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Strage di Cutro, il processo che non… si vede: 94 morti e sei militari imputati non fanno notizia

Alle 23.03 del 25 febbraio 2023 la notizia era già arrivata. Gli uffici polacchi di Frontex comunicano alla sala operativa militare romana l’avvistamento di un barcone con “possibili migranti a bordo” a circa 40 miglia dalla costa. Alle 23.20 il comandante del Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia, scrive in chat: “so migranti”. A bordo del caicco Summer Love ci sono oltre 180 persone. Alle 4.30 il legno si schianta sulle secche di Steccato di Cutro. Le vittime accertate sono 94, tra cui 34 minorenni.

A Crotone esiste un processo su tutto questo. Sei militari imputati di omicidio e naufragio colposi: quattro della Guardia di Finanza, due della Guardia Costiera. I giornali nazionali, per lo più, guardano altrove.

Quello che l’ammiraglio ha detto

Il 7 aprile il consulente della Procura, l’ammiraglio in pensione Salvatore Carannante, ha ricostruito la catena delle omissioni. Le navi c’erano, le condizioni lo permettevano. La motovedetta V5006 era rientrata per “condizioni meteomarine avverse”: con mare forza 4 poteva navigare a circa 30 nodi. Il pattugliatore Barbarisi, se fosse partito alle 00.17, avrebbe intercettato il caicco a 6 miglia dalla costa. È partito alle 2.30 ed è tornato indietro. Quando il pm Matteo Staccini ha chiesto cosa avrebbe fatto lui, Carannante ha risposto: “Io sarei uscito”.

Sulla spiaggia di Steccato, quella notte, c’erano anche i pescatori. Paolo Cefaly ha testimoniato il 17 aprile: «Non abbiamo mai visto arrivare soccorsi dal mare, in mare non c’era nessuno. Solo le persone morte. Abbiamo tirato fuori tanta gente morta. Tanta. Non ci siamo mai fermati» (Melting Pot Europa). L’altro pescatore presente, Ivan Paone: «Eravamo presi dalla foga di soccorrere. Le condizioni di visibilità erano pessime. I primi ad arrivare sono stati i carabinieri, ma non so dire quanto tempo dopo il naufragio» (Melting Pot Europa).

Gli audio che mancano

Il maggiore dei carabinieri Roberto Nicola Cara, firmatario dell’informativa finale di 650 pagine, ha riassunto il non-intervento in due parole: “consapevolezza” della Finanza, “affidamento” della Capitaneria. il comandante del Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia, nelle chat, aveva scritto di aver “fatto tutto quello che c’era da fare”. Il rimpallo delle indagini è adesso a verbale nel dibattimento.

Il 10 marzo è emerso qualcosa di più pesante. Nei file estratti dal Comando generale delle Capitanerie a Roma manca un frammento presente invece nella registrazione di Reggio Calabria: “Al momento… noi… unità da far uscire… non”. Il consulente Fausto Colosimo ha dichiarato di non aver assistito all’estrazione dei dati dalla centrale di Roma, consegnatigli su un dvd preparato dalla struttura stessa, e di non poter certificare che i contenuti non siano stati modificati. Affermazioni a verbale, in un processo per omicidio colposo.

Il processo che non si può ascoltare

Il Tribunale di Crotone ha vietato le riprese audio e limitato quelle televisive a dieci minuti muti. Il cronista Sergio Scandura ha scritto che in trentacinque anni non aveva mai visto un divieto così argomentato, e che quello che si teme è “quanto di imbarazzante, indicibile e disumano possa venir fuori dalle testimonianze in aula”.

Vale la pena scriverlo: il processo agli scafisti del Summer Love, cinque condanne, è stato trasmesso e registrato. Quello ai sei militari accusati di non aver fatto partire le navi è blindato. Il decreto che porta il nome di Cutro è legge. Il processo che porta lo stesso nome si svolge con accesso ridotto ai media, tre testimoni afgane bloccate in Germania e un ammiraglio che dice “io sarei uscito”. Dall’inizio del 2026 al 9 aprile l’Oim ha censito oltre 770 morti o dispersi nel Mediterraneo centrale. Il processo continua. La notizia, per lo più, no.

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Il difensore a cottimo

Seicento euro sono la tariffa con cui lo Stato italiano ha deciso di comprare la coscienza professionale di un avvocato. Beh, 615: ma il principio non cambia. L’articolo 30-bis del decreto Sicurezza, approvato al Senato il 17 aprile, introduce un compenso per i legali nelle pratiche di rimpatrio volontario dei migranti. Il compenso scatta “ad esito della partenza dello straniero”.

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Remigrazione, Salvini riunisce a Milano i Patrioti per l’Europa: Meloni si defila, Forza Italia boccia la manifestazione

Oggi, piazza Duomo a Milano. Matteo Salvini porta in piazza i Patrioti per l’Europa con lo slogan “Senza paura – in Europa padroni a casa nostra”. Sul palco Jordan Bardella del Rassemblement National e Geert Wilders degli olandesi Pvv. La presenza di Viktor Orbán resta incerta dopo la sconfitta alle elezioni ungheresi. Le parole d’ordine: “Difendere i confini”, “Remigrazione adesso”, “Prima gli italiani”. Solo che poi, Salvini precisa che “non c’è in nessun manifesto il termine ‘remigrazione’ che peraltro non mi spaventa perché siamo in democrazia e ognuno è libero di portare avanti le sue idee”. Una parola abbastanza coraggiosa da costruirci sopra un evento internazionale, ma non abbastanza da scriverla nei volantini.

Questa è, insomma, la fotografia di un partito che insegue un concetto che ha lui stesso sdoganato e che ora fatica a tenere tra le mani senza bruciarsi. La remigrazione, termine nato in ambienti neonazisti tedeschi, indica di fatto il rimpatrio forzato anche di migranti regolari. Salvini ci ha costruito sopra mesi di campagna identitaria, ha fatto di Roberto Vannacci vicesegretario federale per coprire quello spazio. Poi Vannacci ha lasciato il Carroccio, ha fondato Futuro Nazionale, e Salvini ha dichiarato di essere “deluso e amareggiato”.

Il fantasma che non smette di votare

Un sondaggio commissionato in ambienti vannacciani stimava per Futuro Nazionale una dote di consensi tra il 2,6 e il 5,8%, sufficiente a dimezzare i numeri del Carroccio. La Supermedia Ipsos di marzo colloca la Lega al 6,3%; il sondaggio Swg per il TgLa7 del 13 aprile registra un calo dello 0,3%, con la Lega superata da Alleanza Verdi e Sinistra. Il partito che alle politiche del 2018 aveva preso il 17,3% oggi difende il 6. La manifestazione di piazza Duomo nasce da questa vertigine: riempire con l’identitarismo europeo il vuoto lasciato da Vannacci, riprendersi quell’elettorato che il generale si è portato via uscendo dalla porta.

Pressato dai nordisti, Salvini aveva messo da parte la remigrazione per qualche settimana, senza però poterla abbandonare per non lasciare a Vannacci campo libero. La trappola è geometrica: abbracciarla lo espone ai moderati di maggioranza; ignorarla lo consegna all’irrilevanza sul fianco destro.

Imbarazzo a geometrie variabili

L’imbarazzo però non è solo interno. Fratelli d’Italia tace: né adesione, né dissociazione, né una parola. Il partito della presidente del Consiglio, che ha costruito la propria scalata a Palazzo Chigi sull’immigrazione come tema identitario, preferisce defilarsi. Forza Italia va oltre: il responsabile immigrazione milanese Amir Atrous annuncia un contro-evento dedicato alle seconde generazioni per lo stesso giorno, definendo il raduno della Lega “in odore di xenofobia e razzismo”. Un partito al governo con la Lega da quattro anni, che organizza una contro-manifestazione contro il proprio alleato. La frattura si è fatta evidente giovedì sera, in Consiglio comunale a Milano, quando contro l’ordine del giorno presentato dalla presidente dem Buscemi che attaccava la manifestazione di oggi, ha votato solo la Lega. Fratelli d’Italia è uscita dall’aula, mentre Forza Italia si è astenuta.

Salvini intanto allarga il perimetro: “No alla guerra, sì alla pace”, intercettando un disagio sociale crescente senza rompere formalmente con la maggioranza. Carlo Calenda lo definisce “trasformista totale”: è partita sulla remigrazione e viva Orbán, poi ha visto che Orbán è caduto, Trump ha attaccato il Papa e ora fa una manifestazione per l’Europa unita. La piazza nasce come appuntamento della destra radicale europea, ma viene costruita con un linguaggio capace di parlare a pubblici diversi. Il problema è che i pubblici si accorgono sempre, prima o poi, di essere stati convocati per una cosa e di assistere a un’altra.

Per oggi sono previste due contro-manifestazioni: da largo Cairoli parte quella di Anpi, Cgil, Arci e centrosinistra; da piazza Tricolore quella antagonista. Il sindaco Beppe Sala ha definito la giornata “complicata”. Più della giornata, complicata è la posizione di chi ha reso mainstream una parola che ora preferisce non scrivere sui manifesti. La remigrazione, del resto, non spaventa Salvini. Solo che non c’è in nessun manifesto.

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Objection, la startup di Peter Thiel che usa l’IA per giudicare il giornalismo. Con tutti i rischi del caso: ecco quali

Aron D’Souza conosce bene il prezzo della verità. Nel 2016 ha guidato la strategia legale che ha portato al fallimento di Gawker Media: dieci anni di battaglie finanziate da Peter Thiel, fino alla sentenza da 140 milioni che ha costretto la redazione a chiudere. Quell’operazione D’Souza la chiama “filantropia”. Adesso l’ha industrializzata. Si chiama Objection: startup lanciata il 15 aprile 2026 con seed funding da Thiel e dall’imprenditore tech Balaji Srinivasan. Basta pagare 2.000 dollari e chiunque può contestare un articolo, attivando quello che D’Souza chiama un “processo giudiziario in 72 ore”. La promessa è quella dell’accountability. Il prodotto è altro.

Come funziona la macchina

Si carica l’articolo contestato, si presenta la propria contro-evidenza, una squadra di investigatori freelance, ex agenti di Fbi, Nsa e Cia, raccoglie materiale aggiuntivo. Tutto confluisce in un pannello di modelli AI di OpenAI, Anthropic, xAI, Mistral e Google, istruiti ad agire da “lettori medi” e valutare le prove affermazione per affermazione. Il risultato è l’Honor Index: punteggio numerico di integrità e track record del giornalista.

La gerarchia delle prove è il nodo. In cima i documenti primari: email ufficiali, fascicoli regolatori, atti depositati. Quasi all’ultimo posto le fonti anonime. Un’inchiesta che si regge su testimonianze riservate parte con un handicap strutturale. Il giornalista può rivelare informazioni sulla fonte per alzare il punteggio, oppure accettare uno score penalizzante. Se non partecipa, la piattaforma restituisce un verdetto “indeterminabile”. C’è poi Fire Blanket, attivo su X via API: etichetta le storie come “under investigation” nei feed pubblici prima di qualunque valutazione.

Il precedente che D’Souza non cita

D’Souza sostiene che il sistema democratizza l’accountability giornalistica. Lui stesso ne è la smentita. La vicenda Gawker è il manuale di come un miliardario possa usare la leva giuridica per distruggere una redazione. Al lancio ha dichiarato all’agenzia Business Wire: “Il contenzioso Gawker ha richiesto dieci anni e milioni di dollari. Objection industrializza questo processo”. Stesso risultato, 72 ore, 2.000 dollari. Chris Mattei, avvocato del Primo Emendamento, ha definito il sistema “un racket di protezione high-tech per i ricchi e i potenti”. Jane Kirtley, professoressa di diritto e etica dei media all’Università del Minnesota, ha posto la domanda senza risposta: perché si dovrebbe presumere che un modello AI sia più affidabile del giornalista che ha condotto la ricerca

A 2.000 dollari a contestazione la “democratizzazione” esclude quasi tutti. Resta accessibile a corporations, politici e lobby con capitali per inondare qualunque redazione di sfide seriali. Il costo di un’inchiesta scomoda smette di essere un risarcimento in tribunale e diventa l’attenzione editoriale bruciata a rispondere a contestazioni automatizzate.

Il vero bersaglio

Una fonte che valuta se parlare con un giornalista calcola già il rischio personale, professionale, a volte fisico. Objection aggiunge una variabile: la storia che quella fonte ha reso possibile potrà essere contestata da chiunque abbia una carta di credito, ricevere l’etichetta “under investigation” su X prima che qualcuno legga le prove, e produrre un punteggio basso sull’Honor Index perché la fonte è anonima. Meno fonti disposte a parlare, meno giornalismo investigativo.

Quando D’Souza dichiara “la verità non è più controllata dagli editori, viene arbitrata”, descrive un trasferimento di potere dall’istituzione giornalistica, con tutti i suoi difetti, a un sistema privato opaco finanziato da miliardari tecno-libertari. Il giornalismo ha bisogno di essere controllato. Ma il controllore conta quanto il controllato. E Thiel lo sa da dieci anni.

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Gaza chiusa da 900 giorni alla stampa estera

Novecento giorni. Nessun giornalista straniero è entrato a Gaza in modo indipendente dall’ottobre 2023. Il 13 aprile, la Foreign Press Association in Israele — che rappresenta giornalisti di 130 testate — ha depositato una mozione d’urgenza alla Corte Suprema per anticipare la decisione sul divieto. La risposta: nuova proroga. Scadenza al 24 maggio. La nona.

Il governo israeliano presenta le memorie come materiale classificato, inaccessibile alla FPA e ai suoi legali. La FPA non può replicare ad argomenti che non conosce. «I rinvii hanno reso ridicolo il processo legale», ha dichiarato Tania Kraemer, presidente della FPA. «È ora che i giudici mettano fine a tutto questo.» Si sono uniti come amici della corte il CPJ, RSF e l’Unione dei giornalisti in Israele.

Le ragioni del divieto si sono aggiornate: prima i combattimenti, poi gli ostaggi, infine la guerra con l’Iran. Thibaut Bruttin, direttore generale di RSF, ha scritto che il governo punta a posticipare «l’ingresso dei reporter» perché sa che una sentenza favorevole cambierebbe l’opinione pubblica mondiale. Oltre 220 giornalisti palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Almeno 70, secondo RSF, erano stati identificati come obiettivi.

Il 16 aprile Ciriani ha confermato alla Camera la sospensione del rinnovo del memorandum di cooperazione militare con Israele. La lettera è stata inviata da Crosetto a Israel Katz il 13 aprile. Il testo non è pubblico. Il deputato M5S Pellegrini ha depositato richiesta formale per accedervi in Commissione Difesa.

Ieri le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono salpate da Barcellona verso la Sicilia, con Open Arms e la Arctic Sunrise di Greenpeace. Partenza per Gaza il 24 aprile da Siracusa. «Il buio di Gaza non è un effetto collaterale», ha scritto il CPJ il 13 aprile. «È una scelta».

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Un Paese ridotto a osservatore

Giorgia Meloni ieri a Parigi, seduta accanto a Emmanuel Macron, quello stesso Macron che per anni ha incarnato tutto ciò che lei giurava di combattere: l’eurocrazia arrogante, il globalismo, il nemico ideologico. Sorridente. Collaborativa. Quasi commossa di esserci.

Ricordate il piano? L’Italia come “ago della bilancia” tra Trump e l’Europa. Il ponte transatlantico. Meloni aveva il filo diretto con Mar-a-Lago, il numero di Musk, la foto con Trump incorniciata nel cuore. Mentre gli altri leader europei venivano trattati dal presidente americano come dipendenti in mora, lei era l’eccezione. L’amica speciale.

Quel privilegio è durato fino al giorno in cui Trump ha cominciato ad attaccarla. Sui dazi, sul Papa, sull’Europa. Ha capito che per Washington era solo un’altra europea da usare quando serve e ignorare quando non serve.

Il guardone di Parigi

Prima l’Italia al Board of Peace come “Paese osservatore”, una formula che Tajani ha difeso con la faccia di chi sa che sta dicendo qualcosa di imbarazzante ma proprio non riesce a fermarsi. Osservatori. Paganti. L’opposizione chiedeva se l’Italia facesse “il guardone dal buco della serratura”: la risposta era sì.

Adesso la logica si ribalta. Trump definisce il vertice di Parigi su Hormuz “molto triste”. Meloni è lì con Macron, Starmer e Merz ad annunciare che l’Italia metterà a disposizione proprie navi, proprio quelle che Washington considera un ostacolo alla propria strategia.

L’ago della bilancia si è rotto. Quello che resta è materiale di risulta.

C’è una continuità quasi poetica tra il “Paese osservatore” di Tajani e la Meloni di Parigi. In entrambi i casi l’Italia arriva quando gli altri hanno già deciso e ringrazia di essere stata invitata. La costante non è la posizione geopolitica – quella cambia con il vento – ma il ruolo: chi non costruisce le stanze dove si decide, ma ottiene, con fortuna, un posto in fondo alla sala.

Meloni è arrivata al governo promettendo di cambiare l’Europa dall’interno. Oggi è a Parigi a sperare di rientrarci dalla finestra.

Sorridente. Accanto a Macron. L’ago della bilancia, diventata la presidente del Paese osservatore, come certi anziani davanti ai cantieri.

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Accordo Ue-Israele, raccolto un milione di firme in 10 Stati europei per fermarlo. Nel silenzio dei media

Un milione di firme in tre mesi. Record assoluto nella storia delle Iniziative dei Cittadini Europei: nessun’altra, dall’istituzione dello strumento nel 2009, aveva tagliato quella soglia così in fretta. Il 14 aprile 2026 l’iniziativa “Giustizia per la Palestina” ce la fa, in un quarto del tempo massimo concesso dalla legge europea, superando le soglie nazionali in dieci stati membri.

Eppure la notizia del giorno, in Italia, è un’altra. Giorgia Meloni annuncia dal Vinitaly di Verona la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare con Israele, undici articoli di cornice firmati nel 2003. Un gesto che gli stessi israeliani, stando al sito Ynet, descrivono come “privo di contenuto reale”. Occupa tutte le prime pagine. Il milione di europei che invocano formalmente la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele resta nel silenzio.

La macchina democratica che nessuno racconta

L’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), strumento introdotto dal Trattato di Lisbona, impone alla Commissione di rispondere formalmente se un milione di firme validate arriva da almeno sette stati membri entro un anno. L’Ice “Giustizia per la Palestina”, lanciata il 13 gennaio 2026 dall’Alleanza della Sinistra Europea, ha impiegato novantadue giorni. Le soglie nazionali sono state superate in dieci paesi, tre in più rispetto al minimo. Sul podio: Francia con 370mila firme, Italia con quasi 250mila, Spagna terza.

Il dato francese è il più clamoroso. Il giornalista Adrien Le Louarn ha segnalato su X che durante i tre mesi nessun media eccetto L’Humanité aveva coperto l’iniziativa. Trecentosettantamila firme, il 477 per cento della soglia nazionale superata, zero articoli nei giornali. Un repost aggiunge: “La stessa identica cosa sta succedendo in Italia”. La copertura italiana è rimasta ai margini: Il Manifesto, Eunews, L’Indipendente, poi L’Espresso al traguardo. La stessa Ansa ha inserito la notizia come coda dell’articolo sul memorandum: prima il gesto del governo, poi il milione di cittadini che usano lo strumento più rigoroso della democrazia europea.

Sei mesi per rispondere

La Commissione non è obbligata a proporre la sospensione, solo a discuterne. Ursula von der Leyen, nel discorso sullo Stato dell’Unione di settembre 2025, aveva annunciato di voler sospendere alcune clausole commerciali dell’accordo, quelle sul trattamento preferenziale al 37 per cento dell’export israeliano, più il congelamento dei fondi bilaterali. Misure giudicate insufficienti: l’Ice chiede la sospensione totale dell’accordo del 1995, l’intera cornice di cooperazione politica ed economica. E quelle misure non sono mai state implementate. La capogruppo Left all’Europarlamento Manon Aubry lo ricorda: la promessa di von der Leyen «è stata abbandonata nel corso dei mesi». L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas aveva fatto circolare un documento con le opzioni. Rimasto senza esito.

La posizione italiana ha una data. A maggio 2025, quando la proposta olandese di avviare la procedura di revisione dell’accordo Ue-Israele arrivò al Consiglio Affari Esteri, l’Italia votò contro. Ieri Meloni ha sospeso il memorandum bilaterale. Elly Schlein ha definito la mossa tardiva, chiedendo che Roma smetta di fare ostruzionismo «sulla sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele, su cui cresce il consenso tra gli Stati membri».

Nel 2024 gli scambi tra Ue e Israele hanno raggiunto i 42,6 miliardi di euro. Il Servizio europeo per l’Azione esterna aveva certificato la violazione dell’articolo 2, quello che condiziona la partnership al rispetto dei diritti umani. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, Israele ha ucciso altri 738 palestinesi a Gaza. Un milione di europei invocano formalmente la sospensione. Bruxelles ha sei mesi per rispondere. I giornali quei tre mesi li hanno avuti, e hanno trovato altro da fare.

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Crisi energetica, la ricetta di von der Leyen che assomiglia a quella di Draghi: spegni la luce, salvi l’Europa

In Italia i consumi energetici delle famiglie pesano per il 25,4% dei consumi finali totali. Trasporti e industria insieme ne assorbono il 56,4%. I dati vengono da Eurostat e dall’Ispra, sono verificabili e non controversi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen invece, il 13 aprile scorso, ha spiegato ai giornalisti a Bruxelles come affrontare la crisi energetica in corso: «L’energia meno costosa è ovviamente quella che non usiamo». Bisogna ridurre la domanda, ha aggiunto, «nel pieno rispetto della libera scelta dei consumatori». Il termine chiave è quello: consumatori. Le famiglie. Il riscaldamento di casa. È lì che si risolve la crisi energetica europea, mentre il Medio Oriente brucia e i prezzi del gas tornano a salire.

Il trucco è vecchio

Ci sono precedenti illustri. Il 7 aprile 2022, durante la conferenza stampa dopo l’approvazione del Documento di economia e finanza, l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi si rivolse così ai cronisti: «Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose, cosa preferiamo: la pace oppure star tranquilli con l’aria condizionata accesa tutta l’estate?». E poi, direttamente a un giornalista: «Lei cosa si risponde, preferisce la pace o il condizionatore d’aria acceso?». Il contesto era l’ipotesi di un embargo sul gas russo, ma la struttura retorica era già quella: il problema energetico è tuo, dipende dal tuo comportamento, dai tuoi apparecchi domestici, dalle tue scelte. L’industria, i trasporti, la struttura del mercato: pezzi di scenario che spariscono dal palco mentre il riflettore illumina il salotto di casa.

Il meccanismo non è invenzione europea. Nel 2004 BP commissionò all’agenzia Ogilvy & Mather una campagna da oltre 200 milioni di dollari per lanciare il primo calcolatore di impronta di carbonio individuale. L’obiettivo dichiarato era l’efficienza, quello reale spostare la responsabilità dalla produzione fossile al consumatore finale. L’idea funzionò abbastanza da diventare senso comune: il problema energetico ha un nome, ed è il tuo stile di vita. Nessuna compagnia petrolifera nel mirino.

Quando i numeri non tornano

Torniamo ai dati. Secondo Eurostat, nel 2023 il consumo finale di energia nell’Unione europea si ripartisce così: trasporti al 32%, famiglie al 26,3%, industria al 24,6%. In Italia la quota residenziale si ferma al 25,4% dei consumi finali, mentre trasporti e industria insieme superano il 56%. L’Enea ha certificato che nel 2024 a trainare la ripresa dei consumi è stata la mobilità, cresciuta del 3%, e il settore civile, cresciuto del 2,5%. I consumi industriali invece sono calati del 3%, in linea con la crisi della manifattura europea. Quindi la domanda che von der Leyen vuole ridurre riguarda chi, esattamente?

Risposta della Commissione: i consumatori, nel pieno rispetto della loro libera scelta. La formula è elegante perché lascia intendere che nessuno verrà obbligato a nulla, che la riduzione sarà un atto volontario, civico. Solo che il mercato energetico europeo scarica i costi delle crisi sulle tariffe domestiche molto più velocemente di quanto le scarichi sulle bollette industriali. Nel primo semestre del 2025, stando a Eurostat, i prezzi per i consumatori non domestici nell’Ue sono aumentati dello 0,9%. L’invito alla virtù dei consumatori vale poco quando la bolletta è già una forma di razionamento.

L’Italia paga la bolletta elettrica più cara d’Europa: 108 euro per megawattora come media annua 2024, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna e i 58 della Francia. Questa forbice non la chiude il risparmio domestico. La chiuderebbe una politica sui meccanismi di formazione dei prezzi, sui sussidi nascosti alle fonti fossili. Argomenti assenti, come al solito, nel comunicato della Commissione. Il condizionatore rimane spento. L’Europa ringrazia.

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Il «modo più soft» secondo Crosetto ha un fascicolo penale

«Il modo più soft, più leggero possibile». Così il ministro della Difesa Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) descriveva, il 2 ottobre 2025 ospite di Paolo Del Debbio su Retequattro, l’abbordaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla. L’azione israeliana, spiegava, «poteva essere compiuta in modo più o meno violento». Era andata bene. Ringraziava il ministro israeliano Israel Katz perché non era…

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Memorandum Italia-Israele, stop con 70mila morti di ritardo

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: “È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto”. Arturo Scotto, deputato del Pd, lo ha definito “un fatto rilevante”. Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent’anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell’esecutivo.

La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l’azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione “arriva con settantamila morti di ritardo”. Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: “Non c’è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell’accordo”. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria.

L’indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L’Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent’anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura.

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