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Memorandum Italia-Israele, stop con 70mila morti di ritardo

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: “È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto”. Arturo Scotto, deputato del Pd, lo ha definito “un fatto rilevante”. Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent’anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell’esecutivo.

La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l’azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione “arriva con settantamila morti di ritardo”. Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: “Non c’è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell’accordo”. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria.

L’indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L’Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent’anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura.

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Memorandum Italia-Israele, stop con 70mila morti di ritardo

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: “È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto”. Arturo Scotto, deputato del Pd, lo ha definito “un fatto rilevante”. Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent’anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell’esecutivo.

La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l’azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione “arriva con settantamila morti di ritardo”. Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: “Non c’è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell’accordo”. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria.

L’indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L’Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent’anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura.

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Lo scioccato e i suoi servi

«Sono scioccato da Meloni. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo.» Donald Trump lo ha detto ieri al Corriere della Sera. Vale la pena rileggere la frase: il presidente degli Stati Uniti, che Meloni auspicava potesse vincere il Nobel per la pace, la chiama codarda. Tre anni e mezzo di devozione riassunti in una riga. In quarantott’ore Palazzo Chigi ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum…

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Pnrr, la scadenza del 30 giugno si avvicina: 60 misure perentorie al 49% di avanzamento

Mancano settantasette giorni. Avanzamento finanziario: 49%. Openpolis ha incrociato i dati del portale Italia Domani, aggiornati al 26 febbraio 2026, con le decisioni di esecuzione del Consiglio europeo. Il risultato è una fotografia che il governo di Giorgia Meloni non appende nei comunicati stampa: delle 60 misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza per cui il termine del 30 giugno è perentorio, quelle che coinvolgono 45.506 cantieri e 60,4 miliardi di fondi europei, la spesa effettuata si ferma alla metà. Esattamente: il 49%.

Meloni ha dichiarato di recente di aver “liberato decine di miliardi di euro” e di essere “la prima nazione in Europa in avanzamento del Pnrr”. La Corte dei Conti, nella relazione sul primo semestre 2025, aveva certificato che a fine 2024 erano effettivamente investiti 63,9 miliardi su 194 totali, il 33% delle risorse complessive. Bruxelles ha già respinto la richiesta di proroga oltre agosto 2026.

Il labirinto delle regole

Il punto più critico, del resto, è che ancora oggi nessuno sa cosa succederà ai progetti rimasti a metà. La normativa europea non contempla uno scenario di “mancato completamento”: si limita a descrivere meccanismi preventivi e poteri sostitutivi. La cosiddetta clausola di reversal stabilisce che gli obiettivi già raggiunti e già pagati non possano essere cancellati. Per tutto il resto, il quadro è nebuloso.

Il governo ha risposto moltiplicando i dispositivi di emergenza. Il decreto 95/2025 ha autorizzato il Fondo per l’avvio di opere indifferibili come sostituto dei fondi Pnrr per i cantieri che avevano già rinunciato al piano europeo, purché le gare fossero state aggiudicate entro la fine del 2025. Il decreto-legge 19/2024 aveva già previsto la possibilità di spostare progetti dal Pnrr alla politica di coesione. Per oltre 23,5 miliardi di euro si ricorrerà a strumenti finanziari che consentono di firmare accordi entro il 30 giugno e completare i lavori dopo: energia, infrastrutture idriche, digitale, housing universitario, agroalimentare.

La scadenza del 30 giugno è allo stesso tempo inderogabile e parzialmente aggirabile, a seconda dello strumento normativo applicato. Una costruzione di scatole cinesi assemblata pezzo per pezzo ogni volta che una scadenza si avvicinava troppo. Così il governo può dichiarare che non si perderà un euro, senza dover spiegare come.

Pnrr, i numeri che non compaiono nei comunicati

Le misure più indietro raccontano la qualità dell’attuazione meglio di qualsiasi conferenza stampa. Il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura, intervento che incrocia lavoro nero e caporalato, è all’1,2% di avanzamento finanziario. La digitalizzazione dei parchi nazionali al 3,3%. Le cosiddette “isole verdi” al 6%, nonostante il portale di Infratel le dichiari completate: una discrepanza che Openpolis segnala senza riuscire a spiegare.

I cantieri ferroviari verso il Sud sono già fuori tempo. La Salerno-Reggio Calabria ha speso il 3,54% dei fondi Pnrr assegnati rispetto all’8% preventivato; la Roma-Bari è al 34,76% di avanzamento rispetto al 59% atteso. Il Terzo Valico dei Giovi, secondo la timeline pubblicata da Affarinternazionali, non concluderà i lavori entro giugno: rischio concreto di perdere 200 milioni di finanziamenti europei.

Secondo la circolare del ministero dell’Economia e delle Finanze, il certificato di ultimazione dei lavori emesso entro il 30 giugno è l’unico documento che conta. Qualsiasi spesa effettuata dopo il 31 agosto non sarà ammissibile nel perimetro Pnrr. Senza quel certificato andrà trovato un finanziamento alternativo per non lasciare le opere a metà.

Che è esattamente quello che il governo aveva promesso non sarebbe mai accaduto. Mancano settantasette giorni. L’avanzamento è al 49%.

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La scuola ai tempi dell’occupazione

Ieri mattina i bambini di Umm al-Khair, a Masafer Yatta, Cisgiordania occupata, tornavano a scuola per la prima volta dopo quarantaquattro giorni. Le lezioni erano sospese dal 28 febbraio, data di inizio delle operazioni statunitensi e israeliane contro l’Iran. Durante la notte i coloni di Carmel avevano steso filo spinato sull’unica strada che porta alle aule. Si sono seduti davanti al filo spinato e hanno tenuto lezione all’aperto.

Le forze israeliane hanno sparato granate lacrimogene e stordenti. Sarah Al-Hathaleen, dodici anni, ha detto ad AFP: «Mi hanno lanciato una granata. Ho avuto paura e sono corsa via. Ho cominciato a piangere.» Rashid Al-Hathaleen, undici anni: «Stanotte eravamo eccitatissimi per la scuola. Gli israeliani hanno chiuso la strada con il filo spinato. Vogliamo tornare a scuola.»

L’esercito israeliano ha comunicato ad AFP di aver «disperso un raduno insolito di palestinesi», precisando che «non sono stati riportati feriti». Le riprese di AFP documentano il lancio dei candelotti. La formula trasforma bambini seduti in soggetti da disperdere.

Bassam Jabr, direttore dell’istruzione di Masafer Yatta, ha dichiarato: «I coloni cercano di stringerci il nodo al collo in ogni modo. Uno di questi metodi è tagliare la strada agli studenti mentre espandono l’insediamento.» Nella Cisgiordania occupata vivono oltre cinquecentomila israeliani in insediamenti che il diritto internazionale definisce illegali.

La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile: settanta imbarcazioni, tremila partecipanti da cento paesi, il doppio della flotta intercettata nel settembre 2025. Il portavoce Pablo Castilla ha dichiarato che l’attenzione internazionale su Gaza è calata dall’inizio della guerra all’Iran. L’esercito israeliano ha scritto: «non sono stati riportati feriti».

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Salvini difende Orbán: «Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Ma dimentica il precedente Milošević: le aveva perse anche lui

«Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Sette parole, tra le altre, che Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ha pronunciato su Rtl 102.5 per difendere il suo amico Viktor Orbán, appena sconfitto alle elezioni ungheresi del 12 aprile da Péter Magyar e dal suo partito Tisza, che ha ottenuto il 53,6% dei voti e 138 seggi su 199, abbastanza per una super maggioranza costituzionale.

La logica salviniana è disarmante nella sua semplicità: chi organizza elezioni non è un dittatore. Peccato che la storia sia un cimitero di questa tesi.

Quando le elezioni non bastano

Benito Mussolini tenne elezioni. Nel 1929 e nel 1934 organizzò plebisciti nei quali gli italiani erano invitati ad approvare una lista unica di candidati fascisti: il risultato ufficiale fu del 98% a favore. Adolf Hitler sottopose ai tedeschi referendum regolari; quello dell’agosto 1934 sull’unione delle cariche di cancelliere e presidente produsse l’88% di sì. Alexander Lukashenko governa la Bielorussia dal 1994 con sette mandati consecutivi: il Parlamento europeo lo chiama “dittatore in carica”. Vladimir Putin ottiene alle presidenziali russe percentuali dell’87%. Nessuno di loro ha mai smesso di organizzare elezioni.

Ma il punto non è solo che i dittatori vincono le elezioni. È che possono anche perderle senza smettere di essere stati dittatori. Slobodan Milošević nel settembre 2000 perse le presidenziali iugoslave: l’opposizione ottenne oltre il 50% al primo turno. Milošević tentò di negarlo; la commissione elettorale da lui controllata dichiarò necessario un secondo turno. Ci volle la Rivoluzione dei Bulldozer del 5 ottobre, la rivolta di piazza che sfondò il Parlamento, per costringerlo ad ammettere il risultato. Era un dittatore prima. Lo era durante. La sconfitta non l’aveva reso democratico retroattivamente.

I politologi Steven Levitsky e Lucan Way hanno chiamato questi regimi “autoritarismi competitivi”: istituzioni formalmente democratiche combinate con un abuso sistematico del vantaggio del detentore del potere. Le elezioni ci sono. Sono truccate a monte.

Quello che Orbán ha fatto davvero

Freedom House ha classificato l’Ungheria “parzialmente libera” nell’edizione 2024, con un punteggio di 65 su 100: era 90nel 2010. Il V-Dem Institute di Göteborg la definisce “autocrazia elettorale”, prima classificazione del genere mai attribuita a uno Stato membro dell’Unione europea.

I fatti sono documentati. Nel 2011 Fidesz ha riscritto i collegi elettorali: nel 2014 Orbán ottenne la super maggioranza dei due terzi con il 43,5% dei voti, nel 2018 la replicò con il 47,4%. La quasi totalità dei media ungheresi è finita sotto il controllo di imprenditori filogovernativi. Il Parlamento europeo ha aperto la procedura dell’articolo 7 dei Trattati. Orbán nel 2014 aveva dichiarato apertamente di voler costruire uno “Stato illiberale”. La parola è sua.

Magyar ha vinto con il 53,6% perché ci voleva quella percentuale: sedici anni di vantaggio strutturale richiedono una valanga per essere superati. La sconfitta di Orbán non certifica la democraticità del sistema. Certifica sedici anni di autoritarismo.

Se il criterio di Salvini per escludere l’autoritarismo è la semplice esistenza di elezioni, che fare con Lukashenko, con Putin, con i plebisciti di Mussolini, con Milošević che tentò di rigiocarsi il risultato?

Del resto, viene da chiedersi se le elezioni in generale pesino a Salvini. Governare senza dover passare ogni tanto per il voto degli italiani sarebbe, forse, la sua vera idea di Europa fondata sulla pace.

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A Massa si muore. A Roma si posta

«Babbo, alzati. Per favore alzati.» Lo ha detto un bambino di undici anni stringendo la mano al padre che moriva in piazza Felice Palma a Massa. Giacomo Bongiorni, 47 anni, aveva chiesto a un gruppo di ragazzi di smettere di lanciare bottiglie contro una vetrina. Lo hanno ammazzato. Il figlio undicenne ha visto tutto. Cinque gli identificati dai carabinieri: due maggiorenni di 19 e 23 anni…

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Due blocchi e due misure

Ieri mattina il Centcom — U.S. Central Command — ha annunciato il blocco navale di tutti i porti iraniani, in vigore dalle dieci Edt. Il comunicato recita: “sarà applicato imparzialmente alle navi di tutte le nazioni”. La parola scelta è “blocco”. La stessa parola che Israele applica a Gaza dal 2009: sedici anni di chiusura che la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del luglio 2024, ha inserito nel quadro di un’occupazione dichiarata illegale dal diritto internazionale.

Il 7 aprile ne è la prova. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore americano Mike Waltz ha condannato il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz perché “impedisce l’accesso di aiuti medici e forniture alle crisi umanitarie in Congo, Sudan e Gaza”. Gaza nominata come vittima di un blocco da un Paese alleato di quello che la blocca per via navale da sedici anni. Nella stessa settimana, secondo i dati del ministero della salute di Gaza, i morti dall’inizio del “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 hanno superato 738 unità. Ieri, un raid aereo israeliano ha ucciso almeno tre palestinesi nel quartiere di Al Mazraa, a Deir al-Balah, nella Striscia centrale: lo ha comunicato l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa.

La Global Sumud Flottilla è in mare per rompere esattamente quel blocco. Domenica la nave madre ha lasciato Barcellona, per ricongiungersi con circa cento imbarcazioni in rotta da Italia e Grecia. La street artist Laika ha dipinto sullo scafo Hind Rajab, uccisa da 355 colpi di artiglieria, e Ritaj Rihan, 9 anni, freddata mentre studiava con i compagni di classe. Sotto di loro, la rotta.

Due blocchi, una parola, standard opposti. L’ambasciatore Waltz ha concluso: «Nessuno dovrebbe tollerarlo. Stanno tenendo in ostaggio l’economia mondiale a mano armata». Si riferiva a Teheran.

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Trump, il presidente che si crede Dio

Sul letto d’ospedale c’è un uomo esausto. Al suo capezzale, in vesti bianche e rosse, con la mano sulla fronte del malato, c’è Donald Trump. Dietro: la bandiera americana, aquile, aerei da caccia, fuochi d’artificio, la Statua della Libertà. L’immagine è generata dall’intelligenza artificiale e pubblicata domenica 13 aprile su Truth Social. Stesso giorno in cui il presidente degli Stati Uniti ha attaccato frontalmente Papa Leone XIV, nato Robert Francis Prevost, chicagoano, settantenne, primo pontefice americano della storia: “È debole sulla criminalità e pessimo per la politica estera”.

La sequenza è rivelatrice quanto il contenuto. Prima il post contro il Papa, poi l’immagine di Trump-guaritore che impone le mani. La religione come randello e come trono.

Il conto presentato al Vaticano

Leone XIV è all’undicesimo mese di pontificato e Trump ha deciso di regolare i conti. Il pretesto diretto: il Papa aveva definito “inaccettabile” la minaccia americana all’Iran, aveva convocato una veglia di preghiera per la pace, aveva detto alla Via Crucis del 3 aprile che «c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti». Frasi senza nomi. Sufficienti.

Il post su Truth stila le accuse. Leone avrebbe trovato accettabile l’Iran nucleare. Ha criticato l’offensiva americana in Venezuela. Ha incontrato David Axelrod, stratega democratico ed ex consigliere di Barack Obama, che Trump chiama “un perdente della sinistra”. La logica interna è quella dello scrutinio di fedeltà: il Papa non è giudicato sulla dottrina ma sulla lealtà alla piattaforma MAGA. Trump lo scrive esplicitamente: preferisce il fratello del pontefice, tale Louis Prevost, “perché è totalmente MAGA. Lui ha capito tutto”.

La parte più densa del testo è quella finale. “Leone dovrebbe essermi grato”, scrive Trump. “La sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non era in nessuna lista per diventare papa ed è stato scelto dalla Chiesa solo perché era americano. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Il Conclave del maggio 2025, in questa lettura, è una mossa tattica pensata per gestire Trump. La risposta di Trump è rivendicare il merito dell’elezione.

Il protestantesimo teologicamente vuoto

Massimo Faggioli, storico della religione alla Villanova University di Philadelphia, ha pubblicato nel 2025 “Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana” (Scholè). La tesi centrale: il carisma di Trump è una forma di messianismo politico in cui i difetti personali del leader contano meno della missione salvifica che gli è stata attribuita. Faggioli descrive un protestantesimo teologicamente svuotato che ha colonizzato l’immaginario conservatore americano, trasformando la fede in appartenenza identitaria. Trump, scrive Faggioli, è «praticamente ateo non solo rispetto al cristianesimo ma ateo anche rispetto ai dogmi di fede dell’America». La sacralizzazione è però un’industria: la corona di spine, la Bibbia griffata. Il guaritore di domenica ne è il capitolo più recente.

Mons. Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della Conferenza episcopale statunitense (Usccb), ha risposto in una sola frase: «Papa Leone non è il suo rivale. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo».

Mentre Trump calpesta il papato, a Roma Giorgia Meloni e Matteo Salvini rispondono. In modi che tradiscono il rispettivo imbarazzo.

In mattinata Palazzo Chigi dirama una nota con gli auguri al Papa per il viaggio in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, auspici di pace, parole sul «nuovo modello di cooperazione con il Continente africano». Senza una volta il nome di Trump. Solo nel tardo pomeriggio, la presidente del Consiglio che ha costruito un’identità politica sul Dio, patria e famiglia, quando il caso è ormai deflagrato, è costretta ad integrare: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre».

Salvini, dal canto suo, l’aveva anticipata a TeleLombardia: «Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Omette il nome dell’autore. Una critica senza soggetto, elementare come una cartolina. Salvini, che del rosario ha fatto una bandiera elettorale, liquida l’offensiva al vicario di Cristo come mossa “poco intelligente”. Solo questo.

Leone XIV è in viaggio apostolico verso l’Algeria, primo Paese di un tour africano di undici giorni incentrato su pace e dialogo tra i popoli. Trump, intanto, guarisce i malati.

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Parità razziale, anche senza Orbán continuano le discriminazioni in Ue: ecco cosa dice la ricerca I-Claim

A gennaio, l’Unione europea ha adottato la propria Strategia Antirazzismo 2026-2030. Le direttive sulla parità razziale del 2000 escludono esplicitamente nazionalità e status migratorio dal campo di applicazione. Il razzismo istituzionale europeo funziona così: si condanna a parole, si produce nei fatti.

Lo dimostra uno studio pubblicato a febbraio 2026 dal progetto I-Claim, finanziato da Horizon Europe. I ricercatori Stefano Piemontese, Nando Sigona, Laurence Lessard-Phillips ed Emmanuel Achiri hanno analizzato per due anni sei paesi europei: Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito. Il risultato smonta un’ipotesi comoda: che il razzismo nelle politiche migratorie sia una degenerazione sovranista. Invece è struttura.

L’irregolarità come produzione razziale

La governance dell’ingresso, del soggiorno e del lavoro dei migranti, il campo in cui la razzializzazione è più pervasiva, rimane legalmente esentata dal controllo antidiscriminatorio. La scelta è architetturale. Le direttive del 2000 vietano la discriminazione su base etnica ma escludono esplicitamente nazionalità e status di residenza. Ciò che produce irregolarità resta fuori dall’antirazzismo.

Lo studio ha analizzato 40.683 testi per oltre 125 milioni di parole tra articoli di stampa e atti parlamentari in cinque anni. Più 244 interviste con lavoratori migranti in agricoltura, lavoro domestico e consegne a domicilio. Conclusione univoca: l’irregolarità è una posizione razzializzata, prodotta da sistemi che assegnano valore differenziale alla mobilità umana.

In Italia meridionale i migranti africani vengono indirizzati verso i lavori più pesanti; le donne dell’Europa orientale dominano il lavoro di cura perché percepite come culturalmente prossime. In Germania le aziende agricole gerarchizzano i lavoratori per nazionalità: i polacchi “più affidabili”, i romeni etnici accettabili, i rom rumeni indesiderabili. In Olanda l’algoritmo delle piattaforme di delivery penalizza i rider razzializzati attraverso le valutazioni dei clienti, che incorporano pregiudizi su accento e aspetto.

Von der Leyen e la strategia che non vede sé stessa

La Strategia Antirazzismo 2026-2030 riconosce il razzismo strutturale, adotta il linguaggio dell’intersezionalità. E poi lascia la governance migratoria fuori dall’analisi. I ricercatori di I-Claim lo segnalano esplicitamente: senza interrogare la governance migratoria come infrastruttura razzializzante, il mainstreaming antirazzista rischia di lasciare intatti i meccanismi attraverso cui l’irregolarità viene prodotta.

Il contrasto tra il rifugiato ucraino “meritevole” e il migrante del Sud globale “indesiderabile” ricorre in modo trasversale, nei paesi governati dalla destra come in quelli a guida progressista. I rom europei, cittadini dell’Unione, subiscono sorveglianza e limitazioni all’accesso al welfare identiche a quelle dei migranti irregolari. Trattati come stranieri interni, dimostrano che la logica dell’irregolarità opera a prescindere dallo status legale.

Ursula von der Leyen, vale la pena ricordarlo, non è stata eletta dai sovranisti. La sua Commissione ha prodotto la Strategia Antirazzismo. Ha anche consolidato l’esternalizzazione delle frontiere e i permessi vincolati al singolo datore di lavoro. Il welfare, nel frattempo, è diventato condizionale all’accesso. Secondo I-Claim questi meccanismi sono il cuore della differenziazione razziale in Europa. Il razzismo istituzionale europeo arriva anche dalle procedure standard.

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