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Le violenze sulle donne aumentano, anche se non se ne parla

13 luglio 2022.  L’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza ha pubblicato il nuovo report sui dati riferiti al 2021. Da 15 anni, D.i.Re realizza la raccolta dati sulle attività delle organizzazioni socie, che consente di raggiungere tre obiettivi: illustrare le caratteristiche delle organizzazioni che ne fanno parte, dei servizi e delle risorse che offrono; raccogliere dati sulle donne accolte e sulle violenze subite; raccogliere informazioni sull’autore della violenza.

Attraverso questo lavoro di monitoraggio e analisi dei dati raccolti, è anche possibile mettere in evidenza le caratteristiche della violenza nelle sue diverse forme, anche decostruendo gli stereotipi che ancora caratterizzano l’idea di violenza di gran parte dell’opinione pubblica.

Nell’anno 2021 sono state accolte complessivamente 20.711 donne, con un incremento – rispetto al 2020 – del 3,5%. Le caratteristiche della donna che si rivolge a un Centro antiviolenza D.i.Re sono consolidate negli anni: per quanto riguarda l’età, anche nel 2021 quasi la metà (46%) delle donne accolte ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni.

I Centri della Rete accolgono prevalentemente donne italiane (solo il 26% hanno una diversa provenienza), un dato costante negli ultimi anni (26% nel 2020 e 26,5% nel 2019) e allineato con il dato nazionale Istat del 2020 (27,7%) e del 2019 (28%) (https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne)

L’autore della violenza è prevalentemente italiano (soltanto il 27% ha provenienza straniera) e questo dato, oramai consolidato negli anni (con scostamenti non significativi), mette in discussione lo stereotipo diffuso che vede il fenomeno della violenza maschile sulle donne ridotto a retaggio di universi culturali situati nell’“altrove” dei Paesi extraeuropei.

I Centri della Rete sono presenti in tutte le regioni italiane, tranne che nella Regione Molise, ma sono distribuiti non omogeneamente: nell’area del nord si trovano oltre la metà dei centri (58 pari al 55%) divisi non equamente tra Nord-Est e Nord-Ovest; in quella del centro 24 centri (pari al 23%) e tra sud (16) e isole (8) si arriva a 24 centri (pari al 23%).

Insieme al numero delle donne accolte, è aumentata anche la risposta che i Centri antiviolenza danno sul territorio. Le organizzazioni della Rete che hanno partecipato all’indagine (81 su 82), attraverso i loro 106 Centri antiviolenza, gestiscono 182 Sportelli antiviolenza con un incremento del 25% rispetto al 2020.

Oltre la metà dei Centri (58,5% dei casi) può contare su almeno una struttura di ospitalità (62 in totale), con un’offerta di 185 appartamenti e 1.023 posti letto

Le attività che i Centri garantiscono alle donne sono sempre varie: accoglienza e possibilità di consulenza legale nella quasi totalità dei casi, consulenza psicologica e percorsi di orientamento al lavoro in circa il 90% dei casi. Nella comparazione con il 2020 emerge un incremento per il servizio di orientamento al lavoro, che passa dall’88% al 94% dei Centri. Questo dato è particolarmente significativo se si pensa che una donna su tre (31,9% tra disoccupate, casalinghe e studentesse) è a reddito zero, in linea con il 2020 (32,9%) e il 2019 (33,8%). Solo il 37% (tra occupate e pensionate) può contare su un reddito sicuro.

Soltanto il 28% delle donne accolte decide di denunciare, percentuale che rimane sostanzialmente costante negli anni. Questo dato non stupisce: la vittimizzazione secondaria da parte delle istituzioni che entrano in contatto con le donne (servizi sociali, forze dell’ordine, tribunali ecc.) continua a frenare l’avvio di un rapporto di fiducia con le donne che intendono rivolgersi alla giustizia.

L’attività dei centri si sostiene per gran parte sul lavoro volontario delle attiviste, di cui solo il 33, 3% è retribuito, anche a causa della scarsità e non strutturalità dei fondi.

«20.711 donne nel 2021, il 3,5% di contatti in più rispetto al 2020, l’8,8% in più le donne che non avevano mai chiamato il Centro antiviolenza, sono numeri che confermano l’importanza dei centri della nostra Rete. Dietro ogni numero che leggete c’è una storia, la storia di ogni singola donna, che crede nella possibilità di uscire dalla violenza, dà fiducia ai nostri centri: l’aumento di donne che a noi si rivolgono lo leggiamo in questa luce» dichiara Antonella Veltri, Presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. «Sono numeri che danno la misura del lavoro che le 2.793 attiviste, di cui solo poco più del 30% retribuite, svolgono per dare forza alle donne. Non basta approvare un Piano antiviolenza se mancano le linee guida attuative: siamo in attesa di questo, dell’impegno concreto del governo sul tema della violenza maschile alle donne, per il 2021-2023» continua Veltri. «La fotografia annuale che presentiamo ci conferma che i nostri presidi territoriali sono baluardi imprescindibili nella prevenzione e nel contrasto della violenza alle donne. Lavoriamo per le donne e con le donne. Continueremo a farlo perché crediamo nel valore e nel potere che abbiamo di trasformare il modello culturale patriarcale da cui prende origine ogni forma di violenza alle donne» conclude la presidente.

Tutto bene, insomma.

Buon giovedì.

Nella foto: le mani e le braccia di una donna segnate dall’acido gettato da un ex partner

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Siamo in emergenza energetica. “Ma la colpa non è di Putin”

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Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze e direttore della rivista scientifica Sapere, che ne pensa del discorso del ministro Cingolani sul futuro che ci attende a causa delle crisi energetica
“Noi siamo chiaramente in una situazione di emergenza destinata a peggiorare perché la Russia diminuirà ancora le forniture. Ci troviamo qui perché per anni abbiamo deriso chi diceva di svincolarsi dal gas e dal petrolio. Non l’abbiamo fatto e oggi ci troviamo a cercare soluzioni che non ci sono a breve termine. Ora abbiamo un Governo che pensa addirittura al carbone. In emergenza tutto è comprensibile ma noi ci troviamo a questo punto per incapacità di visione nel corso degli ultimi 10-20 anni”.

E ora
“L’unica soluzione è il risparmio. Non possiamo pensare di avere più gas via mare con la domanda in crescita tutto il mondo e non ci sono le infrastrutture tanto agognate che cerchiamo di recuperare. Con coraggio bisogna dire ai cittadini che non si può diminuire la dipendenza senza diminuire i consumi. Sarà un evento naturale visti i prezzi: i cittadini si stanno già autoregolamentando, lo dicono i dati. La riduzione potrebbe arrivare in a 10 miliardi di metri cubi di gas. Ma sono tutte misure emergenziali che peggioreranno il nostro contributo alla crisi climatica. La vera grande crisi è questa: un mondo senza stabilità climatica su cui abbiamo contato per decenni creerà problemi sociali ed economici. Non ho parole per l’insipienza che ci ha portati fin qui”.

Ma la transizione ecologica è stata bloccata solo dalla guerra
“Non proprio. L’andamento delle emissioni continuava a aumentare. In Italia e in Europa abbiamo avuto un progressivo calo dal 1995 del 19% e dovremo raggiungere il 55% entro il 2030. Noi in pratica dovremo correre nei prossimi 8 anni 10 volte più veloce degli ultimi 32. Correre a queste velocità è una sfida pazzesca. Con questo tipo di azione non siamo nelle condizioni di poter rispettare gli impegni”.

Rispuntano addirittura i negazionisti climatici…
“Un dibattito surreale di alcuni quotidiani nazionali, quando la comunità scientifica ha già dato risposte da decenni: è l’uso indiscriminato e abnorme di combustibili fossili che ha provocato questa crisi. Ormai a me non resta che pensare che un risata – purtroppo amarissima – li seppellirà. È inutile cercare di discutere con coloro che negano una monumentale letteratura scientifica”.

Le sanzioni stanno indebolendo Putin o noi?
“Noi non ci rendiamo conto di una cosa. La Russia ha una quantità enorme di risorse naturali, è sterminata – 50-60 volte l’Italia -, è il primo esportatore di gas e il terzo di carbone, esporta grano, produce acciaio, hanno ferro, minerali. È una nazione troppo grande per poter pensare di fargli la guerra. Poi è chiaro che questa guerra l’anno scatenata loro, ma noi come Europa (che è la più povera di risorse) non possiamo (e abbiamo tute le ragioni per non volerlo) fare a meno della Russia. Io temo che purtroppo il primo sacrificato sarà il povero popolo ucraino, che sarà la prima vittima della guerra per le risorse. E la Russia sta sbattendo i pugni perché sa che il mondo senza le sue risorse non può far nulla. Quando il 4 febbraio ha sferrato il suo ignobile attacco Putin aveva ben presente questo. Pensiamo di poterci salvare con vecchi schemi da guerra fredda, invece è una guerra di risorse”.

In Italia si torna a parlare di nucleare…
“L’asse Calenda-Salvini sul nucleare non si può prendere sul serio. Proporre 7 centrali nel 2022 è una roba che fa spanciare dal ridere. Il nucleare non lo abbiamo fatto nei decenni d’oro e vogliamo farlo oggi che non vuole farlo nessuno? Abbiamo una classe dirigente totalmente impreparata per questa situazione. La complessità dei problemi che abbiamo davanti non si confà alla preparazione di molti apparati dello Stato. Il problema energetico è un problema enorme e il fatto stesso di lanciare programmi nucleari dà l’idea dello spessore di chi si candida”.

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Fontana bis in Lombardia. Meloni tenta Salvini per far fuori la Moratti

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Il silenzio che regna sulle prossime elezioni regionali in Lombardia è l’impercettibile indaffararsi delle formiche: nessuno pubblicamente ne parla ma nei corridoi del palazzo e nelle segreterie dei partiti non passa un giorno senza un rilancio, uno sgambetto, qualche goccia di veleno e idee nate entusiastiche e spente già prima della sera.

Elezioni regionali, Lombardia e Sicilia sono diventate merce di scambio

Come spesso gli capita sull’altare del furibondi ci sta il centrodestra, o quello che ne rimane, ormai pronto a usare qualsiasi elezione, sia anche quella di un amministratore condominiale, per pesare gli equilibri interni e per rivendicare posizioni. Fa niente che poi, come nelle ultime elezioni amministrative, a farci le spese sia quel comune o questa regione (la Lombardia, nel nostro caso): Salvini e Meloni hanno già deciso di non lesinare sugli agnelli sacrificali pur di prendersi la guida del prossimo centrodestra e quindi – secondo i loro calcoli, approssimativamente sbagliati – la guida del prossimo governo.

Così la Lombardia e la Sicilia che fino a poco tempo fa venivano rivendute come regioni chiave a cui non poter rinunciare nello scacchiere politico nazionale oggi sono merce di scambio – o meglio, sono carne da cannone – usabili come semplici pedine per costringere il re e la regina a muoversi. Per questo la regione Lombardia, quella regione che sogna da sempre di farsi Stato, ora è solo un filo che parte da Milano e arriva a Palermo.

Questo è il primo vero fallimento politico di Salvini e soci: anni a promettere “autonomia lombarda” (consapevoli di non poterla mai ottenere come la paventano) e ora la Lombardia è una semplice figurina sul tavolo dei caminetti romani. Gli eventi lombardi, conviene dirlo, non facilitano il quadro. L’autocandidatura di Letizia Moratti è un grottesco passaggio politico che racconta come anche in Lombardia il centrodestra sia una sterile sigla che tiene insieme bande senza nessuna unità e senza nessuna reciprocità.

Se si fosse candidato l’assessore di qualsiasi presidente uscente – che per il centrodestra finora era il candidato naturale per la rielezione – in un’altra regione oggi sentiremmo gli strepiti e le ironie di tutti i maggiori quotidiani nazionali. In Lombardia – per fortuna di Moratti, Fontana e il centrodestra – vige ancora un finto perbenismo rispettoso che tenta di rendere edibile un boccone rancido e quindi si lascia passare il tutto come una compita querelle tra classe dirigente. Di certo l’attuale presidente Fontana, lo confermano i corridoi più vicini a lui, ha preso malissimo l’iniziativa dell’ex sindaca mai sazia. Ma non bisogna immaginare uno scontro di idealismi, no.

A Fontana hanno offerto una via d’uscita economicamente interessante e dignitosa: prendersi in mano l’organizzazione delle Olimpiadi di Milano e Cortina (sempre che il sindaco di Milano Beppe Sala sia d’accordo) e apparire come il “padre nobile” del rilancio internazionale. Proposta che per ora Fontana ha seccamente rifiutato, con l’appoggio del suo segretario Salvini che non può certo permettersi di farsi disarmare in un momento come questo.

Letizia Moratti da canto suo parla con la lingua che conosce meglio: i soldi. E una campagna elettorale prepagata non è roba da poco. Ma soprattutto Letizia Moratti è la “pedina di scambio” che Giorgia Meloni ha deciso di sostenere. Agli osservatori più attenti non è sfuggito che l’endorsement di Fratelli d’Italia per Moratti sia arrivato proprio da La Russa, il colonnello che giù in Sicilia continua a ripetere che Musumeci “è intoccabile”. Ecco i destini siciliani e lombardi che si incrociano: Giorgia Meloni potrebbe ripiegare su Fontana in Lombardia solo se Salvini svoltasse Musumeci in Sicilia. E la politica Per quello si vedrà.

Affacciato alla finestra per osservare le baruffe del centrodestra, il centrosinistra ha il sorriso di chi pensa che stavolta ce la potrebbe fare davvero a vincere. Peccato che si il sorriso ciclico che ogni 5 anni spunta e che ciclicamente finisce in farsa e tragedia. Dopo un quinquennio in cui l’opposizione migliore a Fontana l’ha fatta il Covid e la sua squinternata squadra di governo il centrosinistra (che ovviamente ancora non si sa che perimetro avrà) ha provato a convincere il sindaco Sala per la scalata in Regione.

Risposta respinta al mittente: “Sono stato eletto 8 mesi fa, non sarebbe serio” ha detto il primo cittadino. Da lì in poi un arruffato panico compunto travestito da meditabonda strategia che è riuscito a partorire l’ipotesi Tabacci (un brivido lungo la schiena), poi l’ex sindaco di Brescia Del Bono (che potrebbe fare addirittura peggio del misero 29% che fu di Gori) e ora punta dritto su Carlo Cottarelli, economista buono per tutte le stagioni e per tutte le regioni (dal Lazio alla Lombardia).

Fonti del Pd dicono che “manca solo l’ok di Cottarelli per iniziare a lavorare” e che anche l’ammaccato M5S lombardo accetterebbe il candidato (altro brivido lungo la schiena). Finora l’unico dato inconfutabile è che dopo cinque anni da quelle parti sono riusciti a non avere un nome per anticipare il centrodestra in panne. E anche questa in Lombardia è una storia ormai vecchissima.

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Se il clima fosse una banca l’avrebbero già salvato

Il titolo sembra una battuta ma non lo è. La situazione è grave ma non è seria, la crisi energetica e la crisi ambientale sono argomenti buoni per accigliarsi. Se pensate che si stia facendo tutto quello che si può fare allora si potrebbe fare un salto per l’ennesima volta in Spagna dove, dopo avere fatto una riforma del lavoro per tutelare i diritti dei lavoratori e per ridurre sensibilmente la precarietà (e la legge funziona, anche) hanno deciso di muoversi per aiutare famiglie e imprese strozzati dalla crisi.

La Spagna imporrà una tassa straordinaria sulle banche come strumento per contribuire agli sforzi del paese di fronte all’inflazione e gli impatti economici della guerra in Ucraina. La tassa rimarrà in vigore per due anni e mira a raccogliere 1,5 miliardi di euro all’anno. Lo ha spiegato ieri il primo ministro Pedro Sanchez. Sanchez ha spiegato anche che l’imposta sugli extra profitti delle compagnie energetiche garantirà introiti per 2 miliardi l’anno per 10 anni. Inoltre saranno totalmente detraibili le spese per i trasporti.

«So che sta diventando sempre più difficile arrivare alla fine del mese. Capisco l’angoscia, la frustrazione e anche la rabbia di tutti perché è anche la mia», ha detto Sanchez presentando le misure. «Dobbiamo adottare misure di risparmio energetico», ha aggiunto, citando il telelavoro, la limitazione nell’uso di riscaldamento e dei condizionatori. «Possiamo farlo e lo faremo», ha assicurato. «Chiediamo alle grandi aziende di garantire che tutti i benefici eccezionali ottenuti grazie alle circostanze attuali vengano ritrasmessi ai lavoratori».

«Non tollereremo che qualcuno approfitti della situazione», ha detto lanciando poi una una frecciata alle società elettriche: «Quelli che vengono chiamati profitti altissimi non cadono dal cielo: escono dalle tasche dei cittadini».

Tra le misure in favore delle famiglie anche 100 euro mensili per i giovani dai 16 anni in su che stanno già ricevendo borse di studio, nell’ambito di misure tese a diminuire l’abbandono scolastico per motivi economici, una delle misure più applaudite in Aula durante il discorso durato ben un’ora e 25 minuti.

Non è difficile fare cose di sinistra.

Buon mercoledì.

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La Lobby sfreccia con Uber. Dalle carte spunta Renzi

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Il Guardian dà lezioni di giornalismo, soprattutto dalle nostre parti dove ogni tanto lo si scambia come megafono del potere, e riesce ad entrare in possesso dei un tesoro di 124mila documenti riservati della società Uber. I dati rivelano come l’azienda di servizio taxi privata, abbia violato la legge, ingannato le forze dell’ordine, sfruttato la violenza contro i conducenti e fatto pressioni segrete sui governi di tutto il mondo.

Il Guardian rivela gli “Uber Files”. Favori e leggi su misura. Dalle carte spuntano Biden, Macron e anche Renzi

I file coprono 40 Paesi e vanno dal 2013 al 2017, il periodo in cui Uber è passata da una coraggiosa startup a un colosso globale, con la forza bruta che si è fatta strada nelle città di tutto il mondo con scarso rispetto per le normative sui taxi. Per facilitare un’indagine globale, il Guardian ha condiviso i dati con 180 giornalisti di oltre 40 organizzazioni dei media tramite l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ).

Da Mosca a Johannesburg, finanziata con finanziamenti di capitale di rischio senza precedenti, Uber ha pesantemente sovvenzionato i viaggi, seducendo conducenti e passeggeri sull’app con incentivi e prezzi che non sarebbero sostenibili. Uber ha indebolito i mercati dei taxi e ha esercitato pressioni sui governi affinché riscrivano le leggi per contribuire a spianare la strada a un modello di lavoro basato su app e gig-economy che da allora è proliferato in tutto il mondo.

Nel tentativo di reprimere la feroce reazione contro l’azienda e ottenere modifiche alle leggi sui taxi e sul lavoro, Uber ha pianificato di spendere straordinari 90 milioni di dollari nel 2016 in lobbying e pubbliche relazioni, suggerisce un documento. La sua strategia prevedeva spesso di scavalcare i sindaci delle città e le autorità dei trasporti e arrivare direttamente alla sede del potere. I documenti indicano che Uber era abile nel trovare percorsi non ufficiali verso il potere, esercitare influenza tramite amici o intermediari o cercare incontri con politici in cui non erano presenti aiutanti e funzionari.

Quando invece si accendevano le proteste delle aziende di taxi “tradizionali”, secondo i documenti di cui The Guardian è entrato in possesso, Uber si impegnava ad alimentare la narrazione di un sistema di trasporto “antiquato” che voleva impedire il progresso. Tra scioperi dei taxi e rivolte a Parigi, ad esempio, l’ex dirigente Kalanick ha ordinato ai dirigenti francesi di vendicarsi incoraggiando i conducenti di Uber a organizzare una controprotesta con la disobbedienza civile di massa.

Avvertito che ciò rischiava di mettere i conducenti di Uber a rischio di attacchi da parte di “criminali di estrema destra” che si erano infiltrati nelle proteste dei taxi e stavano “creando disordini”, Kalanick sembrava esortare la sua squadra ad andare avanti a prescindere. “Penso che ne valga la pena”, ha detto. “La violenza garantisce il successo”.

Il Guardian ricorda che come fu Parigi nel 2014 il palcoscenico per il debutto europeo di Uber. Nei documenti analizzati ci sono messaggi tra Kalanick e Macron, che avrebbe aiutato segretamente l’azienda in Francia quando era ministro dell’Economia, consentendo a Uber un accesso frequente e diretto a lui e al suo staff. In particolare nonostante i tribunali e il parlamento francese avessero vietato Uber Emmanuel Macron – secondo il Guardian – si mise a disposizione dell’azienda per cambiare le leggi del settore.

Tra i politici compare anche il nome di Joe Biden, all’epoca vicepresidente degli Usa che arrivò in ritardo a un incontro con Uber al World Economic Forum di Davos e che dopo l’incontro con Kalanick modificò il suo discorso preparato a Davos elogiando pubblicamente l’azienda. Nell’anticipazione de L’Espresso compare anche l’Italia con Matteo Renzi. Italy – Operation Renzi – rivela il settimanale – è il nome in codice di una campagna di pressione, dal 2014 e il 2016, con l’obiettivo di agganciare e condizionare l’allora presidente del Consiglio e alcuni ministri e parlamentari del Pd.

Nelle mail dei manager del colosso l’ex premier Matteo Renzi viene definito “un entusiastico sostenitore”

Nelle mail dei manager di Uber Renzi viene definito “un entusiastico sostenitore”. Il leader di Italia Viva però precisa di “non avere mai seguito personalmente” la questione di taxi e trasporti. Tra l’altro non risulta nessun provvedimento del governo guidato da Renzi a favore del colosso californiano. Uber da parte sua ammette di avere compiuto “passi falsi” ma chiarisce di avere “cambiato rotta” con il suo attuale amministratore delegato, Dara Khosrowshahi.

In Italia i tassisti chiedono di sapere “da chi è stato ricevuto il capo di Uber a palazzo Chigi e di cosa si è parlato, in un momento così delicato nel quale, senza alcun apparente motivo, i tassisti sono stati inseriti nel Ddl Concorrenza nonostante la liberalizzazione del servizio non sia prevista dalla Direttiva Comunitaria Bolkestein e tale obiettivo, non è tra quelli necessari da raggiungere per ottenere i fondi europei del Pnrr.

La Lega dichiara che la richiesta “getta un’ulteriore ombra sull’articolo 10 del ddl Concorrenza che qualcuno si ostina a non voler stralciare” e chiedono di “sapere con chiarezza chi ha inserito la norma nel provvedimento e perché”. Per il deputato di LeU Stefano Fassina l’inchiesta “fa un’importante operazione verità sulle ragioni vere di tanta pressione da parte della Commissione europea e di sedicenti governi ‘riformisti’ per aprire il trasporto pubblico locale non di linea alla concorrenza delle multinazionali”. La Commissione Ue attraverso il suo portavoce dichiara che si stanno “raccogliendo informazioni” e “invierà una lettera di chiarimento” a Neelie Kroes, ex commissaria alla competizione”.

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Un Governo senza visione. Nuoce gravemente all’ambiente

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La crisi climatica morde ma il governo non trova il coraggio per la riforma dei sussidi ambientalmente dannosi che è ferma al palo. È un atto d’accusa forte e chiaro quello del gruppo scientifico “Energia per l’Italia”, coordinato dal professore Vincenzo Balzani e che riunisce scienziati, docenti e ricercatori.

La crisi climatica morde ma il governo non trova il coraggio per la riforma dei sussidi ambientalmente dannosi

Proprio nel momento in cui Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte, Friuli Venezia-Giulia e Veneto chiedono al Governo il via libera allo stato di emergenza a causa della siccità e quando quasi un terzo del ghiacciaio della Marmolada si stacca e scivola a valle a causa delle elevate temperature accompagnate da un alto grado di scopertura del ghiaccio, e causa 11 morti, il gruppo scientifico sottolinea come il Presidente del Consiglio non ritenga una priorità il taglio progressivo dei 35,49 miliardi di euro di Sussidi Ambientalmente Dannosi destinati ogni anno alle fonti fossili e la loro destinazione a misure ambientalmente favorevoli e a difesa del Welfare.

In occasione della pubblicazione del quarto catalogo dei Sussidi Ambientalmente Dannosi il Ministero della transizione ecologica aveva ricordato che “… il Comitato interministeriale per la transizione ecologica (Cite) ha già deciso che il Mite presenterà un piano di uscita dai sussidi ambientalmente dannosi, in linea con il pacchetto europeo Fit for 55, entro la metà del 2022”.

Invece il 6 luglio scorso il Mite si è limitato a proporre l’eliminazione di soli due Sad (Sussidi Ambientalmente Dannosi) relativi alla gestione dei rifiuti mentre del Piano non si ha ancora alcuna notizia. Il comitato Energia per l’Italia ricorda che secondo uno studio Ocse del 2017 cofinanziato dal Governo italiano, sono innumerevoli le ragioni che dovrebbero indurre Draghi e Cingolani a non tergiversare e, come si legge nel documento Global Fossil Fuel Subsidies Remain Large: An Update Based on Country-Level Estimates, 2019 International Monetary Fund: i sussidi possono essere utili strumenti economici, ma molti sono stati identificati come economicamente inefficienti e distorsivi del mercato; le sovvenzioni possono anche provocare danni ambientali, sia direttamente incentivando un’attività che danneggia direttamente l’ambiente, sia indirettamente riducendo il costo di un’attività che utilizza input che impongono un pesante onere per l’ambiente; alcuni dei danni ambientali sono limitati al paese che fornisce il sussidio, ma alcuni hanno effetti transfrontalieri; i sussidi impongono ai bilanci pubblici e ai contribuenti un onere discutibile quando sono dannosi per l’ambiente, socialmente iniqui o inefficienti; l’onere fiscale delle sovvenzioni comporta che meno risorse possono essere potenzialmente destinate ad altri finanziamenti pubblici, siano essi per la ricerca sull’energia pulita, l’innovazione o la sicurezza sociale. Secondo il gruppo scientifico lo stesso Mite, utilizzando il modello Ermes, stima che impiegando i fondi dei Sad in parti uguali per incrementare gli attuali risparmi di bilancio, sovvenzionare le fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica del settore industriale, Pil ed occupazione crescerebbero rispettivamente dello 0,82% e del 2,3% mentre le emissioni diminuirebbero del 2,68%.

Le conclusioni a cui giunge il Mite – ricorda Energia per l’Italia – sono confortate da ciò che anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia sostiene da tempo immemore: le energie pulite hanno costi più bassi rispetto a quelle fossili; l’efficientamento energetico riduce gli sprechi e libera risorse sia per le imprese sia per le famiglie; il costo delle nuove tecnologie “green” è ampiamente compensato dai risparmi conseguibili grazie al minor costo dell’energia ed ai minori sprechi. Quindi, chiede Energia per l’Italia, “perché non liberare progressivamente queste risorse e destinarle ad impieghi più efficienti e sostenibili?

Il Governo – scrivono – invece si attarda sulla conversione dei Sad e risponde alla crisi energetica e climatica con provvedimenti connotati, come scrive Confindustria in una sua nota sul Decreto Aiuti “da una logica d’intervento prevalentemente congiunturale e, dunque, dall’assenza di misure di portata strutturale, che possano sostenere le imprese in una prospettiva di medio periodo”. Quali misure sono più strutturali se non quelle che contribuiscono a modificare radicalmente il mix energetico composto per più dell’80% da fonti fossili e a ridurre selettivamente i consumi energetici?”.

Le agevolazioni alle imprese “energivore”, ad esempio, rafforzate dal Governo per consentire al sistema industriale di far fronte agli extra-costi dovuti agli aumenti dei prezzi di energia elettrica e gas verificatisi a partire dall’ultimo trimestre 2021, “sono concesse in assenza di alcuna correlazione con un uso efficiente dell’energia. L’attuale meccanismo di agevolazione disincentiva gli investimenti in efficienza energetica e autoconsumo” (fonte: Audizione E. ON Italia S.p.A. presso la Commissione X Attività produttive della Camera, del 9 aprile 2019), iscrivendosi così di diritto nella categoria dei Sad.

Al contempo, per effetto del DL Sostegni-ter, convertito dalla legge 25/2022, non sono stati minimamente scalfiti gli extra profitti ottenuti dai produttori di energia elettrica ottenuta da fonti fossili né dalle grandi compagnie Oil & Gas che hanno beneficiato del caro energia (Eni su tutte). In estrema sintesi, per Energia per l’Italia per far fronte al caro energia il Governo utilizza fondi pubblici e concede agevolazioni che disincentivano ciò di cui avremmo maggiormente bisogno (investimenti in efficienza energetica e autoconsumo) avvantaggiando quindi i produttori di energia da fonte fossile e le compagnie che estraggono gas e petrolio i cui superprofitti, ottenuti grazie al caro energia, non vengono neppure tassati.

Ne consegue che il danaro pubblico, una volta uscito dalle casse dell’Erario, per effetto delle politiche governative si trasforma in superprofitti “fossili” lasciando in eredità alle collettività un aggravio del deficit di bilancio. Per questo, secondo il gruppo di docenti e ricercatori, si può classificare il Governo Draghi come G. A. D. (Governo Ambientalmente Dannoso).

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Lo dice anche l’Inps: il problema sono i salari, altro che il reddito di cittadinanza

Dopo l’Istat lo dice anche l’Inps: il 23% dei lavoratori italiani guadagna meno di quanto sarebbe loro assicurato dal Reddito di cittadinanza (780 euro al mese). La quota include lavoratori assunti con contratti part time: sono circa 5 milioni di lavoratori. La retribuzione media lorda pro capite nel 2021 risulta pari a 24.097 euro, compresi i contributi a carico del dipendente, un valore ancora inferiore a quello del 2019 (-0,2%). Per le donne la retribuzione è più bassa in media del 25% rispetto a quella degli uomini: 20.415 euro. Se si considerano solo le occupazioni a tempo pieno e indeterminato il salario lordo annuo è di 39.973 euro per i maschi e 35.477 euro per le donne.

Nei primi 36 mesi di applicazione del Reddito di cittadinanza (aprile 2019-aprile 2022) la misura ha raggiunto 2,2 milioni di nuclei familiari per 4,8 milioni di persone, per un’erogazione totale di quasi 23 miliardi di euro. L’Inps nel suo report annuale scrive che l’importo medio mensile di reddito di cittadinanza risulta per il mese di marzo 2022 pari a 548 euro per nucleo familiare. La scorsa settimana l’Istat aveva calcolato che grazie al sussidio siano state salvate dalla povertà un milione di persone.

«Se il quadro occupazionale appare promettente, segnali più preoccupanti vengono dalla dinamica retributiva», si legge nel rapporto che spiega anche come questa dipenda fortemente dalla attività e dalla copertura contrattuale. Se la retribuzione media giornaliera per i dipendenti a full-time è pari a 98 euro, in sei tra i principali Contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) è inferiore a 70 euro mentre nell’industria chimica è pari a 123 euro. Sempre superiori a 100 euro giornalieri risultano anche i valori medi nei gruppi di Ccnl con meno dipendenti. Per i dipendenti a part-time la retribuzione media giornaliera è pari a 45 euro, ma risulta inferiore a 40 euro al giorno per i dipendenti di alcuni comparti artigiani (metalmeccanico, sistema moda, acconciatura/estetica). I lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora in Italia sono 3,3 milioni, il 23,3% del totale. È il calcolo dell’Inps che sottolinea anche come il reddito reale sia inferiore rispetto a due anni fa a causa dell’inflazione.

«La crisi – scrive l’Inps – ha lasciato strappi vistosi nella distribuzione dei redditi lavorativi. Se si considerano i valori soglia del primo e dell’ultimo decile nella distribuzione delle retribuzioni dei dipendenti a tempo pieno e pienamente occupati, per operai e impiegati (escludendo dirigenti, quadri e apprendisti), emerge che il 10% dei dipendenti a tempo pieno di tale insieme guadagna meno di 1.495 euro, il 50% meno di 2.058 euro e solo il 10% ha livelli retributivi superiori a 3.399 euro lordi. La retribuzione media delle donne nel 2021 risulta pari a 20.415 euro, sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti e inferiore del 25% rispetto alla corrispondente media maschile».

Il problema non è il reddito di cittadinanza: sono i salari da fame. Ora notate chi punta il dito sui salari e chi invece continua a bastonare la povertà. Non è difficile.

Buon martedì.

Nella foto: protesta degli studenti e lavoratori contro lo sfruttamento, Università statale di Milano, 8 febbraio 2018

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L’Italia tra salari in calo, lavoratori vulnerabili, inflazione e povertà

Maledetta questa povertà che tutti i giorni dei prodi giornalisti e politici si ingegnano per nasconderla e poi rispunta da qualche fessura lasciata aperta. L’ultimo spiffero è il rapporto annuale dell’Istat. Qualcuno si immagina che sia difficile abusare dei numeri e contraddirli ma vedrete che i truccatori della realtà riusciranno a smentire anche i numeri a forza di scrivere editoriali nei prossimi giorni.

La crociata contro i ‘maledetti’ sussidi che però hanno arginato la povertà

Nel rapporto si legge che i maledetti sussidi (che per qualcuno sono l’unica vera pandemia del nostro Paese) hanno permesso di galleggiare a un bel numero di persone se è vero che l’intensità della povertà, senza sussidi, sarebbe stata almeno di 10 punti percentuali più elevata. Ma c’è poco da stare sereni se è vero che il numero di italiani in povertà assoluta è quasi triplicato dal 2005 al 2021, passando da 1,9 milioni a 5,6 milioni (il 9,4 per cento degli italiani è povero da far schifo) mentre le famiglia sono passate da 800 mila a 1,96 milioni (il 7,5 per cento). Va male, eccome, anche per i minori passati dal 3,8 per cento del 2005 al 14,2 per cento del 2021, mentre i giovani tra i 18 e i 34 anni (quelli che dai giornali sembrano una masnada si scansafatiche che attentano alla produttività nostrana) sono quattro volte di più rispetto al 2005 passando dal 3,1 all’11,1 per cento.

L'Italia tra salari in calo, lavoratori vulnerabili, inflazione e povertà
Aiuti alimentari (Getty Images).

Salari in calo e quasi 5 milioni di lavoratori vulnerabili

Se si dovesse raccontare l’Italia a un marziano, uno che atterra domattina, gli si potrebbe dire che non è mica un problema di disoccupazione, no. Quasi un milione di lavoratori nel settore privato percepisce una retribuzione inferiore ai 12 mila euro in un anno e nei numeri non sono considerati i lavoratori di agricoltura e lavoro domestico, settori che sicuramente trascinerebbero i dati verso il basso. In 1 milione e 900 mila famiglie lavora un solo componente con un contratto a tempo determinato, di collaborazione o part-time (involontario). Sono quasi 5 milioni di lavoratori “vulnerabili”, secondo l’Istat, ovvero il 21,7 per cento del totale. I salari? In discesa, manco a dirlo. Secondo l’Istat «senza rinovi o meccanismo di adeguamento» si tornerebbe «sotto i valori del 2009». Abbiamo di fatto già perso la timida crescita del 2020. «La forte accelerazione dell’inflazione negli ultimi mesi rischia di aumentare le disuguaglianze poiché la riduzione del potere d’acquisto è particolarmente marcata proprio tra le famiglie con forti vincoli di bilancio», osserva sempre l’Istat. I dipendenti pubblici? Pochi e anziani. «Tra le economie europee per le quali sono disponibili dati comparativi, sia pure con le cautele di un simile confronto, i dipendenti pubblici in Italia sono i meno numerosi in rapporto alla popolazione (5,6 ogni 100 abitanti) e i più anziani», scrive l’istituto di statistica.

L'Italia tra salari in calo, lavoratori vulnerabili, inflazione e povertà
Pacchi di pasta lasciati a Roma (Getty Images).

Quando l’eredità diventa l’unico welfare

Non serve certo un genio della politica o della sociologia per capire come tutto questo comporti un crollo delle nascite e dei matrimoni. Viene difficile organizzare una vita, un progetto “per tutta la vita”, quando il contrato che si ha tra le mani prevede un futuro lungo al massimo fino a fine mese sperando poi di meritarsene un altro per qualche spicciolo di mesi ancora. Il problema non è solo economico: questo è un Paese che non ha nessuna sensazione diffusa di possibilità di riscatto. È un Paese in cui la ricchezza, o anche solo la tranquillità economica, può arrivare da ciò che lasciano i genitori, gli zii e i nonni. L’eredita del lontano parente di Brooklyn che fino a qualche decennio fa era un barzelletta oggi è l’unico welfare che potrebbe spingere una giovane coppia a immaginare un futuro insieme.

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I “taxi del mare” li gestiscono gli italiani (e non le Ong)

Lo scrive l’Ansa. Una sospetta organizzazione criminale avrebbe organizzato “viaggi di lusso” utilizzando gommoni veloci partiti dalla Tunisia per raggiungere le coste di Agrigento e Trapani, in Sicilia, garantendo la sicurezza e la riservatezza delle persone in fuga dalle autorità nordafricane, ha affermato mercoledì la Guardia di Finanza di Agrigento.

L’organizzazione transnazionale avrebbe incluso due fazioni: una formata da tunisini e un’altra da siciliani delle città di Canicattì e Marsala, riferiscono fonti investigative.

I 10 presunti membri del gruppo sono accusati di favorire l’immigrazione clandestina. Un numero imprecisato di membri è anche sospettato di stretti legami con organizzazioni terroristiche internazionali, hanno rivelato fonti investigative.

L’associazione sarebbe guidata da un uomo di 46 anni di Canicattì e da due tunisini, di 51 anni, sospettati di aver finanziato e organizzato le attività del gruppo, riferiscono fonti investigative.

Nel gruppo un altro nativo di Canicattì, 62 anni, sarebbe stato in contatto con associati tunisini mentre un altro membro dell’organizzazione, 39 anni, guidava le barche e si occupava della loro manutenzione e sicurezza.

Gli investigatori hanno affermato che l’indagine ha rivelato la capacità dell’organizzazione criminale transnazionale di offrire nuovi “servizi” nel traffico di migranti volti a rendere più sicuri gli attraversamenti, in cambio di tariffe più elevate.

L’organizzazione avrebbe anche garantito che i migranti non sarebbero stati identificati una volta giunti in Italia.

I collegamenti marittimi tra la Tunisia e la costa siciliana intorno a Trapani e Agrigento furono offerti a gruppi di nordafricani che potevano permettersi l’alto costo dell’esclusivo viaggio a bordo di barche veloci.

Secondo fonti investigative, il servizio offerto non si sarebbe concluso con lo sbarco ma prevedeva forme di assistenza volte a garantire la permanenza dei migranti sul territorio italiano.

La polizia ha documentato i continui contatti telefonici tra i presunti membri della banda indagati, l’acquisto di schede telefoniche, il noleggio di costose barche, automobili, telefoni, appartamenti per ospitare migranti e magazzini per riporre le barche. Secondo fonti investigative, i membri avrebbero anche utilizzato regolarmente messaggi crittografati e avevano una rete di contatti stabili con organizzazioni tunisine.

Chissà se Salvini e Meloni ora riusciranno a capire che come al solito hanno sbagliato mira, prendendosela con i poveri e tacendo vigliaccamente con i ricchi e potenti.

Buon lunedì.

Nella foto: frame di un video della Guardia di Finanza di Agrigento, 6 luglio 2022

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“Basta furore bellicista. Chi è contro la guerra non sta con il dittatore”

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Da poco, per le edizioni People, è uscito il suo libro Maledetti pacifisti che prova a rimettere un po’ di ordine nell’assurdo dibattito che si è acceso in Italia: Nico Piro è un inviato speciale del Tg3 e della Rai, specializzato in aree di crisi e di conflitto. È uno dei massimi esperti di Afghanistan in Italia e nel mondo. Per il suo lavoro ha ricevuto il Premio Ilaria Alpi, il Premiolino, il Premio Luchetta, il Premio Alberto Jacoviello, il Premio Paolo Frajese e il Premio Giancarlo Siani.

Nico Piro, come va la guerra in Ucraina?
“Sta andando nella maniera in cui era prevedibile, se si fossero fatte delle previsioni in buona fede. Chi si è basato su fonti interessate (dal ministero alla difesa britannico alle fonti mai nominate dell’intelligence Usa) si aspettava il collasso militare russo, lo scontro tra oligarchi, la rivolta popolare per il collasso dell’economia. Ma io a metà marzo ho scritto che sarebbe andata in stallo, che sarebbe durata anni. Se ci sono arrivato io poteva farlo anche la Nato, che l’ha detto solo 2 settimane fa. Ha sbagliato previsione o ha dilazionato concetti che aveva ben chiari?”.

Intanto questa guerra fa sempre meno notizia…
“L’Occidente ha dimostrato più volte che usa l’oblio per risolvere i problemi. È lo strumento che siamo destinati a utilizzare anche questa volta”.

Si aspettava questo furore bellicista in Italia
“Da un mondo politico anestetizzato e senza passione per temi importanti (come le morti sul lavoro) non mi sarei mai aspettato che trovassero tutta questa passione trasformando la guerra come idolo. Ormai la guerra è una rigenerazione morale della nostra società o quanto meno un terreno di prova: se sei per la guerra sei una persona retta, se hai dubbi sei amico del dittatore. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere il mio libro”.

Che opinione ha sulla reazione della politica
“Mi ha lasciato di sasso l’incapacità della politica di guardare in prospettiva. È evidente che dopo il 24 febbraio ci dovesse essere una risposta, questo è fuori discussione, ma ai militari che io per lavoro frequento si insegna che quando attacchi devi crearti una via di fuga. La politica italiana ha attaccato senza via di fuga, senza considerare la complessità delle relazioni. Senza considerare quello che sta accadendo. I pacifisti sanno che non c’è una soluzione militare: si troverà un compromesso ma più passa il tempo e più il prezzo è alto in termini di vite umane. E soprattutto ora la Russia ha un vantaggio di territori che prima non aveva”.

So già l’obiezione che le faranno: bisognava regalare a Putin un pezzo dell’Ucraina
“Esistono apparati ben pagati, ben costosi e formati che si occupano di diplomazia. La risposta la devono dare loro. Se il mandato politico è quello di Borrel (ovvero che la soluzione è il campo di battaglia) il vero problema è non volere la pace. Non c’è un mandato politico per la pace. Noi abbiamo dato 20 anni alla guerra in Afghanistan per dimostrare di poter essere una soluzione. Mi pare non abbia funzionato”.

Dicono che così si lascia campo aperto a Putin…
“È la teoria che ha portato al Vietnam (con il comunismo in tutta l’Asia) e i conflitti angloafghani nell’800 contro l’impero russo. Teoria smentita dalla storia”.

Che ne pensa di Svezia e Finlandia ammesse nella Nato sulla pelle dei curdi?
“Loro hanno legittimamente aderito alla Nato, soprattutto dopo la guerra Ucraina e una ragionevole paura. La vicenda dei curdi però è vergognosa perché dimostra come la parola dell’Occidente non abbia valore (abbiamo sconfitto l’ISIS grazie a loro) e come abbiamo perso qualsiasi dignità. E poi dimostra che abbiamo parametri morali a geometria variabile: non trattiamo con Putin ma trattiamo con chi manda in galera giudici, giornalisti, accademici, cioè Erdogan. Tra l’altro creando una situazione di dipendenza già nata con la Turchia sui rapporti con i migranti. Non solo legittimiamo una dittatura ma ce ne stiamo rendendo dipendenti. Cosa accadrà prossimamente con i giacimenti di gas al largo di Cipro?”.

Come resiste alle provocazioni e agli attacchi?
“Dietro a queste provocazioni non ci sono solo singoli. È evidente che ci sono delle batterie organizzate. Io sono contrario a tutte le manipolazioni della conversazione pubblica, non sopporto né i filo-russi né i filo-guerra. Resisto perché cadere nelle provocazioni significherebbe solo fare il loro gioco”.

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