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Silvia Salis e l’operazione riformista: come nasce e chi c’è dietro all’ascesa politica e mediatica della sindaca di Genova come anti-Meloni

Quattro anni al Coni sotto Giovanni Malagò, un marito che ha girato i video della Leopolda di Renzi per tre edizioni, un comunicatore già portavoce dello stesso Renzi. E adesso il titolo di “anti-Meloni” su Bloomberg come se fosse nato spontaneamente dai sampietrini del porto vecchio. Silvia Salis è sindaca di Genova da meno di un anno e già proiettata verso Palazzo Chigi.

All’interno del Pd, in molti la raccontano così: un’operazione riformista. L’area che non ha mai digerito la stagione Schlein avrebbe trovato il suo contenitore. Giovane, mediatica, senza tessera, capace di far ballare la sinistra sulla techno di Charlotte De Witte e di comparire su Bloomberg nello stesso fine settimana.

Fausto Brizzi, marito di Salis, ha firmato i filmati della Leopolda 2012 per Renzi. Nel 2025 ha curato la comunicazione della campagna genovese della moglie. Il regista di “Notte prima degli esami” è il collegamento ideale tra la stagione renziana e il progetto Salis. Il Palazzo Ducale di Genova, partecipato dal Comune che lei guida, lo ha celebrato a febbraio scorso nella Sala del Maggior Consiglio. Sull’opportunità dell’evento era nata una polemica sollevata dai rilievi di Ferruccio Sansa e della Lega: Palazzo Ducale ha risposto chiarendo che i costi, inferiori a tremila euro, erano coperti da uno sponsor privato.

LA MACCHINA

A costruire l’immagine pubblica di Salis c’è Marco Agnoletti, portavoce di Renzi negli anni d’oro: Comune di Firenze, Nazareno, Palazzo Chigi. Da settembre gestisce la comunicazione della sindaca con un metodo preciso: sottrazione. Meno esposizione, immagine costruita con la pazienza di una campagna politica lunga.

Renzi ha già scelto. “Io voterei Silvia Salis”, ha dichiarato a La7. La sintesi è leggibile: l’ex premier spinge, il suo ex portavoce gestisce la comunicazione, il marito della sindaca ha girato la Leopolda. Chi vuole può non chiamarla operazione. Dovrebbe però spiegare con quale altro nome si chiama.

IL COPIONE DEL FEDERATORE

Salis ha detto no alle primarie, “tecnicamente sbagliate”. Poi, nell’intervista a Bloomberg del 10 aprile, ha aggiunto: “Di fronte a una richiesta unitaria non posso dire che non la prenderei in considerazione, sarebbe una bugia”. Il lessico è quello del federatore: figura che non si candida ma è disponibile, che respinge la corsa senza escluderla.

Il Pd è spaccato. Chiara Braga (Pd), capogruppo alla Camera: “Non mi pare che questo sia il tempo di federatori o di personalità esterne al perimetro dei partiti”. Dario Franceschini (Pd) invece la definisce “uno dei leader di primo piano dei prossimi anni”. Due posizioni incompatibili dentro lo stesso partito.

IL FOGLIO E LA CONTRADDIZIONE PALESTINA

Il quotidiano diretto da Claudio Cerasa le ha dedicato un ritratto ammirato. Lo stesso Foglio che non ha mai avuto tenerezze verso chi usa la parola “genocidio” per Gaza. Salis quella parola l’ha rivendicata, e alle manifestazioni pro-Palestina a Genova c’era. Eppure Il Foglio la celebra.

Sansa aveva posto la domanda: perché quella stampa che prima corteggiava Toti adesso punta su di lei? La risposta che circola è quella del contenitore: figura abbastanza nuova da non portare il peso del vecchio centrosinistra, abbastanza affidabile per un campo largo moderato che include Renzi e un pezzo di establishment che con Schlein non ha mai trovato pace.

Malagò non è sfondo ma struttura. Salis è diventata vicepresidente vicaria del Coni nel 2021 sotto la sua presidenza: “Silvia è una persona alla quale sono molto affezionato”, ha dichiarato. Il Comune di Genova gli ha poi conferito un Premio Internazionale dello Sport alle celebrazioni colombiane. Il cerchio si chiude: il mentore ottiene un’onorificenza dall’istituzione che il suo ex vice adesso governa. La questione era stata sollevata. È rimasta senza risposta.

L’operazione è costruita con intelligenza. La domanda che un centrosinistra credibile dovrebbe porsi è: per chi?

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La «modesta mazzetta» di un modesto governo

«Modestissima mazzetta»: due parole che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scritto nel suo libro, difeso ieri alla Camera con una logica semplice quanto rivelatrice. Se il nostro ordinamento parla di tenuità del fatto, se la legge prevede la “modesta quantità” per la droga, perché mai la corruzione dovrebbe fare eccezione? Il ragionamento fila. Fila talmente bene da far capire dove porta.

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Nessun voto, zero sanzioni

Il Consiglio Affari Esteri dell’UE ha chiuso il 21 aprile a Lussemburgo senza alcuna misura contro Israele. Nessun voto, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione del 2000. Kaja Kallas: «Non abbiamo visto un accordo politico, ma le discussioni continueranno». Spagna, Irlanda e Slovenia chiedevano la sospensione totale. Germania e Italia si sono opposte.

Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International, ha definito la decisione «un fallimento morale» che «resterà come un capitolo vergognoso nella storia dell’UE». Un milione di europei aveva firmato la petizione. Settantacinque ONG e quattrocento ex diplomatici avevano chiesto la stessa cosa. Nessun esito.

Lo scarto italiano è documentabile. Il governo Meloni ha sospeso a marzo il memorandum di cooperazione militare con Israele. Quello stesso governo, a Lussemburgo, ha bloccato l’unico strumento multilaterale disponibile. Albares: «L’Unione Europea deve dire oggi con chiarezza a Israele che è necessario un cambiamento». Wadephul, per Berlino: la proposta era «inappropriata».

Dal cessate il fuoco di ottobre 2025, oltre 740 palestinesi sono stati uccisi nella Striscia. Il West Bank Protection Consortium — guidato dal Norwegian Refugee Council — ha pubblicato Sexual Violence and Forcible Transfer in the West Bank: sedici casi di violenza sessuale in Area C della Cisgiordania occupata, attribuiti a soldati e coloni israeliani, su 83 interviste.

Cinque soldati della Force 100, accusati di aggressione sessuale su un detenuto a Sde Teiman, erano stati reintegrati la settimana precedente, dopo l’archiviazione. Amnesty International: «Un altro capitolo inconcepibile nell’impunità strutturale del sistema legale israeliano». Flotilla Sumud: la nave arriva oggi in Sicilia. Domani 24 aprile salpa da Siracusa verso Gaza.

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Giulio Cavalli: “Cairo ha educato la tifoseria alla mediocrità” – da TorinoGranata

Giulio Cavalli è un giornalista, teatrante e scrittore di Lodi, che tifa per il Toro soprattutto per un motivo, adora la figura di Gigi Meroni, che ha portato anche in teatro nelle sue varie opere, essendo un personaggio poliedrico. Tra le sue attività scrive per La Notizia, è editorialista di Left, collabora a Domani, per Tag24 e conduce una trasmissione per RadioCusano

La redazione di TorinoGranata l’ha intervistato per parlare del Toro e soprattutto chiarire i suoi pensieri sull’operato di Cairo.

A Torino molti tifosi non vogliono più Cairo. Qual è il suo parere?

“C’è un problema di fondo. Alla mediocrità ci si abitua, per quella vecchia storia della sindrome della rana bollita. Così il Torino che brillava per risultati e per tremendismo oggi è stato messo nel cassetto delle leggende da gustarsi mentre le raccontiamo ai nostri figli, come se fossero non più alla nostra portata. Cairo è riuscito nell’impresa di educare una tifoseria alla mediocrità, spinge a pensare che forse poteva andare peggio, che comunque ci si è salvati, che comunque abbiamo visto qualche manciata di minuti godibili. Ma l’acquiescenza non ha nulla a che vedere con il tifo. Ci si accontenta già nella vita, allo stadio ci si va per credere che Davide possa sconfiggere Golia, ci si va se c’è la convinzione che al di là del risultato si vedrà una squadra all’altezza della sua storia e dei suoi tifosi. Da anni invece il tifoso del Toro cova speranza solo quando il campionato si ferma, oppure per qualche giornata. Poi c’è l’improvvisa discesa nella realtà. Una cosa non perdono a Cairo: è riuscito a spaccare i tifosi, spaccandoli tra accontentabili e mai contenti che si sono messi a fare la guerra tra loro. E il Toro invece era una comunità, prima di tutto”.

Da tempo si dice che Cairo abbia guadagnato più di quanto abbia investito nel Toro, quindi è lecito domandarsi se ha giovato di più il Toro a Cairo che viceversa?

“Cairo da presidente del Toro ha lanciato la sua carriera, mentre la squadra (e la società) ha continuato a galleggiare sull’acquitrino. Al di là dell’aspetto economico c’è l’accreditamento personale che ha ottenuto grazie alla sua presidenza. Mi pare che continui a essere convinto che gestire una squadra di calcio – soprattutto questa squadra – equivalga a gestire una qualsiasi azienda. Ma il capitale sociale del Toro non sono i giocatori, volendo ben vedere non sono nemmeno le strutture. Il capitale sociale del Torino è la passione e quella vertiginosa storia che si porta sulle maglie. Se risparmi sulla passione il bilancio è sempre in rosso, anche se i conti tornano. Se invece vogliamo fare un discorso prettamente aziendale allora direi che siamo di fronte a un’impresa che non ha mai avuto continuità, che non ha mai avuto un respiro più lungo di un prestito con diritto di riscatto non esercitato. È una società che galleggia vendendo i suoi giocatori più forti, almeno uno all’anno e che intende la crescita dei suoi calciatori solo sotto l’ottica della plusvalenza. Il Torino era un giovane ragazzo precario, assunto con un traballante contratto prorogato di anno in anno, pieno di speranze. Sono passati vent’anni ed è sempre lì, sempre con quel contratto capestro…

Il calcio italiano è in crisi, come si deduce con l’Italia eliminata dai prossimi mondiali e il flop nelle coppe europee. Eppure per il dopo Gravina si parla di Abete, nuovamente, e Malago’. Come dire che non c’è voglia di cambiare.

“Il calcio è lo specchio del Paese: militarizzato contro i tifosi e con maglie larghissime invece per i furbi, gli accattoni, i furbastri. La nazionale è il suo specchio perfetto: come possono crescere giocatori italiani in un campionato in cui i presidenti usano le loro squadre per spostare soldi, costruire relazioni in altri settori o sfogare le loro ansie immobiliari? In tutto questo dov’è il calcio, quello con la palla a terra?”

Pensa che il Toro possa cambiare dirigenza a breve? A questo punto meglio un gruppo straniero?

“Spero di sì, temo di no. Cairo insiste nel dirci che per un passaggio di mano ci deve essere un’offerta convincente ma non è così: una transazione ha bisogno di volontà di sintesi da entrambe le parti. Per formazione professionale (il berlusconismo) lui è uno che non vuole lasciare se non da vincente, non tollera di dare l’impressione di lasciare da sconfitto nel suo rapporto con i tifosi. E così per narcisismo si rischia di logorarsi in una mediocrità sempre più stanca, sempre più mediocre. Eppure avrebbe una grande occasione: lasciare il Toro prendendosi la responsabilità di cedere la società a qualcuno che possa fare meglio di lui. Ma ci vorrebbe umiltà, la vedo dura”.

Non trova che il nostro calcio sia anche malato perché se ne parla troppo anche a sproposito? Da giornalista che ne pensa dei troppi opinionisti che parlano senza essere effettivamente esperti per farlo?

“Accade in tutti i settori. Il giornalismo sostituito dall’opinionismo, le notizie sostituite dalla viralità. Sembrano contare sempre meno i fatti e sempre più le narrazioni. Solo che nel calcio poi basta andare allo stadio per accorgersi che la propaganda lì fuori può funzionare per un promo, per un reel su Instagram ma intanto il calcio si è incagliato. E gli influencer del calcio quando non ci sarà più calcio finiranno in mutande. Guarda solo l’effetto delle domande del giornalista di Tuttosport di Marco Bonetto come hanno spezzato l’incantesimo delle conferenze stampa come cerimonie dell’autoincensarsi. Tutti stupiti, tutti disabituati a vedere un giornalista che fa il giornalista”.

qui https://www.torinogranata.it/primo-piano/giulio-cavalli-cairo-ha-educato-la-tifoseria-alla-mediocrita-185246

Il buonsenso di Meloni. Il buonsenso di Solovyov

Al Salone del Mobile, Giorgia Meloni ha liquidato lo scontro istituzionale più grave della legislatura con una parola: buonsenso. “Una norma di assoluto buonsenso”, ha detto dell’articolo 30-bis del decreto sicurezza, quello che il Quirinale ha giudicato in contrasto con l’articolo 24 della Costituzione e che Mattarella ha minacciato di non firmare. Il buonsenso, appunto. In uno Stato di…

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Giornata della Terra, tra clima e scuole a rischio inquinamento: cosa dicono gli ultimi dati di Openpolis

Il 22 aprile, Giornata della Terra. Secondo i dati pubblicati da Openpolis, quasi mille edifici scolastici italiani stanno a 300 metri da una fonte di inquinamento atmosferico. Due cose vere insieme.

Il rapporto, realizzato con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, incrocia le rilevazioni Istat Bes 2024 sulla percezione ambientale dei giovani con i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito sulla vicinanza delle scuole a fonti inquinanti per l’anno scolastico 2024/25. Il risultato dice una cosa: i ragazzi più giovani stanno smettendo di preoccuparsi, e le scuole in cui studiano sono, in un caso su quaranta, immerse nel problema di cui la politica promette di occuparsi.

Adolescenti e ventenni: una forbice che conta

Tra il 2012 e il 2019 la quota di giovani che indicava il cambiamento climatico tra le cinque preoccupazioni ambientali prioritarie era cresciuta in modo costante. Dal 2019 si è stabilizzata. Il Rapporto Bes 2024 dell’Istat, pubblicato il 13 novembre 2025, registra poi un calo visibile tra i 14-19 anni, molto meno netto tra i 20-24. I ventenni risultano più insoddisfatti della qualità ambientale del proprio contesto: 66,8% di soddisfatti nel 2024, tre punti in meno rispetto all’anno precedente. Gli adolescenti si dichiarano soddisfatti nella misura del 74,1%, sei punti sopra la media della popolazione.

La sensibilità al clima è correlata con il titolo di studio: chi ha la laurea si dichiara preoccupato nel 66,4% dei casi, chi si è fermato alla licenza media nel 53,2%. Il rischio è che il tema diventi questione da élite, smetta di essere un problema di tutti. L’Eurobarometro del giugno 2025, commissionato dalla Commissione europea, ricorda che l’88% dei giovani europei tra 15 e 24 anni considera il cambiamento climatico un problema serio, e che chi vive in zone a rischio lo percepisce come urgente nel 91% dei casi. Il problema non è l’allarme in astratto. Il problema è che l’allarme, nel tempo, si converte in abitudine.

Le scuole nell’aria sbagliata

I dati materiali viaggiano in direzione opposta. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito censisce, per l’anno scolastico 2024/25, il 2,3% degli edifici scolastici statali, poco meno di mille su circa 40mila, collocato entro 300 metri da una fonte di inquinamento. Nei capoluoghi la quota sale al 5%, il doppio della media nazionale.

La Liguria guida tra le regioni con il 6%. Seguono il Lazio al 4,4% e la Puglia al 3,8%. Tra i capoluoghi, La Spezia è prima: 22 dei suoi 53 edifici scolastici statali, il 41,5%, risultano vicini a fonti inquinanti. Poi Foggia al 38,5%, Taranto al 27,4%, Imperia al 25,9%. Quattro città con storie industriali e portuali che il mercato ha lasciato sul territorio e che il territorio porta ancora nel corpo. In 53 capoluoghi su circa 110 nessuna scuola statale viene dichiarata vicina a fonti inquinanti: non significa che il problema non esista, ma che gli enti locali non lo hanno segnalato.

Il 22 aprile i conti non tornano

I giorni nei periodi di caldo sono passati da 15 nel 2012 a 42 nel 2023. Le emissioni di CO2 per abitante sono scese da 8,4 tonnellate nel 2012 a 6,8 nel 2024: un miglioramento reale. Solo che i giorni consecutivi senza pioggia sono cresciuti, il suolo si impermeabilizza, la dispersione idrica peggiora. Segnali positivi e negativi convivono e raccontano una transizione incompiuta.

Tra il 2017 e il 2020 la quota di 18-19enni attivi in associazioni ecologiche o per i diritti civili era passata dall’1,9% al 4,4%, quattro volte la media adulta. Il movimento dei Fridays for Future ha lasciato una sensibilità che nei ventenni di oggi si misura ancora. Negli adolescenti attuali si misura meno.

Il 22 aprile si annunciano impegni. Gli edifici a 300 metri dalle ciminiere restano dove sono.

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Due testi contraddittori sul futuro di Gaza

Board of Peace di Donald Trump ha un prezzo d’ingresso: un miliardo di dollari per un seggio permanente. Lo statuto è stato firmato il 22 gennaio 2026 a Davos, alla presenza di una ventina di Paesi. L’accesso è su invito del presidente, la leadership a vita. L’organismo non ha mandato ONU né rappresentanza palestinese.

Il Financial Times ha rivelato il 21 aprile che rappresentanti del Board hanno avuto colloqui con DP World, colosso logistico di Stato di Dubai, per affidarle le catene di approvvigionamento nella Striscia: magazzini, tracciamento, sicurezza, porto a Gaza o sulla costa egiziana, zona franca. Una bozza citata dal giornale descrive un «sistema di catena di approvvigionamento sicuro e tracciabile». Tre le fonti citate. Un portavoce di DP World ha dichiarato di non essere a conoscenza di trattative. La Casa Bianca non ha risposto.

Lo stesso giorno Unione Europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale hanno pubblicato la Rapid Damage and Needs Assessment: servono 71,4 miliardi di dollari per la ripresa nel decennio, 26,3 nei soli primi diciotto mesi. Oltre 371.000 abitazioni distrutte, ospedali per metà fuori servizio, economia contratta dell’ottantaquattro per cento. Il rapporto prescrive che la ricostruzione «sia guidata dai palestinesi» con trasferimento della governance all’Autorità palestinese.

I due documenti non si parlano. Il Board of Peace progetta un «ecosistema economico guidato dal porto» con piattaforme commerciali private emiratine e zone franche. Il rapporto ONU-UE chiede libertà di movimento, finanza trasparente, governance responsabile verso i palestinesi. Nessun finanziamento promesso si è ancora materializzato. Dal cessate il fuoco di ottobre, le forze israeliane hanno ucciso 776 palestinesi, secondo il ministero della Salute di Gaza.

La flotta verso Gaza Oggi ad Augusta è in corso il carico: circa 55 barche al porto Xiphonia nel Siracusano attendono le ultime arrivate dalla Spagna. Il 23 aprile la flotta confluirà a Siracusa. La partenza verso Gaza è fissata per il 24 aprile.

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Caporalato, bracciante indiano abbandonato con le gambe in cancrena: il sistema che produce invisibili

Le gambe annerite, la cancrena avanzata, un’infezione già al fegato. Così è arrivato al Ruggi d’Aragona di Salerno un bracciante indiano di trentasei anni: lasciato davanti al triage nella notte tra venerdì e sabato, portato via prima che qualcuno potesse fare domande.

I medici lo hanno trovato con le gambe completamente livide, quasi in cancrena; una setticemia agli arti inferiori così avanzata da richiedere camera iperbarica e antibiotici massicci. La cancrena che annerisce la carne è il risultato di settimane di esposizione a qualcosa che brucia lentamente: le gravissime infezioni sarebbero state provocate dall’esposizione prolungata a diserbanti o altri prodotti chimici utilizzati nell’agricoltura intensiva. L’uomo è ancora in pericolo di vita.

Il sistema che produce corpi

Satnam Singh è morto il 19 giugno 2024, due giorni dopo che un macchinario gli aveva tranciato il braccio nei campi di Latina. Il suo datore di lavoro, invece di chiamare i soccorsi, aveva caricato il bracciante ferito su un furgone con la compagna e lo aveva abbandonato agonizzante davanti alla loro abitazione. Il braccio amputato era finito in una cassetta della frutta vicino ai cassonetti. Secondo quanto emerso alla prima udienza, l’imputato avrebbe commentato: «è morto, dove lo butto?». Il furgone era stato ripulito. I cellulari di Satnam e Soni erano spariti.

Il processo è alla Corte d’Assise di Latina: il datore di lavoro in carcere, il padre ai domiciliari, accusati in concorso di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravato. Il figlio risponde anche di omicidio volontario con dolo eventuale. Il 12 marzo 2026, udienza fiume: Kumar Ramesh, connazionale di Satnam, ha raccontato le condizioni di lavoro nei campi, turni di dodici ore, paghe sotto il minimo legale, pressioni continue. Il processo andrà avanti per mesi.

I numeri che nessuno vuole leggere

Il Rapporto annuale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro fotografa il 2024: il 74% delle aziende ispezionate è risultato irregolare. I lavoratori con violazioni accertate sono stati 120.442, il quindici per cento in più dell’anno precedente. Di questi, 19.008 erano in nero; 1.368 erano stranieri senza permesso di soggiorno. Le vittime di caporalato accertate ai sensi dell’articolo 603-bis del codice penale: 1.226, dato che l’Ispettorato stesso definisce provvisorio. La Campania è la regione più problematica per lavoro sommerso: 3.737 lavoratori in nero su 9.978 controllati. L’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil stima circa 200 mila irregolari nell’agroalimentare, comparto che vale 73,5 miliardi di euro ma paga i braccianti mediamente poco più di 6 mila euro l’anno. Dopo la morte di Satnam, nell’estate 2024, controlli su 1.377 aziende agricole avevano trovato irregolarità tra il 53 e il 66 per cento in tre operazioni distinte. Poi i controlli si sono diradati.

Il corpo come prova

Silvia Guaraldi, segretaria nazionale, lo ha scritto senza attenuazioni: “Una cancrena di tale gravità non insorge in poche ore: è il risultato di settimane, forse mesi, di sofferenze atroci patite nell’invisibilità”. Susanna Camusso, vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro: “Un lavoratore sfruttato soprattutto se straniero non può denunciare, non può sottrarsi al lavoro nero, non ha strumenti per rivendicare la propria dignità”. Interrogazioni di Franco Mari (Alleanza Verdi e Sinistra) e Arturo Scotto (Partito Democratico). Le interrogazioni si accumulano. I corpi anche.

Un lavoratore in nero non esiste: nessuna burocrazia lo protegge. Se le gambe cominciano a marcire, la scelta del caporale è razionale nella propria logica: portarlo in ospedale significa spiegare, lasciare tracce. Meglio scaricarlo. Lo stesso calcolo che Lovato aveva fatto con Satnam. A Salerno ha prodotto un uomo ancora vivo, le cui gambe annerite sono la prova materiale di mesi che nessuno aveva voluto vedere. Quando potrà parlare, dirà quello che già sappiamo. Lo sapevamo prima di Satnam, e continueremo a saperlo dopo.

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Squadra Fiore, Del Deo e il “comma” scritto da Meloni

Tre giorni. Tanto ha impiegato Giuseppe Del Deo a passare dal ruolo di numero due del DIS alla poltrona di Cerved Group. Tre giorni, e un decreto di Palazzo Chigi per permettergli di farlo: il “comma Del Deo”, che cancellava il divieto triennale di impiego privato per gli ex vertici dell’intelligence. Il Ros dei carabinieri ha perquisito ieri sette persone nell’indagine della Procura di Roma…

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Disprezzo e impunità dilagante

A Bruxelles, il 20 aprile 2026, l’Unione Europea ha co-presieduto la ministeriale della Global Alliance per la soluzione a due Stati. Dubravka Šuica ha presentato la Rapid Damage and Needs Assessment: per ricostruire Gaza, con 1,9 milioni di sfollati, servono 71,4 miliardi di dollari. Da ottobre 2025, le forze israeliane hanno ucciso oltre 760 palestinesi nonostante il cessate il fuoco, secondo il ministero della Salute di Gaza. La conferenza parla di fase post-bellica. La fase bellica è in corso.

L’Alto Commissario Onu Volker Türk ha scritto il 10 aprile che i bombardamenti «riflettono un disprezzo continuo per le vite palestinesi, reso possibile da un’impunità dilagante». Il premier palestinese Mohammad Mustafa ha dichiarato che la stabilizzazione richiede «una sola struttura di sicurezza, una sola legge, una sola arma» e il ritiro israeliano da Gaza. Nello stesso palazzo la Global Sumud Flotilla apriva il congresso parlamentare con la Dichiarazione per un corridoio marittimo Onu. Due conferenze, stesso giorno: una discute il futuro di Gaza, l’altra chiede di arrivarci.

Il 19 aprile il Tribunale di Gerusalemme ha accolto la richiesta di Netanyahu di annullare la deposizione nel processo per corruzione. L’avvocato ha citato ragioni «di sicurezza e diplomatiche». La Procura aveva già obiettato. Era sospeso da febbraio per l’Iran, prima rinviato per Gaza, poi per il Libano. Hamas si è detto disponibile a cedere le armi di polizia interna — migliaia di fucili automatici — ma non i razzi. Due funzionari lo hanno riferito al New York Times il 20 aprile. Israele e Stati Uniti chiedono il disarmo totale.

Flotte Sumud — Le imbarcazioni sono in rotta verso Siracusa. Il 21 aprile è previsto il carico degli aiuti al porto di Augusta. La partenza verso Gaza è fissata al 24 aprile.

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