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Non è l’Iran il problema di Trump

Il giorno dopo la notte in cui Donald Trump ha minacciato la distruzione della civiltà iraniana (badate bene, non lo Stato, la civiltà) spira nell’aria un sospiro di sollievo, come se davvero i pazzi potessero smettere di essere pazzi, come se una tregua pronunciata da bocche criminali possa essere davvero una tregua. 

Dovrebbero essere quindici giorni di stop alle armi, quelli con cui il presidente Usa cerca di levigare il terribile pasticcio in cui si è infilato. Dieci punti. Una garanzia che l’Iran non sarà attaccato di nuovo. Una fine permanente della guerra, non solo un cessate il fuoco. La fine degli attacchi israeliani in Libano e contro gli alleati iraniani. La revoca di tutte le sanzioni statunitensi sull’Iran. L’Iran accetta di riaprire lo Stretto di Hormuz. Introduzione di una tassa di 2 milioni di dollari per nave in transito con Hormuz. Entrate dei pedaggi da condividere con l’Oman. Fondi da utilizzare per la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dalla guerra. Istituzione di protocolli di passaggio sicuro attraverso Hormuz. Un accordo quadro più ampio per porre fine alle ostilità regionali. 

Sostanzialmente si tratta sui punti dell’Iran, stracciando i quindici punti Usa. Trump per ora è riuscito a fare riaprire Hormuz che la sua guerra aveva chiuso. Il nobel della Pace, come scrive Paolo Gentiloni, forse lo meriterebbe il Pakistan che ha rimesso a cuccia l’inquilino della Casa bianca. 

Intanto, sullo sfondo, Netanyahu esclude esplicitamente il Libano dal cessate il fuoco violando le condizioni stabilite dal Pakistan. Israele ancora una volta sta riscrivendo unilateralmente l’accordo. Non hanno mai avuto l’intenzione di fermare la guerra. Sono loro il problema di Trump. Non l’Iran. 

Buon mercoledì.

Foto WMC

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Processo Hydra, tra pentiti e omissis: cosa sapeva il collaboratore di giustizia Bernardo Pace, morto suicida in carcere

«Allora ci sono…». Otto pagine nere nel verbale del 19 febbraio di Bernardo Pace. La pm Alessandra Cerreti della Direzione distrettuale antimafia di Milano gli aveva chiesto dei rapporti tra il “sistema mafioso lombardo” e i politici, locali e nazionali. Pace aveva iniziato a rispondere. Nel verbale depositato al processo Hydra, tutto omissato. Il 16 marzo si è impiccato nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Aveva 62 anni, una condanna a 14 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, e da qualche settimana una nuova vita: collaborare con la giustizia.

Aveva spiegato il perché: «Sono pentito per tutta questa faccenda e voglio dissociarmi di tutto e per tutto, per ripulirmi la coscienza, per i miei figli». Era sistemato in cella singola come collaboratore strategico in una delle inchieste antimafia più rilevanti al Nord degli ultimi quindici anni. Ha pranzato. Poi si è impiccato. La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta. I pm Cerreti e Rosario Ferracane hanno depositato i suoi verbali al processo ordinario, aperto il 19 marzo nell’aula bunker di San Vittore a Milano per i restanti 45 imputati. Li considerano affidabili. Le otto pagine restano nere.

Hydra punta sull’esistenza di un “consorzio” tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia: 62 condanne nel filone abbreviato, emesse il 12 gennaio 2026 dal gup Emanuele Mancini, per oltre 500 anni complessivi. A processo è arrivato anche Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, 36 anni, presunto vertice camorristico, estradato dalla Colombia dopo una latitanza tra Brasile, Panama e Cartagena de Indias.

I collaboratori di giustizia

I collaboratori di giustizia, e vale la pena chiamarli con il nome corretto, si moltiplicano. Cerreti ha depositato il verbale del 3 febbraio di Gioacchino Amico, 40 anni, presunto vertice del “sistema mafioso lombardo” per conto del clan camorristico dei Senese. Amico ha messo a verbale: «Sono a conoscenza dei vari tentativi di uccidermi e la mia scelta di collaborare è tesa a garantire anche la mia incolumità». Ha poi avvertito i magistrati: «C’è gente libera, molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque. In politica, soprattutto». Decine di pagine omissate.

Già nelle fasi preliminari aveva collaborato William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”, esponente del gruppo Mazzei catanese. Cerbo ha raccontato il tentativo del sistema mafioso lombardo di costruire un candidato nell’area di Fratelli d’Italia (FdI): un ufficio di campagna per un medico milanese, poi abortito quando emersero i precedenti penali di Cerbo. Il commento di Giancarlo Vestiti, presunto luogotenente della camorra: «Non ti preoccupare, è saltato lui, ce ne sarà un altro». Quando i pm chiedono degli altri «appoggi politici», un altro omissis.

Politica, omissis e Commissione antimafia

Amico, dal canto suo, ha dichiarato di aver coordinato in Sicilia il partito dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. La Commissione parlamentare antimafia sarà a Milano il 16 aprile. Sentirà anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI) sulla partecipazione alla società “Le 5 Forchette” con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese a Roma: un filo che dal ristorante arriva direttamente a Hydra.

Report tornerà in onda ad aprile su Rai 3. Giorgio Mottola, che segue Hydra fin dall’inchiesta “La mafia a tre teste” del gennaio 2024, è parte civile nel processo e ha già ricevuto minacce da uno degli indagati. La prossima udienza è fissata al 30 aprile. Dentro le aule si aspetta che qualcosa esca dall’omissis. Fuori, cinque detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane a gennaio 2026, 79 nell’intero 2025. Il Lorusso e Cutugno ospita 1.450 detenuti su poco più di 1.000 posti.

Pace aveva cominciato a rispondere. Non sapremo mai cosa ci fosse.

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Anche il corridoio medico sotto tiro

Majdi Aslan, 54 anni, guidava un veicolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità lungo via Salah al-Din, a est di Khan Younis, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato sui mezzi in transito. Era la mattina del 6 aprile, alle 9:15. Aslan, residente nel campo profughi di Bureij, è stato colpito alla testa. Dichiarato morto all’ospedale Al-Aqsa. Un medico dell’Oms è rimasto ferito. Sette altre persone, civili su un mezzo commerciale che precedeva il veicolo onusiano, sono state colpite nella stessa sequenza. Lo ha ricostruito il corrispondente di Al Jazeera Hani Mahmoud, presente nell’area.

La conseguenza è stata immediata: l’Oms ha sospeso tutte le evacuazioni mediche da Gaza verso l’Egitto via Rafah, a tempo indeterminato. Quel corridoio – l’ultimo rimasto – è chiuso.

Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha scritto su X che «una persona impegnata a fornire servizi all’Organizzazione a Gaza è stata uccisa in un incidente di sicurezza». Nel comunicato inviato ad Al Jazeera, l’Oms ha definito l’accaduto un “incidente di sicurezza critico, in esame da parte delle autorità competenti”, senza nominare chi ha sparato. Le autorità competenti, ha precisato, stanno conducendo un’indagine.

Mentre le agenzie seguono gli attacchi su Teheran, Gaza continua. Dal cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025, il Ministero della Salute palestinese ha registrato oltre 720 persone uccise nella Striscia e quasi 2.000 ferite. Dall’ottobre 2023, secondo il rapporto Unrwa al 25 marzo 2026, i morti sono 72.265, i feriti 171.959.

Il corridoio medico era l’ultimo che restava: trasportare fuori i pazienti che non potevano ricevere cure dentro. Ora è sospeso «fino a nuovo avviso», ha comunicato Tedros. Le autorità competenti stanno esaminando l’incidente.

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La cultura come spettacolo d’arte varia

La graduatoria del ministero della Cultura è uscita il 3 aprile. La commissione ministeriale ha assegnato 66 punti a Tutto il male del mondo, il documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: sotto soglia, nessun contributo. Il film ha già vinto il Nastro della Legalità 2026. Lo stanno proiettando 76 università italiane su iniziativa della senatrice a vita Elena Cattaneo, e il 5 maggio andrà al Parlamento europeo. Il processo per il suo omicidio è ancora aperto in Italia. Secondo il ministero di Alessandro Giuli non ha “interesse culturale”.

La stessa graduatoria assegna 1,05 milioni di euro alla biografia di Gigi D’Alessio e 800 mila euro a Tony Pappalardo Investigations di Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Nella lista entra anche un documentario sul locale caprese Anema e Core. L’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, come il film su Regeni, è rimasta fuori dalle eccellenze riconosciute.

Questa logica non è una novità: a dicembre 2024 il ministero ha stanziato 1,5 milioni di euro per la mostra Il Tempo del Futurismo alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, voluta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano come bandiera culturale del governo. Report le ha dedicato un’inchiesta su conflitti di interesse e scelte curatoriali imposte dall’alto. Il New York Times e El País l’hanno definita una figuraccia internazionale.

Del resto c’è un filo che tiene insieme questi episodi, dal cinema ai musei. Il governo sa già cosa finanziare: la bandiera e lo spettacolo leggero. Quello che i bandi faticano a riconoscere invece è la memoria,  soprattutto se pone ancora domande.

Buon martedì.

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Rapporto Nato 2025: come il riarmo da un trilione e quattrocento miliardi di dollari ridefinisce il bilancio pubblico europeo

Il Rapporto Annuale 2025 del Segretario Generale della Nato comincia con una promessa: proteggere un miliardo di persone. Il numero torna almeno sei volte nel documento, con la cadenza di un mantra aziendale. Un miliardo di persone protette. Mai consultate su quanto costerà farlo.

Al summit dell’Aia, giugno 2025, gli alleati si sono impegnati a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Di cui il 3,5% per le “esigenze difensive fondamentali” e l’1,5% per investimenti “collegati alla difesa e alla sicurezza”: categoria elastica che comprende infrastrutture civili, reti digitali, resilienza industriale. L’elasticità è la funzione, non un effetto collaterale.

Il vecchio obiettivo del 2% era già controverso. Raggiunto nel 2025 per la prima volta da tutti e 32 gli alleati, è già obsoleto: il nuovo piano lo raddoppia abbondantemente. La spesa totale supera 1.400 miliardi di dollari nel 2025. I soli europei e Canada spendono 574 miliardi, con un aumento reale del 20% rispetto al 2024. Dall’invasione russa dell’Ucraina, la macchina si è messa in moto con una velocità che nessun obiettivo politico del decennio, non il clima, non la sanità, non la scuola, ha mai raggiunto.

Il conto di Trump

Il documento celebra come conquista diplomatica il meccanismo Purl (Prioritised Ukraine Requirements List), annunciato il 14 luglio 2025 da Mark Rutte e Donald Trump. La struttura è istruttiva: la Nato coordina la consegna di equipaggiamento militare americano all’Ucraina, pagato dagli alleati europei. Gli Stati Uniti forniscono, l’Europa paga. Trump, lo stesso che per anni ha minacciato di abbandonare l’alleanza se gli europei non avessero speso di più, ottiene esattamente questo: che gli europei finanzino armi americane per un paese che non fa parte della Nato. È il multilateralismo del portafoglio altrui.

A fine 2025, i due terzi degli alleati avevano già contribuito al meccanismo. Il prossimo summit si terrà ad Ankara, luglio 2026. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, lo stato che imprigiona giornalisti e riduce le elezioni a esercizi di consenso gestito, ospiterà il vertice dell’alleanza che si definisce custode della democrazia occidentale. Il report non segnala contraddizione alcuna. È un’alleanza: le contraddizioni si gestiscono.

Il confine che scompare

La vera novità del Piano dell’Aia non è nella cifra. È nell’architettura. L’1,5% aggiuntivo può coprire, testualmente, “infrastrutture critiche, reti digitali, preparazione civile, resilienza, innovazione, base industriale della difesa”. Il confine tra bilancio sociale e bilancio militare diventa permeabile per definizione. L’obiettivo non dichiarato è rendere contabilmente presentabile un riarmo di proporzioni mai viste in tempo di pace, nei paesi che la pace la stanno vivendo.

Il Fondo di Innovazione Nato, sostenuto da 24 alleati con oltre un miliardo di euro, investe in startup di “deep tech” a doppio uso militare-civile. Diana, l’acceleratore dell’alleanza, ha annunciato una terza coorte di 150 aziende per il 2026. La guerra crea mercato. Il mercato orienta la ricerca. La ricerca rafforza la guerra: il circolo si chiude.

L’Italia chiude il 2025 al 2,01% del Pil, in buona parte per riclassificazione contabile: su quell’incremento rispetto al 2024, lo 0,4% è dovuto a voci semplicemente spostate sotto la voce difesa, non a nuovi stanziamenti. Il governo Meloni ha rivendicato il risultato dichiarando che «non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità». Una frase destinata a sgretolarsi: per arrivare al 5%, l’Italia dovrebbe portare la spesa da 45 a circa 145 miliardi annui, mentre il deficit 2025 si ferma al 3,1% del Pil, già fuori dall’obiettivo europeo. La risposta è nel report: basterà ridefinire cosa conta come sicurezza.

Un miliardo di persone protette. I loro servizi pubblici non compaiono nel documento.

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Trump demolisce il diritto, Meloni plaude

Il primo aprile Donald Trump si è seduto in prima fila alla Corte Suprema, presidente in carica che assiste a un’udienza su uno dei suoi stessi decreti. Prima volta nella storia. Un capo di Stato va a guardare in faccia i giudici mentre decidono se lui ha ragione. Può sembrare una curiosità protocollare. È invece la fotografia più precisa dell’epoca.

Da quando Trump ha insediato il secondo mandato opera su un principio semplice: il diritto è uno strumento, non un limite. Il Dipartimento di Giustizia è diventato il braccio armato della vendetta personale. Pam Bondi, Attorney General con il mandato esplicito di perseguire i nemici politici del presidente, è stata licenziata il ieri perché non ci è riuscita abbastanza. Al suo posto arriva Todd Blanche, già avvocato personale di Trump durante i procedimenti penali che lo riguardavano. Per il successore permanente circola Lee Zeldin, capo dell’Agenzia per la Protezione Ambientale, senza esperienza da procuratore. Il curriculum non conta. Conta la fedeltà.

Il diritto come campo di battaglia

Il 17 marzo la Commissione di Vigilanza della Camera ha emesso un’ingiunzione a Bondi per testimoniare sui file Epstein: la convocazione, fissata per il 14 aprile, resta valida anche dopo il licenziamento. Intanto i tribunali continuano a resistere. Un giudice federale ha stabilito che Trump non può punire emittenti pubbliche come la PBS perché non si allineano politicamente. Sul caso della cittadinanza per nascita, portato alla Corte Suprema dopo che un giudice di primo grado aveva definito il decreto di Trump “platealmente incostituzionale”, i giudici si sono mostrati scettici, conservatori inclusi. Il Chief Justice John Roberts ha liquidato l’argomentazione governativa come “stravagante”. La risposta di Trump su Truth Social è arrivata pochi minuti dopo: “Siamo l’unico Paese al mondo abbastanza stupido da ammettere la cittadinanza per nascita”.

Questo è il metodo. Qualcosa viene bloccato. Lui attacca i giudici. Nomina qualcuno di più compiacente. Ricomincia. Il meccanismo di erosione non si ferma.

L’ordine mondiale che non c’è più

Sul piano internazionale il meccanismo è identico. Trump ha minacciato di colpire l’Iran “molto duramente”, evocando l’idea di “riportarlo all’età della pietra”, per poi aprire a negoziati il giorno dopo. I mercati hanno risposto: petrolio su, borse giù. Gli alleati anche: sempre più diffidenti. Sulla Nato torna ciclicamente a minacciare l’uscita. Ogni volta che lo fa, l’Alleanza perde un pezzo di credibilità. In Europa si discute ormai apertamente di un futuro senza gli Stati Uniti. Quella prospettiva sarebbe il regalo più grande a Vladimir Putin.

Decisioni che cambiano ogni giorno. Minacce e ritrattazioni. Alleanze trattate come contratti a breve. Il diritto internazionale come opzione revocabile, non come vincolo. Le istituzioni sono costrette a inseguire un presidente che usa l’imprevedibilità come arma di governo.

Chi sceglie di stargli vicino

Giorgia Meloni ha scelto di essere la prima leader europea ricevuta alla Casa Bianca dopo l’avvio della guerra dei dazi, il 17 aprile 2025. Trump l’ha elogiata: «L’Italia può essere il miglior alleato degli Stati Uniti se Meloni resta premier». Lei ha offerto 10 miliardi di investimenti italiani negli Stati Uniti, ha promesso il 2% del Pil alla Nato. È tornata a Roma senza accordi formali ma con foto e parole calorose. Un contratto senza clausole scritte.

Trump è il più grande demolitore del diritto, americano e internazionale, che la scena politica occidentale abbia prodotto in questi anni. Un autocrate che opera dentro le forme della democrazia, il che lo rende più pericoloso di quelli che le hanno abolite. Chi gli stringe la mano sapendo tutto questo non è un mediatore. È un sostenitore. E la storia non dimentica.

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Disabile ma pur sempre terrorista

Nel maggio 2025 un drone israeliano ha colpito Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra mentre camminava lentamente, da solo, verso casa sua a Khan Younis. Aveva la paralisi cerebrale e un’andatura compromessa da un incidente infantile. L’esercito israeliano lo ha definito «sospettato di fungere da palo di avvistamento per attività militanti». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica. Sette suoi familiari erano stati uccisi in un raid precedente, tra cui il padre e quattro sorelle.

Nel luglio 2024, Mohammed Bhar, 24 anni, con sindrome di Down e autismo, incapace di muoversi senza assistenza, era rimasto nell’abitazione di Shuja’iyya, quartiere di Gaza City, dove l’unità israeliana ha fatto irruzione il 3 luglio. Il cane da combattimento lo ha aggredito al petto e alla mano. I soldati lo hanno separato dalla famiglia promettendo cure mediche. Quando la famiglia ha potuto rientrare, una settimana dopo, ha trovato il corpo in decomposizione sul pavimento con un laccio emostatico al braccio.

Questi non sono incidenti. Sono casi documentati in un contesto in cui le persone con disabilità non possono obbedire agli ordini di evacuazione, non possono spostarsi in tempo, non possono dimostrare la propria innocenza prima di essere colpite. L’UNRWA, nel Rapporto 215 aggiornato al 31 marzo 2026, documenta 34.251 persone con disabilità assistite psicologicamente nella Striscia dall’ottobre 2023. È la dimensione misurabile di una popolazione che il sistema militare israeliano continua a classificare, caso per caso, come minaccia.

L’esercito israeliano, sulla morte di Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra, aveva dichiarato che il bersaglio era stato «identificato come terrorista in osservazione delle truppe israeliane». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica della sua paralisi cerebrale.

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Il governo degli impostori, oltre al letto di Piantedosi

Il 19 gennaio 2025 l’Italia arrestava a Torino Njeem Osama Almasri Habish, generale libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Due giorni dopo lo rimpatriava su un aereo di Stato, senza informare la Corte penale internazionale. Oggi la Cpi ha ufficializzato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte: è la procedura per gli Stati che non cooperano con la giustizia internazionale.

Intanto i giornali parlano d’altro. La relazione tra Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e una giornalista trentaquattrenne, i possibili incarichi di favore, la versione del Viminale che preferisce il “no comment”. Cose che meritano attenzione, del resto. Solo che c’è una proporzione da tenere.

Il caso Almasri non è uno scandalo di costume. Il governo ha rimpatriato un torturatore su un aereo di Stato. I procedimenti a carico di Carlo Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano sono stati poi archiviati dal Parlamento. La prossima settimana la Camera voterà se sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta per blindare Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto di Nordio, a cui la Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio per false informazioni ai pm. Fu lei, emerge dagli atti, a gestire il dossier in prima persona, chiedendo “massimo riserbo” e “niente mail o protocollo”. Insomma, il Parlamento vuole erigerle uno scudo.

A dicembre, a New York, l’Assemblea degli Stati Parte della Cpi giudicherà l’Italia. Saremo al punto 21 dell’ordine del giorno. Questo è il Paese che la presidente Meloni ha deciso di essere.

Buon venerdì.

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I cristiani protetti in Israele, tranne quando cadono le bombe

Il 20 marzo Benjamin Netanyahu ha scritto su X: «Ancora fake news sul mio atteggiamento verso i cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele». Erano passate ventiquattr’ore dalla conferenza stampa in cui aveva dichiarato, citando lo storico Will Durant, che «la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene». Era il 19 marzo. Oggi è Giovedì Santo.

Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza — unica parrocchia cattolica della Striscia di Gaza — ha stimato che dall’ottobre 2023 sono stati uccisi cinquantaquattro cristiani della comunità. La chiesa è stata colpita dal fuoco israeliano in due occasioni distinte: la prima nel dicembre 2023, quando un cecchino ha aperto il fuoco nel cortile uccidendo due donne; la seconda nel luglio 2025, quando un proiettile di un carro armato israeliano ha colpito il compound, causando morti e feriti tra i rifugiati all’interno. Padre Romanelli non si è mai mosso da Gaza. Nel compound vivono oggi circa cinquecento sfollati, in larga maggioranza musulmani.

La comunità cristiana di Gaza contava settemila persone nel 2007. Nell’ottobre del 2023, alla vigilia dell’escalation, ne erano rimaste 1.017. Oggi la cifra non è verificabile: parte è morta, parte è fuggita, parte vive nel compound della Sacra Famiglia in attesa della Pasqua. Cinque scuole cristiane esistevano a Gaza prima del 7 ottobre 2023. Ne funziona una sola, quella del compound parrocchiale, con centosessanta bambini. Il Patriarcato latino di Gerusalemme la descrive come l’unica scuola cristiana ancora aperta nella Striscia.

Netanyahu, su X, il 20 marzo: «i cristiani sono protetti e prosperano in Israele».

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Fitto contestato (ed esfiltrato) a Charleroi: quando l’autorevolezza non si costruisce con i comunicati stampa

C’è una scena, a Charleroi, che vale più di mille comunicati stampa. Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, membro di Fratelli d’Italia, uomo che Giorgia Meloni ha indicato come prova del “ritrovato ruolo centrale dell’Italia in Europa”, viene esfiltrato da un campus universitario belga sotto i cori di studenti e professori. Non se ne va a piedi. Lo portano via. La delegazione valuta persino di passare dalla finestra. Poi arriva un rinforzo di polizia e il commissario lascia Charleroi tra le urla, con il bilaterale traslocato in un altro luogo. Non esattamente quello che la destra italiana ha in mente quando parla di “peso” dell’Italia nel continente.

Fitto era venuto a vedere i frutti dei fondi europei: ventitré milioni investiti nel campus, progetti di sviluppo regionale, la coesione europea raccontata attraverso le pietre e le aule. Una visita di routine, aveva fatto sapere il suo staff. Non è andata così.

Dipende da chi chiedi

La dinamica esatta dipende da chi si interroga. Un funzionario Ue ha minimizzato: una ventina di manifestanti, Fitto sapeva cosa aspettarsi. I media belgi raccontano di quasi cento persone, un’ora di blocco, manifesti con i volti di Fitto e del ministro-presidente vallone Dolimont appesi a testa in giù. Qualcuno ha usato la parola fascismo. Fitto ha risposto: “Voi vi chiamate antifascisti, ma io sono il primo antifascista!”. Difesa classica, quella che in Italia funziona ancora abbastanza bene. In Belgio, evidentemente, un po’ meno.

Il punto è che fuori dall’Italia, dove la storia del Novecento non è stata metabolizzata attraverso i filtri di una destra che ha riscritto la propria genealogia, la militanza in Fratelli d’Italia solleva domande che qui da noi si è deciso di non fare più. I gruppi socialisti e liberali, nel novembre 2024, allegarono al voto di approvazione della sua vicepresidenza una dichiarazione esplicita di riserve. Non era un dettaglio procedurale. Era un segnale politico rimasto tale. Fuori dai palazzi, però, i segnali politici si esprimono con meno eleganza.

L’autorevolezza che si decreta per comunicato

Meloni esultò: “L’Italia torna finalmente protagonista in Europa”. La destra celebrò la nomina come prova di una nuova autorevolezza italiana nei consessi europei. Eppure l’autorevolezza si misura non solo con i portafogli ottenuti, ma con il modo in cui ti ricevono quando arrivi. E a Charleroi il ricevimento non è stato quello previsto.

Il problema è che Fitto non ha brillato nemmeno dentro le istituzioni. Nel luglio 2025, alla commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, la sua proposta di bilancio pluriennale fu demolita da tutti i gruppi: popolari, socialisti, liberali, verdi, persino i conservatori. Un eurodeputato Ppe lo accolse così: presentarsi in quella commissione dopo quella proposta era come andare negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor. Non è il tipo di battuta che si riserva a chi guida bene il proprio portafoglio.

Il nodo è la centralizzazione della politica di coesione: il piano proposto da Fitto sposta poteri verso i governi nazionali a scapito delle regioni e delle autonomie locali. Quello che in Italia si chiama “rafforzamento del ruolo dello Stato” in Europa si chiama erosione del principio di sussidiarietà. Non piace a nessuno. Nemmeno agli alleati.

Prima ancora, la gestione del Pnrr come ministro era stata giudicata deficitaria: opere pubbliche penalizzate, problemi di trasparenza, decreti attuativi in ritardo cronico. Portare quel curriculum a Bruxelles come titolo di merito ha richiesto una certa disinvoltura narrativa.

La domanda che rimane

Charleroi non è solo una brutta giornata. È la fotografia di un equivoco strutturale che il governo italiano coltiva con cura: l’idea che l’Europa sia una platea da impressionare con le nomine, che basti sedersi al tavolo per contare, che il titolo costruisca da solo il profilo.

Ma in un’università belga, davanti a una dottoressa che spiega che la mattina si insegnano democrazia e stato di diritto, la domanda non riguarda il commissario ‘esfiltrato’. Riguarda chi lo ha mandato lì convinto che l’autorevolezza si decreti per comunicato stampa. Non bastava allora. Non basta adesso.

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