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Lampedusa per tirare la volata a Salvini e Meloni

La situazione nell’hotspot di Lampedusa va oltre ogni immaginazione. In una struttura inadeguata e in condizioni igieniche inaccettabili sono state ammassate per giorni circa 2mila persone. Tra loro bambini e donne incinte. L’emergenza non sta negli sbarchi, diminuiti rispetto al 2021, ma nella mancanza di soccorso in mare e nella lentezza dei trasferimenti. Sembra la Libia ma è l’Italia, aveva commentato l’ex sindaca Giusi Nicolini (anche lei sventolata come vessillo dei diritti e poi dimenticata dal suo partito).

A chi serve Lampedusa Yasmine Accardo, referente di LasciateCIEntrare a Melting Pot Europa spiega: «Ci sono anche casi di persone tornate in Italia per la seconda volta (oggetto quindi per la nostra normativa di reato di reingresso). La prima volta erano stati espulsi senza aver accesso nemmeno ad una informativa, molti speravano con la seconda di riuscire a riconquistare un diritto. Ma nulla cambia. Nemmeno stavolta ci sono riusciti».

«Le persone – prosegue l’attivista – sono trattenute nell’hotspot di Lampedusa senza accesso a legali di fiducia. Sanno che un giudice li giudicherà altrove, senza che possano essere presenti e soprattutto senza un difensore che ne conosca la storia, ricevendo così una veloce sentenza di condanna ed espulsione. Questa è la prassi oramai consolidata. Reato di reingresso che in realtà dovrebbe essere guardato come ricerca di giustizia negata ancora e ancora».

A chi serve Lampedusa Il giornalista Riccardo Bottazzo abbozza un’ipotesi: «È incredibile che ogni estate a Lampedusa si ripeta lo stesso copione. La possibilità di organizzare dei veloci trasferimenti verso le altre regioni italiane e il sistema di accoglienza sarebbe nelle facoltà di uno Stato che ad oggi è riuscito ad accogliere oltre 145mila profughi ucraini. Ma lo stato di emergenza permanente serve a legittimare la politica del governo con le sue prassi d’urgenza e gli accordi bilaterali dalla dubbia legittimità, a stringere patti con dittatori costantemente riabilitati in quanto “necessari” fino a rifinanziare le milizie libiche, con l’ovvia conseguenza di riportarci ad un livello di dibattito pubblico sempre al punto di partenza e reso ancor più infimo dai facili slogan ed isterie della destra», scrive.

Non è un caso che con la crisi di governo in corso Salvini e Meloni si ributtano sugli slogan (falsi) contro l’immigrazione. Come se non esistesse la povertà, come se non esistesse la crisi, come se non esistessero gli italiani che non riusciranno a pagare le bollette, come se il pianeta non stesse soffrendo per la crisi climatica. Niente di niente. Si buttano sugli immigrati per racimolare qualche voto. Sono sovranisti ma l’unica loro Patria sono loro stessi, le loro tasche, i voti.

Buon lunedì.

Per approfondire, vedi Left del 15-21 luglio 2022

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SOMMARIO

 

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La Fake News a stelle e strisce di Draghi caduto sulle armi all’Ucraina

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Visto che da mesi assistiamo alle lezioni focose di presunti esperti di propaganda e disinformazione – tutta gente che poi scivola in difesa di questo o quel leaderino a cui sono affezionati – sarebbe bello sottoporre alla masnada di giornalisti geopolitici dell’ultim’ora il titolo di oggi del Wall Street Journal, quotidiano spesso sventolato per certificare “l’autorevolezza dell’Italia all’estero”.

La Fake News a stelle e strisce

Il quotidiano Usa, con un affondo mirabile di fantasia, titola “il primo ministro italiano Mario Draghi si dimette mentre la coalizione crolla” e sotto ci scrive “la coalizione di governo ha litigato sull’opportunità di inviare armi in Ucraina”. Lo slancio è notevole: mettere insieme la guerra con la crisi del governo italiano facendo credere che il motivo del contendere sia l’invio delle armi in Ucraina è fieno per il Partito Unico Bellicista e per i complottisti demenziali che in queste ore vorrebbero farci credere che sia addirittura Vladimir Putin il regista della crisi del governo Draghi. Sia chiaro: che Putin sia contento di un’eventuale caduta di Draghi (come di qualsiasi caos e indebolimento del fronte politico in Europa) è un dato di fatto. Che Putin sia il mandante della crisi è roba da complottisti di quart’ordine.

Eppure il Wall Street Journal, come un giornaletto russo qualsiasi, manipola la realtà e sul suo account twitter seguito da 20 milioni di persone scrive: “Il primo ministro italiano ha detto che si sarebbe dimesso dopo che la sua coalizione è andata in pezzi per i disaccordi sull’invio di armi in Ucraina”. I giornalisti Eric Sylvers e Marcu Walker scrivono nel pezzo: “Draghi ha detto che si sarebbe dimesso dopo che un partito chiave della sua coalizione ha ritirato il suo sostegno al suo governo a seguito di litigi tra i gruppi sull’opportunità di inviare armi in Ucraina e quanto sostegno finanziario dare alle famiglie italiane scosse dall’alta inflazione”. Qui in Italia abbiamo qualcuno che sbraita di un governo caduto “per un termovalorizzatore a Roma”. Il “soft power” statunitense (che non è altro che propaganda, seppure elegantissima) è riuscito addirittura a fare di peggio.

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Più si avvicina il voto più i politici ricorrono alla menzogna sistematica

Ogni tanto mi capita, per svuotarmi dall’incessante flusso pornografico di notizie di politica, di passeggiare per le pagine di Pagella politica, il sito che minuziosamente controlla le dichiarazioni dei leader politici italiani e le confronta con i dati reali. Ogni tanto mi immagino i colleghi di Pagella politica con i morsetti usati per i delicati interventi chirurgici oculari (quelli di Arancia Meccanica, per intendersi) mentre frugano tra le montagne di dichiarazioni – me le immagino accatastate come la spazzatura romana sui marciapiedi – con quel loro slancio per la lealtà verso la verità.

Salvini, canne al vento

Lì dentro c’è, tanto per fare un esempio, Matteo Salvini che il 10 luglio al quotidiano La Nazione diceva che «la linea ufficiale del governo, certificata dal Dipartimento per le politiche antidroga, è nettamente contro la cannabis». Immagino un elettore e una elettrice che leggendo una dichiarazione del genere possano pensare a un colpo di testa dei partiti (come il Pd e il M5s) che sostengono la proposta di legge per depenalizzare la produzione di cannabis in piccole quantità. I custodi della realtà di Pagella politica raccontano che «il presidente del Consiglio Mario Draghi è stato chiamato in causa sul tema, non ha parlato di una posizione contraria del governo, ma ha detto che è compito del Parlamento legiferare sulla depenalizzazione. Inoltre, l’ultima relazione annuale del Dipartimento per le politiche antidroga parla esplicitamente della necessità di prendere in considerazione la depenalizzazione della cannabis». I lettori de La Nazione però probabilmente non sapranno mai di avere letto una dichiarazione falsa.

L'Europa e le contraddizioni di Giorgia Meloni
La leader di FdI Giorgia Meloni (Getty Images).

Giorgia Meloni e le spese militari inesistenti

Ed è una lunga catena di menzogne. Salvini dice che «siamo l’unico Paese del G20 a non avere le centrali nucleari» e invece quelli pazientemente spiegano che «oltre all’Italia, anche Australia, Arabia Saudita, Indonesia e Turchia non producono energia grazie al nucleare, a cui vanno aggiunti anche 14 Stati membri senza nucleare su 27 dell’Unione europea, che fa parte del G20 nel suo complesso». C’è Giorgia Meloni che dice «Fratelli d’Italia è l’unico partito che l’aumento delle spese militari ce l’ha nel programma dall’inizio della sua nascita» e invece di spese militari non si parlava nel programma di Fratelli d’Italia e nemmeno in quello della sua coalizione del Popolo delle libertà (hanno cominciato a parlarne sei anni dopo). C’è Guido Crosetto che sentenzia «il codice penale oggi in vigore è stato firmato dal re e da Mussolini e ha passato il vaglio della Costituzione antifascista, mentre il codice di procedura penale dell’antifascista Vassalli è stato bocciato dalla Corte» e invece «sia il codice penale, sia il codice di procedura penale, hanno subito interventi di censura da parte della corte Costituzionale ma entrambi sono oggi in vigore. Dire che uno è stato “bocciato” dai giudici, mentre l’altro ha “passato il vaglio della Costituzione antifascista” è dunque scorretto. Anzi, il codice penale Rocco è stato ampiamente modificato dal legislatore e dalla Consulta proprio per depurarlo delle norme più chiaramente figlie dell’epoca fascista».

Più si avvicina il voto più i politici ricorrono alla menzogna sistematica
Danilo Toninelli (Getty Images).

Le tasse secondo Toninelli 

C’è Salvini che racconta che l’Unione europea ha raccomandato all’Italia di «reintrodurre la tassa sulla prima casa» e invece le raccomandazioni chiedevano al nostro Paese di aggiornare i valori catastali, e non di introdurre di nuovo un’imposta sulla prima abitazione. C’è l’ex ministro Danilo Toninelli che su Facebook scrive che da quando il Movimento 5 stelle è alla guida dell’Italia, le tasse «si sono solo abbassate» e invece il rapporto tra imposte e Pil è calato leggermente solo alla fine del 2018 e negli anni successivi è poi continuato a salire. C’è Meloni che per difendere i balneari disse che con il provvedimento del governo «30 mila aziende italiane vengono letteralmente espropriate e mandate all’asta» e invece gli stabilimenti e le imprese balneari in Italia sono al massimo un terzo della cifra citata da Meloni, le spiagge sono un bene pubblico (quindi non vengono espropriate, al massimo ritornano al legittimo proprietario) e non ci sono aste ma normali gare pubbliche.

Più si avvicina il voto più i politici ricorrono alla menzogna sistematica
Raffaele Sasso, sottosegretario all’Istruzione in quota Lega (da Fb).

Il sottosegretario fa confusione sullo ius soli

Secondo il sottosegretario all’Istruzione Rossano Sasso, deputato della Lega, «In Italia lo ius soli è in qualche modo già previsto dall’articolo 9, comma 1, lettera f, della legge 92 del 1991» (Omnibus, 3 luglio 2022) e invece la legge italiana sulla cittadinanza (la n. 91 del 1992) non prevede lo ius soli. Di questa forma di concessione della cittadinanza non si fa nemmeno menzione nell’articolo specifico citato dal sottosegretario. Poi c’è il deputato di Forza Italia Lucio Malan sui cambiamenti climatici, e così via.

Con l’avvicinarsi del voto aumenta il ricorso alla menzogna sistematica

Al di là del meritorio lavoro del sito Pagella politica rimane, dopo averlo navigato, la sensazione di non essere mai nella verità, mai, nel nostro agone politico. L’avvicinarsi delle elezioni tra l’altro accelererà il ricorso alla menzogna sistematica come arma di politica. A me, che per mestiere la politica mi ritrovo a commentarla, mi pare un questione enorme, questa della verità. È qualcosa che meriterebbe un’alleanza d’unità nazionale, un intergruppo parlamentare. La verità dovrebbe essere il prerequisito di qualsiasi ruolo pubblico (me la auguro anche nel privato, personalmente). Invece siamo ancora qui, a confondere le legittime opinioni per il diritto di dire il falso. La crisi della verità si affiancherà in autunno a quella energetica, climatica e pandemica.

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La propaganda Usa sulla crisi del governo Draghi

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Visto che da mesi assistiamo alle lezioni focose di presunti esperti di propaganda e disinformazione – tutta gente che poi scivola in difesa di questo o quel leaderino a cui sono affezionati – sarebbe bello sottoporre alla masnada di giornalisti geopolitici dell’ultim’ora il titolo di oggi del Wall Street Journal, quotidiano spesso sventolato per certificare “l’autorevolezza dell’Italia all’estero”. Il quotidiano USA, con un affondo mirabile di fantasia, titola “il primo ministro italiano Mario Draghi si dimette mentre la coalizione crolla” e sotto ci scrive “la coalizione di governo ha litigato sull’opportunità di inviare armi in Ucraina”.

Per il Wall Street Journal il governo Draghi starebbe cadendo sulle armi all’Ucraina

Lo slancio è notevole: mettere insieme la guerra con la crisi di governo italiano facendo credere che il motivo del contendere sia l’invio delle armi in Ucraina è fieno per il Partito Unico Bellicista e per i complottisti demenziali che in queste ore vorrebbero farci credere che sia addirittura Putin il regista della crisi del governo Draghi. Sia chiaro: che Putin sia contento di un’eventuale caduta di Draghi (come di qualsiasi caos e indebolimento del fronte politico in Europa) è un dato di fatto. Che Putin sia il mandante della crisi è roba da complottisti di quart’ordine. Eppure il Wall Street Journal, come un giornaletto russo qualsiasi, manipola la realtà e sul suo account twitter seguito da 20 milioni di persone scrive: “il primo ministro italiano ha detto che si sarebbe dimesso dopo che la sua coalizione è andata in pezzi per i disaccordi sull’invio di armi in Ucraina”. I giornalisti Eric Sylvers e Marcu Walker scrivono nel pezzo: “Draghi ha detto che si sarebbe dimesso dopo che un partito chiave della sua coalizione ha ritirato il suo sostegno al suo governo a seguito di litigi tra i gruppi sull’opportunità di inviare armi in Ucraina e quanto sostegno finanziario dare alle famiglie italiane scosse dall’alta inflazione”. 

Lo chiamano “soft power” ma è semplicemente propaganda

Qui in Italia abbiamo qualcuno che sbraita di un governo caduto “per un termovalorizzatore a Roma”. Il “soft power” USA (che non è altro che propaganda, seppure elegantissima) è riuscito addirittura a fare di peggio.

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Che pena, quasi tutti

Ieri sera, dopo una giornata convulsa a seguire le tragicomiche acrobazie di un governo “autorevole sul piano internazionale” (è lo slogan vincente di queste ore) ma caduco qui a casa nostra, ero con un amico davanti a un bicchiere di vino. «E ora», mi ha chiesto, contaminato dall’isteria collettiva di chi ha bisogno di un allarme al giorno per sentirsi partecipe alla realtà. Ho spiegato, con calma, che si tratta solo dell’ennesima crisi di governo di questa legislatura che ricorderemo come sempre gravida di leader che non hanno rinunciato al loro partitino di cittadinanza. Una legislatura, sembra che in molti se ne siano dimenticati, che arriva a fine corsa con schieramenti geneticamente modificati mai passati dalle urne, simboli e sigle che esistono sulla carta intestata del Parlamento con truppe di deputati e senatori che non potranno mai avere passando da una normale elezione politica.

Ricordavamo, aiutati dalla tranquillità del tavolino di un bar dove ci si presenta solitamente di persona, senza l’aiuto di infervorate truppe cammellate come avviene su Twitter, che l’ultima crisi di governo avvenne con centinaia di morti al giorno e una pandemia che ai tempi appariva insormontabile. Cadde il governo per il Mes. Sembra incredibile, vero? Fu “il Mes” la roncola usata in quell’occasione, roba perfino più triste del candelabro del maggiordomo. Ci spiegarono dopo che il Mes fu solo la leva per togliere di torno Conte da Palazzo Chigi. Fu definito un capolavoro. L’arrivo di Draghi rese ancora più fieri i fans del guastatore. Ci sta, la politica è un gioco – spesso sporco – che prevede anche l’azzoppamento dei nemici.  In quell’occasione qualcuno vide nel “conticidio” una manovra oscura di poteri esterni e piani alti. Trovai la teoria piuttosto bislacca: avevano semplicemente vinto coloro che volevano fare fuori Conte. A posto così.

Parimenti bislacca è la teoria che debbano esistere poteri forti (diametralmente opposti) in questo caso in cui Draghi ha perso la fiducia – politica – di un partito. È la ripetizione speculare di ciò che accadde solo che in questo caso, non si capisce bene il perché, il “capolavoro politico” che fu ora dovrebbe essere un “tradimento”. Anzi, per dirla meglio: conticidio, tradimento e tutte queste altre panzane buone per aumentare il coinvolgimento social sono furberie retoriche e emozionali che attengono al tifo. Non c’entrano nulla con la politica… Hanno a che fare piuttosto con bestie e bestioline – rondoliniane o morisiane, sono tutte della stessa pasta – che vivono la politica come una partita di calcio. Tifosi, semplicemente.

«Ma ora arriva la destra», mi ha detto quel mio amico seduto stanco, introiettando un altro tic che ciclicamente viene usato da chi aspira al massimo al meno peggio. Gli ho spiegato, spero di essere stato abbastanza convincente, che la “destra” sta già al governo, bella pasciuta, avendo piazzato un filotto di ministri che non avrebbero mai potuto sperare in una loro resurrezione politica senza il “capolavoro” dell’ultima crisi di governo. Salvini, per dirne uno, quel Salvini che si era ribaltato da solo in un parcheggio nell’estate del Papeete, oggi sta al governo. Brunetta, che sgomma con la sua auto da ministro, prima del governo Draghi era nascosto in un’ala polverosa del Parlamento. Giorgetti, che gioca a fare il Gianni Letta in queste ore, è stato riabilitato per un gioco di crisi e di rovesciamenti. Volendo vedere la stessa Giorgia Meloni è stata messa nella comoda posizione di poter cannoneggiare nella conveniente posizione dell’unica opposizione grazie alla crisi precedente a questa.

Se vincerà la destra, trainata da Giorgia Meloni, vorrà dire che questo “governo dei migliori” là fuori non ha voti. Di più: significherà che c’è un bacino elettorale ampio, ampissimo, che non si trova d’accordo con le politiche di Draghi. Mi pare lecito, in democrazia. O forse il tema vero è che questi leader di partito sono abilissimi guastatori delle politiche degli altri ma hanno una paura fottuta di sottoporre le proprie politiche ai loro elettori. Funziona così, la politica e la democrazia.

Buon venerdì.

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Con la crisi di governo tornano le promesse di Pulcinella

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Comunque la si pensi, al di là delle sensibilità politiche di ognuno, bisognerebbe attenersi a un livello minimo di decenza della serietà. Sono ore in cui si ascolta di tutto. Sembrano profonde analisi politiche, accigliati editoriali ma è solo la solita idiosincrasia per il voto.

Sono ore in cui si ascolta di tutto. Sembrano profonde analisi politiche, accigliati editoriali ma è solo la solita idiosincrasia per il voto

Gli toccherebbe aprire la porta e affrontare la realtà lì fuori, che hanno sempre derubricato a semplice brusio. Il M5S, come spesso accade, prova a rompere nel momento più difficilmente comprensibile. Si sono ingoiati di tutto e ora puntano su una “goccia” che dovrebbe fare traboccare il vaso.

Solo che la “goccia” da fuori è difficile da comprendere e far comprendere. Politicamente non funziona, come non hanno funzionato molte scelte di Conte. Il Pd dice che nei prossimi due mesi faranno quello non hanno fatto in due anni. Se ci credono davvero sono di un’ingenuità pericolosa. Se è retorica di maniera beh, non vale nulla.

Il grande centro (che ha più commentatori che elettori) fino a ieri ripeteva percentuali utopistiche e invece, come sempre, teme il voto come candeggina sugli occhi. Del resto il loro programma è “non toccare nulla”. Facile così. Anche Salvini e Meloni sono terrorizzati. Speravano di avere il tempo per decidere chi sarebbe stato in porta e ora riusciranno a dissanguarsi perdendo voti oppure si rimetteranno a cuccia ai piedi di Berlusconi.

Fantastici quelli che si stupiscono che un governo politicamente fragilissimo sia fragile. Sono gli stessi che vorrebbero convincerci che esista una sfiducia eroica e una sfiducia irresponsabile: dipende tutto da chi la provoca. In tutto questo ci sono le pensioni che maturano il 24 settembre per i parlamentari al primo mandato (che non sono pochi, circa il 70%). I piccoli interessi personali peseranno più dei finti ideali, vedrete.

Ma l’ipocrisia più sfacciata e pericolosa è quella che si è messa in moto – in questa crisi/non crisi – per raccontare il governo Draghi come qualcosa che non è mai stato. Dalle parti del Partito democratico alcuni si sono immolati per dirci che proprio nei prossimi mesi, la prossima settimana, nelle prossime ore sarebbero arrivate le riforme che il governo dei migliori non ha avuto il tempo di fare in questi due anni.

Ci hanno messo dentro di tutto, dal salario minimo (su cui ballano da mesi), alla lotta al carovita (che è arrivato ben prima della guerra), alla transizione ecologica (un altro fallimento disperante dell’esecutivo), alla lotta alla povertà (dopo due anni di lotta contro i poveri) e chi più ne ha più ne metta. Per qualche ora tra i politici sembrava una rincorsa a vendere la batteria di pentole aggiungendoci televisori e mountain bike in omaggio, un riscrittura della realtà con il sottofondo di una goffa televendita.

Credere che il governo Draghi possa improvvisamente spillare giustizia sociale negli ultimi mesi, con un colpo di coda umanista dopo mesi di finanza, è una sciocchezza indegna per chi la racconta. “Ma così arriva la destra”, dicono. Anche questa è una bugia: la destra è arrivata proprio con Draghi, con tanto di ministri che erano politicamente finiti e che sono stati resuscitati. Almeno la serietà, almeno questo.

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La morte di Scalfari tra cordoglio e ipocrisia

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A 98 anni è morto Eugenio Scalfari, il primo direttore e manager dell’editoria italiana. Le sue due creature, L’Espresso e Repubblica, hanno segnato un’epoca e un modo di fare giornalismo. Era l’epoca dei quotidiani piegati nella tasca che indicavano anche la fiera appartenenza a un’area politica e Scalfari, primo anche in questo, ha inteso il giornalismo come “pungolo” e suggeritori anche per la sua area di appartenenza. 

Eugenio Scalfari ha fondato Repubblica e L’Espresso

Nei primi anni ’50 inizia con il Mondo di Pannunzio e l’Europeo di Arrigo Benedetti. Nel ’55 con quest’ultimo fonda L’Espresso, primo settimanale italiano d’inchiesta. Scalfari vi lavora nella doppia veste di direttore amministrativo e collaboratore per l’economia. E quando Benedetti gli lascia il timone nel ’62, diventa il primo direttore-manager italiano, una figura all’epoca assolutamente inedita per l’Italia. Questo doppio ruolo sarà poi anche uno dei fattori del successo di Repubblica.

Scalfari, il primo direttore manager nel giornalismo italiano

Era un intellettuale fiero delle sue amicizie e delle sue inimicizie, maestro di una schiera di giornalisti che oggi lo ricordano con orgoglio. Il Presidente della Repubblica Mattarella l’ha ricordato come «assoluto protagonista della storia del giornalismo nell’Italia del dopoguerra. La chiarezza della sua prosa – scrive nel suo messaggio il Capo dello Stato -, la profondità delle sue analisi, il coraggio delle sue idee hanno accompagnato gli italiani per oltre settant’anni e hanno reso i suoi editoriali una lettura fondamentale per chiunque volesse comprendere la politica, l’economia». Anche Papa Francesco ha ricordato Scalfari: «Conserva con affetto la memoria degli incontri – e delle dense conversazioni sulle domande ultime dell’uomo – avute con lui nel corso degli anni e affida nella preghiera la sua anima al Signore, perché lo accolga e consoli quanti gli erano vicini», ha detto all’ANSA il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.

Tra i messaggi di cordoglio sono arrivati anche quelli di Salvini e di Berlusconi, gli stessi che l’hanno infangato per anni. Funziona così: nemmeno la morte spegne l’ipocrisia. E anche Repubblica e L’Espresso hanno un’anima ben diversa da quella fondativa.

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Soldi sepolti in giardino: la ‘Ndrangheta non è in crisi

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Mentre il Paese sprofonda nella crisi energetica, si brucia nella crisi climatica e si affama nella povertà che dilaga la ‘Ndrangheta non sa più dove mettere i soldi e decide di sotterrarli in giardino.

Pentoloni carichi di denaro sepolti dalla ‘Ndrangheta in giardino

Come nelle favole ma questa è una favola nera: le perquisizioni degli uomini della Polizia nell’ambito di una vasta operazione contro la criminalità organizzata nel torinese e in altre parti del paese hanno rivenuto pentoloni carichi di denaro che una volta riportati in superficie hanno svelato un vero e proprio patrimonio di banconote e monete.

Il tribunale di Torino ha emesso venti custodie cautelari in carcere, sei arresti domiciliari e due obblighi di dimora, emesse per diversi reati: associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, plurime cessioni di ingenti quantitativi di droga (hashish, marijuana e cocaina), violazione della normativa in materia di armi, riciclaggio, reimpiego di denaro provento delittuoso, rapina e ricettazione.

Al vertice del gruppo, secondo gli investigatori, c’è il 43enne boss Vittorio Raso, arrestato lo scorso 22 giugno nei dintorni di Barcellona dopo un periodo di latitanza. Gli agenti di polizia nel corso dell’indagine hanno sequestrati circa 800 chili di droga di vari tipi, due pistole, tre fucili, 12 chili di esplosivo, centinaia di munizioni e un milione di euro in banconote di vario taglio. Come il gatto e la volpe i soldi erano seminati nel giardino. 

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Nicola Gratteri candidato al Csm? Ecco perché le correnti tremano

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Nicola Gratteri candidato al Csm? Il 24 settembre non è lontano e il Consiglio superiore della magistratura si prepara al rinnovo dei suoi membri nella fase più delicata della politica (che traballa in un governo sostenuto con accanimento terapeutico) e della magistratura ancora provata dallo scandalo Palamara (che, non è un caso, si prepara per scendere in politica). 

Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sta pensando a una candidatura al Csm

Dovrebbe essere l’elezione della rigenerazione di una magistratura sfibrata dalle correnti e minata nella credibilità. Era febbraio quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella disse “nell’inviare un saluto alle nostre Magistrature – elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della nostra società – mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia”.

“Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività”. Il capo dello Stato parlò di «principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura» che devono «corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini». 

C’è da scegliere  tra i sette collegi definiti dalla riforma Cartabia ma come anticipato dal Fatto Quotidiano ad agitare le acque c’è la possibile discesa in campo del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, simbolo della lotta alla ‘Ndrangheta ma soprattutto simbolo di una magistratura, piaccia o no, scollegata dai poteri e dalle correnti. Gratteri è fresco di bocciatura come procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo (gli è stato preferito Gianni Melillo) ma soprattuto si trova di fronte alla scelta di tentare la sfida elettorale per Palazzo dei Marescialli o concentrarsi sulla corsa alla procura di Napoli (lasciata vacante proprio da Melilla) o attendere che si liberi il posto di procuratore capo a Bologna, là dove la ‘Ndrangheta è sempre più presente.

Di certo la discesa in campo darebbe fastidio, eccome, alle correnti più storiche come Unicost, che nel collegio 2, quello riservato ai pm, punta su Marco Bisogni, pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania. Magistratura indipendente, la corrente di ispirazione moderata e liberale della magistratura italiana, dovrebbe puntare sulla presidente del tribunale di Crotone Maria Vittoria Marchianò, ex giudice della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, e il giudice Tiziana Drago in servizio presso il tribunale di Reggio Calabria.

AreaDg, espressione della sinistra giudiziaria come Magistratura democratica, ha deciso di candidare nel collegio 2 (requirenti) Maurizio Carbone, procuratore aggiunto di Taranto, mentre nel collegio 4 (giudicanti) ci sarà Genantonio Chiarelli, giudice del tribunale di Brindisi. Gratteri avrà tempo per decidere fino al prossimo 21 luglio, data di scadenza dei termini per la presentazione.

Le correnti della magistratura e la politica sperano che Gratteri ci ripensi

Di certo la candidatura di Gratteri romperebbe la logica di equilibri nel suo collegio che comprende Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, Abruzzo, Basilicata e Marche. Accadrebbe che i due favoriti (Maurizio Carbone, procuratore aggiunto di Taranto, per i progressisti di Area e Dario Scaletta, pm a Palermo, per i conservatori di Magistratura indipendente) si vedrebbero probabilmente si ritroverebbero a dover rinunciare a un seggio che a oggi tutti davano come già conquistato. Per questo i capi delle correnti tifano per un dietrofront del procuratore di Catanzaro e proprio per questo – com’è nell’indole di Gratteri – lui sta prendendo seriamente in considerazione l’ipotesi di “rompere”.

Tra i laici invece bisognerà seguire con attenzione l’evoluzione in casa del M5S: se saranno ancora al governo difficilmente potranno puntare ad avere tre tecnici come accadde 4 anni fa. La tentazione potrebbe essere di puntare su un nome fortemente “politico” come l’ex ministro Alfonso Bonafede. Le variabili in questo caso però sono moltissime: il governo traballa e gli equilibri dei gruppi parlamentari sono in veloce evoluzione. La speranza è sempre la stessa: fingere di cambiare perché nulla cambi. O almeno il meno possibile.

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Ius Scholae rimandato, ma la politica è da bocciare

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C’è di tutto. Si va dalla riforma degli Istituti tecnici superiori (che la Lega tira per le lunghe per guadagnare tempo), poi c’è la legge per lo spettacolo, poi Terzo settore, poi Roma capitale, c’è Cingolani che riferisce sulla siccità, poi il Ddl Concorrenza, poi quello Semplificazioni e in più c’è anche una crisi di governo paventata, ritirata, riavventata e ritirata di nuovo: i diritti spariscono dall’agenda di governo e vengono rinviati a settembre, esattamente come volevano Salvini e Meloni.

Lo Ius scholae e la legge sulla cannabis sono rimandate

Lo Ius scholae, la legge che prevede la cittadinanza per chi ha completato il ciclo scolastico in Italia (molti sono perfino nati qui) e la legge sulla cannabis (si parla di tre piantine da poter coltivare in casa per essere strappate alla criminalità organizzata) sono rimandate. Solo che in politica rimandare una legge significa affossarla senza nemmeno prendersi la responsabilità di farlo.

Come scrive Carlo Verdelli, direttore di Oggi, “anche cannabis e Ius Scholae si aggiungono mogi alla lunga fila dei diritti promessi e traditi. Rimandati a settembre, cioè a mai, futuro finto. Come quel cartello furbastro nei negozi: oggi non si fanno sconti. E se entri domani c’è lo stesso cartello di ieri”. Mica per niente la Lega esulta. “No droga libera e cittadinanza facile agli immigrati”, ripetono fieri i parlamentari leghisti che come tutti quelli che non riescono a immaginare nuovi diritti possono darsi notare solo affogando quelli degli altri.

Del resto sulla cannabis sarà difficile trovare una mediazione anche con il centrodestra più moderato – troppo complicato approfondire – mentre sullo Ius scholae il Vaticano risulta più progressista di Salvini e Meloni: secondo monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei “lo Ius scholae va incontro alla realtà di un Paese che sta cambiando”.

Il sacerdote, intervistato dall’Ansa si è augurato che “le ragioni e la realtà prevalgano rispetto ai dibattiti ideologici per il bene non solo di chi aspetta questa legge ma anche dell’Italia che è uno dei Paesi più vecchi”. Ma vedrete che coloro che si professano ferventi cristiani ora preferiranno rimanere nel cassetto degli stolti razzisti. Soluzioni ce ne sarebbero, eccome.

Basterebbe ad esempio costringere i nostri affaticatissimi parlamentari a lavorare anche di giovedì (con la calura in Parlamento è arrivata la settimana “corta” e il mercoledì sera si chiude la valigia) oppure basterebbe che il centrosinistra facesse ciò per cui è stato eletto ormai 4 anni fa (anche se sembra un’altra era) ovvero battersi per i diritti trattandoli non solo come buoni propositi da sventolare in campagna elettorale ma come veri e propri punti di programma da inseguire con tenacia.

Vi risponderanno – vedrete – che il governo Draghi “tiene insieme troppe anime” che significa fondamentalmente avere partecipato alla costruzione e alla funzione di un governo che si limita a far di conto, senza nemmeno troppo occhio per le minoranze e per la povertà. Se ne parla a settembre, quindi, come per i progetti che in ufficio e sul lavoro vengono sacrificati sull’altare delle vacanze.

Se ne parla a settembre come se fossero dei lavoretti da fare in casa che non richiedono troppa urgenza. Solo che in questo caso lì, dentro in quelle leggi, ci sono le persone che aspettano da una vita di esistere. E anche loro sanno benissimo che il prossimo governo che verrà non promette nulla di buono. Se ne parla tra 6 anni, se tutto va bene.

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