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Perché è stato condannato Mimmo Lucano, una scandalosa sentenza che criminalizza l’accoglienza

Le sentenze non si commentano ma si rispettano, dicono. Le sentenze non si possono commentare finché non ci sono almeno le motivazioni, dicono ancora. Eppure il processo a Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, è diventato per sua sfortuna il simbolo di un’accoglienza che è stata ritenuta pericolosa per il clima politico che governi diversi (di parti addirittura opposte) hanno instillato gradualmente. La condanna di Mimmo Lucano in primo grado di giudizio inflitta dal tribunale di Locri va commentata eccome, raccontata con cura per filo e per segno e perfino divulgata il più possibile perché siamo solo al primo grado di giudizio ma un giudice che quasi raddoppia la richiesta dell’accusa e riesce a infliggere 13 anni e due mesi a un ex sindaco che durante le sue amministrazioni (dal 2004 al 2018) è riuscito a mettere in piedi un modello di accoglienza studiato e elogiato in tutto il mondo è un fatto “politico” enorme e ci riguarda, riguarda tutti noi.

Mimmo Lucano viene arrestato il 2 ottobre del 2018 dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione Xenia. Quel giorno la Procura della Repubblica del tribunale di Locri scrive un festoso comunicato stampa in cui dice che l’operazione «rappresenta l’epilogo di approfondite indagini (…) svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria al comune di Riace per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico». Nel corso delle indagini, scrivono i magistrati, sarebbero state raccolte prove che hanno permesso di dimostrare come il sindaco e la compagna «avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia». La Procura accusa il primo cittadino di favoreggiamento all’immigrazione clandestina: avrebbe promosso una associazione per delinquere, allo scopo di catalizzare fondi destinati al finanziamento dei centri Sprar, Msna e Cas per farli arrivare ad associazioni a lui vicine, come Città Futura.

Tutto bene? Non proprio se è vero che le ipotesi della Procura vengono subito stroncate dal gip Domenico Di Croce che nell’ordinanza ha ridotto la presunta associazione a un «diffuso malcostume che non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delineate dagli inquirenti». Addirittura sette reati, relativi alla turbativa dei procedimenti per l’assegnazione dei servizi di accoglienza, sono stati rigettati e sono ben 14 le richieste di arresto che i magistrati non sono riusciti a ottenere. Per il gip, buona parte dell’indagine – che riguarda fatti avvenuti tra il 2014 e il 2017 – era basata su congetture, errori procedurali e inesattezze. Secondo il giudice, infatti, le ipotesi sui servizi di accoglienza sono così «vaghe e generiche» da rendere il capo d’imputazione «inidoneo a rappresentare una contestazione». Per quanto riguarda l’accusa di truffa aggravata il gip scrive che gli inquirenti «sembrano incorsi in un errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio». Di fatto, scrive il gip, viene individuato l’ingiusto profitto nel totale delle somme incassate dalle cooperative, quando invece andava individuato nella differenza tra il totale e le spese realmente sostenute». Non male come inizio, eh?

Nell’aprile 2019 la Cassazione intanto annulla con rinvio il divieto di dimora a Riace di Mimmo Lucano ma nelle motivazioni depositate la Corte emette anche un giudizio di rilevo sull’indagine: i giudici scrivono che mancano indizi di «comportamenti» fraudolenti che Domenico Lucano avrebbe «materialmente posto in essere» per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con «collegialità» e con i «prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato». Per quanto riguarda il favorire la permanenza in Italia della sua compagna Lemlem gli “ermellini” scrivono che Lucano ha cercato di aiutare solo Lemlem «tenuto conto del fatto» che il richiamo a «presunti matrimoni di comodo» che sarebbero stati «favoriti» dal sindaco, tra immigrati e concittadini, «poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare».

In un processo che sfinisce per qualità e quantità delle imputazioni accade che i magistrati non riescano a trovare un euro, un solo euro per il presunto arricchimento personale di Mimmo Lucano che nel frattempo perde il comune di cui era sindaco (sostituito da un sindaco ineleggibile che decade poco dopo, giusto il tempo di togliere il nome di Peppino Impastato da una piazza del paese) e vive praticamente in condizioni di povertà. Non trovando i soldi allora l’accusa vira in una tesi piuttosto spericolata: Lucano non avrebbe agito per aiutare i bisognosi ma per un presunto movente politico-elettorale. Già nel novembre 2019 il colonnello Sportelli aveva fatto intendere che l’idea di Lucano fosse quella di candidarsi alle elezioni politiche del 2018. Sentito in aula il colonnello elencò i terribili poteri forti dietro a Lucano: i voti dei Tornese (una famiglia di Riace), dell’associazione Riace Accoglie e della cooperativa sociale Girasole. In effetti se ci pensate tutti voti indispensabili per arrivare in Parlamento. Ma quale sarebbe la “prova”? Una telefonata di Lucano a suo fratello in cui tra le altre cose dice «quasi quasi mi candido».

Capito che diabolico disegno? Ma c’è un altro punto sostanziale: Lucano ha rifiutato candidature alle elezioni europee e alle elezioni politiche e poiché non si possono processare le intenzioni il disegno della Procura è miseramente caduto. Fino allo scorso aprile quando il pubblico ministero Michele Permunian ha un’illuminazione quando legge un’intervista in cui Lucano annuncia la sua candidatura nella lista di De Magistris per le prossime elezioni regionali in Calabria: «L’annunciata candidatura alle regionali di Mimmo Lucano nella lista di Luigi De Magistris confermerebbe le sue reali ambizioni politiche», dice l’accusa. L’avevamo detto noi: si candida. Al giudice è perfino toccato spiegare che la candidatura di Lucano non ha niente a che fare col processo. Anche sui presunti “matrimoni di comodo” il processo ha riservato momenti di grande imbarazzo: nel fascicolo del processo, aprite bene le orecchie, non c’è un solo matrimonio celebrato a Riace. Ce n’è uno bloccato proprio da Lucano.

Un fatto è certo: la criminalizzazione dell’accoglienza è un vento velenoso che attraversa l’Italia e l’Europa e rovescia la realtà. «Ho speso la mia vita per gli ideali, contro le mafie, ho fatto il sindaco, mi sono schierato dalla parte degli ultimi, dei rifugiati che sono arrivati, mi sono immaginato di contribuire al riscatto della mia terra, è stata un’esperienza indimenticabile, fantastica, però oggi devo prendere atto che per me finisce tutto» ha dichiarato a Lucano subito dopo la notizia della condanna. «È una cosa pesantissima – ha aggiunto -, non so se per i delitti di mafia ci sono queste sentenze così. È un momento difficile, non so cosa farò. Mi aspettavo una formula ampia di assoluzione». La politica intanto fa il suo gioco inevitabile e meschino sventolando la sentenza (di un iter giudiziario ancora lungo) a proprio vantaggio.

Un fatto è certo: il processo a Mimmo Lucano è un processo “politico” come se ne vedono troppi in questo Paese. In attesa delle motivazioni della sentenza non si può registrare che un uomo che ha accolto i migranti per ora ha preso una condanna che supera quella di chi come Traini ai migranti ha sparato. Ma forse più di tutto vale la frase di un’anziana donna di Riace fuori dal tribunale che imbeccata dai giornalisti riesce solo a dire «avreste dovuto vedere Riace prima di Lucano: deserta, non c’era niente, niente». E viene il dubbio che a qualcuno andasse meglio così. C’è un precedente però che lascia uno spiraglio di speranza: in Francia Cédric Herrou fu prima condannato per aver aiutato migranti in difficoltà e poi assolto per la prevalenza del principio di solidarietà: il ritorno della prevalenza del principio di solidarietà sarebbe una buona notizia per tutti.

L’articolo Perché è stato condannato Mimmo Lucano, una scandalosa sentenza che criminalizza l’accoglienza proviene da Il Riformista.

Fonte

In Italia i migranti conviene ucciderli, mica accoglierli

Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado di giudizio a 13 anni e due mesi. Le sentenze non si commentano ma si possono confrontare. Luca Traini, che a Macerata nel 2018 sparò per strada contro alcuni immigrati e ne ferì sei, è stato condannato in via definitiva a 12 anni

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, furono esplosi alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, una Alfa Romeo 147 nera, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. I colpi furono esplosi con una Glock 17, pistola semiautomatica calibro 9, davanti alla stazione, in via Velini e in via Spalato, ma anche a Piediripa di Macerata, Casette Verdini, via Pancalducci e Borgo San Giuliano.Tra gli altri, fu colpita anche la sede locale del Partito democratico. Nell’attacco, rimasero ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana con età compresa tra i 20 ed i 32 anni. Il sindaco di Macerata, Romano Carancini, diramò l’allerta, invitando i cittadini a restare in casa, avvertendo della presenza di una persona che stava sparando in città e informando di aver già fermato il trasporto pubblico e di aver chiesto alle scuole di tenere i bambini all’interno. Per l’attacco venne arrestato Luca Traini, un uomo di 28 anni, il quale, secondo la ricostruzione, sarebbe partito da Tolentino e, dopo aver sparato, sarebbe sceso dall’auto davanti al Monumento ai Caduti cittadino, dove avrebbe fatto il saluto romano e gridato “Viva l’Italia” con un tricolore legato al collo, prima di arrendersi alle forze dell’ordine. Nella sua casa furono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica. Il 24 marzo 2021 è stata confermata dalla Cassazione la condanna a 12 anni di reclusione. Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado di giudizio a 13 anni e due mesi: in Italia i migranti conviene ucciderli, mica accoglierli.

Se invece vogliamo parlare di danno erariale allo Stato allora c’è un’altra storia interessante. Il 16 aprile 2012 il Corriere della Sera lancia la notizia secondo cui uno dei fiduciari svizzeri di Pierangelo Daccò, amico di Formigoni e uomo vicino a Comunione e Liberazione riceveva denaro per facilitare le pratiche in Regione. Arrestato per aver creato milioni di fondi neri nello scandalo dell’Ospedale San Raffaele e aver distratto dal patrimonio della Fondazione Maugeri circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e appalti fittizi, avrebbe pagato viaggi aerei compiuti dallo stesso governatore, da un suo collaboratore, e dal fratello di Formigoni e sua moglie. Tra questi benefici, un viaggio Milano-Parigi da ottomila euro, compiuto il 27 dicembre 2008, pagato da Daccò a Formigoni. Il governatore, però, ha smentito categoricamente i fatti, affermando di non aver ricevuto mai alcun beneficio. Il 19 settembre 2018 Formigoni è condannato in appello a 7 anni e 6 mesi di reclusione. Il 21 febbraio 2019 la condanna è stata ridotta a causa della prescrizione a 5 anni e 10 mesi dalla Corte di Cassazione.

Da una ricerca Eures sugli ultimi 10 anni in Italia si scopre che per l’omicidio volontario la durata media della pena inflitta è di 12,4 anni (il Codice prevede da un minimo di 21 anni all’ergastolo), per l’omicidio preterintenzionale è di 8,8 anni (il Codice prevede da 10 a 28 anni), per l’omicidio colposo 0,5 anni (da 6 mesi a 5 anni per il Codice); 2 anni per la rapina (da 3 a 10 anni) e l’estorsione (da 5 a 10 anni); 0,4 anni per il furto (massimo previsto 3 anni) e per la truffa (da 6 a 12 mesi per il Codice); per la bancarotta 1,3 anni (da 6-24 mesi a 3-10 anni per la “semplice” e la “fraudolenta” per il Codice); 1,1 per la detenzione di armi (da 1 a 4 mesi da 1 a 3 anni) e 1,3 anni per il peculato (da 3 a 10 anni la pena edittale prevista).

Le sentenze non si commentano ma si possono confrontare. Un giudice che commina una condanna quasi doppia rispetto alla richiesta dei magistrati deve avere motivazioni interessanti che aspettiamo. Siamo al primo grado di giudizio ma che l’opera di Mimmo Lucano fosse fastidiosa ce ne siamo accorti (e ne abbiamo scritto) da tempo. E attenzione: contro Lucano si era scagliato il Movimento 5 Stelle (un post di Carlo Sibilia si intitolava “Riace non era un modello: è finita l’era del business dell’immigrazione”, solo per fare un esempio). Le ispezioni contro Lucano furono un’idea di un ministro del Pd (sì, lui, Minniti) all’Interno. Quello di Mimmo Lucano è un processo che testimonia un tempo di cui sono colpevoli anche molti che oggi solidarizzano. Insomma, è una storia che fa schifo dappertutto.

Aspettiamo le motivazioni, piuttosto demotivati.

Buon venerdì.

Foto dalla pagina facebook Riace patrimonio dell’umanità

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Morti dimenticabili

Siamo a circa 700 incidenti mortali sul lavoro, solo in quest’anno. E quei morti dimenticabili continuiamo a dimenticarceli. Cosa dovrebbe accadere più di così perché sia un’emergenza? Cosa, peggio di così?

Il precipizio della responsabilità sociale si tocca ogni volta che una certa categoria di morti diventa arida come un capitolo di bilancio, aggiornato per le entrate e per le uscite e in attesa della fine dell’anno per poterci tirare una riga. Se dovessimo trovare il sintomo di una strage che non ha possibilità di arrestarsi probabilmente la velocità con cui dimentichiamo i morti sarebbe il più importante e il più significativo.

I personaggi televisivi morti no, non ce li dimentichiamo, ogni volta ci imbattiamo in qualche amarcord per celebrarne l’anniversario. I politici morti li leggiamo sui cartelli all’inizio delle strade o nei nomi delle piazze, ci si passa per andare al lavoro tutti i giorni. I grandi dell’arte e della cultura li studiamo a scuola. I calciatori morti stanno nei nomi delle curve, delle sale dello stadio, stampati sulle maglie che rimangono esposte sulle bancarelle. I morti sul lavoro invece durano un giorno, se hanno fortuna, stanno in un trafiletto di cronaca e poi evaporano e diventano numero. E quelli che si meritano una citazione sulla stampa sono perfino privilegiati perché molti non hanno nemmeno la soddisfazione di esistere, come non esistevano nemmeno da vivi nella loro funzione da lavoratori. Più i morti sono dimenticabili e più la strage si può svolgere senza disturbare troppo i manovratori: i morti dimenticabili sono solo vittime necessarie, inevitabili, collaterali.

L’altro ieri  è precipitato da una scala nell’officina di sua proprietà a Nichelino. Aveva 72 anni, 72. Jagdeep Singh, 42 anni, e Emanuele Zanin, 46 anni lavoravano per la ditta «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese «Sol Group spa». L’altro ieri hanno perso la vita soffocati dall’azoto liquido durante un rifornimento della sostanza all’ospedale Humanitas di Pieve Emanuele in provincia di Milano. Sono morti congelati, congelati. Valeriano Bottero di 52 anni è morto precipitando da un’impalcatura mentre lavorava per la ditta «Lavor Metal» nella zona industriale di Loreggia in provincia di Padova. Giuseppe Costantino, 52 anni, aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci vicino a Palermo e il suo camion ha cominciato a spostarsi travolgendolo. Travolto dal suo camion forse per una disattenzione, scrivono, la stanchezza, stanchezza. Sempre l’altro ieri in serata un lavoratore agricolo di 54 anni è stato decapitato dalle lame di una trebbiatrice a Pontasserchio in provincia di Pisa. Ieri un operaio è volato giù da un’impalcatura in viale America, nel quartiere Eur di Roma. È precipitato per undici piani e per lui sono stati inutili i soccorsi. Aveva 47 anni. Un’ora prima era toccato a un muratore di 42 anni, deceduto mentre stata ristrutturando una palazzina a Mesagne, in provincia di Brindisi: è crollata una parte di solaio, un balcone e l’impalcatura. Così Benito Branca è morto schiacciato dalle macerie. I presenti hanno provato a scavare con le mani, con le mani. Niente da fare. Pietro Vittoria, addetto della ditta Edil San Felice di Nola, è stato investito da un mezzo pesante durante la fase di installazione di un cantiere lungo l’autostrada Bologna-Taranto, nel tratto tra Poggio Imperiale e San Severo in direzione di Bari ed è rimasto schiacciato tra il tir e il veicolo della sua ditta. Aveva 47 anni.

Il Presidente del Consiglio Draghi ieri ha definito la situazione drammatica: «Assume sempre più i contorni di una strage che continua ogni giorno», ha detto in conferenza stampa dopo il Cdm. Ha promesso un intervento in tempi rapidissimi per garantire «pene più severe e immediate» nei casi in cui non venissero rispettate le norme della sicurezza sui luoghi di lavoro. «Serve collaborazione in azienda – ha precisato – per individuare precocemente le debolezze sul tema». Draghi ha sottolineato «l’esigenza di prendere provvedimenti immediatamente», entro la settimana prossima, ha specificato, «e poi affronteremo i nodi irrisolti».

La pensa diversamente Bruno Giordano, nuovo direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che in un’intervista a Domani dice: «La prima strategia è quella della prevenzione, non quella della repressione», dice Giordano, contrario a un inasprimento delle pene. «Da penalista sono contrario. Spesso si parla di una nuova fattispecie di omicidio sul lavoro o di aumentare le pene per l’omicidio colposo, come avvenuto per l’omicidio stradale. Ma da quando c’è l’omicidio stradale le morti sulle strade non sono diminuite perché chi si mette alla guida di un’auto – o di un’impresa – non lo fa bene o male, tenendo in mente la sanzione penale, lo fa se sa fare il buon imprenditore, il buon datore di lavoro. La sanzione penale non ci restituisce né gli infortunati, né i morti sul lavoro».

Siamo a circa 700, intanto. E quei morti dimenticabili continuiamo a dimenticarceli. Cosa dovrebbe accadere più di così perché sia un’emergenza? Cosa, peggio di così?

Buon giovedì.

* In foto: Presidio regionale Cgil, Cisl e Uil dei lavoratori della filiera delle costruzioni per protestare contro gli infortuni mortali sul lavoro. Milano, 16 luglio 2018

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La Bestia non è solo un algoritmo: lo dimostrano i commenti xenofobi in chat della giunta di Voghera

No, attenzione, cerchiamo di capirci. La Bestia di Salvini e Morisi non è solo un algoritmo, troppo facile limitare la condanna a una questione di frasi sputate sui social come se le parole non generassero realtà. La melma sdoganata dal duo tragico che ha tenuto in mano le redini della Lega quest’anno sta tutta nel rendere potabile ciò che non dovrebbe essere tollerato, coltivare una cattiveria indice di forza presunta che addirittura è un motivo di vanto da parte di rappresentanti istituzionali e che viene spalmata tra sorrisi e faccine.

La bestialità della Bestia ha la forma della Giunta della città di Voghera, dove l’assessore ai Lavori pubblici Giancarlo Gabba scrive nella chat riservata a sindaca e assessori che “finché non si comincerà a sparare, sarà sempre peggio” riferendosi al caos in piazza San Bovo. Annusate la puzza: “Davanti all’Africa market mega assembramento — scriveva il vicesindaco Simona Virgilio — con tantissimi individui con bottiglie in mano, non si riesce neanche a passare”.

Il 12 marzo la sindaca parlava in prima persona: “ma in tutto ciò il marocchino che chiedeva elemosina è annegato?”. E se la frase già da sola vi risulta schifosa allora provate a ingoiare le risate servili che seguono e la foto di angolo di Voghera definito “il tempio della cavalleria, dove vanno lì a bivaccare”, poi un commento dell’assessore Adriatici che ironicamente propone di “togliere la panchina” e poi quello di Giancarlo Gabba, ancora: “Purtroppo, ormai non bastano più i nostri vigili! Ci vuole ben altro!”, col disegnino di una bomba.

Voghera, vale la pena ricordare, è la stessa città dove l’assessore leghista alla Sicurezza Massimo Adriatici, attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, ha ucciso con un colpo di pistola (e con proiettili illegali in Italia) Youns el Boussettaoui. Quelle parole che galleggiavano nel razzismo ridanciano di una Giunta comunale che chioccherà come un’allegra compagnia un po’ brilla al bar risuonano ancora più tetre e losche alla luce dell’omicidio che seguirà da lì a qualche mese, il 20 luglio.

La Bestia di Salvini e di Morisi non è solo un algoritmo: la Bestia è quel veleno che oggi non rende inaccettabile e immorale avere una classe dirigente che si trastulla in un bullismo xenofobo e ancora oggi tiene il potere a Voghera. La Bestia ha inoculato intolleranza e ha reso tollerabile la sguaiata inettitudine di un manipolo di tronfi odiatosi che sono usciti dai social e addirittura siedono nei posti di comando.

Qui non è questione di essere dell’una o dell’altra parte politica, qui ormai siamo sui bordi di una malefica incapacità di essere all’altezza del proprio ruolo e di un’armare le pistole senza rendersene conto. I mandanti morali della morte di Youns el Boussettaoui (e di tanti altri come lui, morti magari senza pallottole ma semplicemente con i polmoni pieni d’acqua) sono quelli che poi si arrabattano e si arrotolano dicendoci che “era solo uno scherzo” senza cogliere l’immarcescimento dei valori. 

La sindaca di Voghera e i suoi assessori non sarebbero ritenuti degni di tenere un comportamento del genere nemmeno al bar e la loro funzione pubblica che usano come scudo è un’aggravante. Il problema non è “la Bestia” di Salvini: il problema sono le bestie che da Salvini in questi anni si sono sentite legittimate e che grazie a lui addirittura sono risultati eletti. E Voghera è il manifesto di parole che diventano pietre.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Non Morisi: il problema di Salvini è Giorgetti

Il ministro dello Sviluppo economico del governo Draghi è uscito allo scoperto lanciando accuse circostanziate al suo segretario. Dalla scelta delle candidature per le comunali a Roma e Milano a quella per il Quirinale

Mentre si discute (giustamente) della mendacia di chi ha messo in piedi un’infernale macchina di odio contro gli stessi atteggiamenti che di nascosto in privato esercitava dentro la Lega e nel centrodestra sta accadendo qualcosa di più rilevante dal punto di vista politico. Sia chiaro: la questione Morisi pesa e peserà moltissimo su Salvini e sulla Lega, soprattutto a ridosso di elezioni amministrative che già difficilmente avrebbero potuto essere un trionfo ma mentre nelle ultime settimane si raccontava degli scontri interni nella Lega recuperando informazioni dai retroscena e da leghisti che hanno sempre voluto rimanere anonimi (anche su queste colonne, con buona pace di chi ci ha sbraitato contro accusandoci di inventarci le notizie) ormai Giorgetti (e con lui tutti quelli che sono sulla stessa linea) è uscito allo scoperto e ormai l’attacco a Matteo Salvini è ufficialmente partito.

In una lunga intervista a La Stampa il ministro dello Sviluppo economico nel governo Draghi e vicesegretario federale della Lega ha reso pubblici ragionamenti che da tempo fa in privato, lanciando accuse circostanziate al suo segretario. Giorgetti ci tiene a dire che è sbagliata la candidatura di Michetti per il centrodestra a Roma rivelando di preferire Calenda (che piace sempre molto a destra e sempre molto poco a sinistra, questo dovrebbe bastargli per tirare le sue conclusioni), confessa che a Milano il candidato Bernardo rischia addirittura di non arrivare al ballottaggio e prende le distanze precisando «i candidati non li ho scelti io che faccio il ministro e mi occupo d’altro».

L’affondo contro Salvini arriva però sul Quirinale. Mentre il leader (ancora per poco) leghista insiste sulla candidatura di Silvio Berlusconi Giorgetti precisa che Silvio ha «poche» possibilità e che Salvini rilancia la sua candidatura solo per «evitare di parlare di altre cose serie». Non male come inizio. Sul tema però poi Giorgetti decide di di schiacciare sull’acceleratore confessando che la partita per il presidente della Repubblica «a dire il vero farei ancora gestire» ad Umberto Bossi visto che «il 99% di quello che so l’ho imparato da lui». Chi sta dentro la Lega sa bene che proprio Salvini (consigliato da Morisi) aveva emesso l’ordine di non nominare mai il Senatur. Giorgetti aggiunge che né lui né Meloni voterebbero un Mattarella bis e che quindi preferirebbe Draghi anche se, dice Giorgetti, senza di lui a Palazzo Chigi i soldi in arrivo dall’Europa sarebbero destinati a fare una brutta fine. «Li butteranno via. Oppure non li sapranno spendere», dice Giorgetti stando ben attento ad usare il «loro», come a lasciare intendere che la sua permanenza al governo è legata a doppio filo a Draghi.

La notizia è enorme: Giorgetti ha cambiato passo e la strategia per logorare Salvini ormai avviene alla luce del sole. E con Giorgetti ci sono anche pezzi grossi come Zaia e Fedriga, tutta gente che a differenza del segretario ha ancora connessione con gli elettori e non verrà sfiorata dall’affare Morisi. Lunedì arriveranno i risultati per la Lega e (soprattutto al Sud) non saranno buoni. L’avanzata della linea di Giorgetti potrebbe mettere a rischio anche la leadership nel centrodestra di Giorgia Meloni. Il tema, insomma, è grosso.

Buon mercoledì.

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Il garantismo disfunzionale

I “garantisti disfunzionali” sono così: pretendono di vietare ogni valutazione negativa sugli amici dei loro amici. Per loro i gradi di giudizio sono sovrapposti ai gradi di parentela. E così dal “prima gli italiani” si sono talmente ristretti finendo al “prima i Morisi”

Uno dei motivi per cui in questo Paese si riesce a fatica a instillare un sano garantismo com’è scritto nella Costituzione (e com’è auspicabile in un Paese civile che ciclicamente viene attraversato da moti giustizialisti e i loro rispettivi movimenti politici) è l’utilizzo strumentale e peloso di un garantismo disfunzionale che viene utilizzato ogni volta dalla politica per normalizzare atteggiamenti e persone che dovrebbero starne alla larga e che invece non solo ricevono solidarietà ma addirittura si ritrovano sull’orlo della beatificazione.

È successo qualche giorno fa con Marcello Dell’Utri (che magicamente ora sembra assolto anche dalla condanna precedente) che qualcuno vorrebbe addirittura promuovere a Senatore a vita (essere solo condannati per rapporti con la mafia è un prerequisito per la corsa al Quirinale, qui da noi) ma è risuccesso ieri nell’indagine che riguarda Luca Morisi, spin doctor di Salvini e della Lega caduto precipitissimevolmente in disgrazia per una storia di droga tutta da chiarire.

Ricapitolando, da osservatori esterni: Morisi dice che non è successo niente ma chiede scusa. Tra l’altro chiede scusa della cosa sbagliata. Non ha capito nemmeno in un momento come questo, il perspicace Morisi, che il problema non sta tanto nell’uso di droga (che in fondo ammette travestendola e giustificandola come “debolezza umana”) ma in tutte le legnate contro tutte le debolezze umane durante tutti questi anni per guadagnare voti. Matteo Salvini (quello che contro la droga ha sempre usato parole di fuoco per mietere consenso) improvvisamente cambia atteggiamento e si dice pronto ad “aiutare l’amico”. È il sovranismo dei delitti e delle pene: lo stesso atteggiamento (staremo a vedere se è anche un reato) viene pesato in base alla vicinanza affettiva o alle convergenze sentimentali: essere razzisti nella pratica della solidarietà è un capolavoro, davvero.

Parte il garantismo peloso: non facciamo con Morisi quello che lui faceva con gli altri, dicono tutti. E lo fanno strumentalmente per non colpire la Lega e Salvini, si vede subito, da lontano. Gli altri tossicodipendenti a cui vorrebbero accostare Morisi non hanno mai guidato una task force al Viminale, non erano nella segreteria di un partito, non decidevano la linea del leader del maggior partito del Paese: non scorgere la differenza è immorale, non capire che un’indagine del genere su una persona come Morisi è un fatto politico è strumentale. E così in nome del “noi siamo diversi da loro” si assiste a un’infame parabola che passa per un’assoluzione del tribunale del popolo (anche la Lega ormai è regina del motto “sono compagni che sbagliano”) ad addirittura l’esaltazione del Morisi stesso. Quale sarebbe la grande attitudine di Morisi? Essere incappato in un atteggiamento che ha demonizzato per anni e che ha aumentato il consenso banchettando sui disperati. Dove stia la virtù in tutto questo davvero sfugge.

E addirittura alcuni commentatori si stracciano le vesti per il Salvini umanitario. In effetti ha ragione Salvini: la dipendenza è una debolezza, farla diventare un reato non aiuta a combatterla come invece aiuterebbe allungargli una mano, comprenderlo e smetterla con questa manfrina del buttare via la chiave. In sostanza ieri il leader della Lega ha confessato di essere un pessimo politico.

Ma i garantisti disfunzionali sono così: usano consapevolmente la presunzione di innocenza per rivendicare il dovere di sospendere ogni giudizio morale su atteggiamenti e inopportunità che non hanno bisogno di indagini e di prove. Sono talmente garantisti che garantiscono ogni volta il salvataggio degli amici e l’affossamento dei nemici. Sono talmente garantisti che pretenderebbero di vietare ogni valutazione negativa sugli amici dei loro amici. Per loro i gradi di giudizio sono sovrapposti ai gradi di parentela. E così dal “prima gli italiani” si sono talmente ristretti finendo al “prima i Morisi”. Che pena.

Buon martedì.

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Nessuno osi criticare la statua della spigolatrice di Sapri

La vicenda ormai circola da qualche ora ed è arrivata più o meno all’orecchio di tutti: succede che nelle scorse ore cominciano a circolare le foto dell’inaugurazione di una scultura dedicata alla spigolatrice di Sapri, protagonista di una celebre poesia di Luigi Mercantini (e c’è da scommetterci che non l’avrà letta quasi nessuno). Per farla breve e semplice: per rappresentare una contadina dell’800 l’artista (e il comune che è il committente) hanno pensato bene di puntare sui glutei in bella vista sotto una gonna aderentissima (non propriamente l’abbigliamento da lavoro dell’epoca) e la foto delle figure istituzionali (tutti maschi, ovviamente) belli dritti e duri davanti alla statua ha fatto il resto.

Sulla sessualizzazione del corpo delle donne si discute da tempo, si registrano in continuazione casi nel campo della pubblicità e perfino in certo giornalismo. Qualcuno ha provato a fare notare che quella statua conciata così fosse piuttosto inadeguata, goffa e purtroppo in linea con una rappresentazione della donna sempre appiattita sulle sue rotondità perdendo di vista il senso patriottico che stava alla base di quella poesia che si vorrebbe rievocare. Basterebbe dire che stiamo parlando del celebre verso “eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti” che dovrebbe riecheggiare in un culo al vento con ammiccamento incorporato. Non è difficile percepire un certo stridore, no.

La dinamiche che si sviluppano ogni volta che qualcuno si permette di esprimere dubbi sulla rappresentazione delle donne sono sempre le stesse: i media (e molti loro commentatori) si accendono in modalità “oddio che palle ‘ste femministe” e si fa a gara su chi riesce a banalizzare e ridicolizzare nel modo migliore. Nessuno che prova ad ascoltare le ragioni di chi argomenta, nessuno che affronta il tema vero che non è certo la spigolatrice (tra l’altro personaggio di finzione letteraria) ma che sta nelle donne che non si riescono quasi mai a raccontare senza spogliarle, nessuno che si prende la briga di leggere il discorso più ampio di un Paese che dedica la stragrande maggioranza di statue (e strade) a uomini (vestiti), nessuno che comprende che l’argomento richiede riflessione e studio e molte delle voci che si levano sono di persone che studiano e riflettono da anni. Niente di tutto questo, niente: l’importante è ridurre tutto a un gioco di lamentose donnine che polemizzano su qualsiasi cosa.
Sulla statua della spigolatrice di Sapri ognuno la può pensare come vuole (per carità, prima che qualcuno gridi alla cancel culture) ma sminuire il tema è stupido e meschino.

Anche perché in tutto questo rimbomba la risposta dello scultore Emanuele Stifano che si difende spiegando che l’obiettivo del mettere in evidenza le forme era “rappresentare un ideale di donna, evocarne la fierezza, il risveglio di una coscienza, il tutto in un attimo di grande pathos”. E sul fatto che la fierezza femminile, la coscienza e il pathos si leggano su una gonna incollata al culo si potrebbe aprire davvero una discussione. Oppure si potrebbe discutere del senatore del M5S Castille che se ne esce con un “chi critica la statua non conosce il corpo delle donne meridionali”.

Insomma, la statua sarà anche una questione di poco conto ma come al solito la polvere che si alza intorno lascia sempre gran perplessità.

L’articolo proviene da TPI.it qui

«Scusi, lei spaccia?»

Luca Morisi, l’inventore della cosiddetta “Bestia” (ovvero il sistema di gestione dei social che ha portato Salvini a essere Salvini), è indagato per cessione e detenzione di stupefacenti

I fatti di cui siamo a conoscenza: nei giorni di Ferragosto dalle parti di Verona i carabinieri fermano un’automobile per un controllo di routine. Si insospettiscono perché i tre giovani occupanti dell’auto sono molto nervosi, decidono di perquisire la vettura e trovano un flacone con del liquido che sembra droga, mettono sotto torchio i tre e uno di loro dice di averla comprata da Luca Morisi, a Belfiore. A quel punto si procede con la perquisizione a casa di tal Morisi e vengono rinvenute sostanze stupefacenti, poca roba, una quantità compatibile con l’uso personale. Si apre, com’è normale che sia, un’inchiesta e quel tale Luca Morisi viene iscritto nel registro degli indagati per l’ipotesi di reato previsto dall’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti (“Produzione, traffico, detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope”).

Quel Luca Morisi è lo stesso Luca Morisi che per anni, alla guida dei social della Lega e di Salvini, ha insozzato l’aria di questo Paese sparando contro i deboli e i disperati, fomentando rabbia e vendetta. Luca Morisi è l’inventore della cosiddetta “Bestia” (ovvero il sistema di gestione dei social che ha portato Salvini a essere Salvini). Cosa faceva la Bestia? Trasformava qualsiasi ipotesi di reato in un paradigma per attaccare una categoria: se un immigrato urinava per strada lasciava passare il messaggio che tutte le nostre strade fossero sporche per colpa degli immigrati. Se un islamico era accusato di avere usato violenza contro una donna cercava di convincerci che le donne fossero in pericolo solo per colpa dell’Islam.

Seguitemi. Matteo Salvini faceva una politica così senza social, nelle sue parole e nei suoi comportamenti. Consapevole di come sia facile banalizzare per mungere voti per anni ci sta convincendo che il mercato della droga non abbia grandi capi organizzatori italiani (la ‘Ndrangheta, soprattutto) ma ha sempre attaccato i piccoli spacciatori (che sono soprattutto stranieri) per riuscire a collegare l’idea di sicurezza legata all’immigrazione. Per Salvini gli “spacciatori di morte” (sempre banalizzando chiama qualsiasi droga “morte”, così funziona) sono tutti coloro che vendono una manciata di fumo. Del resto lui ha sempre fatto il forte con i deboli ma è sempre stato piuttosto deboluccio con i forti. A proposito: la Bestia di Morisi e Salvini ovviamente ritengono il web come unico tribunale che conta. Nessun garantismo: se qualcosa appare su un giornale è per forza vero. A posto così.

Cosa ci insegna il caso di Morisi? Che se noi fossimo Salvini potremmo tranquillamente scrivere qui che Morisi (e quindi la Lega, e quindi Salvini) sia uno spacciatore di morte che deve essere sbattuto in galera e bisogna buttare via le chiavi e che tutti i Morisi (e tutti i leghisti) sono pericolosi per il Paese perché avvelenano i nostri giovani con sostanze che portano la morte e che quindi non esiste sicurezza nelle nostre città finché anche l’ultimo dei leghisti è in giro tra di noi. Potremmo anche scrivere che “non abbiamo nulla contro i leghisti che lavorano onestamente” ma che se vogliono stare qui devono rispettare le nostre regole e le nostre tradizioni. Potremmo anche dire che chi protegge i “venditori di morte” (o addirittura li ha assunti lautamente pagati con soldi nostri al Ministero dell’Interno) si deve vergognare e deve smettere di fare politica. Se noi usassimo gli stessi modi della Bestia potremmo twittare che “ripulire l’Italia” (magari con una ruspa) dai Morisi di turno è una priorità per un partito di buon senso.

Insomma, vedete com’è facile?

Buon lunedì.

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La Felpa e la Bestia

Sarebbe una notizia di poco conto in un Paese in cui la politica si occupa di politica e solo dopo di comunicarla ma l’addio di Luca Morisi a Matteo Salvini è qualcosa che ha molto a che fare con i numeri, con la linea politica e con i voti. Come già successo con Casaleggio e il Movimento 5 Stelle (e prima ancora tra Casaleggio e l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro) lo staff della comunicazione è diventato il cuore pulsante dei partiti. Basta con questa stancante litania dei circoli, basta con la burocrazia delle assemblee: molti hanno pensato che avere le password dei social fosse il modo migliore (se non l’unico) per lavorare alla costruzione dell’identità di un partito e del suo leader e non è un caso che in molti casi tutto si possa comprimere in pochi caratteri.

Il ruolo di Morisi nella crescita di Salvini e della Lega

Eppure Morisi (come Casaleggio) ha dimostrato che a differenza di molti altri casi è possibile capitalizzare il seguito sui social in infornata di voti. I numeri sono impietosi: dal 2015 l’algoritmo governato da Morisi ha portato Salvini dai suoi 18 mila seguaci iniziali sui social a 4 milioni e mezzo di fans. Quando Morisi è approdato alla corte della Lega il partito era al 4 per cento ed è arrivato a toccare il 34,3 alle Europee del 2019. Un leghista della prima ora, sconosciuto consigliere provinciale dal 1993 al 1997, che ha tenuto in tasca la ricetta della pozione pubblicando il Capitano (soprannome coniato dallo stesso entusiastico Morisi) Salvini mentre addentava pane e nutella, che ha infervorato lo scontro deridendo i “sinistri”, che ha pasteggiato allegramente sulla xenofobia riuscendo addirittura a travestirla da legalità, che ha soffiato sulla “sicurezza” imbellettando la vendetta, che ha partorito l’idea del concorso Vinci Salvini e che ha banalizzato la politica a colpi di “invasioni” e di “risorse boldriniane”. Il tutto ovviamente condito da ingenti risorse: nel momento più alto lo staff della Bestia (che frugava tutti i giorni tra la spazzatura della cronaca nera per menare fendenti) contava circa 20 persone, uno stipendio di tutto rispetto per Morisi (65 mila euro all’anno) e per il suo socio Paganella (85 mila) mentre solo su Facebook solo negli ultimi due anni la Bestia spendeva 400 mila euro per dogare la viralità di un leader in evidente discesa. È molto più di un simbolo anche il fatto che la sede della Bestia fosse in via delle Botteghe Oscure a Roma, sede del sindacato Ugl (quello che teneva in mano l’ex sottosegretario Durigon) nonché storico indirizzo del Partito Comunista Italiano.

Morisi e il suo peso politico nella Lega

Le voci sull’addio si rincorrono e sono diverse ma basta ascoltarle per trarre una conclusione: c’è chi dice che Morisi abbia mollato perché, dice un esponete vicino a Salvini a Repubblica, «essendo una persona estremamente intelligente e sensibile Morisi ha capito che un ciclo era finito. E ne ha tratto le conseguenze», la stampa riporta una chat del Carroccio dove si scriveva che Matteo Salvini «viene consigliato male» rincorrendo Giorgia Meloni e non «la costruzione di un grande partito di centrodestra e mettendo in pericolo l’attrattiva del Carroccio presso il voto dei moderati. Per questo Morisi se ne è andato», Il Fatto Quotidiano parla di un’insofferenza di Morisi che sarebbe stato «sempre convintamente pro vaccini». Quasi tutti insomma riconoscono a Morisi e al suo staff un ruolo talmente politico da potersi permettere di essere in disaccordo con la linea del partito. Non è una buona notizia per i poveretti che nella Lega invece si tesserano illudendosi di avere così una voce in capitolo, se ci pensate. E non è nemmeno un buon sintomo per la politica.

L’addio di Morisi lascia sempre più solo Salvini

Per questo risuonano ancora più importanti le parole del presidente della Regione Veneto Luca Zaia che chiede di «tornare a parlare con le imprese e con la gente, ascoltare le loro paure, e seguire meno il sentiment dei social». Se, come credono alcuni deputati leghisti, il problema di Morisi sia stato quello di non essere riuscito a «convincere Salvini di adeguarsi al governismo» significa che un comunicatore ha avuto un’enorme idea di sé e del proprio potere all’interno di un partito politico. Anche questa non è una grande notizia, no.

Di certo Salvini da quella maledetta estate in cui ha fatto cadere il governo Conte I pensando (male) di potersene impossessare ha iniziato un declino che tra abbandoni di deputati e discesa nei sondaggi ha tutta l’aria di essere un dissanguamento difficilmente arrestabile. Sullo sfondo rimangono i nemici interni (a partire da Giorgetti e lo stesso Luca Zaia) che assistono con goduria lo sgretolamento. Morisi annuncia il suo addio nel pieno di una campagna per le amministrative che è tutt’altro che un trionfo. E prima o poi arriverà il tempo di un congresso (che in molti già dentro la Lega stanno chiedendo) e lì non basterà indovinare un tweet. Ancora di più senza Morisi. Poi magari un giorno rifletteremo su questo tempo in cui un Morisi (“non eletto da nessuno”, come piace dire proprio ai leghisti) si abbatte come una tempesta su un partito. Chi di Morisi ferisce di Morisi perisce.

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