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Morti, feriti e famiglie divise: continua il pogrom di Tripoli

In Libia ieri è stato un altro giorno di disperazione e intanto dall’Italia e dall’Europa non si leva nemmeno un sussulto di indignazione. Del resto prendersela con il sicario che sta facendo il gioco sporco (un pogrom ben accetto dalla comunità internazionale contro i richiedenti asilo) sarebbe fastidioso e inopportuno. Mentre il ministero libico continua la sua ingente opera di rastrellamento nel Paese in nome di una non meglio precisata “operazione contro i criminali e i trafficanti di droga” (senza nemmeno preoccuparsi di sventolare un narcotrafficante che sia uno) molte persone si sono accampate all’esterno della sede dell’Unhcr di Tripoli (l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati che fornisce loro protezione internazionale ed assistenza materiale) in cerca di aiuto.

Testimonianze sul posto parlano di circa 800 persone accampate all’esterno dell’ingresso dell’agenzia da giorni, spogliate di qualsiasi cosa e affamate. Sono le stesse persone che nei giorni scorsi sono state cacciate dalle proprie abitazioni dai padroni di casa che si sono appropriati dei loro mobili e dei loro averi lasciati durante la fuga per sfuggire ai controlli di polizia. «Ho addosso i vestiti che indossavo giovedì scorso. – racconta uno dei ragazzi in attesa sul marciapiede a Francesca Napoli, avvocata esperta in diritto dell’immigrazione – Ho lasciato tutti i miei vestiti nella mia stanza. Molte auto dei rifugiati sono state saccheggiate dalla polizia insieme ai soldi e ai telefoni». L’unica speranza per loro è essere registrati quanto prima dall’Unhcr per poter risultare come richiedenti asilo e ottenere protezione.

Nella giornata di ieri si sono sollevate alcune tensioni tra le persone in attesa. In diversi presenti sul posto raccontano di non avere ricevuto cibo per giorni (solo lunedì l’Unhcr aveva distribuito delle merendine ai più fragili e alle famiglie) e in molti hanno protestato. Nel pomeriggio di ieri alcuni funzionari dell’Onu hanno distribuito tonno, fagioli e biscotti per fare fronte all’emergenza. Le immagini mostrano una fiumana di persone per strada che dipendono da un pezzo di carta. Ma qui nell’inferno libico anche i documenti sembrano contare poco: sembra che nel centro di detenzione di Al-Mabani ci siano 66 persone richiedenti asilo che non sono state registrate dall’Unhcr e che quindi rischiano di essere rimpatriati senza poter fare valere i proprio diritti. Dal canto suo intanto il governo libico sta costruendo un database dei migranti: «sulla base delle direttive del Capo dell’Autorità Anti-Immigrazione Illegale, il Dipartimento Informazione e Documentazione dell’Agenzia procede all’inventario e alla registrazione degli immigrati irregolari, per creare una banca dati degli immigrati clandestini che include tutti i loro record in preparazione all’avvio delle procedure di espulsione», recita una nota del ministero dell’Interno.

Sempre ieri diversi migranti (qualcuno dice addirittura 2.000) sarebbero scappati dal centro di Garian per raggiungere Tripoli e la polizia ha aperto il fuoco. In 4 (2 sudanesi, un somalo e un nigeriano) sarebbero rimasti uccisi. Medici Senza Frontiere (che fornisce cure mediche in tre centri della capitale libica) denuncia che il numero di migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione a Tripoli è drammaticamente più che triplicato negli ultimi cinque giorni. «Stiamo vedendo le forze di sicurezza adottare misure estreme per detenere arbitrariamente più persone vulnerabili all’interno di strutture gravemente sovraffollate e dalle condizioni disumane» afferma Ellen van der Velden, responsabile delle operazioni di MSF in Libia. «Intere famiglie che vivono a Tripoli sono state fermate, ammanettate e trasportate in diversi centri di detenzione. C’è chi è stato ferito e chi persino ha perso la vita, mentre diverse famiglie sono state divise e le loro case ridotte in cumuli di macerie».

L’insicurezza causata dai raid non ha permesso a MSF di operare con le cliniche mobili che settimanalmente offrono cure mediche ai migranti e rifugiati vulnerabili in città. I raid hanno anche avuto un impatto sulla capacità delle persone di muoversi liberamente e cercare assistenza medica, anche perché chi è sfuggito all’arresto ha paura di uscire di casa. Negli ultimi due giorni, le équipe di MSF sono riuscite a visitare due centri di detenzione dove sono trattenute le persone arrestate nei recenti raid: Shara Zawiya e Al-Mabani (Ghout Sha’al). Nel centro di detenzione di Shara Zawiya, che normalmente trattiene 200-250 persone, i team di MSF ne hanno viste più di 550, tra cui donne in gravidanza e bambini appena nati rinchiusi nelle celle. Circa 120 persone erano costrette a dividersi lo stesso bagno, fuori dalle loro celle c’erano secchi pieni di urina. Al momento della distribuzione dei pasti, è scoppiata una grande agitazione, le donne hanno protestato contro le condizioni in cui sono trattenute all’interno del centro. Nel centro di detenzione di Al-Mabani, i team di MSF hanno visto le celle così sovraffollate che le persone all’interno erano costrette a stare in piedi. Centinaia di donne e bambini sono trattenuti all’aperto, senza zone d’ombra o ripari.

Un membro del team di MSF ha raccolto la testimonianza di alcuni uomini che hanno detto di non mangiare da tre giorni, mentre diverse donne hanno raccontato di ricevere al giorno un unico pasto composto da un pezzo di pane e formaggio. Molti uomini erano in stato di incoscienza e in necessità di ricevere cure mediche urgenti. «Ora più che mai, migranti e rifugiati vivono in una situazione di pericolo e sono intrappolati in Libia senza alternative per fuggire, dato che per la seconda volta quest’anno i voli umanitari sono stati sospesi senza motivo», afferma Van der Velden di MSF.

Intanto la delegazione della Mezzaluna Rossa libica dà notizie di 17 corpi di migranti che cercavano di raggiungere l’Europa sono stati rinvenuti sulle coste della Libia occidentale. Per un altro giorno l’inferno ha svolto la sua missione: governare l’orrore. La fabbrica della tortura libica è in piena produzione. I ministri italiani non hanno il tempo di spendere nemmeno una parola, loro così sempre prodighi di tweet. L’Europa promette che fisserà un incontro per decidere di occuparsene.

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«Ti ho lasciato prima io»

Il leader leghista si è infilato in un vicolo stretto e ora fatica ad uscirne. Salvini ha perso con Conte nella famosa estate del Papeete e continua a perdere con Draghi che se lo sbologna ogni giorno

Il gioco di Matteo Salvini si srotola ogni giorno diventando sempre più prevedibile. Il leader leghista si è infilato in un vicolo stretto e ora fatica ad uscirne. Ha provato a prendersi la responsabilità di entrare nel governo Draghi convinto di potersi ammantare di quel profilo che avrebbe potuto renderlo federatore del centrodestra italiano anche in Europa. Ne è uscito un Salvini rammollito, mollato dai suoi elettori più spinti (che mica per niente si sono spostati dalla parte di Giorgia Meloni e perfino alla corte di Gianluigi Paragone) che non ha assolutamente lo spessore di rimanere all’interno di un governo che può permettersi di trattarlo come un impiccio.

Salvini ha perso con Conte, ribaltato nella famosa estate del Papeete e continua a perdere con Draghi che se lo sbologna ogni giorno con l’aria di chi non vuole prestare troppa attenzione a un suo alunno troppo capriccioso. Le elezioni amministrative ne hanno sancito la regressione (e la politica, si sa, è fatta di movimenti ondulatori che una volta partiti sono molto difficili da deviare e da frenare) e il consenso di Salvini che riempiva le piazze oggi è piuttosto un’affezione per quello che fu. Non pesa nel governo, non pesa come oppositore (del resto come potrebbe pesare mentre Giorgia Meloni ha una prateria a disposizione stando all’opposizione) e non riesce ad accontentare più nessuno: i suoi sindaci e presidenti di regione lamentano la mancata consapevolezza, non si governa con gli spot e con le foto della Nutella; i suoi elettori ne lamentano l’immobilismo; Fedriga, Giorgetti e Zaia stanno preparando il prossimo congresso e ormai tengono un filo diretto con la presidenza del Consiglio e la presidenza della Repubblica; Forza Italia lo ritiene troppo acceso mentre Giorgia Meloni guadagna sul suo spegnersi lentamente.

Ora Salvini ha deciso di adottare uno schema adolescenziale: per pesare pesta i piedi (si è lamentato per il poco tempo avuto per valutare la delega fiscale ma è lo stesso Salvini che ha votato migliaia di pagine di Pnrr senza avere il tempo di sfogliarle. Ora si butta sulle discoteche senza rendersi conto di buttarsi in un campo in cui gli aperturisti (per non dire addirittura i No Green pass o perfino i No vax) non saranno mai contenti. Come al solito manda avanti i suoi scherani per alzare la polvere (sentire ieri Molinari lamentarsi per come viene trattata la Lega nella maggioranza è stato uno spettacolo davvero povero) e non si prende responsabilità.

Ora ripartirà la solfa. Ci dirà dei migranti (in attesa di qualche fatto di cronaca nera) e ancora parla genericamente di innalzamento delle tasse (come nemmeno il più banale Berlusconi) ma non funzionerà. Eccolo allora che si comporta come quelli che vogliono farsi lasciare ma non hanno il coraggio di lasciare. Punta a farsi scaricare e poi magari alzerà il ditino e dirà «però ti ho lasciato prima io».

Avanti così. Buon giovedì.

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“Sono trafficanti”, così la Libia giustifica le torture contro i ragazzini

Continua incessante in Libia la grave repressione che si srotola nel Paese da venerdì sotto lo sguardo inerme della comunità internazionale che finge di non vedere, di non sapere e di non capire. Ora escono anche i primi numeri ufficiali: l’agenzia delle Nazioni Unite ha contato 5.152 migranti che sono stati detenuti, ma i numeri sono in aumento visto che l’orrido rastrellamento continua nella città occidentale di Gargaresh, da sempre importante hub per i migranti della nazione nordafricana.

Hussein Baoumi, attivista per la Libia e l’Egitto presso Amnesty International, ha raccontato ad Al Jazeera che gli arrestati sono stati portati nei centri di detenzione tra cui Al-Mabani e Shara’ al-Zawiya, a Tripoli, e che si lamentano delle condizioni disumane e dell’estremo sovraffollamento. «Le persone con cui abbiamo parlato devono dormire con un sistema di rotazione, in cui alcune persone stanno in piedi e altre dormono», ha detto Baoumi. Continuano ad arrivare video che testimoniano pestaggi delle guardie con bastoni e tubi dell’acqua mentre il cibo continua a scarseggiare. Sono almeno due le donne che hanno denunciato molestie sessuali a volontari di Amnesty International: una di loro ha raccontato di essere stata costretta a spogliarsi nuda in un centro di detenzione. Proprio secondo Amnesty International la repressione sarebbe dalla milizia della “Sicurezza pubblica”, guidata dall’ex vice capo dell’intelligence libica Emad al-Trabulsi, nonché dalla “Forza di supporto della direzione della sicurezza”. Entrambi i gruppi sono legati al ministero dell’Interno libico, quel ministero che l’Italia (e l’Europa) continua a sovvenzionare profumatamente.

Le autorità libiche, per nulla imbarazzate di ciò che sta accadendo, confidando sempre nell’impunità che gli viene garantita da un’Europa interessatamente distratta, continua a descrivere la campagna come una misura “di sicurezza contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga” ma il ministero dell’Interno, che guida la repressione, non è stato in grado di menzionare un solo arresto di un solo narcotrafficante o contrabbandiere. Il fatto che tra i migranti e rifugiati detenuti ci siano 215 bambini e più di 540 donne, di cui almeno 30 incinte (come ha detto lunedì all’Associated Press l’Organizzazione internazionale per le migrazioni OIM delle Nazioni Unite) lascia intuire che la narrazione del governo libico sia una bugia recitata anche piuttosto male. Anche perché tra i rifugiati ci sono molti che si sono regolarmente registrati presso l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, il che significa che sono stati riconosciuti come rifugiati o richiedenti asilo. «Queste persone stanno scappando dalla persecuzione dai loro paesi di origine e dovrebbero essere protette, non imprigionate», ha detto Baoumi di Amnesty International. Georgette Gagnon, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per la Libia, ha dichiarato che «i migranti disarmati sono stati molestati nelle loro case, picchiati e fucilati».

«La maggior parte delle persone arrestate sono ora detenute arbitrariamente, anche in strutture di detenzione gestite dalla Direzione per la lotta alla migrazione illegale, sotto il ministero degli Interni», ha affermato Gagnon. Vale la pena ricordare che nel 2020, le autorità libiche hanno legittimato i luoghi di prigionia informali integrandoli nell’infrastruttura ufficiale di detenzione per migranti sotto il controllo della Direzione per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) del Ministero dell’Interno. Secondo la testimonianza di un eritreo detenuto ci sarebbero almeno 17 morti per colpi di arma da fuoco da parte della polizia libica nel centro di detenzione di Ghoat Shaal, mentre altri due sarebbero morti all’interno della struttura di detenzione per asfissia, soffocati dai corpi dei loro stessi compagni ammassati, come dimostrano anche le inequivocabili immagini che ci arrivano. I media locali hanno diffuso immagini di rastrellamenti avvenuti anche nella zona di Janzur, a 12 chilometri da Tripoli. Mentre rimbalzano le foto anche delle oltre 1.000 persone che dormono per strada nei pressi della sede UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) a Tripoli per cercare protezione e scappare dalle retate.

Se non bastasse ora c’è anche il rapporto pubblicato dalla missione di inchiesta indipendente sulla Libia delle Nazioni Unite che denuncia crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel Paese nordafricano a partire dal 2016. Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu racconta che le indagini «hanno evidenziato che tutte le parti in conflitto, inclusi Paesi terzi, combattenti stranieri e mercenari, hanno violato il diritto internazionale umanitario, in particolare i principi di proporzionalità e ragionevolezza, e alcune hanno commesso crimini di guerra». «Migranti, richiedenti asilo e rifugiati sono sottoposti a una sequela di abusi in mare, nei centri di detenzione e per mano dei trafficanti», ha spiegato Chaloka Beyani, membro della Missione. «Le nostre indagini indicano che le violazioni contro i migranti sono commesse su vasta scala da attori statali e non statali, con un alto livello di organizzazione e con l’incoraggiamento dello Stato – il che è indicativo di crimini contro l’umanità».

«La detenzione arbitraria in prigioni segrete e le condizioni insopportabili di detenzione sono ampiamente utilizzate dallo Stato e dalle milizie contro chiunque sia percepito come una minaccia ai loro interessi o opinioni», ha accusato Tracy Robinson. «La violenza nelle carceri libiche è commessa su una tale scala e con un tale livello di organizzazione che può anche potenzialmente equivalere a crimini contro l’umanità». Il rapporto della missione d’inchiesta documenta anche il reclutamento e la partecipazione diretta di bambini alle ostilità, le sparizioni forzate e le uccisioni extragiudiziali di donne di spicco e le continue forme di violenza sessuale e di altro tipo contro le popolazioni vulnerabili, comprese le persone LGBTQI. La Missione ha inoltre prestato particolare attenzione alle accuse di crimini atroci commessi nella città di Tarhuna (sud-est di Tripoli) tra il 2016 e il 2020. Anche oggi dalla Libia “porto sicuro” (come dicono i nostri rinomati ministri) è tutto. Ma le cronache dall’inferno continuano, c’è da scommetterci.

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Trecentotrentamila

In 70 anni sono state 216mila le vittime di pedofilia nella Chiesa francese, secondo un nuovo rapporto voluto dai vescovi. E la cifra sale se si contano gli “aggressori laici”, come sagrestani, insegnanti, educatori che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica. Le vittime sarebbero state nell’80% dei casi maschi

Nel giornalismo che è sempre così affezionato alle notizie pesate al chilo, con il numero delle vittime che segna lo spessore dell’indignazione, c’è da scommetterci che invece passerà piuttosto inosservata la novità che arriva dalla Francia con il rapporto della Ciase (Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa) incaricata dalla Conferenza episcopale e quindi dai vescovi di Francia che indica il numero di bambini abusati: dal 1950 a oggi sarebbero state 216mila le vittime di pedofilia nella Chiesa francese e tra 2.900 e 3.200 i preti e i religiosi cattolici colpevoli di violenze sessuali ai danni di minori. Il Presidente della Commissione indipendente Jean-Marc Sauvé ha dichiarato in occasione della diffusione del rapporto che da parte della chiesa «fino all’inizio degli anni 2000 un’indifferenza profonda ed anche crudele» sarebbe stata manifestata «nei confronti delle vittime».

C’è dentro tutto, ci sono le vittime addirittura colpevolizzate («si ritiene abbiano un po’ contribuito a quello che è loro accaduto», si legge nel rapporto) oltre al solito tentativo di insabbiare tutto. Il numero delle vittime sale a «330.000 se vi si aggiungono gli aggressori laici (ovvero sagrestani, insegnanti nelle scuole cattoliche, responsabili di movimenti giovanili, ndr) che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica», ha aggiunto Sauvé, alto dirigente francese già membro del Consiglio di Stato e della Corte di giustizia Ue, illustrando ai giornalisti le conclusioni della commissione da lui presieduta. Le vittime sarebbero state nell’80% dei casi maschi.

La cifra è stata ottenuta con una stima statistica comprendente un margine di circa 50mila persone e delle informazioni contenute negli archivi. «Voglio esprimere la nostra gratitudine alle vittime che si sono rese disponibili a collaborare con la nostra commissione – ha aggiunto Sauvé – senza le quali non avremmo potuto fare nulla. Pensiamo anche a coloro che non hanno potuto incontrarci. Sono senza dubbio quelle che soffrono di più, ed è con loro che voglio terminare».

Ma c’è un punto sostanziale della conferenza stampa: il reato è stato definito “sistemico” e allora ci si chiede quando si potrà scrivere e parlare di un “sistema criminoso” che ha bisogno di una sistematica risoluzione. E a proposito di chi dice che accade nella Chiesa ciò che accade ovunque vale la pena sottolineare che secondo il rapporto i minori rischiano nel mondo religioso due volte in più di essere vittime di abusi rispetto ad altri ambiti. Due terzi dei presunti pedofili sarebbero stati appartenenti al clero.

Trecentocinquantamila vittime solo in Francia solo in 70 anni sono un numero enorme se applicato a tutto il mondo. Sono qualcosa che non può essere definito un “errore” e soprattutto è qualcosa che non può essere mondato con una penitenza e quattro ave maria. Non serve perdono, serve una sistemica (appunto) soluzione.

Buon mercoledì.

Per approfondire, leggi il numero di Left dell’1-8 ottobre 2021

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SOMMARIO

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Da traditori a traditi: Renzi e Calenda hanno lasciato il Pd, ma continuano a essere ossessionati dai dem

La giornata successiva alle elezioni amministrative è una babele di vincitori che si esercitano in acrobatici ragionamenti per convincerci che hanno vinto. Accade sempre così, vincono tutti, vincono quelli che hanno vinto sul serio e vincono perfino quelli che fino a qualche ora fa ci avevano promesso che avrebbero “asfaltato tutti” e ora se ne stanno con le loro risibili percentuali a battersi le pacche sulle spalle.

Quelli che vincono sempre e che è sempre merito loro sono ovviamente gli adepti di Italia Viva (che è una cosa ben diversa dai stimabilissimi elettori del partito) che riescono addirittura a gonfiare il petto dopo un’elezione in cui il presidente del partito Ettore Rosato rivendica l’elezione del sindaco di Terzorio, unico candidato ovviamente eletto con il 100% dei voti che sono 124 in tutto.

In realtà Rosato si è dimenticato di dire che con il 70% dei voti è stato eletto anche il loro sindaco di Garda Davide Bendinelli ma avrebbe dovuto anche raccontarci che il loro sindaco è uno dei tanti prodotti di “Forza Italia Viva”, ex berlusconiani fulminati sulla strada di Renzi e dalle loro parti, si sa, insistono per sembrare di centrosinistra.

Stessa cosa accade per Calenda che incassa un ottimo risultato a Roma ma come al solito non riesce a trattenere il suo machismo politico: confronta i risultati della sua unica lista che lo sosteneva come candidato sindaco con quello del PD che era solo una delle tante liste a sostegno di Gualtieri (che è un po’ come fare la somma dei litri con i chili), confessa di avere preso voti da destra e da sinistra ma vorrebbe essere il federatore del centrosinistra (con la solita presunzione di essere lo spin doctor di tutto l’arco parlamentare) e poi finge di avere fatto una campagna elettorale “senza appoggi e senza media” (fa già ridere così). 

Il punto sostanziale però rimane sempre l’ossessione di Renzi e di Calenda per il PD. I calendiani e i renziani più agguerriti addirittura si spingono ad accusare il Partito Democratico di non avere appoggiato Calenda: “se avessero sostenuto lui sarebbe già sindaco” scrivono con il solito vizio di sommare le percentuali com se fosse un travaso di liquidi (come se gli elettori di entrambi non ragionassero ma barrassero semplicemente un nome).

A nessuno viene il dubbio che Calenda (come Renzi) sia lo stesso che ha deciso di lasciare il PD (dopo essere stato comodamente “creato” politicamente dal PD) sbattendo la porta e urlacciando le peggio cose, scappando come se fossero degli appestati e poi costruendo tutta sua campagna elettorale a demonizzare i suoi ex compagni di partito (mentre nel frattempo normalizzava i singulti fascisti che arrivavano da destra).

Qui siamo al capolavoro della presunzione: lasciano il proprio partito e pretendono di essere amati ancora, accusando i democratici di essere troppo scarsi per poter essere amati a lungo e incolpandoli della fine della relazione. Il ragionamento è piuttosto contorto ma viene riproposto in ogni dove: Renzi e Calenda ripetono ossessivamente che il PD fa schifo e indicano come unica possibilità di salvezza del PD il cominciare a fare esattamente quello che vorrebbero loro. Non è un po’ infantile come ragionamento politico, sinceramente?

Il fatto è che in politica le situazioni assumono contorni diversi in base a come vengono raccontate: Calenda, per dire, ha vinto di pochissimo su Virginia Raggi (che avrebbe dovuto essere la sindaca più catastrofica della storia di Roma, proprio secondo la narrazione di Renzi e Calenda) e ha preso qualche voto in più del precedente “candidato civico” Alfio Marchini (ve lo ricordate? Ecco, ricordatevelo, per avere un po’ il senso delle proporzioni). 

Che in Italia ci sia uno spazio per i liberali e che i liberali in Italia possano trovare un degno leader in Calenda (per molti aspetti molto più presentabile di Renzi che infatti ha capito benissimo l’aria che tira dopo queste amministrative) è sicuramente un buona notizia. Ma che Calenda e compagnia cantante vogliano convincere che il liberismo sia l’unica via della sinistra è qualcosa che lascia più che perplessi.

E forse sarebbe il caso di smetterla di menar calci e essere seri, sul serio (come diceva la campagna di Calenda) e dire chiaramente cosa si intende fare nel secondo turno senza dilungarsi in bizze da traditori che vorrebbero rivendersi come traditi. Altrimenti c’è sempre una via d’uscita: che gli scontenti cronici si trasferiranno a Terzorio.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Così vengono torturati i migranti che non arrivano in Italia

Perché i drammi non possano disturbare la serenità dei potenti basta che accadano là dove non ci sono occhi e non ci sono orecchie, e che non accadano davanti a una telecamera oppure su una spiaggia e forse sarà per questo che la Tunisia ha gioco facile nel gettare uomini, donne e bambini in quel sacchetto dell’umido internazionale che è la Libia. Sarà per questo che viene perfino difficile provare a raccontare sulle colonne di un giornale un dolore e una vergogna internazionali che dovrebbero sanguinare da tutti i notiziari e che invece rimangono impigliati nelle pieghe delle notizie di poco conto.

Lunedì 27 settembre quattro imbarcazioni con persone di origine subsahariana e tre con persone tunisine sono partite dall’arcipelago di Kerkennah, in Tunisia. È la solita storia di disperati su barche disperate che si illudono di attraversare il mare per trovare un po’ di ristoro. Una di quelle storie che da noi, anche se cambiano i governi, vengono citate solo in occasioni di qualche stantia commemorazione che si trasforma in una liturgia frigida. Accade in questi giorni: le imbarcazioni vengono intercettate dalle unità marittime della Guardia Nazionale tunisina, che le hanno riportate sulla costa tunisina. Qui i racconti si fanno carne. I profughi falliti di origine tunisina vengono rilasciati immediatamente (prima i tunisini, si dice da quelle parti, probabilmente) mentre le persone di origine subsahariana sono state trascinate al confine libico. Secondo le testimonianze (raccolte da alcuni legali per i diritti umani che ancora ostinatamente credono al Diritto) si tratta di «un centinaio di persone, tra cui diverse donne e minori. Almeno tre delle donne erano incinte».

Poiché l’importante è evitare gli occhi i profughi sono stati portati in una lingua di terra a cavallo tra il confine più a nord della Tunisia e la Libia. Le immagini che arrivano sono uno strazio che gocciola vergogna: ci sono alcune persone che sono rinchiuse in un edificio privato, delle donne in avanzato stato di gravidanza e una donna semi incosciente che partorisce in mezzo al deserto, aiutata come si può da un compagno di sventura. Quella donna che partorisce tra la sabbia senza nemmeno una grotta è il presepe infernale di un’Europa che sarà condannata dalla Storia. In una nota congiunta di diverse associazioni, tra cui il Forum tunisino per i diritti umani, Medecins du monde, Avvocati senza frontiere e l’italiana Asgi, spiegano che «all’arrivo al confine con la Libia, gli ufficiali della guardia nazionale tunisina avrebbero costretto i migranti sotto la minaccia delle armi ad attraversare il confine con la Libia». «Una volta attraversato il confine, – scrivono in una nota congiunta le associazioni per i diritti umani – un primo gruppo di migranti è stato rapito in territorio libico. Secondo le nostre fonti, sono attualmente detenuti non lontano dalla frontiera, a Zouara, in una casa privata. Si dice che i rapitori abbiano chiesto circa 500 dollari a testa per il loro rilascio. Un altro gruppo di migranti, inizialmente bloccato a Ras Jedir, sarebbe stato arrestato di recente dai libici. I loro telefoni, che sono irraggiungibili, sarebbero stati confiscati. Si dice che ci siano due donne incinte in questo gruppo, compresa una donna di otto mesi».

Per quanto riguarda il parto dell’orrore sembra che le forze armate abbiano assistito al parto per poi trasportare madre e neonato all’ospedale Ben Guerdane. Sembra che anche a fine agosto sia avvenuta un’altra espulsione sommaria dalla Tunisia alla Libia che anche in quel caso ha coinvolto donne e minori. Tocca ricordare che il comportamento delle autorità tunisine viola le disposizioni della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ratificata dalla Tunisia nel 1957. Inoltre, le espulsioni verso la Libia, che non può in alcun modo essere considerata un paese sicuro in cui far tornare i migranti, non sono conformi al diritto internazionale e al principio di non respingimento. L’assenza di identificazione e di assistenza iniziale, oltre alla negazione del diritto di chiedere protezione internazionale, sono una chiara violazione dei diritti umani fondamentali e del diritto di asilo. Ma evidentemente la Libia e i suoi confini sono ormai una terra di nessuno che non merita nemmeno un finto moto di contenimento. Le organizzazioni firmatarie dell’appello «denunciano le violazioni dei diritti umani di cui sono vittime i migranti subsahariani e chiedono alle autorità tunisine di chiarire questi fatti, di intervenire urgentemente per garantire un’assistenza adeguata e dignitosa a queste persone, e di prendere con urgenza decisioni politiche al fine di stabilire un meccanismo e un circuito chiari per la presa in carico dei cittadini stranieri soccorsi in mare, per garantire un trattamento delle persone sbarcate che che rispetti gli impegni della Tunisia in questa materia».

Chissà che anche l’Italia, mentre commenta le elezioni che come al solito hanno vinto tutti, trovi un minuto per dirci qualcosa, anche alla luce del fatto che dalle ultime notizie la madre di un bambino di due anni sarebbe morta nelle ultime ore e due uomini risulterebbero dispersi. E intanto in Libia? In Libia ormai siamo ai rastrellamenti della memoria più nera: nelle ultime ore sono stati incarcerati almeno 4.000 migranti (anche se fonti non ufficiali parlano di 8.000) in una retata organizzata nella città occidentale di Gargadesh, ovviamente rivenduta come una campagna di “sicurezza” contro la droga (la violenza delle parole e delle bugie è la stessa in tutto il mondo). I detenuti sono stati raccolti in una struttura a Tripoli chiamata Centro di raccolta e restituzione, ha affermato il colonnello della polizia Nouri al-Grettli, capo del centro. Anche in questo caso i video che si è riusciti a raccogliere sono terrificanti: uomini come topi ammassati. Qualcuno di loro sanguina vistosamente, qualcuno giace inerme e devastato mentre viene massaggiato da alcuni compagni.

Tarik Lamloum, un attivista libico che lavora con l’Organizzazione Belaady per i diritti umani, ha affermato che i raid hanno comportato violazioni dei diritti umani contro i migranti, in particolare nel modo in cui alcune donne e bambini sono stati detenuti. Lamloum ha affermato che molti migranti detenuti sono stati registrati presso l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati Unhcr, come rifugiati o richiedenti asilo. Le immagini mostrano migranti legati con le mani dietro la schiena, arresti arbitrari per le strade e un video riprende un uomo catapultato da un’auto in corsa mentre cerca di scappare. Se l’inferno esiste in questi giorni l’inferno è lì.

Nel Paese circolano manifesti che avvisano di prossimi rastrellamenti. I trafficanti libici hanno talmente fame di corpi da usare come carne di ricatto e di pressione politica che ora se la vanno a cercare per le strade del Paese. Chissà se il ministro agli Esteri e il ministro alla Difesa (così sornioni dopo avere recitato benissimo per l’emergenza umanitaria in Afghanistan che sembra miracolosamente già passata) avranno il tempo di dire una parola, di proporre qualcosa. Chissà se non se vergogneranno prima o poi di essere complici con la loro colpevole indifferenza di un girone dantesco finanziato con i nostri soldi. Chissà.

L’articolo Così vengono torturati i migranti che non arrivano in Italia proviene da Il Riformista.

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Due cose sulle elezioni

Salvini affonda e si trascina dietro la Lega, mentre Fratelli d’Italia avanza. Enrico Letta vince a Siena e il Pd funziona. Il M5s crolla. I voti di Calenda vengono da fazioni talmente opposte che tenerli insieme sul piano nazionale appare piuttosto difficile. A proposito, e la brillantissima Italia viva di Renzi?

Di temi ce ne sono molti e molti ne usciranno nei prossimi giorni ma qualche riflessione al mattino successivo vale la pena cominciare a farla.

Primo punto, importante per chi passa da queste parti a leggerci: abbiamo passato mesi a sentirci dire che il Paese non vedesse l’ora di andare a elezioni per incoronare Salvini presidente del Consiglio e invece Salvini affonda e si sta trascinando dietro la Lega (ma nella Lega non glielo permetteranno, disfandosene prima). Che non fosse all’altezza di proporsi come federatore a destra (come può federare uno che sa usare solo lo scontro verbale come unico mezzo di confronto e che poi scappa ogni volta che si entra nel merito?) si sapeva benissimo mentre si ribaltava con il moijto in mano. Giorgia Meloni certifica la sua avanzata. Qualche dato, tanto per capirsi: a Milano la Lega è più o meno sugli stessi livelli del 2016 (come se non ci fosse mai stata nessuna esplosione) mentre Fratelli d’Italia quadruplica i voti, a Roma, Fdi si conferma la prima lista di centrodestra come nel 2016 ma cresce quasi del 50%, a Bologna rispetto al 2016 la Lega perde 2,4 punti e si ferma al 7,8%, mentre Fdi cresce dal 2,4% al 12,6%, a Trieste (in un regione governata dalla Lega) Fdi è la prima lista del centrodestra, a Torino Fdi supera la Lega che negli ultimi 6 anni aveva preso almeno il quadruplo dei voti degli alleati. Poi c’è il punto delle candidature: il centrodestra ha dei seri problemi di classe dirigente e per questo è stato costretto a ripiegare (tardi) su candidati vivi di ben poco spessore. Un’ultima notazione: per non smentirsi Salvini riesce ad analizzare il voto dicendo che il problema del centrodestra è la tempistica delle candidature, dimostrando come sempre di riuscire solo a parlare d’altro per non rispondere sul punto. Avanti così. 

Enrico Letta sta sereno, questa volta sul serio. Sfiora il 50% con la sua candidatura personale a Siena, il Pd funziona e senza nemmeno avere candidati così appetibili. Ora bisognerà vedere Roma ma nel complesso il risultato è ottimo, sicuramente. La sensazione è quella di un’apertura di credito da parte dell’elettorato che ora bisognerebbe capitalizzare, magari prendendo posizioni chiare anche se nel governo Draghi. Dice Letta che il vento è cambiato ma la sensazione è che il centrodestra abbia fatto molto da solo.

Il Movimento 5 Stelle crolla, inutile girarci intorno. Perde male Torino e Roma e praticamente scompare a Milano. Nel 2016 furono conquistate con l’antipolitica ma alla prova della politica ne sono usciti male (Virginia Raggi molto meglio di come molti prevedevano). Il bivio è consistente e sarebbe da chiedersi (come ha già fatto Prodi) quanto convenga al Pd allearsi con un partito che porta pochissimi voti e parecchio malumore tra i suoi elettori. Sarà un passaggio inevitabile.

Calenda come al solito vince su twitter. Qualcuno dei suoi fa notare che la sua lista a Roma abbia preso quasi come il Pd dimostrando poca dimestichezza con la politica (confrontare un candidato con un’unica lista a un candidato con più liste è come pesare le mele in litri, complimenti). C’è anche un piccolo particolare: i voti di Calenda vengono da fazioni talmente opposte che tenerli insieme sul piano nazionale appare piuttosto difficile. Tra l’altro a farlo c’è un certo Draghi, al momento.

A proposito, e la brillantissima Italia Viva del brillantissimo Matteo Renzi? Vale la pena leggere il tweet del dirigente Ettore Rosato: «Ufficiale: il nostro Alessandro Di Santo eletto sindaco #Castelvenere (Bn) con l’89% dei voti, mentre a #Terzorio (Im) altro splendido risultato per Valerio Ferrari riconfermato sindaco. Congratulazioni a entrambi! #ItaliaViva». Non serve nemmeno aggiungere altro.

Buon martedì.

nella foto da sinistra: Francesco Patamia, Antonio Tajani, Luca Bernardo, Matteo Salvini, Maurizio Lupi, Ignazio La Russa, Carlo Fidanza, Milano 30 settembre 2021

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Gli sbronzi di Riace

A commentare sui giornali la sentenza di condanna in primo grado a Mimmo Lucano sono arrivati addirittura il pubblico ministero nonché il procuratore del tribunale di Locri

Piccolo avviso a quelli che si credono furbi e che hanno rizzato i peli poiché ci si è permessi di ripercorrere le assurdità procedurali e di costruzione della tesi dell’accusa nei confronti di Mimmo Lucano: se avete passato le ultime ore a lamentarvi della difesa che si è levata nei confronti di Lucano spiegandoci che mancano ancora le motivazioni e che le sentenze non si commentano, sappiate che a commentare sono arrivati di grancassa addirittura il pubblico ministero nonché il procuratore del tribunale di Locri, tanto per dare un’idea della stortura e dell’indecenza di un processo che è stato farsesco in fase d’istruzione del processo, nello svolgimento, nelle condanne e ora addirittura nella spettacolarizzazione della coda.

Il pubblico ministero Michele Permunian (uno che in durante il processo avrebbe voluto inventarsi i fini politico-elettorali come movente ed è stato fragorosamente stoppato dal giudice, tanto per dare un’idea del profilo) ha rilasciato un’unta intervista in cui ci fa sapere che vive «un conflitto interiore, come persona e come magistrato. Comprendo – dice Permunian – il peso di una pena del genere: quando ho chiesto 7 anni e 11 mesi, sapevo che c’era il rischio di una condanna più alta». Insomma vorrebbe essere perfino ringraziato per avere avuto la “mano leggera”, in nome non si capisce bene di cosa poiché i magistrati dovrebbero avere una “mano giusta” senza raccontarci epici turbamenti interiori. Addirittura ci dice: «Avevo fatto anche una “requisitoria-b”, in cui arrivavo a un conteggio finale di 15 anni, ma preferivo fosse il tribunale a pronunciarsi. Prudenzialmente mi sono tenuto basso. La pena ora sembra molto alta ma se si leggono il capo d’imputazione e i reati contestati, si scopre che non lo è». Avete capito bene, il senso del messaggio è: sono stato fin troppo buono. E poiché la bontà e la riservatezza sono una sua fondante caratteristica ha pensato bene di raccontarla ai giornali, ovviamente senza ancora avere le motivazioni della sentenza. In compenso ci dice che Lucano ha usato «il denaro dello Sprar per fini privati». Sia chiaro: Mimmo Lucano è un poveraccio senza un soldo e di soldi per tornaconto personale non ne sono mai stati trovati. In sostanza i “fini privati” di Lucano consistevano nel rendere vivibile una città che prima di diventare un modello internazionale di accoglienza era un borgo dimenticato da dio.

Come se non bastasse arriva Luigi D’Alessio, procuratore di Locri, che dice testualmente che Lucano è un «bandito da western. Idealista, improvvisamente issato su un piedistallo, ubriacato da un ruolo più grande di lui, inconsapevole della gravità dei suoi comportamenti». Il procuratore non si spiega le polemiche «per un processo basato su carte e fatture false difficilmente controvertibili, non su testimoni più o meno credibili». E la pena a 13 anni? «Sono parecchi. La Procura ne aveva chiesti quasi 8 e il tribunale li ha divisi in due tronconi: quello associativo e quelli per favorire se stesso e la sua compagna, pure condannata. Poi ha fatto la somma. La matematica non è un’opinione, le pene non si stabiliscono a peso». Fenomenale l’accusa (tutta politica perché si sa, da quelle parti la politicapatia è di casa) contro Lucano colpevole (con processo sommario da svolgere in interviste) di non accogliere tutti. Avete capito bene: Lucano è colpevole di avere accolto troppo e contemporaneamente di avere accolto troppo poco. Un capolavoro di logica. D’Alessio si spinge a dire che «tutto era organizzato per favorire varie cooperative locali, creare clientele, accumulare ricchezze, beneficiare di indotti elettorali» (vuoi mettere l’enorme potere di favorire un’associazione di Riace? Roba da trampolino per fare il presidente del Consiglio) e ci fa sapere di avere «trovato una cassaforte nascosta e svuotata, non credo per custodire la merenda» che non rientra nel processo e nelle accuse. I procuratori editorialisti sono l’evoluzione degli editorialisti che amplificano le tesi delle procure. Fantastico.

Lui, Mimmo Lucano, con la semplicità che lo contraddistingue e che perfino lo rende naïf spiega che «in Prefettura mi chiamavano “San Lucano”, perché gli risolvevo i problemi degli sbarchi. Se parlano di associazione a delinquere, allora devono mettere insieme a me anche il Ministero degli Interni e la Prefettura di Reggio Calabria». «Non so se ci sia stato un complotto nei miei confronti», ha detto Lucano. «Non lo so ma mi sembra tutto strano. Sono stato condannato per peculato, ma più di una volta la stessa Procura aveva detto che io non cercavo alcun tornaconto economico personale». «Con i soldi abbiamo realizzato il frantoio, la fattoria sociale, le case per il turismo dell’accoglienza. Ho cercato, in assenza dello Stato, di rispondere alle necessità dei giovani, per farli rimanere in questa terra e dare loro un’opportunità di lavoro. Ora tutto questo è diventato criminale».

Siamo solo al primo grado ma direi che ci sono tutti gli elementi per fare schifo. E chi ha conosciuto Lucano, chi è passato da Riace, non può che rimanere atterrito se non addirittura terrorizzato dal fatto che il “nemico” sia quell’ex sindaco che si è affidato agli asinelli e al piccolo artigiano. Evidentemente i “poteri forti” riescono a simulare benissimo oppure semplicemente i poteri veri sono talmente deboli da essere terrorizzati da un sindaco di provincia. E terrorizzano per eccesso di difesa.

Nei prossimi gradi di giudizio saranno in molti a doversi scusare. Tenete da parte questo articolo.

Buon lunedì.

nella foto: Mimmo Lucano dopo la sentenza del Tribunale di Locri

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Duce intermittente

No, spiace. L’antifascismo a ondate non è una pratica salutare. Funziona un po’ come le diete che partono lunedì prima di fermarsi al martedì mattina. Oppure come quelle cure che si iniziano e poi si ritrova la scatola di compresse semi piena sullo scaffale della cucina. L’antifascismo va somministrato tutti i giorni, è una pratica quotidiana e per questo stupisce che ci si stupisca che quei partiti, che sulla grattatina al duce e ai suoi nostalgici hanno costruito il proprio capitale elettorale, poi alla fine contengano fascisti. Ma davvero nel 2021 serve un servizio giornalistico per rendersi conto che il partito nato sulle ceneri del Movimento Sociale, poi Alleanza Nazionale, contenga nella pancia scorie del passato?

Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Getty)

Il disagio peggiore si prova di fronte al balletto di queste ore (dopo l’inchiesta di Fanpage che ha documentato con un video le mani tese – che tutti sanno – e la nostalgia perfino rivendicata per il duce e per Hitler), la messinscena della parti in commedia. Giorgia Meloni, Bella addormentata, che si sveglia dopo un bacio dovuto allo scoop, come nella migliore tradizione salviniana evita di entrare nel merito e dice di voler visionare tutte le cento ore del girato di Fanpage. La frase sarebbe da spernacchiare e invece ci si costruiscono addirittura degli editoriali. A nessuno viene in mente che se nelle restanti 99 ore e 45 minuti del girato si scoprisse che l’europarlamentare meloniano Carlo Fidanza e la sua cricca di patrioti alla milanese facessero anche volontario con gli anziani, non cambierebbe nemmeno di una virgola il discorso. Niente, nessuno. E a pochi viene in mente che senza perdere cento ore Meloni potrebbe prendersi anche solo due minuti sputati per dire forte e chiaro che il suo partito non accetta fascisti. E che indossa quell’antifascismo che è prerequisito necessario per stare nell’alveo costituzionale.

L’antifascismo ridotto a un vezzo da comunisti 

L’antifascismo, a proposito. Negli ultimi anni la rincorsa a ridurre l’antifascismo a un vezzo da comunisti è stata fieramente appoggiata dai cosiddetti liberali, quegli scintillanti interpreti di un centrosinistra che vuole piacere alla destra e che prova a farlo annacquando tutto, perfino vantandosene. Sono gli stessi partiti che vedono brigatisti dappertutto, quelli che vorrebbero i partigiani immobili e muti da usare come souvenir nei loro tour elettorali, quelli che ogni volta sbraitano contro chi vede fascismo dappertutto e così facendo riescono nell’impresa di incorrere nel favoreggiamento esterno al fascismo che torna così comodo ai Salvini e alle Meloni di turno. Chissà se un giorno qualcuno sarà capace di fare mea culpa per avere dipinto l’Anpi come un circolo di bocce di anziani stonati dalle bombe per interessi referendari. Chissà se qualcuno prima o poi farà mea culpa per essersi adoperato per vendere un presunto modello di fascista buono o perfino illuminato, come qualche personaggio della classe dirigente di Fratelli d’Italia diventato l’idolo al centro. Chissà se ci ricordiamo che perfino Silvio Berlusconi, uno con un pelo sullo stomaco mica male, si sentì in dovere di annunciare che il suo accordo con la destra non avrebbe potuto prevedere pericolose nostalgie.

Giorgia Meloni cambia discorso, fa quello che ci si aspetti faccia

Meloni a ben vedere fa quello che ci si aspetta che faccia: si traveste e scappa (è una tradizione politica) e prova a cambiare discorso. Il punto sono tutti gli altri. Davvero non stupisce che un giornalista come Paolo Berizzi di Repubblica finisca sono scorta semplicemente perché sia prende la briga di raccontare l’estrema destra e le sue infiltrazioni nei partiti che potrebbero essere futuri partiti di governo? Davvero non ci si stupisce che ogni piccolo amministratore locale del partito di Meloni (e alcuni della Lega) per meritarsi un trafiletto sul giornale debba per forza travestirsi da fascista o da nazista? Ma mai nessuno ha introiettato cosa accade durante le celebrazioni di quel tipo?

No, spiace, ma l’antifascismo va praticato tutti i giorni, come un muscolo che ha bisogno di allungarsi e rimanere lungo. È una pratica quotidiana. Stupirsene a pochi giorni dalle elezioni amministrative è un trucco che non rispetta la Storia e la Costituzione. Siate meno distratti durante l’anno e indignatevi un po’ meno nei giorni di uno scandalo. La Resistenza non si fa con i comunicati stampa. L’antifascismo non si è assottigliato per colpa dei fascisti ma per colpa degli antifascisti tropo sottili.

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Rimpatri senza diritti, ecco i numeri italiani

Sono uno dei punti di forza di certe campagna elettorali di certa politica eppure nei numeri e nei modi dei rimpatri forzati sembra che vogliano metterci il naso in pochi. La situazione ha provato a definirla ieri il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, in occasione del convegno “Rimpatri forzati e tutela dei diritti fondamentali”, organizzato a Palazzo Merulana ha snocciolato i dati da gennaio a settembre 2021.

Dall’inizio del 2021 al 15 settembre sono state rimpatriate 2.226 persone, più della metà verso la Tunisia (1.159) con Albania (462) e Egitto (252) tra i principali Paesi di destinazione. Il 61,2% dei rimpatri sono stati operati tramite voli charter con scorta a bordo, il 12,3% con voli commerciali con scorta e il 26,5% con voli commerciali senza scorta (al 58% verso l’Albania). Per quanto riguarda i 71 voli charter, su 1.362 persone, 1.105 sono state quelle rimpatriate in Tunisia, 227 in Egitto, e 30 in Georgia. Il dato complessivo, anche a causa della pandemia, registra un’evidente flessione rispetto agli anni scorsi: 6.398 le persone rimpatriate nel 2018, 6.531 nel 2019, 3.351 nel 2020 e 2.226 nel periodo dal primo gennaio al 15 settembre di quest’anno.

Al di là dei numeri poi ci sarebbero anche i diritti e il Garante ha sottolineato come serva imitare “alcune informalità delle prassi” e “assicurare l’esercizio del diritto di difesa” per innalzare “il livello di tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte”. In particolare il Garante ha formulato alcune raccomandazioni: in particolare, “garantire il controllo parlamentare sugli accordi di riammissione”, introdurre una “banca dati per gli eventi critici o altri accadimenti particolari”, quali atti di contenimento, interventi sanitari, proteste, fughe, episodi di autolesionismo o reclami, come “strumento di trasparenza e tutela”. E ancora: investire nella formazione di tutte le Forze di polizia impiegate nelle operazioni di rimpatrio forzato, prevedere nuove professionalità nei voli di rimpatrio per la mediazione culturale e il supporto socio-psicologico, garantire al cittadino straniero interessato un “congruo preavviso” a tutela del “diritto di difesa e nel rispetto della dignità della persona”.

Secondo il Garante, inoltre, serve un “deciso allineamento dell’uso delle misure coercitive agli standard internazionali” e va migliorata l’assistenza sanitaria “garantendo valutazioni preventive di idoneità effettive e la continuità di trattamenti e programmi terapeutici”. Infine serve un “deciso e urgente” adeguamento dei locali utilizzati negli scali aeroportuali. Tutto questo è descritto nel “Rapporto tematico sull’attività di monitoraggio di rimpatrio forzato di cittadini stranieri tra gennaio 2019 e giugno 2021” (presentato durante il convegno) dove si raccomanda anche “di avere aggiornamenti rispetto alla realizzazione di programmi formativi che coinvolgano tutte le unità di personale delle Forze di Polizia impiegate in un’operazione di rimpatrio forzato fin dalle prime fasi della procedura, a partire dal momento in cui il rimpatriando viene informato dell’avvio dell’operazione e successivamente prelevato dalla propria stanza detentiva”.

Poi, volendo, ci sarebbe da capire anche perché l’Egitto sia un partner ineludibile anche sui rimpatri su un’intesa tecnica che risale addirittura al 2017 come se in mezzo non ci fosse stato il caso di Giulio Regeni e 1.520 casi di sparizione forzata fra il luglio 2013 e l’agosto 2018, con dodici vittime di minore età e dove 15.000 civili sono stati giudicati da tribunali militari dal 2014. Ma questo è un altro lungo discorso.

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