase convulsa, ben oltre quello che diceva Draghi”.

Il campo largo non sembra più largo. E si parla già di “voto utile”. Cosa ne pensa
“La situazione è disperata. Abbiamo un sistema elettorale osceno che fa vincere quegli altri, confonde le acque. È una coalizione o un’alleanza elettorale? È chiaro che se c’è la volontà di costruire una coalizione granitica evidentemente non ci si riesce. Il Pd si è trovato senza coalizione, non solo per il rapporto con il Movimento 5 Stelle: sono in acque molto tormentate, rispetto alla serenità rivendicata da Letta. Al massimo può essere un’alleanza elettorale, non è l’Ulivo. Poi bisogna capire cosa vuole dire il Partito democratico. Apre davvero una discussione con gli altri o si sommano i voti? Bisogna immaginare altro. La destra ha già cominciato, Berlusconi ha sostituito i posti di lavoro con gli alberi. Il Pd ha grandi responsabilità. Ora deve dire quali sono le condizioni, non sono solo il voto utile, la somma, l’agenda Draghi: c’è posto per quelli che hanno idee più radicali e progressiste? Questa è la domanda da fare. Siamo costretti alla fretta ma conviene ragionare”.

Il M5S è sacrificabile?
“Non lo sarebbe stato se avesse voluto evitarlo, ora è tutto molto difficile. Quello che nessuno dice è che a far cadere Draghi nel Movimento 5 Stelle c’è anche un’insofferenza di alcuni di loro per l’alleanza con il Pd. Evidentemente Conte sa che se fai cadere un governo in cui c’è il tuo principale alleato poi ne paga le conseguenze. Anche perché Letta si era preso una responsabilità che gli era stata rimproverata. Secondo me non ci sono i modi, più dei tempi. Sarà difficile”.

Ma nel “campo largo” c’è chi ha idee opposte, come ad esempio Calenda sul nucleare…
“Se lo vivi come semplice alleanza è un campionato interno in cui si vede chi vincerà con le sue istanze. La destra l’altra volta ha avuto Salvini e Berlusconi che si erano menati per capire chi prendesse più voti”.

E sul reddito di cittadinanza
“A parte Renzi non lo vuole togliere nessuno. Adesso è uno strumento necessario. Io parlavo di reddito minimo garantito anni fa. Ovviamente va fatto nel modo migliore possibile. Sarebbe una follia toglierlo. Anzi, il problema vero è come fare più giustizia sociale, cosa aggiungergli”.

Qualcuno vorrebbe il salario minimo senza il minimo deciso dalla politica…
“L’unico salario minimo che può esistere è quello in Germania e Spagna, calcolato in modo mediano sui redditi. Ne parliamo noi in Possibile da tempo. È come per i cambiamenti climatici: bisogna prendere di petto la situazione oppure non la si prende. Capisco che bisogna convincere anche i più centristi ma è un momento di scelte radicali. Le mezze misure non servono a niente. Bisogna avere coraggio. Per noi cha abbiamo figli bisogna pensare cosa consegniamo a loro. Servirebbe uno sguardo lungo, più che una coalizione in larghezza”.

Salvini ha già cominciato con la questione sicurezza e gli immigrati, intanto…
“A me vengono in mente due sicurezze più presenti: sociale e ambientale. Se tutto il resto del mondo parlerà di queste cose sono molti più convincenti di lucrare sull’immigrazione. Siamo in un Paese spaventato per il futuro e impoverito. Queste sono le priorità. Poi penso alla legge sulla cittadinanza, anche questo va fatto”.

Ora è editore. Rientra in politica
“L’editore continuo a farlo perché non è stato un ripiego ma una scelta di vita. Dopodiché se ci sono le condizioni di cui ho detto, la piccola comunità che ho fondato (Possibile, nda) non può girarsi dall’altra parte. Non ho nessuna ambizione personale. Io ho continuato a fare politica, anche senza stare in Parlamento”.

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Letta chiude ai 5 Stelle per Di Maio e Calenda ma perde Bersani. Se torna Di Battista e arriva De Magistris, Conte può essere il nuovo Mélenchon

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Le manovre vere iniziano domani, dopo avere assorbito la botta per la caduta del governo che nessuno immaginava. A rendere ancora più difficile la costruzione di quello che Enrico Letta fino pochi giorni fa chiamava “campo largo” e che ora sembra un sentiero stretto e impervio, c’è l’estate di mezzo, le liste da fare in agosto e una campagna elettorale che, con tempi così compressi, richiede messaggi comprensibili e veloci.

Da Fratoianni a Calenda ma senza Conte

L’intervista con cui Dario Franceschini ha dichiarato finita qualsiasi alleanza con il Movimento 5 Stelle non è stata presa bene al Nazareno. Letta, fino a ieri sera, continuava a ripetere che la decisione spetta agli organi di partito dopo una discussione franca tra iscritti, amministratori locali e parlamentari.

La sensazione di tutti comunque è che non ci siano le basi per poter ricomporre con Giuseppe Conte, soprattutto in tempi così brevi: “Loro faranno il gioco degli abbandonati, come fanno da un po’ tempo”, dice un deputato democratico.

Ma il punto centrale è definire i limiti della coalizione, anche se il gioco della politica ovviamente vedrà Letta essere aperto a tutti senza porre veti a nessuno. Fratoianni e Bonelli hanno già preso accordi con Letta da qualche settimana e quindi i Verdi e Sinistra Italiana saranno della partita.

Ci sarà anche Carlo Calenda anche se oggi (spinto soprattutto da +Europa) prova a porre il veto a quelle che lui chiama “frattaglie di sinistra” (sempre a proposito di antipopulismo e serietà del dibattito, che Calenda professa ma non è capace di praticare): Letta e i suoi sono convinti che siano solo schermaglie elettorali che si affievoliranno con l’avvicinarsi delle elezioni.

Piuttosto preoccupa la differenza di vedute tra i programmi dei calendiani e il Pd, “su questo – dicono dal Nazareno – ci sarà da lavorare ma troveremo una sintesi”.

I nodi Di Maio (a bordo) e Renzi (a terra)

Per quanto riguarda l’apertura al centro è sicuro il posto promesso a Luigi Di Maio da un suo collega ministro del Pd. Restano da vedere le modalità ma Di Maio potrebbe essere per il Pd ciò che è stato Casini nelle scorse elezioni: una candidatura “esterna” senza prendersi il rischio di candidarsi con il suo movimento Insieme per il futuro.

Anche Di Maio, appena verrà ufficializzato, sarà un nodo da sciogliere con Calenda. Sembra sempre più difficile invece che Italia Viva possa rientrare nel progetto.

Negli uffici del Pd circolano sondaggi che indicano che l’ingresso di Matteo Renzi in coalizione farebbe perdere più voti di quanti ne porterebbe. Renzi tra l’altro sarebbe un ostacolo non da poco per un bel pezzo del Pd stesso, ovviamente per Fratoianni e Verdi e anche Calenda non lo vedrebbe di buon occhio.

Non è un caso che alcune voci lo indicano in trattativa con il centrodestra. Se si fa notare che una coalizione del genere significherebbe avere nelle liste comunque Brunetta e Gelmini qualcuno scrolla la testa: “Ciò che è accaduto con Draghi ha cambiato lo scenario”, spiegano.

I 5S (via Dibba) guardano a De Magistris

In coalizione dovrebbe esserci anche Articolo 1 anche se circola una voce (velenosa) che vedrebbe Pierluigi Bersani, Vasco Errani e altri uscire per fare “altro” insieme a Conte e il M5S. Tra i bersaniani per ora negano.

Di certo i 5S stanno guardando a sinistra dove Luigi De Magistris è indaffarato a mettere insieme una coalizione puntando su un nome eccellente della magistratura (a fine mandato nel suo ruolo) per sparigliare le carte.

Da quelle parti si aspetta anche che torni Alessandro Di Battista per capire se sarà della partita. Ci si immagina un movimento popolare alla Mélenchon che rifiuti nettamente l’agenda Draghi. Nei prossimi giorni sono previsti gli incontri che contano.

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“L’agenda Draghi” è fuffa

Ci si accorge che è iniziata la campagna elettorale perché con molta scioltezza si possono pronunciare mastodontiche sciocchezze riuscendo a restare seri e ambendo a essere riconosciuti come i più seri del gruppo. Dalle parti del centrosinistra qualche astuto stratega deve avere pensato che visto il tempo ridotto di campagna elettorale da qui al 25 settembre convenga impostare come leitmotiv di queste settimane il lutto per la caduta di Draghi e il suo logo come mantello di credibilità. Così già nella giornata di ieri abbiamo potuto ascoltare “l’agenda Draghi” come bussola dell’agire politico, questa è la promessa buttata come amo agli elettori ancora storditi dagli ultimi eventi.

Di “agenda Draghi” parla da sempre Carlo Calenda – che con il suo partito Azione ha già spiattellato una ventina di punti programmatici riassumibili in uno solo: smantellamento dello Stato sociale – e “agenda Draghi” ripete pappagallescamente Luigi Di Maio, abituato a pochi concetti da ripetere con furore nella speranza che prima o poi arrivino. Inutile dire che “l’agenda Draghi” sia la bussola anche di Gelmini e Brunetta – incoronati nuovi leader per la profondissima teoria “del nemico del mio nemico che quindi diventa mio amico” – e, sarà un caso, di tutti quelli che hanno avuto un ruolo di governo all’ultimo giro.

Ieri sera ospite a La7 il segretario del Partito democratico Enrico Letta ha ripetuto con forza il concetto: «Ci proporremo agli italiani per proseguire il lavoro politico del governo Draghi irresponsabilmente fatto cadere da forze populiste contro il volere degli italiani». La frase è interessante per diversi motivi. C’è dentro, ad esempio, il consapevole svilimento del Parlamento con la solita formula del “gli italiani sono con noi” – la stessa che giustamente abbiamo contestato a Salvini e Berlusconi per anni – che punta su una legittimazione che non passi dalle urne (questo Parlamento, nonostante sia orribile, è l’unica espressione degli italiani, secondo la Costituzione) e che risulta sempre pericolosa, soprattutto in mano agli altri. C’è dentro soprattutto “l’agenda Draghi” come se fosse un progetto politico.

Qui sorge il dubbio. Ma come? Ma non si era detto che il governo Draghi fosse un governo “tecnico” di “unità nazionale”? Come può essere faro politico un governo che – giustamente – non prendeva mai nessuna posizione sui diritti perché non era compito suo? Se Draghi era stato chiamato per mettere a terra i conti del Pnrr e uscire dalla pandemia – compiti importantissimi ma non politici – significa che questo è il timone per i prossimi 5 anni? L’aspirazione politica è quella di mettere in piedi un governo che sappia far di conto?

Ma il cortocircuito più evidente è che un pezzo del centrosinistra ripetendo allo stremo questa favola (che è fuffa) dell’agenda Draghi sta confessando che per i prossimi 5 anni ha come slancio politico l’amministrazione da banchiere centrale dello Stato. Sicuri che funzioni? Oppure l’agenda Draghi non è un modo ma è un luogo e allora diventa tutto più chiaro. Dire “agenda Draghi” è la scorciatoia per non essere troppo impudichi e parlare di “area Draghi” ovvero mettere insieme tutti i partiti che hanno sostenuto quel governo tranne – come ripetono Letta e Di Maio – quelli che l’hanno fatto cadere. Allora diventa facilissimo interpretare le contorte dichiarazioni: un governo con dentro il Pd, con Calenda, con Renzi, con Fratoianni e Bersani (ma davvero?), con Di Maio e immancabilmente con Brunetta, Gelmini e berlusconiani e leghisti pentiti e contriti.

Vedete, basta mettere in fila i nomi per immaginare il sapore che avrebbe. Sicuri di voler apparecchiare una roba del genere?

Buon venerdì.

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Psicodramma al Centro. Da Renzi a Calenda tante sigle e pochi voti

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I più spaventati ieri mattina, dopo la caduta del governo Draghi, erano i renziani, nei corridoi del Parlamento. Da fuori esibiscono la loro solita sicumera, con gli account social del partito che menano sberle al Pd, a Forza Italia, alla Lega e al M5S, ma la loro situazione per andare al voto è nera.

Matteo Renzi è riuscito a rendersi indesiderato perfino da Carlo Calenda (che pesca nella stessa area)

Matteo Renzi in questa legislatura è riuscito nell’ordine: ad abbandonare il Pd di cui era segretario dopo avere accusato gli altri di non dimettersi per farsi il proprio partitino facendosi il suo partitino; è riuscito a urlare al “capolavoro politico” per avere fatto cadere Salvini per poi ripetersi con un altro “capolavoro politico” facendo rientrare nel governo successivo Salvini; è riuscito a rendersi indesiderato da Carlo Calenda (che pesca nella stessa area) e infine a promettere che il Governo Draghi non sarebbe caduto e che gli altri avrebbero perso la faccia.

Ma il problema più grave di Renzi e del suo partito personale Italia Viva è sempre quello di non avere voti, essere pieno di ceto politico ma magrissimo negli elettori, come confermano i sondaggi e i risultati delle ultime elezioni amministrative. Chissà che incubo dover uscire da Twitter, dal Parlamento, a scoprire con mano il mondo là fuori.

Carlo Calenda lancia subito il suo programma elettorale

Calenda invece lancia subito il suo partito scrivendo agli azionisti un programma elettorale a poche ore dalla caduta del governo: 1) rigassificatori e termovalorizzatori; 2) profonda modifica Rdc (Reddito di cittadinanza) con agenzie private e perdita dopo un rifiuto; 3) basta bonus 110% e sussidiopoli; 4) valutazione dei magistrati; 5) tempo pieno in tutte le scuole; 6) no scostamenti di bilancio per finanziare tagli di tasse in deficit; 7) salario minimo, ma non stabilito nell’entità dalla politica; 8) chiusura false cooperative; 9) impresa 4.0; 10) formazione permanente ma non irrigidimento mercato lavoro; 11) accordo di libero scambio Usa.

E ancora: 12) centralizzazione della spesa Pnrr in caso di mancata risposta dei comuni e delle regioni; 13) spese per la difesa in linea con obblighi Nato; 14) transizione ecologica ma evitando furori ideologici antindustriali. 15) si alla concorrenza; 16) limitazione della possibilità di ricorso ai Tar e del potere interdittivo di Anac e authority varie. 17) apertura di un cantiere costituzionale per arrivare al monocameralismo e revisione del federalismo. 18) legge elettorale proporzionale con sbarramento alto; 19) cessione Alitalia e Ilva; 20) liberalizzazione servizi pubblici locali e gare per gestione sistema idrico basate su investimenti sulla rete.

Un filotto di proposte che mischiano un po’ di bile contro i nemici di cortile e un po’ di liberismo (agenzie private a gestire i disoccupati, questa è un capolavoro) che in sostanza dicono una cosa sola: Calenda sa perfettamente da chi vuole essere votato e anche in questo caso, come per Renzi anche se per motivi diversi, lo scopo è quello di diventare la filiale parlamentare della Confindustria più spinta, anche se con pochi voti.

Nella mischia moderata pure Luigi Di Maio

Poi al centro c’è Luigi Di Maio, dopo il suo capolavoro politico: scindersi e formare il suo partito per fare da stampella a un governo caduto subito dopo. Ma non preoccupatevi, dalle parti del centro basta essere utili e si diventa subito competenti, quasi statisti.

Gelmini e Brunetta del resto sono già stati incoronati come figlioli prodighi che sono tornati a casa dal padre. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per essere di destra tirando la giacchetta al Pd per fare il centro-sinistra-destra che spiani la strada alla destra. Con un ultimo piccolo particolare: sono piccoli, sono in tre, senza voti e non vanno d’accordo tra loro. Questa, bisogna ammetterlo, è l’unica caratteristica veramente di sinistra.

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Giornaloni listati a lutto. Il necrologio del Migliore a rotative unificate

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“L’Italia tradita” titolava ieri Repubblica. Il direttore Maurizio Molinari ha vergato un editoriale dal titolo “L’Aula vittima del populismo” in cui ci fa sapere che la caduta del governo Draghi ci catapulta in una “tempesta perfetta”. Anche Massimo Franco non ha dubbi sul Corriere della Sera: “La nemesi di un populismo in declino sta portando alla caduta del governo di Mario Draghi”, scrive, avvisando che è colpa anche dell’altro “populismo quello di destra”. In prima pagina, sempre del Corriere, si scrive di un’Europa “incredula” che guarda con “sconcerto” quanto accade.

La grande stampa in ginocchio per Mario Draghi

Andiamo avanti. La Stampa apre in prima pagina con il titolo a caratteri cubitali “Vergogna” e poi cuce un sottotitolo furbissimo: “Conte e Salvini affossano il governo”. Si sono dimenticati Berlusconi, sarà sicuramente un errore di distrazione. Marcello Sorgi scrive un editoriale in cui ci comunica che “i partiti giocano” e “il Paese affonda” parlando di un’ultima “scorribanda di due partiti populisti”.

Anche lui dimentica Berlusconi. Sarà una curiosa coincidenza che accada per due volte, in prima pagina, sullo stesso giornale. Sempre su La Stampa, Lucia Annunziata non si trattiene e scrive un editoriale dal titolo “Quei vigliacchi del draghicidio” in cui si dice di coccodrilli che “festeggiano” sui “resti di una legislatura” e si duole perché “nemmeno essere Draghi è stato sufficiente”.

Tra le analisi del Corriere, sempre in prima pagina, si richiama un pezzo che si intitola “Matteo, Giuseppi e l’asse populista”. Salvini è Matteo, Conte è “Giuseppi”, tanto per far capire che anche solo dal titolo si può evidenziare preferenze tra i traditori. Poi c’è il box dell’economia con due titoli sobri: “La crisi peserà sulla scelte della Bce” e “i tassi e il debito pubblico ora il Paese è senza scudo”.

Ugo Magri invece ha un sussulto religioso e attacca il suo pezzo, sempre in prima pagina de La Stampa, con “il miracolo non c’è stato”, poi una virgola che non serve, una congiunzione “e andremo a votare”.

Il Sole 24 Ore invece si trattiene e titola “M5s e centrodestra non votano la fiducia. Oggi Draghi chiude la partita alla Camera”. Avrebbero potuto scrivere “M5S Lega e Forza Italia”. Il titolo ci sarebbe stato lo stesso. Ma è dai particolari che si giudica un giocatore. Chi riesce a citare tutti i partiti che hanno fatto cadere il Governo è Metro: “Lega, FI e M5S si sfilano”. Il titolo? “Follia politica”.

Il Quotidiano del Sud non ha mezzi termini “Chi affossa il Paese non verrà perdonato”, scrivono. E poi: “L’irresponsabilità politica collettiva di una classe politica populista screditata”. Ma non finisce qui: “Draghi con il suo linguaggio della verità ha spaccato i partiti”, “non l’Italia anche l’Europa avrebbe bisogno di Supermario”, e poi “un leader con la stoffa da statista per un periodo di crisi” e poi “Male Piazza Affari la Grecia dà più fiducia”.

Di “Italia senza paracadute” scrive Milano Finanza. “Follia al Senato” anche per L’Eco di Bergamo. Massimiliano Panarari sul Giornale di Brescia scrive “la Caporetto del buonsenso per una politica irresponsabile”. “Povera Italia” titola Roma. “Immaturi” è il titolo de La Sicilia. Il Giorno scrive “L’ora più buia”. La Gazzetta di Parma parla de “L’Italia fa autogol”, e sempre di autogol si scrive sulla Provincia. “Draghi cade, imprese sconcertate” titola il Corriere del Trentino. Devono avere telefonato a tutte le imprese della zona prima di andare in stampa.

Deve essere andata così anche in Veneto se è vero che il titolo è “Le imprese: Atto irresponsabile»”, con la frase messa tra virgolette, come se fosse una dichiarazione di tutte le imprese, riportata letteralmente. Stessa cosa per il Corriere di Verona. Il tema è sempre lo stesso. L’amore per l’uomo solo al comando.

L’ossessione per la speranza che arrivi un taumaturgo che renda la politica e il Parlamento solo un rumore di fondo sono anche nel giorno della sua cauta i peggiori nemici di Draghi. L’aria che si è condensata intorno a lui, da parte di media che hanno raggiunto livelli di servilismo inimmaginabili in questo Paese, è la spinta perché i cosiddetti “populismi” (in queste ore sono populisti tutti coloro che per motivi diversi non erano d’accordo con le politiche del governo Draghi) si infiammino ancora di più, si induriscano e trovino sfogo ovviamente nei peggiori interpreti che ci troveremo alle prossime elezioni.

Ciò che si ricorderà del governo Draghi, al di là di tutto, è il tentativo di vietare non solo la dissidenza (dissentire è già un atto che prevede una certa dose di coraggio) ma perfino criticare Draghi e il suo governo.

I necrologi del giorno dopo dimostrano che oltre al Parlamento anche la stampa non ha imparato la lezione

Così, di colpo, Luigi Di Maio è diventato uno statista perché unto dalla carezza di Draghi, Renato Brunetta avrebbe dovuto andarci bene perché tanto c’era Draghi e perfino la ministra Mariastella Gelmini (che dà il nome alla peggiore riforma della scuola in questo Paese) è ora una lunare della politica italiana. I necrologi del giorno dopo dimostrano che oltre al Parlamento anche la stampa non ha imparato la lezione: indicare un eroe è il modo migliore per distruggerlo. Pronti per il prossimo.

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