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La ricetta spagnola funziona. Da noi i diritti restano un tabù

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“Abbiamo cambiato paradigma, aumentando diritti e salari per tutti e sanando una disfunzione. L’altra cosa bella sa qual è? Che a livello economico funziona”. In Italia se qualcuno pronunciasse una frase del genere sarebbe ritenuto idealista, sognatore e nel peggiore dei casi un nemico dello Stato e delle imprese. Eppure sono le parole della vicepresidente del governo spagnolo Yolanda Diaz, espressione di Unidas Podemos e ministro del Lavoro in Spagna dove all’inizio di quest’anno è stata varata una riforma del lavoro con il dichiarato intento di ridurre la precarietà.

La ministra del Lavoro spagnola Diaz parla di dati record. Ad aprile i lavoratori stabili sono saliti a 12,8 milioni

A Repubblica Diaz ha demolito con poche parole tutti gli interessati pregiudizi di un certo mondo delle imprese italiane e ha capovolto la narrazione italiana: “Stiamo dimostrando – dice Diaz intervistata dal quotidiano romano – che l’assunto di partenza del dibattito era falso, ovvero che non ci potessero essere maggiore stabilità e maggiori diritti, specie in due grandi settori per noi come turismo e agricoltura. Invece i dati ci dicono il contrario, i nuovi contratti aumentano e questo sta avvenendo anche nei mondi tipicamente stagionali, grazie ai contratti discontinui ma stabili (fijos-discontinuos, ndr). Un lavoro di qualità è un bene per le aziende stesse, il lavoro precario rende anche le imprese precarie”.

Chissà che ne pensano gli astuti editorialisti di casa nostra che ogni giorno si spremono per trovare qualche testimonial del lavoro precario come unica alternativa per salvare la stagione estiva. A parlare per la riforma del lavoro in Spagna sono i numeri: ad aprile secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (Ine) erano 12,8 milioni i lavoratori spagnoli ad avere un contratto stabile, un record reso possibile anche da 1.450.093 contratti firmati solo nel mese di aprile di cui 698.646, ovvero il 48,2%, a tempo indeterminato. La riforma, frutto di un ampio consenso tra governo e sindacati, era passata lo scorso 3 febbraio con 175 sì e 174 no, curiosamente grazie a un errore nel voto del deputato popolare Alberto Casero.

È stata fortemente voluta anche dalla Commissione europea che l’ha inserita tra le condizioni per accedere ai fondi del NextGen EU per ridurre la precarietà e per correggere le storture della negoziazione collettiva. Vengono previsti solo due tipi di contratto a termine: quello strutturale, per ragioni legate alla produzione e quello di sostituzione di un altro lavoratore. In entrambi i casi il contratto può avere una durata massima di 6 mesi, estendibili a un anno solo per circostanze particolari previste nell’accordo collettivo.

Spariscono di fatto i contratti a termine di cui le imprese (in Spagna e anche da noi) hanno abusato per anni. Anche le sanzioni sono più severe: le multe colpiranno le imprese per ogni contratto irregolare. Per garantire invece la flessibilità nei settori con un alto numero di lavoratori stagionali i nuovi contratti restano a tempo determinato ma prevedono forme di tutela simili a quelle garantite dai contratti a tempo indeterminato sia in termini di salario sia in termini di scatti di anzianità.

La nuova legge prevede anche il ritorno alla centralità della contrattazione collettiva e dei sindacati. Viene impedita la possibilità, introdotta con la riforma del 2012, di sostituire tramite accordi d’azienda i contratti collettivi in scadenza. Quando un contratto collettivo arriverà alla data di scadenza, potrà comunque rimanere in vigore finché non verrà raggiunto un nuovo accordo con le parti sociali. Anche sulle assunzioni mediante l’utilizzo di società multiservizi viene imposta un giro di vite: i datori di lavoro dovranno garantire, infatti, salari e condizioni contrattuali stabilite dal contratto di collettivo di settore anche per i lavoratori interinali, cancellando di fatto la scorciatoia delle agenzie di lavoro come serbatoio di manodopera a basso costo e senza diritti.

Per evitare che il contratto di formazione fosse una furberia ne sono state previste due categorie: quello di alternanza studio-lavoro che è però retribuito e il tirocinio professionale. L’alternanza scuola lavoro può durare dai 3 mesi a due anni e la retribuzione è quella stabilita dal contratto collettivo.

Nel caso non sia previsto, la retribuzione comunque non può essere inferiore al 65% il primo anno, e al 75% il secondo anno, rispetto a quella fissata dal contratto del settore per l’attività svolta. Ma ad essere tutelate sono anche le imprese: la legge oltre a facilitare l’accesso agli Erte (una sorta di cassa integrazione) introduce il meccanismo Red di Flessibilità e Stabilizzazione dell’Impiego. Si tratta di una misura per permettere alle aziende in difficoltà di ridurre la giornata lavorativa o sospendere i contratti su iniziativa del Consiglio dei Ministri.

La misura può essere ciclica (quando la situazione macroeconomia generale lo richiede) e settoriale (quando in un settore è necessario un processo di riqualificazione e transizione professionale dei lavoratori). Temi che in Italia sono trattati come se fossero brigatismo sindacale, in Spagna sono già legge. È tutto scritto, basterebbe avere voglia di leggere e prendere esempio.

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Cambiamenti climatici, Draghi e Cingolani inadeguati alla sfida

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Stefano Caserini, ingegnere ambientale e dottore di ricerca, svolge da anni attività di ricerca e di consulenza per enti pubblici e privati sulle strategie di riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici e climalteranti. Titolare del corso di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative. Il suo ultimo libro è “Sex and the climate. Quello che nessuno vi ha ancora spiegato sui cambiamenti climatici”, uscito a gennaio per People.

Caserini, si sono svegliati tutti improvvisamente sul cambiamento climatico?
“È una cosa ricorrente, accade d’estate. Anche in passato d’estate per una settimana s’è parlato, in più ora c’è stata la tragedia della Marmolada. Si sa che andiamo verso un aumento di attenzione. Poi magari l’anno prossimo sarà un incendio piuttosto che un ghiacciaio”.

Nel frattempo sono spuntati anche i negazionisti…
“Sì, ma sono sempre di meno, sono sempre quei quattro gatti che riciclano le solite cose, piuttosto patetiche. Sono casi umani che non contano più niente se pensiamo alle grandi scelte che vengono fatte a livello europeo. Le decisioni, per fortuna, non tengono conto degli articoli de Il Foglio o La Verità. Un pezzo di classe dirigente non si muove perché ha in testa queste sciocchezze ma i negazionisti che 10 o 15 anni fa occupavano Il Sole 24 Ore e Corriere ormai sono scomparsi, sono ignorati dai grandi media, salvo poche eccezioni. Forse sono diventato troppo ottimista ma credo che qualsiasi persona intelligente non potrebbe dare corda ai negazionisti. È vero però che inconsciamente tutti noi non vorremmo farei conti con la gravità della situazione. Molti studi dicono che questi atteggiamenti servono per non affrontare la condizione sistemica che ci angoscia”.

Eppure alcuni sono gli stessi che decantavano la scienza e se la prendevano con i No Vax…
“Li vedo più come inattivisti che negazionisti. Il negazionismo nega la scienza del clima, dice che le cause sono altre. L’inattivismo – termine coniato dal climatologo Micheal Mann – è più subdolo e pericoloso perché non entra nel merito e ci dice che dobbiamo agire con calma. Non accetta l’urgenza dell’azione, i tempi della transizione. Se noi vogliamo rispettare l’accordo di Parigi che abbiamo ratificato la transizione deve essere fatta in 30 anni, non in 100. Non voler accettare le conseguenze della scienza del clima è tipico dell’inattivismo che mette in discussione non le cause causa ma il fatto che che dobbiamo agire. L’inattivista magnifica i problemi della transizione e non vede i benefici, non ascolta gli studi che invitano ad agire rapidamente sul cambiamento climatico”.

Ieri nucleare e gas sono entrati nella tassonomia verde europea, qualcuno dice che è un brutto colpo per la transizione ecologica. È d’accordo?
“Non dobbiamo esagerare. Certamente è un segnale negativo, ricordiamoci però che la politica europea è fatta di una quantità di pacchetti di azioni e interventi e con questa votazione non “crolla” tutto. L’impalcatura Ue è composta di tanti tasselli, al massimo ora si indebolisce dal punto di vista finanziario. Non la metterei giù così dura. La cosa preoccupante è che dovremo mettere in campo cambi pesanti e non lo stiamo facendo. Non stiamo mandando abbastanza segnali ai cittadini.

Come giudica l’operato di Draghi e Cingolani sulla transizione?
“Da osservatore li ritengo non adeguati alla sfida che abbiamo davanti. Sia dal punto di vista dei messaggi a livello comunicativo sia nelle scelte. Draghi e Cingolani certo non negano ma nella realtà non mi sembra che l’azione sul clima sia considerata una priorità all’interno del sistema di sviluppo socioeconomico che ci si vuole dare. Con questo tipo di approccio difficilmente così riusciremo a gestirla. Se poi diciamo che la transizione sarà un bagno di sangue che messaggio ne esce? È il legislatore che deve dimostrare di saper gestire gli impatti della transizione. Del resto ci sono più fondi e persone che lavorano per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina che per le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici”.

Intanto è spuntato il nuovo asse Renzi-Calenda-Salvini sul nucleare…
“Non ci vorrei perdere troppo tempo. Il nucleare non ha nessuno possibilità di sviluppo qui da noi. Nei Paesi in cui già c’è si può discutere ma dove non c’è immaginarlo nei tempi della transizione energetica è praticamente infattibile. Non è nemmeno una questione politica o ideologica. Noi dobbiamo ridurre molto le emissioni in 10 anni, quindi è un dibattito che si basa sul nulla. Il cuore è il sole e il vento, lo si vede negli scenari dell’IPCC, e noi abbiamo sole e vento. L’energia solare è la leva centrale per lo sviluppo del Paese. E stiamo qui a parlare di nucleare? È un modo per perdere altro tempo. Facciamo fatica a mettere antenne 5G, impianti di compostaggio e inceneritori (che se bene gestiti inquinano meno della legna bruciata nelle case):  come possiamo pensare di mettere 20/30 centrali nucleari (perché questi sono gli impianti che servirebbero) in Italia Vorrei conoscere qualcuno che avvii un processo partecipativo”.

Conterà la questione ambientale alle prossime elezioni?
“Sicuramente nelle prossime elezioni sarà molto più presente. Cresce il tema perché la gente se ne accorge. Una volta erano un temi dei Verdi, ora è di tutto il centrosinistra. Quanto questo conterà nei rapporti di forza non lo so ma dipende molto dai mezzi di informazione. Da noi i mezzi di informazione tra l’altro di fatto non vogliono spingere verso la transizione decisa e per l’abbandono dei combustibili fossili. Sono certo che conterà di più, “quanto” lo vedremo”.

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I curdi svenduti al sultano. A Rampini & C. sta bene così

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Federico Rampini non riesce a trattenersi e ospite della trasmissione In Onda su La7 lo dice chiaro e tondo: “La vita di oltre 50.000 curdi, esuli in Svezia e Finlandia sono un costo accettabile per lo sblocco delle derrate di grano”, con un cinismo raggelante che smonta in un attimo tutta l’ipocrisia del Partito Unico Bellicista, il fronte che si finge “umanitario” per spingere e sostenere le guerre che interessano a loro e che contemporaneamente riesce a considerare altre guerre (poco convenienti) come l’ineludibile effetto collaterale degli accordi geopolitici.

Le bombe di Erdogan sui curdi hanno lo stesso rumore delle bombe che riempiono i giornali tutti i giorni

Eppure le bombe di Erdogan sui curdi hanno lo stesso rumore delle bombe che riempiono i giornali tutti i giorni, eppure anche Erdogan vuole negare ai curdi il diritto di esistere sognando di eliminarli non solo fisicamente ma cancellando anche la loro cultura, la loro lingua e la loro storia. Come accade in altri angoli del mondo anche qui Erdogan ha cominciato la sua personale guerra contro i curdi anni fa e il mondo non ha mosso un dito.

Fingeranno di accorgersene quando Erdogan non sarà più dittatore utile e sarà più conveniente dipingerlo come un pericoloso tiranno che sovverte l’ordine occidentale. Non stupitevi se a farlo saranno gli stessi che oggi lo giustificano o lo tollerano (Rampini in testa): avere poca memoria e breve è il segreto del successo per l’ipocrisia del partito delle guerre giuste.

Ha ragione Alessandro Robecchi quando dice “leggo i giornali e non trovo liste di erdoganiani additati al pubblico ludibrio. Niente titolo “Ecco chi tifa Erdogan”, niente nomi, niente fotine segnaletiche, niente “Ecco chi sta con il dittatore”, niente Copasir, va tutto benissimo, no?”. Il segreto è riuscire a indossare la malafede con eleganza, intonandola alla cravatta e ai desiderata del proprio editore.

Altrimenti oggi provocherebbe il giusto scalpore che il ministro della giustizia turco Bekir Bozdag annunci trionfante di avere “inviato una lettera a Svezia e Finlandia per ricordare loro le nostre richieste relative all’estradizione dei terroristi del Pkk e della Feto”. Ci farebbe inorridire che nella lista di Erdogan compaia Bülent Kenes, per anni caporedattore di Today’s Zaman, un importante quotidiano in lingua inglese in Turchia.

Kenes risulta condannato per “avere insultato il presidente”, roba che ha ben poco a che vedere con le cosiddette democrazie liberali che l’Occidente si fregia di ospitare. Oppure oggi ci dovremmo indignare per il nome su quella lista infame di Erdogan di Aysen Furhoff che è arrivata in Svezia dopo avere scontato 5 anni di carcere in Turchia perché diciassettenne avrebbe tentato di “sovvertire l’ordine costituzionale” turco (quello stesso ordine costituzionale che Erdogan calpesta tutti i giorni) e che è stata torturata prima di ottenere protezione in Svezia. Furhoff in un’intervista alla Bbc racconta che da 20 anni non ha più nessun interesse e nessun ruolo nel dibattito politico turco ma denuncia che se verrà rimandata in Turchia “sarà tutto inutile”. “Tutti quelli che coi quali ho collaborato sono morti o in carcere” racconta Furhoff.

Quando Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, dice che “questo è veramente un momento storico per queste due nazioni, per la Nato e per la sicurezza condivisa” e che “le porte della Nato restano aperte per le democrazie europee che sono pronte e vogliono contribuire alla sicurezza condivisa. Con 32 Paesi intorno al tavolo, saremo ancora più forti e i nostri popoli saranno ancora più sicuri mentre affrontiamo la più grande crisi di sicurezza in decenni” si dimentica di aggiungere che il popolo curdo è l’agnello sacrificale di questo accordo e che Erdogan ha chiesto (e ottenuto) l’abbandono del sostegno – in ogni sua forma- al popolo curdo e la fine dell’embargo sulle armi imposto alla Turchia nel 2019 in risposta all’offensiva tua contro i curdi in Siria del Nord.

Eppure sono gli stessi curdi che sono serviti all’Occidente per raggiungere i suoi obiettivi di politica estera, quei curdi che poi regolarmente ogni volta vengono abbandonati quando gli obiettivi sono raggiunti. Sono gli stessi curdi traditi dopo la Prima guerra mondiale con la promessa di un Kurdistan per il popolo curdo che venne disattesa per volere della Turchia. Sono i curdi usati durante la Guerra fredda per destabilizzare i paesi mediorientali dagli Usa.

Sono i curdi armati all’inizio degli anni ’70 contro Saddam Hussein poi lasciati soli a subire la repressione. Sono gli stessi curdi che divennero, soprattutto in Siria, i soldati sul campo per la guerra contro l’ISIS, sostenuti con armi e bombardamenti americani. Quei curdi lasciati soli con l’ignobile ritiro delle truppe Usa (su decisione di Trump, spinto da Erdogan) dopo essere stati addirittura convinti a smantellare le proprie posizioni difensive.

Scriveva nell’ottobre 2019 Delil Souleiman, fotoreporter curdo per Afp: “Abbiamo sacrificato migliaia dei nostri figli per eliminare il terrorismo. E i nostri partner, gli Stati Uniti, ci hanno lasciati soli ad affrontare la Turchia. Trump ci ha tradito, come ci è successo per tutta la nostra storia. Siamo qui da secoli e sappiamo che le grandi potenze del Medio Oriente sono spietate nei confronti delle altre etnie, che saranno massacrate oppure arabizzate o turchizzate, come accaduto per gli antenati dei loro nemici.

Prima fotografavo battaglie che avvenivano altrove e tornavo a casa per riposarmi. Ma adesso, dopo aver assistito a battaglie e bombardamenti, torno a casa mia e ritrovo lo stesso destino, la stessa fatica, la stessa mancanza di sicurezza e certezze. La paura ci accompagna anche quando andiamo a letto”. Per sopravvivere a questa tragica ipocrisia bisogna essere come i tanti Rampini del Pub: essere cinicamente convinti di stare dalla parte giusta della storia. Continuate così.

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Colpa sua che si è fatta stuprare

A Torino un uomo condannato in primo grado per violenza sessuale è stato assolto dalla Corte d’Appello perché la vittima, si legge nella sentenza, avrebbe indotto l’imputato a «osare».

Eppure in tutta questa storia c’è una frase sostanziale della ragazza: «Gli dissi chiaramente: non voglio». Per questo ora la sentenza è stata impugnata dalla Corte di Cassazione.

Il fatto sarebbe avvenuto nel bagno di un locale di Torino. La ricostruzione dei giudici è da brividi. Scrivono che la ragazza «alterata per un uso smodato di alcol (…) provocò l’avvicinamento del giovane che la stava attendendo dietro la porta», che «si trattenne in bagno, senza chiudere la porta, così da fare insorgere nell’uomo l’idea che questa fosse l’occasione propizia che la giovane gli stesse offrendo. Occasione che non si fece sfuggire». L’imputato «non ha negato di avere abbassato i pantaloni della giovane» rompendo addirittura la cerniera: secondo il giudice della Corte d’appello, tuttavia, «nulla può escludere che sull’esaltazione del momento, la cerniera, di modesta qualità, si sia deteriorata sotto forzatura».

Il sostituto procuratore generale Quaglino nel suo ricorso definisce la sentenza «illogica» confermando che il dissenso della ragazza è stato espresso ripetutamente con «parole e gesti».

La sentenza, ci permettiamo di dire, oltre che illogica è pericolosa perché è l’ennesima porcata nel Paese in cui ci si ostina a dire alle donne “denunciate” e poi si raccolgono i cocci di un sistema che le rivittimizza senza pietà.

Buon venerdì.

Nella foto: presidio di “Non una di meno” per denunciare l’inadeguatezza delle modalità processuali e la mancanza di preparazione di giudici nel tutelare le vittime dei reati di violenza, Milano, 11 aprile 2017

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Pure Pd e destre non ne possono più del governo Draghi

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La sintesi migliore, seppur cattiva, l’ha fatta Alessandro Di Battista: “E anche oggi il Movimento 5 Stelle esce domani – scrive sul suo account Facebook -. Esprime a Draghi il proprio disagio, come se uno dei peggiori presidenti del Consiglio della storia fosse un prete nel confessionale.

Il governo Draghi, checché ne dicano alcuni commentatori interessati, è sbriciolato da tempo

Chissà, magari il Movimento uscirà dal governo dopo l’estate, quando i parlamentari avranno maturato la pensione. Magari uscirà dopo la finanziaria, momento d’oro per chi è alla ricerca di denari da trasformare in markette elettorali. O forse non uscirà mai”. In realtà Giuseppe Conte chiarisce di “non aver dato rassicurazioni a Mario Draghi sulla permanenza nel governo” e lega il futuro dell’esecutivo dei migliori alle risposte che arriveranno dal presidente del Consiglio.

Di risposte non ne arriveranno o se arriverà qualcosa saranno mezze promesse impossibili da mantenere. Il governo Draghi, checché ne dicano alcuni commentatori interessati, è sbriciolato da tempo, resta in piedi un po’ per l’atavica paura della classe politica di fronte alla possibilità del voto, un po’ per la ciurma trasversale dei parlamentari terrorizzati dal doversi trovare un lavoro e un po’ perché la retorica dell’emergenza – anche se siamo in emergenza praticamente da tre anni – attecchisce ancora tra qualche leader di partito.

Il governo Draghi però non traballa “per l’irresponsabilità del M5S” come scrive qualcuno. Il M5S ha messo sul tavolo temi che ritiene identitari – come il reddito di cittadinanza, il salario minimo, la transizione ecologica, il superbonus 110% – ma soprattutto ha fatto presente (e questo lo sanno tutti) che un governo che si rivende come “apolitico” o “tecnico” logora i partiti e rinforza i portatori di interessi.

Dall’altra parte anche la Lega punta su “aumento di stipendio e pensioni, lavoro e taglio delle tasse” rilanciando anche “l’autonomia e la lotta all’immigrazione clandestina”. La linea della responsabilità in casa leghista si attenua giorno dopo giorno. Per ora Salvini punta il dito contro la “sinistra” ma è solo il trucco per avere a disposizione “provocazioni” da sventolare in caso di rottura con il governo.

La base del Carroccio è in subbuglio, le recenti sconfitte alle elezioni amministrative e sui referendum stanno mettendo all’angolo Salvini che infatti ha offerto un patto di cogestione del partito fino alle prossime elezioni ai “governisti” Zaia e Giorgetti con cui litigava fino a pochi giorni fa. Nel vertice milanese del partito è emerso come tema di dibattito lo scetticismo “di gran parte del partito” nei confronti del governo Draghi.

Il capogruppo della Lega in Senato Massimiliano Romeo continua a ripetere di “avere messo in conto qualche sacrificio in termini di consenso elettorale decidendo di sostenere il governo Draghi” ma che ora serve una svolta nei rapporti con il governo ben superiore a quella che traspare dalle dichiarazioni ufficiali.

Nel frattempo Enrico Letta – almeno a parole – conferma di “non voler arretrare di un millimetro sullo Ius Scholae” e di non essere disposto “a subire ricatti”. Il vice segretario del Pd Peppe Provenzano rilancia la battaglia sui “salari, diritti, lotta alla precarietà” e “un’agenda sociale per rispondere ala rabbia”.

La tragedia della Marmolada nelle ultime ore ha evidenziato anche la distanza tra le diverse forze politiche su come si intende attuare la transizione ecologica con l’asse Renzi-Salvini-Calenda che – sempre a proposito della “responsabilità” che tanto decantano – sta spingendo sul ritorno del nucleare. L’aspetto più curioso è che tutti questi governano insieme.

L’ipocrisia del governo Draghi. Si impallinano tutti i giorni ma siedono allo stesso tavolo

O almeno dovrebbero. Si impallinano tutti i giorni e siedono allo stesso tavolo del Consiglio dei ministri. Questa è la vera ipocrisia del governo dei migliori: starci fingendo di non esserci, come nella peggiore tradizione politica italiana. E forse il governo è già finito e semplicemente manca un matto che dica che il re è nudo.

Leggi anche: Sull’appoggio o meno al governo dei Migliori, il M5S è spaccato in due. Ecco chi vorrebbe affondare

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Il mondo ha fame, sempre più fame

Nel mondo, il numero delle persone che soffrono la fame è salito a 828 milioni nel 2021. Si tratta di un aumento di circa 46 milioni di persone dal 2020 e 150 milioni di persone dallo scoppio della pandemia di Covid-19. Sono i dati di un Rapporto delle Nazioni Unite che fornisce nuove prove di come il mondo si stia allontanando ulteriormente dal suo obiettivo di porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione in tutte le sue forme entro il 2030.

L’edizione 2022 del rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World (Sofi) presenta aggiornamenti sulla situazione della sicurezza alimentare e della nutrizione in tutto il mondo, comprese le ultime stime sul costo e sulll’accessibilità di una dieta sana. Il rapporto esamina anche i modi in cui i governi possono ripensare il loro attuale sostegno all’agricoltura per ridurre il costo di diete sane, tenendo conto delle limitate risorse pubbliche disponibili in molte parti del mondo.

Il rapporto è stato pubblicato ieri congiuntamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao), dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad), dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), dal World Food Programme (Wfp) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

I numeri dipingono un quadro cupo:

  • Ben 828 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2021: 46 milioni di persone in più rispetto all’anno precedente e 150 milioni in più dal 2019.
  • Dopo essere rimasta relativamente invariata dal 2015, la percentuale di persone affamate è aumentata nel 2020 e ha continuato a crescere nel 2021, raggiungendo il 9,8 per cento della popolazione mondiale, rispetto all’8 per cento nel 2019 e al 9,3 per cento nel 2020.

  • Circa 2,3 miliardi di persone nel mondo (29,3 per cento) hanno vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave nel 2021, 350 milioni in più rispetto a prima dello scoppio della pandemia di COVID 19. Quasi 924 milioni di persone (l’11,7 per cento della popolazione mondiale) hanno affrontato gravi livelli di insicurezza alimentare, un aumento di 207 milioni in due anni.

  • Il divario di genere nell’insicurezza alimentare ha continuato a crescere nel 2021: il 31,9 per cento delle donne nel mondo ha sofferto di insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 27,6 per cento degli uomini, un divario di oltre 4 punti percentuali, rispetto ai 3 punti percentuali nel 2020 .

  • Quasi 3,1 miliardi di persone non hanno potuto permettersi una dieta sana nel 2020, 112 milioni in più rispetto al 2019, un riflesso degli effetti dell’inflazione sui prezzi dei generi alimentari al consumo derivante dagli impatti economici della pandemia di COVID-19 e dalle misure messe in atto per contenerla.

  • Si stima che circa 45 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni abbiano sofferto di deperimento, la forma più mortale di malnutrizione, che aumenta il rischio di morte dei bambini fino a 12 volte. Inoltre, 149 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni hanno avuto deficit di sviluppo a causa di una mancanza cronica di nutrienti essenziali nella loro dieta, mentre 39 milioni erano in sovrappeso.

  • Si stanno compiendo progressi nell’allattamento al seno, con quasi il 44 per cento dei bambini di età inferiore ai sei mesi che, in tutto il mondo, sono stati allattati esclusivamente al seno nel 2020, anche se si è al di sotto dell’obiettivo del 50 per cento entro il 2030. Desta grande preoccupazione il fatto che due bambini su tre non abbiano un regime alimentare diversificato, necessario per crescere e sviluppare il proprio pieno potenziale.

  • Guardando al futuro, le proiezioni indicano che, nel 2030, quasi 670 milioni di persone (l’8 per cento della popolazione mondiale) dovranno ancora affrontare la fame, anche prendendo in considerazione una ripresa economica globale. Si tratta di un numero simile al 2015, quando l’obiettivo di porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione entro la fine di questo decennio fu lanciato nell’ambito dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Nel periodo di pubblicazione di questo rapporto, la guerra in corso in Ucraina, che coinvolge due dei maggiori produttori mondiali di cereali, di olio di semi e di fertilizzanti, sta sconvolgendo le catene di approvvigionamento internazionali e facendo aumentare i prezzi di grano, fertilizzanti, energia, nonché degli alimenti terapeutici pronti all’uso per bambini che soffrono di malnutrizione grave. Ciò accade mentre le catene di approvvigionamento sono già colpite negativamente da eventi climatici estremi sempre più frequenti, specialmente nei paesi a basso reddito, e ha implicazioni potenzialmente preoccupanti per la sicurezza alimentare e la nutrizione globali.

«Questo rapporto evidenzia ripetutamente l’intensificarsi di questi principali fattori di insicurezza alimentare e malnutrizione: conflitti, shock climatici estremi e economici, combinati con crescenti disuguaglianze», hanno scritto nella Prefazione di quest’anno i capi delle cinque agenzie delle Nazioni Unite. «La questione in gioco non è se le avversità continueranno a verificarsi o meno, ma come intraprendere azioni più audaci per costruire la resilienza contro gli shock futuri».

Riqualificazione delle politiche agricole

Il rapporto rileva come debba far riflettere il fatto che il sostegno mondiale al settore alimentare e agricolo sia stato in media di quasi 630 miliardi di dollari l’anno, tra il 2013 e il 2018, di cui gran parte devoluta ai singoli agricoltori, attraverso politiche commerciali e di mercato e sussidi fiscali. Tuttavia, gran parte di questo sostegno non solo distorce i mercati, ma non raggiunge molti agricoltori, danneggia l’ambiente e non promuove la produzione di cibi nutrienti che sono al centro di una dieta sana. Ciò è in parte dovuto al fatto che i sussidi spesso sono usati per la produzione di alimenti di base, latticini e altri alimenti di origine animale, soprattutto nei paesi a reddito alto e medio-alto. Riso, zucchero e carni di vario tipo sono i prodotti alimentari più incentivati ​​in tutto il mondo, mentre frutta e verdura sono relativamente meno supportate, in particolare in alcuni paesi a basso reddito.

Con le minacce di una recessione globale incombente e le sue implicazioni sulle entrate e sulle spese pubbliche, un modo per sostenere la ripresa economica consiste nel ripensare il sostegno alimentare e agricolo indirizzandolo verso quegli alimenti nutrienti in cui il consumo pro capite non corrisponde ancora ai livelli raccomandati per diete sane.

L’evidenza suggerisce che, se le risorse che i governi stanno attualmente usando venissero convertite per incentivare la produzione, la fornitura e il consumo di cibi nutrienti, ciò contribuirebbe a rendere le diete sane meno costose, più convenienti ed eque per tutti.

Infine, il rapporto sottolinea anche che i governi potrebbero fare di più per ridurre le barriere commerciali per gli alimenti nutrienti, come frutta, verdura e legumi.

Buon giovedì.

Nella foto un ragazzo afgano presso il campo sfollati interni a Qala-e-Naw, Afghanistan, 14 dicembre 2021. L’Afghanistan è uno dei Paesi più colpiti dalla crisi alimentare

Per approfondire leggi Left del 10 giugno 2022

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SOMMARIO

 

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Un dittatore per amico

Giusto qualche giorno fa i draghiani più draghiani dello stesso Draghi (non c’è nemmeno bisogno di specificare di quali micropartiti, è fin troppo facile) difendevano il padrone del governo dei migliori che non rispondeva e poi tornava piccato da una giornalista del Corriere della sera che si era permessa di chiedere al presidente del Consiglio cosa pensasse dei curdi regalati a Erdogan in cambio dell’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia.

“Non è affar suo”, ci spiegavano gli azionisti e soprattutto gli italiani vivi, convinti che la politica per Draghi sia una perdita di tempo che debba giustamente trattare con sufficienza. La risposta è comunque arrivata ieri dal vertice di Ankara dove Draghi (che un anno fa definiva il presidente turco Recep Tayyip Erdogan «un dittatore», di cui si ha comunque «bisogno» e con il quale occorre dunque «cooperare» per assicurare gli interessi del nostro Paese) si è fatto fotografare sorridente con il dittatore affermando che «Italia e Turchia sono partner, amici, alleati».

Il motivo di questo cambio repentino è facile da indovinare: «La Turchia è oggi il primo partner commerciale per l’Italia nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa – spiega Draghi -. Nel 2021 l’interscambio è stato di quasi 20 miliardi di euro, in crescita del 23,6% rispetto all’anno precedente». Così è tutto un firmare di ministri, fottendosene allegramente di un dittatore ora diventato amichetto del cuore.

Risuonano le parole di Salih Muslim, presidente del partito curdo-siriano, il Pyd: «I Paesi occidentali non stanno tenendo conto delle conseguenze del proprio sostegno al regime turco. Sanno che la Turchia ha incarcerato centinaia di giornalisti, politici e magistrati. E che ha commesso crimini di guerra in Rojava contro i curdi. Tuttavia, Usa ed Europa chiudono un occhio su tutto ciò per tutelare i propri interessi. Noi, al contrario, rappresentiamo i valori di democrazia, umanità e libertà. Se sono onesti, devono stare con noi. Questo, alla lunga, servirà per portare stabilità e progresso nel Medio Oriente».

Buon mercoledì.

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Calenda si ributta sul nucleare. Con uno studio farsa

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C’è un nuovo asse nello scenario politico italiano che non stupisce per niente: Carlo Calenda e Matteo Salvini da qualche giorno si sono buttati a pesce sul nucleare, eldorado per ottenere qualche voto in più e per accarezzare la propria ossessione di distinguersi. Calenda ormai non rinuncia a rilanciare il ritorno al nucleare quasi quotidianamente, confidando nelle goccia che scava la pietra e fottendosene di quello che dice l’Unione europea che tanto ammira, ma solo quando gli torna utile.

Carlo Calenda e Matteo Salvini da qualche giorno si sono buttati a pesce sul nucleare

Il 30 giugno il leader di Azione ha presentato in Senato una mozione per chiedere che il nucleare venga reintrodotto tra le fonti utilizzate dal nostro Paese per produrre energia. Secondo Calenda senza il nucleare sarà “impossibile” per l’Italia rispettare gli accordi europei per il 2050. Per questo Calenda già a marzo aveva avanzato la proposta di 8 centrali nucleari, con tre o quattro reattori ciascuna, per una potenza complessiva di 40 gigawatt, da combinare con l’uso di altre energie rinnovabili.

La retorica (piuttosto populista, secondo il solito refrain di certi pro nuke) è quella di energia “a basso costo” e con bassi livelli di dipendenza da fonti straniere, “reattori sicurissimi” e con “tempi rapidi di costruzione”. Peccato che secondo il rapporto dell’Iea il nucleare rappresenta la fonte di energia ecosostenibile più costosa: nel 2020, nell’Unione europea questa richiedeva una spesa di circa 150 dollari per ogni megawattora prodotto, contro i 60 dell’energia solare, i 50 dell’energia eolica con impianti su terra, e i 70 degli impianti eolici in mare.

Per quanto riguarda la rapidità di costruzione il World Nuclear Industry Status Report sottolinea ogni volta che la costruzione degli impianti va incontro molto spesso a lunghi ritardi, talvolta decennali, e a grandi aumenti dei costi rispetto ai preventivi iniziali. Un esempio è la Francia con la costruzione della centrale di Flamanville che è iniziata nel 2007 e avrebbe dovuto essere pronta entro il 2012, per un costo stimato di 3,3 miliardi di euro. Oggi però si prevede che la centrale sarà attiva non prima del 2023, e il costo è salito a 12,7 miliardi di euro, quasi quattro volte la cifra iniziale.

Calenda comunque insiste e ieri ha “prodotto” una nuova ricerca. In realtà chiamarla ricerca è un parolone, visto che si tratta di ben quattro slides (roba da presentazione alle scuole medie) che conferma e rilancia il documento di marzo. Come al solito poche specifiche – non dovrebbero essere i competenti? – ma soprattutto rimane il mistero su chi abbia redatto il documento.

Se si scorrono i responsabili tematici di Azione sul loro sito si scopre che ce né per tutti i gusti: dal responsabile “demografia e migrazione” al “responsabile editoriale e delle campagne” passando per una responsabile dedicata solo a “Roma capitale”, “Coesione territoriale centro-nord” e “Coesione territoriale centro-sud”, ben 2 responsabili per lo “sport” e un responsabile per i “media”. Non c’è nessuno però che si occupi di “energia”. Chi ha scritto quindi quel piano energetico? A domanda diretta Calenda non risponde.

“Professionisti del settore”, si limita a dire – ci mancherebbe – come se nel mito della “competenza” non conti il curriculum di chi redige le proposte. Ieri la curiosità sugli autori del documento serpeggia per tutto il giorno. Si parla di un non meglio definito “Centro Studi” che si scopre essere diretto da Gabriele Franchi che però è un economista.

Nel partito di Calenda “uno non vale uno” ma le diapositive per spingere il nucleare (che sarebbero una barzelletta in qualsiasi Consiglio d’amministrazione) vanno bene anche se le ha scritte Paperino. In compenso in serata arriva il capo di AssoNucleare Umberto Minopoli a sparare addosso “all’ambientalismo radicale” spiegandoci che «sulle Alpi 1500 anni fa passeggiavano gli elefanti di Annibale». Sbagliano di 500 anni in storia elementare, figuratevi l’attendibilità sui tempi di costruzione di una centrale.

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Negazionisti scatenati. E sui giornali delle destre il clima sta benissimo

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Eccoli i negazionisti davvero pericolosi, altro che quei quattro sciancati che da qualche anno imperversano sui social e riempiono le pagine di giornali e siti complottando sul Covid: i negazionisti del clima sono organizzati, spesso sono addirittura classe dirigente e comicamente sono quelli che fino all’altroieri idolatravano “la scienza” che oggi rinnegano.

I negazionisti del clima sono organizzati, spesso sono addirittura classe dirigente

Tra le prime pagine più schifosamente vergognose si merita la medaglia d’oro Il Giornale (spesso capolista del peggio) che titola “Gli sciacalli dei ghiacci”. Dentro c’è tutta l’ipocrisia ambientale e politica che ci si aspetterebbe: accusano i “gretini” (hanno il coraggio di chiamare così gli ambientalisti, questi “cretini” di giornalisti) di “strumentalizzare la strage” e così riescono a dedicare la prima pagina del loro giornale utilizzando la tragedia della Marmolada per bastonare gli avversari politici. Esattamente l’atteggiamento di cui accusano gli altri. Un capolavoro.

All’interno si spende perfino la penna d’oro di Nicola Porro che non può non negare «che le temperature stiano salendo» (cara grazia) ma si ingegna a scovare un’occasione, a Torino nel 1922, in cui la temperatura era più alta. Confondere la temperatura con il clima è un errore da pennarello rosso perfino per uno studente di scuola media ma dalle parti de Il Giornale evidentemente non hanno trovato di meglio.

E non finisce qui. Filippo Facci (oggi perfino climatologo) su Libero ci spiega che “la verità, ogni tanto, non serve” (del resto senza il condono dell’ipocrisia lui non farebbe il giornalista già da un pezzo) e ci spiega che “i seracchi sono sempre caduti, cadranno sempre” e grida al “regime militare” di chi vorrebbe chiudere le montagne. Vi ricorda qualcosa Sì, è esattamente lo stesso pietoso vocabolario dei complottisti applicato a altro. Ma questo non sta su una bacheca Facebook bensì in prima pagina di un quotidiano nazionale. Perfino Draghi viene accusato di essersi “prestato alla recita” per aver parlato di “deterioramento dell’ambiente”.

A proposito di verità sull’omonimo quotidiano diretto da Belpietro, Mario Giordano con il suo editoriale frigna perché i negazionisti del clima vengono trattati come i no vax e come i filo putiniani, sono il “nuovo pericolo nazionale?”, chiede Giordano: sì, solo che il pericolo non è nazionale ma è mondiale e i negazionisti sono certificati come dannosi dal 99,9% degli scienziati. Il problema, al di là della piagnona strumentalizzazione di Giordano, non è “chi fa la doccia” che viene dipinto come “criminale” ma è chi, come lui, nega la realtà per continuare a lisciare i complottisti di ogni sorta e guadagnarsi il suo piccolo spazio da neomelodico della cazzata in qualche trasmissione televisiva.

Non serve nemmeno specificare che insieme a Libero, Il Giornale e La Verità si accodi Il Foglio che del negazionismo climatico ha fatto la sua bandiera che dopo dieci anni di articoli negazionisti ancora davanti alla tragedia della Marmolada sostiene “un dibattito laico sulle cause” del cambiamento climatico dimenticando che il dibattito è già chiuso dagli anni con evidenze scientifiche note a tutti tranne a Il Foglio.

Come scrive giustamente Antonio Scalari “è giornalisticamente grave, frustrante e imbarazzante che per questi quotidiani (Il Foglio, La Verità, Il Giornale), riconducibili all’area di destra, non esista il consenso scientifico ma solo l’opinione dei soliti 3 o 4 bastiacontrari climatici italiani. Questi personaggi, spesso presentati come “esperti di fama mondiale”, che si intervistano e rilanciano tra di loro, che firmano petizioni antiscientifiche, continuano a trovare in queste testate un megafono con cui diffondere tesi scorrette e ingannevoli su #CambiamentoClimatico.

Diffondere, senza alcuno scrupolo o verifica, questa disinformazione viola qualsiasi deontologia giornalistica ed etica informativa, alimenta ignoranza e confusione perfino davanti a eventi come quello della #Marmolada che la scienza ricollega da tempo al #CambiamentoClimatico. La disinformazione sul cambiamento climatico inganna e confonde i lettori, impedisce loro di farsi una corretta opinione sulla più grave crisi del nostro tempo.

Fino a quando giornali come quello diretto da Cerasa e altri continueranno a diffonderla Particolare non da poco: questi sono gli stessi che tutti i giorni vanno a braccetto con i politici che sventolano il mito della “competenza” come se fosse un marchio. Ovviamente i “competenti” sono sempre loro, solo loro. Ai direttori basterebbe informarsi prima di informare, scoprirebbero che la principale causa del cambiamento climatico sono le emissioni prodotte dai combustibili fossili.

Vorrebbero dare lezioni di politica e di giornalismo ma sono solo l’esatta rappresentazione dell’ignorante avidità di chi mostrifica qualsiasi cambiamento per la paura di perdere qualche posizione o qualche protezione. Il giornalismo del giorno dopo la tragedia della Marmolada è uno scempio. Pericolosi per qualche pugno di lettori, irresponsabili pur di esistere: esattamente come i partiti che sostengono.

Leggi anche: Dal Covid ai mutamenti climatici. Negazionisti senza vergogna.

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Minacce flop ai 5 Stelle. Da Franceschini l’ennesimo bluff del Pd

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Dario Franceschini, bisogna riconoscerlo, ci ha provato. Impegnato nell’incontro nazionale di AreaDem a Cortona (Arezzo) ha confezionato un altolà perfetto per guadagnare i titoli dei giornali: “Da qui alle elezioni, per andare insieme al M5s dobbiamo stare dalla stessa parte, se ci sarà una rottura o una distinzione, perché un appoggio esterno è una rottura, per noi porterà alla fine del governo e all’impossibilità di andare insieme alle elezioni. E si brucerà chiaramente ogni residua possibilità di andare al proporzionale”.

Da Franceschini un altolà perfetto per guadagnare i titoli dei giornali

Esultanza prevedibile da parte degli innumerevoli partiti di centro, che vorrebbero creare “il grande centro” e che invece sono attaccato alla sottana del Partito democratico: per loro una rottura tra Pd e M5S significherebbe trovare un’insperata tavola imbandita che li farebbe apparire progressisti mentre strenuamente continuano a servire le élite. Sarebbe un sogno.

Poiché la sparata di Franceschini è sopravvissuta al tempo breve delle agenzie di stampa ed è riuscita a diventare un dibattito di corsa è arrivato il deputato dem e membro della segreteria nazionale Enrico Borghi che all’Adnkronos per dire che “le posizioni di Franceschini sono largamente diffuse all’interno del partito e chiaramente, essendo lui tra gli esponenti che maggiormente hanno lavorato per un accordo con i 5 Stelle, credo assumano anche un peso specifico notevole”.

La posizione di Borghi del resto è sempre la solita tiritera di “un’alleanza molto larga” – dice Borghi – “fatta sui contenuti e non sugli aspetti ideologici”. Per uscire dal politichese significa che la frase di Franceschini potrebbe tornare utile a chi davvero vede pensabile un’alleanza che tenga dentro Conte, la sinistra di Fratoianni, il Pd, Bersani con i suoi, Renzi e Calenda.

Posto che sarebbe impossibile qualsiasi convergenza ideologica (e l’ideologia fa tutt’altro che schifo, benché la pronuncino sputando, poiché è la linea per misurare la coerenza) risulta difficile immaginare anche quali sarebbero i “contenuti” che potrebbero tenere insieme i partiti che stanno dalla parte degli imprenditori che vorrebbero pagare ancora meno i lavoratori e quelli che contestano i salari da fame. Solo per dirne una. Ma l’uscita di Franceschini, al netto dell’apparenza del voler salvare il governo, è un’uscita che ha poco senso.

Da una parte non fa altro che pungolare per procura il Movimento Cinque Stelle in una concitata discussione interna, tra l’altro a pochi giorni dall’abbandono di Luigi Di Maio e la sua banda (a proposito, anche loro nel “fronte progressista”?), apparendo in tutto e per tutto un assist a chi il M5S lo martella come ragione di vita (Carlo Calenda e Matteo Renzi in primis) e dall’altra parte estrae l’argomento della “lealtà” proprio a poche ore dal voto sulla stretta del Reddito di cittadinanza che il Pd ha votato insieme a Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi con l’Italia e il gruppo Misto.

C’è poi un aspetto tutto elettorale: il Partito democratico senza il Movimento Cinque Stelle, con questa legge elettorale, non ha nessuna possibilità di poter provare a battere le destre almeno che i democratici non ritengano possibili le percentuali percepite di Renzi e compagnia (smentite da ogni sondaggio elettorale) o peggio ancora almeno che con un pezzo di destra stiano pensando di allearsi.

Il colpo di Franceschini è a salve: voler costruire un “fronte ampio” lasciando fuori il Movimento Cinque Stelle è tutt’altra cosa rispetto a ciò che Letta ripete da mesi. Un ultimo appunto: dice Franceschini che non bisogna bruciare “ogni residua possibilità di andare al proporzionale”. In quel caso ognuno andrebbe per conto suo.

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