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Il popolo di Mario Draghi è soltanto immaginario

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Erano già pronti a dirci che era arrabbiato, che non andava preso alla lettera e che il momento era di intenso nervosismo e invece Mario Draghi l’ha anche ripetuto: “La mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del Governo è senza precedenti e impossibile da ignorare”, ha detto il Presidente del Consiglio durante il suo discorso in Senato.

Lo chiedono gli italiani. La più grande balla di Mario Draghi. Che ha finito per ritorcerglisi contro

L’ha ripetuto anche nella sua replica, difendendosi dall’accusa di avere chiesto “pieni poteri”, ancora una volta più preoccupato di puntualizzare questioni personali che la crisi generale. La “mobilitazione senza precedenti” è nei fatti un appello di qualche ordine professionale, di 2mila sindaci toscani e emiliani, il fedele supporto di Bonomi e Confindustria (e ci mancherebbe, non avrebbero mai potuto osare di sperare un Draghi al governo), una serie di corpi intermedi e pochi – pochissimi – cittadini che si dicono autoconvocati ma erano organizzati (male).

Nulla a che vedere con “gli italiani”. Ma il punto istituzionale l’ha colto Pierferdinando Casini: “Lei è qui – ha detto a Draghi – non solo perché glielo hanno chiesto gli italiani, ma perché il Parlamento non le ha mancato la fiducia. Attenzione a invocare gli italiani: vorrebbe dire andare al voto”. In effetti il capo del governo dei migliori (che ieri hanno dato il peggio di sé) sembra non capire – o non voler capire – che la nostra Costituzione “chiede” agli italiani attraverso il voto.

Sventolare altri modi di raccolta del consenso significa, di fatto, aprire la strada all’uso spregiudicato di quello stesso metodo (come spiega Tomaso Montanari in un’intervista su La Notizia) da parte di politici meno edulcorati di Mario Draghi. Il tilt accade quando Giorgia Meloni – una che insieme a Matteo Salvini parla di “buon senso” e di “lo chiedono gli italiani” proprio per scavalcare i risultati delle elezioni – fa notare che non c’è differenza tra Salvini accusato di volere “pieni poteri” e Draghi che sostanzialmente dice la stessa cosa. Se tocca dare ragione a Giorgia Meloni significa che il populismo sovranista nei contenuti non è differente dal populismo delle élite di cui Draghi è un impareggiabile interprete.

Pensare che esista “un popolo” immaginario non certificato da un risultato elettorale che possa mettere in disparte il Parlamento significa fiaccare in un colpo solo la credibilità istituzionale. A ben vedere però una differenza c’è: molti di quelli che hanno strepitato contro Salvini (o contro Berlusconi quando ci disse di essere “unto” dal Signore) ieri sono stati zitti. Non c’entra nulla l’ammirare o meno Draghi (è legittimo) e crederlo unica soluzione per l’Italia: qui si parla di consapevolezza della Costituzione.

Poi nelle parole di Mario Draghi, ancora una volta, viene svelato il bluff che era chiaro fin dall’inizio: Draghi ha recitato un discorso da politico, quasi da politicante. Il governo dei migliori finge di essere “tecnico” quando non ha il coraggio di prendere posizione sui diritti – lo ha rivendicato anche ieri Draghi – ma decide di lottare nel fango quando si occupa della sua autopreservazione. Disdegna la politica ma non per incontrare Letta come avvenuto martedì – una gaffe che Draghi ha dovuto recuperare incontrando il centrodestra martedì sera -, si astiene da giudizi squisitamente politici ma poi in Senato sa benissimo quali sono i suoi nemici da impallinare.

Draghi che dice “bisogna ridurre gli effetti negativi del reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro” sta prendendo una posizione politica: proteggere gli imprenditori che non trovano più schiavi disposti ad accettare salari da fame. Cosa c’è di più politico del decidere che parte prendere in una guerra tra classi?

La conclusione è quella che ha twittato ieri Alessandro Robecchi: “Gli appelli per Draghi servivano a permettere a Draghi di dire che il Paese è con lui. La ConfCocomeri, le madamine, gli eroi della pandemia che van sempre bene finché non devi aumentargli lo stipendio. Farsi un popolo immaginario e dire che sta con te, cosa può andare storto?”.

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No, ora non arriverà il diluvio

La peggiore legislatura di sempre ci regala un’altra giornata di schianti e di schiantati, preparando il terreno – per fortuna – per rinnovare un Parlamento che in cinque anni raramente si è dimostrato all’altezza del proprio compito, fuori e dentro dall’Aula.

Ma non arriverà il diluvio, no. Questo Paese, nonostante molti ce l’abbiano messa tutta per convincerci, non si salva per una persona sola e non dipende in tutto e per tutto dal “salvatore della patria” eletto davanti al caminetto di questa o quella corporazione. Rendere Draghi il testimonial dell’autorevolezza italiana è stato il primo errore dei presunti “amici” di Draghi che hanno contribuito non poco al suo declino. Il trucco di fare passare per “tecnico” un uomo in un apicale ruolo politico ha contribuito ancora di più allo scollamento tra il presidente del Consiglio e il Parlamento. Questa distanza è un difetto, non una virtù. I vari Calenda e Renzi, solo per citarne alcuni, che nei giorni scorsi invitavano Draghi a presentarsi in Senato per prendere a sberle il Parlamento devono capirne poco di come funziona la politica: «o così o ciccia!», sbraitava Calenda. Quelli hanno scelto Ciccia. Del resto un presidente del Consiglio rimane in carica perché ha la fiducia del Parlamento, perché siamo una repubblica parlamentare e perché i partiti reggono il gioco.

Ma il disastro di ieri ha molti padri e molte madri. Da oggi partirà il gioco di scaricare il barile sul partito avversario, additandosi come l’un l’altro per provare a uscire più puliti. C’è la responsabilità di chi ha creduto che questo centrodestra fosse un centrodestra potabile solo perché gli serve per fare pressione sul centrosinistra. Non c’era bisogno del voto di ieri per conoscere la natura della Lega e di Forza Italia. Se stanno insieme ci sarà un perché, recitava quella famosa canzone, e abboccare agli Zaia o ai Giorgetti per ammantare di serietà la Lega è una stolta strategia che è arrivata al capolinea. A proposito, complimenti anche a quelli che hanno riabilitato Silvio Berlusconi.

Come fa notare Nicola Carella su twitter «stando ai sondaggi elettorali, comunque, a ottobre, esattamente 100 anni dopo la marcia su Roma gli eredi politici del partito fascista potrebbero essere il primo partito italiano (peraltro con una percentuale più alta di quella che prese l’anno prima lo stesso Mussolini)…». Si badi bene: qualche mese in più di governo Draghi non avrebbe cambiato le cose. Mentre la politica appariva “sospesa” con questo governo e mentre il centrosinistra si preoccupava di “dover proteggere Draghi” (cit. Enrico Letta) le istanze del Paese sono diventate terribilmente più urgenti. Sentire che “con la caduta di Draghi sfuma l’agenda sociale” significa non avere nessuna contezza della realtà qui fuori. Non è un caso che le prime reazioni siano scomposte e sfortunate: Letta dice che il Parlamento “ha votato contro gli italiani” (frase molto pericolosa), Calenda se la prende con i populisti e poi da consumato populista dice che vanno “cancellati”, e via così, in una catena di insulti che solleticano solo gli amichetti su Twitter.

No, non arriverà il diluvio. Com’è sempre accaduto in questa martoriata Repubblica si voterà ancora – le elezioni non sono mai una cattiva notizia – e ancora una volta, l’ennesima, i numeri delle elezioni mostreranno chiaramente che l’apnea di questa legislatura ci ha fatto scambiare per statisti degli inetti, ha nascosto bisogni reali del Paese e ha escluso una fetta di gente che, ahiloro, vota come tutti gli altri.

Adesso aspettiamoci il solito peggio: il voto utile, l’arrivo delle destre (con cui questi hanno governato e che hanno leccato), l’autorevolezza (con cui non si pagano le bollette) e tutta la solita retorica. Preparandosi ancora a dover scegliere tra una destra che ha intrattenuto relazioni con formazioni neofasciste e una destra liberista che vorrebbe fingere di essere centrosinistra.

Buon giovedì.

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“Un discorso peronista Draghi è l’emblema del populismo delle élite”

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Nel pieno svolgimento della crisi, mentre i partiti si affannano e faticano a controllare le loro truppe, per provare a fare un po’ di ordine in quello che accade abbiamo intervistato Tomaso Montanari, storico dell’arte, accademico e saggista italiano, rettore dell’Università per stranieri di Siena.

Montanari, partiamo dall’inizio: che pensa del discorso di Draghi in Senato?
“Ne penso tutto il male possibile. Non pensavo, sono addirittura sorpreso in negativo. È stato un discorso arrogante, senza cultura costituzionale, senza cultura istituzionale e senza nessun rispetto per il Parlamento. Si potrebbe definire un discorso peronista, con tratti di Sudamerica, un vero e proprio populismo presidenziale. In sostanza Draghi ci dice che il popolo lo vuole, lo acclama e il Parlamento non deve mettersi di traverso. Tutto questo non è altro che il populismo delle élite, populismo dei padroni, populismo dei signori. Un potere senza nessuna giustificazione dal basso senza nessuna aspirazione democratica. Abbiamo assistito al peggio dell’oligarchia. E mi pare che in Draghi negli ultimi tempi ci sia un’involuzione in tutto, nella mimica, nella voce, oltre che nei contenuti. È una deriva. Siamo di fronte alla peggiore politica che finge di dover rispondere a un’appello del popolo mentre parliamo di manifestazioni raccontate come spontanee e che invece sono state convocate, con una partecipazione minima”.

Fino a poco fa molti criticavano Salvini quando parlava in nome del popolo italiano, con Draghi sembra che la reazione sia stata molto diversa…
“Inimmaginabile. Siamo di fronte a un culto mai visto. Primo Levi scriveva: “Dal fascismo nasce un delirio che si estenderà: il culto dell’uomo provvidenziale, l’entusiasmo organizzato ed imposto, ogni decisione affidata all’arbitrio di un solo”. C’è qualcosa di quella tradizione, un’allergia alla democrazia, l’aspirazione della scorciatoia del mondo forte. Basta essere consacrato dalle élite e dai grandi giornali e, non dimentichiamolo. dal Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica dovrebbe stare più lontano possibile e invece ha telefonato a Salvini. Draghi, vale la pena ricordarlo, dice che bisogna fare le riforme “che ci ha chiesto Mattarella”. Ma non è Mattarella che deve chiedere riforme, è il Parlamento. Con orrore ti dico che ha ragione Giorgia Meloni quando dice che Draghi chiede pieni poteri”.

Come giudica l’azione di Conte e del M5S?
“Bisogna dare un giudizio alla fine. Finora apparentemente ha tenuto fede ai suoi propositi. Ha proposto 9 punti. Vediamo come la chiude. Se alla fine negasse la fiducia credo nel M5S il capitale sia il simbolo e il nome. Se i parlamentari se ne andassero tutti e Conte tiene duro con il marchio e con Grillo al suo fianco credo che il M5S potrebbe tenere consenso, che ci sia la possibilità di una rifondazione”.

Chi è stato sempre al fianco di Draghi è il Pd…
“Lo è sempre stato. Il Pd è il partito di Draghi. Durante l’elezione del Presidente della Repubblica Letta disse che il loro compito era quello di “proteggere Draghi”. Il Pd è il partito delle ztl, di chi non ha interessi a cambiare, il partito dei benestanti conservatore di centro. Draghi è l’espressione perfetta”.

Esisterà un’area Draghi alle prossime elezioni?
“Non lo so. Dipende molto dal centrodestra. Se si spaccano probabilmente Draghi sarà l’usato sicuro. Avremo scelta tra destra liberista e destra fascista. Se vincono le elezioni nel centrodestra non avranno nessun interesse a nessuna “area Draghi”. Ma qui sono saltate le logiche costituzionali. Del resto era inimmaginabile anche essere qui con un presidente calato dall’alto”.

Come giudica il comportamento dei giornali e delle televisioni in questi giorni?
“Un disastro. Oceani di bava. Una cosa imbarazzante. Non siamo al regime, siamo ai canti messianici, mi vengono in mente i canti della parrocchia: “Resta con noi, Mario, la sera: la notte mai più scenderà!”.

Viste le prese di posizioni sulla guerra, vista le prese di posizioni su Draghi, ha avuto delusioni da giornalisti, intellettuali, collegi?
“Ce ne sono tantissime, ed è una cosa molto dolorosa. C’è un blocco politico ormai sparpagliato. Ora bisogna avere qualcosa di nuovo, anche dal punto di vista generazionale. Siamo un Paese che si affida a un 75enne come salvatore della Patria. Per questo ritengo molto grave l’appello per Draghi dei rettori: l’università è il luogo del futuro e invece mostra omologazione”.

Che ne pensa del negazionismo, sui media, anche sul clima
“Il cambiamento climatico è il vero problema di questo tempo. Non puoi pensare a una crescita infinita senza pensare che anche il pianeta sia infinito, per questo negano l’evidenza. Qualche settimana fa Sorgi ha irriso un mio libro in cui dicevo che Roma nel 2050 avrebbe avuto la temperatura di Marrakech. Ero stato fin troppo ottimista visto che ci siamo già. Ma il negazionismo è strumentale alla crescita. Draghi dice che l’imperativo è la crescita e questo non è compatibile con il clima”.

Con l’avanzata di Meloni rischiamo un rigurgito di fascismo?
“Lo temo perché purtroppo dal peronismo al fascismo il passaggio è morbido. L’alternativa al fascismo delle camicie nere e dei saluti romani (che vive dentro FdI basta leggere Berizzi) non è l’uomo forte. L’uomo forte non è un antidoto, è un passaggio lento. Vuol dire combattere il fascismo con l’omeopatia. Ora i pieni poteri chiesti da Draghi vanno bene, poi con Meloni faranno meno effetto. Temo lo scivolamento complessivo”.

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Giorgia Meloni ha un problema. Una classe dirigente travolta dal malaffare

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Chi le sta vicino racconta che Giorgia Meloni stia già giocando alle figurine per il prossimo giro, ipotizzando un fantagoverno con ministri, sottosegretari e occupandosi con largo anticipo anche delle aziende di Stato dove poter far sedere i suoi fedelissimi.

Chi le sta vicino racconta che Giorgia Meloni stia già giocando alle figurine per il prossimo giro

Dalle parti di Fratelli d’Italia, forti dei sondaggi sul centrodestra e della debilitazione del concorrente interno Matteo Salvini, quasi tutti sono convinti che la prossima classe dirigente del Paese sia una cucciolata meloniana e Giorgia Meloni, che non disdegna il potere come tutti i leader, è pronta a distribuire le prebende.

L’abilità di scelta della classe dirigente però per FdI continua a essere un problema non da poco se è vero che solo ieri nel Comune di Terracina hanno arrestata la sindaca Roberta Tintari (leggi l’articolo) insieme a due suoi assessori e al presidente del Consiglio comunale. Ma gli arresti che pesano sul partito della Meloni sono sopratutto quelli in odore di mafia.

In Calabria, ad esempio, terra di conquista per FdI, il neo consigliere regionale di FdI Domenico Creazzo è stato arrestato nell’ambito di un’operazione antindrangheta della Dda di Reggio Calabria. Era febbraio. A luglio dell’anno scorso, dopo un altro filotto di arresti, il capogruppo di FdI alla Camera Francesco Lollobrigida aveva dichiarato che “gli anticorpi ci sono e funzionano”.

Un mese dopo Giorgia Meloni in Calabria aveva fatto una sorta di “campagna acquisti” e il gruppo di Fratelli d’Italia alla regione era diventato in poche settimane il secondo nel Consiglio regionale, subito dopo quello del Partito democratico. Tra questi spiccava, Alessandro Nicolò, ex berlusconiano, e detentore di un bel gruzzolo di voti nella provincia di Reggio Calabria. Meloni lo aveva sponsorizzato come capogruppo in regione ed era una sorta di fiore all’occhiello della campagna calabra di Fratelli d’Italia.

Ma ad agosto la polizia, su mandato della Dda di Reggio lo ha prelevato dalla sua abitazione e tradotto in carcere. Le accusa contestate a lui ed altri indagati sono a vario titolo di associazione mafiosa, concorso esterno e tentata corruzione. Ancora prima, a luglio, c’erano stati gli arresti nel giro di pochi giorni di altri esponenti di Fratelli d’Italia per inchieste legate alle infiltrazioni ndranghetiste nelle amministrazioni pubbliche. Erano finiti in carcere Giuseppe Caruso, presidente del consiglio comunale di Piacenza, e il consigliere comunale di Ferno (Varese) Enzo Misiano.

Il mese scorso è stato condannato Roberto Rosso, ex assessore regionale del Piemonte per Fratelli d’Italia, a 5 anni per voto di scambio politico-mafioso. Rosso è stato a lungo uno degli uomini più importanti di Forza Italia in Piemonte, nel suo curriculum compaiono anche esperienze da deputato e da sottosegretario nei governi Berlusconi. Poi è diventato classe dirigente nel partito della Meloni. Rosso intratteneva rapporti con Onofrio Garcea e Francesco Viterbo, ‘ndrnaghetisti della cosca Bonavota di Vibo Valentia, insediata nell’area di Carmagnola, in Piemonte.

Rosso aveva promesso 15mila euro a Garcea e Viterbo (a fronte di una loro richiesta di 50mila euro) in cambio del loro impegno a racimolare voti. E Rosso sapevo benissimo chi fossero visto che nel 2012, insieme ad altri deputati, aveva sottoscritto un’interrogazione parlamentare chiedendo di far luce su una vicenda di mafia in cui era coinvolto proprio Onofrio Garcea quale uomo al vertice della locale di ‘ndrangheta a Genova.

A Meno di 48 ore dal voto per la città di Palermo è stato arrestato Francesco Lombardo, 54 anni, inserito nella lista di Fratelli d’Italia, sempre per voto di scambio politico-mafioso. Poi c’è l’inchiesta a Milano sui legami del partito con ambienti neofascisti e sui contributi in nero per la campagna elettorale che vede coinvolto l’europarlamentare di FdI Carlo Fidanza, indagato anche per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio in relazione alle dimissioni del consigliere comunale di Brescia di Fratelli d’Italia Giovanni Francesco Acri).

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Come si uscirà (male) da questa “crisi” di governo

Vediamo un po’. Oggi finalmente si decide e sarà un bene per tutti, al di là di quello che potrebbe accadere. Con Mario Draghi al Senato i partiti dovranno smettere di giocare di rimessa lasciando in giro dichiarazioni a televisioni e ai giornali. Ora tocca decidere e essere costretti a scegliere: per questa masnada di partiti che ha come obiettivo principale quello della propria preservazione è sempre un bene.

Potrebbe accadere che la maggioranza continui così. Se fosse così qualcuno dovrebbe spiegarci quindi cos’è stata questa crisi che non è una crisi. Mario Draghi dovrebbe giustificare queste dimissioni isteriche – sempre sulla linea del “Draghi che mette il Parlamento con le spalle al muro” che piace tanto ai liberisti di casa nostra – e Giuseppe Conte dovrebbe spiegare perché le promesse di una settimana fa non erano abbastanza convincenti e ora sì. Come sempre accade in questo Paese sarà soprattutto un esercizio dialettico, temo.

Se il governo andrà avanti con il M5s qualcuno dovrà comunque dare delle spiegazioni: se prima era impensabile cambiare le coordinate del governo, se era “impossibile proseguire senza il Movimento 5 stelle” perché ora invece sì? C’è da leggere con attenzione la risposta. Il punto più interessante della giornata politica è leggere le parole delle giustificazioni, molto più di quello che accadrà nelle geometrie parlamentari.

Se alla fine Mario Draghi deciderà di andarsene (appare difficile) allora conviene leggere Cassese: «La circostanza che si sia operata una scissione in una delle forze politiche che appoggiano il governo non costituisce un grave motivo. Troppi altri governi avrebbero dovuto cadere, nella storia repubblicana».

Oppure potrebbe accadere l’ennesimo episodio di cosmesi politica. Non so se avete notato che Luigi Di Maio da giorni non chiama Movimento 5 stelle il Movimento 5 stelle. «Il partito di Conte», dice il ministro. Il gioco è semplice: si rivende la scissione di Di Maio invertendola. Si insiste nella narrazione che sia Conte ad essersi scisso da Di Maio. Così sarà facile dire che sostanzialmente il governo continua come prima (ci sono esimi giornalisti che da giorni usano questo trucco) e così tutti amici come prima. E così, c’è da ammetterlo, farebbe abbastanza schifo. Rimarrebbe anche un dubbio: davvero Di Maio avrebbe potuto escogitare una roba del genere?

Poi ci sarebbe la politica. In questa crisi Conte ha presentato un documento di richieste. Il centro e il centrodestra hanno come massimo obiettivo politico l’abolizione del Reddito di cittadinanza, poi la pace fiscale (altro cosmetico retorico: è un condono). Gli altri chiedono sostanzialmente di “continuare così” anche se non si capisce “così” come. Gli ambientalisti, al solito, sono inascoltati.

Non benissimo.

Buon mercoledì.

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Prepariamoci al Draghi bis. “Il premier tornerà sui suoi passi per ambizione personale”: parla la scrittrice Daniela Ranieri

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Il suo romanzo “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” edito da Ponte alle Grazie è stato selezionato nei due più prestigiosi premi letterari italiani (Campiello e Strega) ma Daniela Ranieri oltre che scrittrice è anche un’attenta osservatrice della politica, come giornalista per il Fatto Quotidiano. L’abbiamo intervistata per La Notizia.

Uno scrittore vincitore dello Strega ha scritto una lettera a Draghi sul Corriere della Sera in cui gli dice: “lei è spinto alle dimissioni da un accanito torneo di aspirazioni miserabili, da sudicie congiure di palazzo, da calcoli meschini, irresponsabili e spregiudicati di uomini che, presi singolarmente, non valgono un’unghia della sua mano sinistra”. Che effetto le ha fatto?

“Mi è dispiaciuto. Al di là del merito di volere Draghi al governo, peraltro contro il suo stesso volere, che è una posizione legittima, mi ha colpito che Scurati abbia usato un linguaggio così studiatamente servile e un tono così adulatorio nei confronti di un potente che ha già tutto il Sistema (economico, finanziario, politico e diciamo culturale) dalla sua parte. Mi interrogo su cosa spinga uno scrittore affermato, che conosce il valore delle parole, a offrire un così largo e prodigo contributo al mantenimento dello status quo”.

Come è accaduto anche sulla guerra in Ucraina non trova che in questo Paese sia sempre più difficile trovare persone di cultura e della letteratura che si prendano la responsabilità di dissentire?

“Voglio pensare siano in buona fede, anche se forse è più disperante. Il dissenso non è un dono divino, una qualità della personalità. Dipende dal proprio contesto di origine e di appartenenza, dalle letture che si è fatto, dal margine di utilità che proviene dall’assecondare l’opinione dominante. Se questo margine è nullo, si è più portati a dissentire, cioè ad esercitare il pensiero critico. Non si tratta di essere bastian contrari, ma di pensare mettendo in campo tutte le mediazioni, tutte le dialettiche che ogni situazione richiede. L’eliminazione della “complessità”, ad esempio, e la sua stigmatizzazione come forma di intelligenza col nemico russo, è stata una frontiera pericolosa, oltre che ridicola, del dibattito recente (dibattito per modo di dire: noi, insieme con costituzionalisti e storici di vaglia, dicevamo “è complesso”, loro dicevano “quanto ti paga Putin?”). Interrogarsi sulle origini della guerra, sulla conformità dell’invio di armi alla Costituzione, sul ruolo della Nato nel mondo, è stato fatto apparire come un endorsement a Putin o, come mi hanno scritto alcuni su Twitter, una prova di indifferenza se non addirittura di godimento per la morte dei bambini ucraini sotto le bombe: si può essere più violenti e pedestri?”.

Perché, secondo lei, in Italia i cosiddetti “intellettuali” e gli artisti si espongono sempre così poco su questioni spinose e politiche? Timidezza o calcolo economico e politico?

“A parte qualche preziosa eccezione, l’intellighenzia italiana è una sottoclasse sociale preoccupata di mantenere i propri privilegi, di casta e di censo. È un esempio mirabile di come la struttura (i danè, come li chiamava Gadda) ha informato la sovrastruttura, cioè ha modificato e censurato il pensiero. Essere draghisti ed essere bellicisti, cioè devoti al Pil anche se pompato con la vendita di armi, è tutt’uno. Per il resto non mi sembrano timidi. Quando c’è da scrivere brani inoffensivi e spiritosi su questioni attuali, colpendo questo o quello svantaggiato e irridendo chi prende il Reddito di cittadinanza, non fanno mai mancare il loro contributo. Sono naturalmente e culturalmente amici dei potenti, non dei deboli (che non è glamour né conveniente), e il desiderio di conformarsi all’opinione corrente, anche dei loro colleghi, li tiene lontani dalla vocazione eversiva dell’arte. Mi viene in mente un brano della Dialettica dell’Illuminismo che è folgorante: “Solo la necessità di inserirsi continuamente, sotto le minacce più drastiche e più severe, come esperto di problemi estetici nella vita degli affari, ha definitivamente piegato il collo dell’artista. Un tempo essi firmavano le loro lettere, come Kant e Hume, «servo umilissimo», e intanto minavano le basi del trono e dell’altare. Oggi danno del tu ai capi di governo e sono sottomessi, in tutti i loro impulsi artistici, al giudizio dei loro principali illetterati”.

Lei oltre che scrittrice è anche giornalista. Come convive nei due ruoli?

“Mi interessa l’attualità, ma amo l’inattualità e ad essa anelo. Per il resto scrivo pezzi di antropologia del potere o pagine su temi di cultura. È un esercizio quotidiano alla scrittura. Lo hanno fatto scrittori immensi senza danno per la loro vocazione principale. Impossibile fare un elenco, cito i più grandi: Gadda, Manganelli, Sciascia, Landolfi, Buzzati, quest’ultimo senza sofferenza, come invece, in parte, gli altri. Credo che oggi manchino scrittori-giornalisti, basta leggere come sono scritti i quotidiani, l’uso della punteggiatura che fanno i notisti politici, anche i più illustri. Questa sciatteria si riflette anche nel pensiero, che spesso è scadente. Karl Kraus univa l’attività di giornalista a una indagine addirittura metafisica di sguardo critico sulla realtà: quanti lo fanno oggi?”.

Le è mai capitato di avere la sensazione di perdere lettori per le sue prese di posizioni politiche? 

“No. I lettori dei miei libri sono in genere abbastanza evoluti”.

Forse funziona solo lo scrittore “non sgualcito” dalla realtà?

“Dipende da cosa si intende per “funziona”. La maggior parte delle opere di questi scrittori non sgualciti, non compromessi, placidamente quieti nella rappresentazione dei loro drammi borghesi, sarà dimenticata in pochissimi anni. È comunicazione, è marketing. Quindi in un senso molto preciso funziona, cioè è funzionale: serve a corroborare la narrazione e la dis-etica corrente. Nell’ottica delle Lettere e del progresso morale dell’umanità, non serve a niente”.

Prende piede il sogno di un governo che sia sempre largo, che tenga dentro i cosiddetti “moderati” lasciando fuori i cosiddetti estremismi. Un’idea che con Draghi ha avuto un notevole rinvigorimento. Per essere credibili in questo Paese è necessario non avere (o non esporre) idee troppo radicali?

“L’idea che “si vince al centro” è semplicemente ridicola, manipolatoria e anti-storica. In Francia non è stato così: Macron ha non solo non-fermato, ma anche fatto crescere Mélenchon e Le Pen. Si scavano la fossa da soli, poi quando la gente si accorge che sono inetti e classisti, gridano al lupo e al fascismo. Così brigano per rimettere tutti dentro la marmellata neo-liberista, la piaga delle società occidentali. In realtà questi famosi moderati non sono che gente di centrodestra che ama detenere il potere a qualunque costo, odia il popolo e si è inventata la guerra al populismo per mascherare la propria arroganza e le proprie impotenze”.

In cosa assomiglia il mondo letterario italiano al mondo politico? Ci sono dinamiche che si ripetono? 

“Ci sarebbe da scrivere un trattato à la fratelli Goncourt su questo. La cosa più lampante che mi viene in mente è il razzismo, condiviso nei due ambienti, per chi “non ce l’ha fatta”, per quelli che loro decretano come “non meritevoli”, per i non “resilienti”, per gli studenti lavoratori che hanno voti bassi, per chi è meno abile nelle relazioni sociali, per chi non “fa network”, per chi ha fatto lavori umili e cerca di migliorare la propria condizione: in definitiva per i poveri. Hanno antenne apposite per individuarli ed escluderli, posto che a loro volta la maggior parte di loro sono inconsapevolmente illetterati fatti e finiti”.

Come si sono comportati i suoi colleghi giornalisti nella promozione del suo libro? Ha avuto la sensazione di “frizioni” per il suo doppio ruolo?

“Mi fa sempre sorridere che alcuni giornalisti che sui social sparano a zero tutti i giorni contro il Fatto poi mi scrivono senza alcun imbarazzo per chiedermi recensioni sul Fatto per i libri loro e/o delle loro consorti. Non ho avuto sensazioni evidenti di frizioni. Chi non ama come scrivo e cosa scrivo ha tutto il diritto di ignorarmi. Altri invece sono stati molto gentili. Però alcuni giurati del Premio Strega, molti dei quali intellettuali, scrittori, giornalisti a loro volta, interpellati dall’ufficio stampa di Ponte alle Grazie hanno candidamente dichiarato che non avrebbero votato il mio libro perché scrivo sul Fatto”.

Che ne pensa del capitolo sulla crisi del romanzo che è questa legislatura

“Dice che è una crisi? Uno scrittore veramente bravo, uno come Morselli o Savinio, ne farebbe un capolavoro”.

Nel complesso, questi 5 anni, che genere sarebbero? Una distopia

“No, è commedia all’italiana. Compreso lo sfondo drammatico di 6 milioni e mezzo di poveri che assistono a questo circo e pagano le conseguenze di decisioni politiche oscenamente classiste”.

La letteratura ha ancora un ruolo politico in Italia

“Lo ha sempre e ovunque. Il suo ruolo è universale ed eterno. Ci sarà sempre, anche nelle epoche decadenti, qualcuno capace di apprezzare una riga scritta da un poeta, da uno scrittore non obbediente. Ovidio a Tomi continuò a scrivere, per fortuna”.

Scrivendo storie per mestiere, come andrà a finire?

“Draghi tornerà sui suoi passi per una questione di reputazione e ambizione personale. Poi ci sarà chi premerà per un Draghi bis anche dopo le elezioni, a cui andrà a votare meno della metà degli elettori e il cui risultato basterà ignorare. Almeno finché non traslocherà al Quirinale, allora potremo vivere senza di lui come Presidente del Consiglio”.

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“La scissione dei 5 Stelle pianificata da tempo. L’obiettivo era lo strappo”

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“Nessuno se n’è accorto, ma giovedì a negare la fiducia al governo #Draghi è stata anche Loredana De Petris, capogruppo di Leu, il partito del ministro Roberto Speranza. Lo ricordo per amor di cronaca e per dire quanto stretto sia ormai il #campolargo di Letta”, ha scritto il senatore di Forza Italia Andrea Cangini. «La sen Loredana De Petris non verrà ricandidata vero?», incalza il giornalista Mario Lavia.

«Comunque volevo aggiungere che ieri anche Leu non ha partecipato alla votazione sul dl aiuti al Senato, per cui la formazione guidata dal ministro Speranza non ha dato la fiducia al governo di cui Speranza è ministro», scrive il giornalista Alberto Ciapparoni. La senatrice di Leu De Petris non ha partecipato al voto sul Decreto Aiuti ed è subito finita nel mirino dei più fervidi sostenitori del governo Draghi.

Senatrice, perché non ha votato il Dl aiuti?
“Perché non ero d’accordo sul provvedimento. Cosa che ho fatto anche altre volte: non ho partecipato al voto”.

Eppure molti l’accusano di avere dato manforte alla crisi.
“I problemi di quel decreto erano ampiamente annunciati, da tempo. Draghi ha voluto drammatizzare con le dimissioni. Ciò che è accaduto era previsto, si poteva correre ai ripari prima, invece di insistere mettendo la fiducia. Tra l’altro non capisco perché un governo con una maggioranza così larga debba ricorrere così spesso alla fiducia. Tra l’altro io sono di Roma, non posso fare la battaglia contro termovalorizzatore e poi votare una cosa del genere. Draghi ha voluto drammatizzare perché ci sono stati vari problemi nella maggioranza, forse perché pensava che il suo mandato, quando fu investito, sarebbe durato meno. La mia personale valutazione è che dovrebbe ritirare le dimissioni, non c’è stata nessuna sfiducia. Se avessero voluto sfiduciarlo gli avrebbero votato contro, mentre non partecipare al voto è un modo per segnare una presa di posizione contraria. Le questioni del M5S erano aperte da giorni”.

Non so se ha visto, è stata massacrata suoi social, accusata di collaborazionismo con il nemico…
“Io evito i social. Di certo c’è molta voglia di liberarsi delle voci critiche. Su questo non c’è dubbio. Gli odiatori delle voci critiche contro Draghi tra l’altro sono curiosamente anche molto organizzati. L’unica cosa che posso dire è che su molti temi che stanno cuore a me dentro questa maggioranza ci sono molti problemi. Mi sono assunta la responsabilità di votare il governo Draghi perché pensavo che in quel momento fosse necessario, ora mi occupo di rimozione del danno, in questi mesi ho portato avanti questo lavoro. Ci sono alcune cose su cui non posso predicare in un modo e poi fare altro. Mi spiace. Almeno il diritto di non essere d’accordo, altrimenti che siamo pagati a fare? È successo così anche sulla vivisezione, non partecipare al voto è l’unico modo che ho avuto. L’anomalia è un abuso per cui anche i provvedimenti più semplici, con pochi emendamenti, vengono votati con la fiducia”.

Che ne pensa di Conte e del M5S in questo momento?
“Loro e le loro dinamiche sono molto complessi Del resto quando ti fanno una scissione tutto diventa molto più complicato. La scissione è stata la miccia, non ha stabilizzato nulla ma ha anzi avviato l’instabilità. Ed è stato tutto preparato dai tempi della risoluzione del Consiglio europeo. Non si accettava nessuna proposta che proveniva da loro, io l’ho visto da dentro. Evidentemente si voleva produrre lo strappo. Era tutto preparato da un po’. Sul provvedimento nello specifico (il dl aiuti) anche i ministri non hanno partecipato al voto. E poi tutta questa polemica sul reddito di cittadinanza, assolutamente gratuita. E poi non sistemare la cessione del credito suoerbonus, per cosa Per fare dispetto alla suocera Quello creerà il fallimento delle imprese”.

Quindi qualcuno al governo ha preparato il terreno per questa crisi?
“Contro il M5S un tentativo di tenerli fuori l’ho visto in tutti questi mesi. Poi loro hanno i loro modi non sempre comprensibili. Il M5S ha posto punti che riguardano il sociale, non bisogna rispondere a loro, noi siamo con i salari fermi da 30 anni, quella non è un’invenzione dei 5S. A prescindere dal fatto che il problema l’abbiano posto loro. Fino adesso al salario minimo in commissione ci sono sempre stati ostacoli. Che ci sia un’emergenza salariale è sotto gli occhi di tutti”.

Il campo largo pensato da Letta non c’è più?
“Bah, Letta ha fatto già un accordo con Sinistra italiana e Verdi che sono fieramente all’opposizione. Se andiamo a elezioni anticipate è complicato ma se andiamo avanti probabilmente ci sarà”.

Eppure il cosiddetto “centro” insiste per riproporre alle prossime elezioni uno schema simile a questo governo Draghi…
“Bisogna capire. Ci sono variabili infinite. Se si vota subito la vittoria del centrodestra sarà schiacciante. Ma io penso che non si voti. Allora ci sarà lo spazio per modificare la legge elettorale. Dipende che legge uscirà”.

Renzi ha depositato le carte per un referendum sul reddito di cittadinanza, che ne pensa
“Appunto, continuiamo le provocazioni, queste sì che fanno male all’Italia”.

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Ormai siamo al terrorismo politico-mediatico

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Vittorio Feltri: “Il vero comico è Conte, non Beppe Grillo”. Matteo Renzi: “Sì allo statista Draghi, no allo stagista Conte”. Il giornalista Mario Lavia: “M5s come i Demoni di Dostoevskij ma con il tavernacoliere (“Lo sfonnamo”). Due piccioni con una fava: avanti Draghi e Conte distrutto”.

Giornaloni scatenati contro Conte, il M5S e chiunque critichi il premier Draghi

Fenomenale il giornalista de Il Riformista Aldo Torchiaro: “La decisione di far cadere Draghi è stata presa a Roma o a Mosca @GiuseppeConteIT dica la verità sul viaggio di Di Battista pagato dal Fatto, chi ha incontrato e quali ordini ha preso?”. Per Torchiaro, ma mica solo lui, sono in molti perfino dentro il Pd, ci sarebbe un ordine mondiale organizzato di poteri forti che ha ordito un complotto contro Conte usando un viaggio di Alessandro Di Battista in Russia per provare a far cadere Draghi.

Si può pensare ciò che si crede di questa crisi di governo ma il dibattito italiano mette i brividi. La stragrande maggioranza dei media – sia quelli che fin dall’inizio si sono dichiarati camerieri di Draghi e del draghismo sia quelli che da anni fingono di essere progressisti e invece sono conservatori con la spilla delle Feste dell’Unità – vorrebbero convincerci che essere contro Draghi sia un peccato mortale, la miccia di una catastrofe, il capitolo prima dell’invasione delle cavallette.

A stupire non è tanto il terrorismo applicato come arma dall’opinionismo politico – sono anni che usano solo questo, l’hanno imparato benissimo dai peggiori politici Usa – ma la vastità dell’operazione. Sono rarissimi i giornali che scrivono una loro opinione, anche durissima, contro l’operato di Conte e del Movimento 5 Stelle. Quello che conta è proclamare la “distruzione” del partito avversario, oppure “la definitiva uscita dal Parlamento” di un partito.

Se potessero augurerebbero uno sterminio di eletti e elettori di quel partito, si trattengono solo per mantenere un filo di finta dignità. Il tentativo di annientamento di Conte e del Movimento 5 Stelle, attraverso la vigliacca arma del discredito sistematico, sta raggiungendo livelli così imbarazzanti che perfino chi non ha mai votato Movimento 5 Stelle (io), anche chi li ha sempre poco amati, in queste ore sta chiedendo di rientrare nei limiti della dignità politica.

Attenzione: chi si augura la cancellazione del M5S confidando in un genocidio politico sono gli stessi che sono pronti ad abbracciare la Lega di Matteo Salvini (magari usando Giancarlo Giorgetti come fondo tinta), sono gli stessi che hanno riabilitato Silvio Berlusconi mentre nel trentennale dalla morte di Falcone e Borsellino i suoi colonnelli peggiori appena usciti dalla galera hanno apparecchiato le elezioni in Sicilia, sono gli stessi che pompano Guido Crosetto per normalizzare il post-fascismo “buono e competente” di Fratelli d’Italia, sono gli stessi che sono pronti a ingoiare tutto, proprio di tutto, l’importante è che non ci sia Conte.

Dentro a questo plotone d’esecuzione c’è quel Matteo Renzi che ora sarebbe disposto perfino a pomiciare con Luigi Di Maio pur di ottenere la sua vendetta. Ci sono i giornalisti che oggi amano Draghi solo perché è il padrone, pronti ad amare perfino Conte se per un’impossibile allineamento degli astri dovesse tornare alla ribalta. C’è dentro tutta la schiera di questa Italia ipocrita, inetta e servile. Ieri su un prestigioso quotidiano nazionale abbiamo perfino letto uno scrittore premiato allo Strega che ha scritto una lettera di scuse a Draghi, come un buon amministratore di condominio imbarazzato con un suo condomino, che ci ha tenuto a letteraturizzare lo stigma contro Conte.

Non è questione di difendere Conte, non è quello il punto. Ciò che si legge in questi giorni non ha nulla a che vedere con la politica ma è la stessa boria cretina di chi usa la guerra come serotonina: perfino essere in disaccordo con Draghi è peccato mortale. Non ci si può permettere di notare che a oggi non si è mai affrontato e non si è mai provato a risolvere la questione dei salari da fame, non si può fare notare che la distruzione del Reddito di cittadinanza non prevede – nel dibattito politico – un’altra eventuale soluzione per i poveri.

Non ci si può permettere di dire “il governo Draghi non mi piace, questo governo non fa quello che io riterrei giusto” perché immediatamente si viene inseriti nella lista di proscrizione dei “grillini” e quindi “nemici della Patria”. Basterebbe solo conoscere un po’ di storia – quella scritta sui libri di storia, mica quella scritta nei bigini di partito – per rendersi conto del sapore fascista di questa ampia operazione. E, badate bene, è un fronte comune che non si riesce a cementare contro Casapound o Forza Nuova, è un fronte comune che poi si sgretola quando capita un politico qualsiasi che inneggia a Hitler e Mussolini.

Un bel pezzo del mondo dell’informazione ha trovato unità di intenti contro Conte e il Movimento 5 Stelle

Un bel pezzo del mondo dell’informazione ha trovato unità di intenti contro Conte e il M5S, eleggendo Di Maio (che fino a ieri era il “bibitaro”) come loro novello Cavour. Non riescono semplicemente a dire che Mario Draghi dovrebbe rimanere perché lo ritengono indispensabile per il Paese – posizione legittima e politica – il loro compito è distruggere l’avversario. Poi con calma distruggeranno quella che ritengono l’estrema sinistra (Leu in primis), poi i “dissidenti” del Partito democratico che hanno collaborato con il nemico e infine ce l’avranno fatta: qualsiasi partito che si occupi di istanze sociali sarà stato disinnescato.

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Il dovere di spiegare “come”

Nel Regno Unito l’Alta Corte ha “condannato” il governo a spiegare per filo e per segno come le sue politiche ambientali permetteranno di raggiungere gli obiettivi che si sono posti sulle emissioni.

La causa è stata intentata da alcuni gruppi ambientalisti (Friends of the Earth, ClientEarth e il Good Law Project) che hanno contestato la strategia del governo sui cambiamenti climatici sostenendo che non includesse le politiche che sarebbero servite per raggiungere l’obiettivo.

In una sentenza emessa lunedì sera, il giudice Holgate ha affermato che la strategia del governo manca di qualsiasi spiegazione o quantificazione di come i piani del governo avrebbero raggiunto l’obiettivo di emissioni e come tale non ha rispettato i suoi obblighi ai sensi del Climate change act (Cca) 2008. Il giudice ha anche scoperto che Greg Hands, il ministro dell’energia, ha firmato la strategia “net zero” nonostante non avesse le informazioni legalmente richieste su come sarebbero state abbattute le emissioni di combustibili fossili.

La sentenza è rivoluzionaria. Dice – al Regno Unito ma anche al resto del mondo – che la politica ha il dovere di spiegare “come” riuscirà a ottenere ciò che promette. Sancisce, finalmente, l’obbligo non solo morale di conoscere ciò di cui sta parlando ma anche l’obbligo legale di promettere solo dopo avere individuato una strategia fattibile e supportata dai numeri e dai fatti.

Sam Hunter Jones, avvocato di ClientEarth, ha dichiarato: «Questa decisione è un momento rivoluzionario nella lotta contro il ritardo climatico e l’inazione. Costringe il governo a mettere in atto piani climatici che affronteranno effettivamente la crisi».

Pensate, senza ricorrere ai tribunali, se anche i nostri politici (che con l’avvicinarsi delle elezioni sono prodighi come non mai di promesse) fossero incalzati su questo. Che poi, a ben vedere, la stampa dovrebbe fare anche questo. Dovrebbe.

Buon martedì.

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Regeni, Mollicone, Aldrovrandi: il fine settimana nero della giustizia

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Sono state giornate dure per il senso di giustizia, le ultime della scorsa settimana. Mentre infuocava il dibattito sulla crisi di governo la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei pubblici ministeri della Procura di Roma contro la decisione del giudice dell’udienza preliminare che l’11 aprile scorso aveva disposto la sospensione del processo Regeni disponendo nuove ricerche degli imputati a cui notificare gli atti.

Sono state giornate dure per il senso di giustizia, le ultime della scorsa settimana

Gli indirizzi degli aguzzini di Giulio Regeni – uomini al soldo del presidente Al Sisi – non sono mai stati dati. Le promesse del governo italiano si sono schiantate contro gli interessi con l’Egitto (soldi e armi, in primis) e il messaggio è chiaro: alla famiglia di Giulio lo Stato italiano sta dicendo di arrangiarsi. “Attendiamo di leggere le motivazioni ma riteniamo questa decisione una ferita di giustizia per tutti gli italiani. Abnorme è certamente tutto il male che è stato inferto e che stanno continuando a infliggere a Giulio. Come cittadini non possiamo accettare né consentire l’impunità per chi tortura e uccide”, dicono Paola e Claudio Regeni, genitori di Giulio, assistiti dall’avvocato Alessandra Ballerini.

Quella sentenza della Cassazione dice che le promesse della politica ai genitori di Giulio sono state parole infedeli. Dice che il potere (prepotente) è un cappio alla giustizia. Dice che il governo italiano colleziona un fallimento che è un’onta.

Ieri Lino Aldrovandi ha fatto gli auguri a suo figlio Federico, che è stato ucciso da quattro poliziotti il 25 settembre del 2005 durante un normale controllo. I quattro sono stati condannati semplicemente per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”, mentre 3 poliziotti furono condannati anche per avere depistato le indagini.

Scrive il papà di Federico: «Caro Federico, da poco è il 17 luglio 2022. Credo che fra un po’, ti avrei chiamato per augurarti semplicemente “Buon compleanno Federico”. Oggi avresti l’età di un uomo adulto, 35 anni. E chissà quante cose, forse anche belle, intorno a te. E’ proprio vero che se anche il tempo passa, un genitore, orfano di un figlio, nel tuo caso ucciso senza una ragione, una bastarda, infame domenica mattina, sopravvive soltanto. La “bellezza e la presenza” di altri figli intorno, sarà comunque per quel genitore orfano di un figlio, sempre molto importante, ed anche se in un certo senso lo aiuterà, il sorriso di “quel figlio” ed il suo sguardo gli mancheranno maledettamente. Ognuno di noi è unico ed ha un solo cuore che batte nel petto. E quel cuore non potrà mai essere sostituito. Nel 1987, l’anno in cui nascesti, l’anno in cui toccai il cielo con un dito, usciva una canzone dal titolo “proprio come in paradiso”. Quel “piccolo paradiso”, qui su questa terra, l’avevamo conosciuto insieme, mio dolce piccolo eterno Federico. Quei tuoi 18 anni, massacrati dalla bestialità umana, giaceranno per sempre invece sull’asfalto di “quella” via silenziosa e indifferente, in tutto e per tutto, della città che ti vide nascere. Buon Compleanno Federico con anche una foto, dove in riva al mare chissà di cosa parlavamo. Quante cose oggi avrei da raccontarti e chissà quante altre tu. Con la tua verità, quella più importante, quella che ancora mi manca, di una pazzia consumata senza freni, in un’alba assassina e vigliacca. Parlami Federico con la tua voce. Il “tuo cuore” sezionato…, nell’ultimo disperato messaggio d’amore, lo fece. Non smettere mai mio piccolo di farlo, ovunque tu sia.». La madre di Federico, nel giorno del compleanno del figlio per quei 35 anni che avrebbe avuto, scrive di un perdono che non ci potrà mai essere «per chi ti ha ucciso, né per chi li ha aiutati». E nomina la vicenda di Serena Mollicone.

Serena Mollicone a 18 anni è entrata viva in una caserma dei carabinieri. Venne ritrovata due giorni dopo. In questa brutta storia di una caserma che è diventata un buco c’è un brigadiere che forse è stato suicidato, carabinieri amici del camorrista Marino e nei giorni scorsi un’assoluzione che fa schifo. Nessun colpevole. L’avvocato del padre di Serena, Dario De Santis, ha dichiarato: «non commento la sentenza finché non leggerò le motivazioni, ma il dato che emerge oggettivo è che a 21 anni dai fatti non c’è ancora giustizia per Serena» La morte del padre di Serena negli anni scorsi,- dice l’avvocato – almeno «gli ha risparmiato questa altra delusione. Ma non ci rassegneremo finché non ci sarà giustizia. Resta il turbamento perché a tanti anni dai tragici fatti lo Stato non è stato capace di fare giustizia».

Lo scrittore Usa William Gaddis diceva: «otterrai giustizia nell’altro mondo. In questo accontentati della legge».

 

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