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Meloni, la premier del 77%

Settantasette per cento. Tanto ha parlato Giorgia Meloni nella puntata di Pulp Podcast. La parola più usata è “diciamo”, 43 volte. La seconda è “chiaramente”, 42. Tranquilli, non è stata un’intervista, ma un monologo con due spettatori accanto che sorridono.

«Ho tentato di stare nel merito in questa campagna elettorale». Lo dice a Fedez e Mr. Marra a tre giorni dal voto. Il format non ha contraddittorio tecnico; è il posto giusto per dirlo senza che nessuno chieda quale merito e dove.

Sette giorni prima, dal palco del Teatro Franco Parenti di Milano, la stessa premier aveva detto che senza la riforma arrivano «stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà», figli strappati alle madri, la famiglia del bosco. Casi non chiusi, usati come munizioni da comizio. Da Fedez quelle cose non esistono: Meloni spiega i tre quinti per i laici del Csm, torna alla versione presentabile di sé stessa.

Poi arriva la contraddizione che il podcast non ha saputo raccogliere. Meloni dice: «Questa non è una riforma contro i magistrati, è per tutti i magistrati». Ma la capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, aveva detto dallo stesso schieramento: «Votate sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura, plotone di esecuzione». Stesso governo, due messaggi opposti. Fedez e Marra non li mettono insieme.

Sulla non-dimissione, Fedez ride: «È stata più furba di Renzi». Meloni usa l’ospitata per annunciare la propria impunità referendaria come argomento a favore del Sì: votare No per mandarla a casa sarebbe «una trappola», perché lei non si dimette comunque.

Alla domanda su cosa abbia scelto la presidente del Consiglio risponde Selvaggia Lucarelli: «Immaginate una presidente del consiglio che rifiuta le interviste di giornalisti che non siano Porro e Vespa, evita le conferenze stampa, ma dice che non scappa perché si fa intervistare da un rapper amico di Luca Lucci». Porro, Vespa, Fedez: il comune denominatore non è il mezzo, è sempre l’assenza di contraddittorio.

Alla critica delle opposizioni Meloni ha risposto: «Quando non parlo, dicono che scappo. Quando parlo, contestano il luogo, il mezzo e pure chi mi intervista». Nessuna risposta alla par condicio. Nessuna al contraddittorio assente. Solo il vittimismo come scudo; del resto la campagna era andata così dall’inizio. Meloni senza vittimismo non sarebbe interessante nemmeno per un podcast.

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Le chiavi dei valichi restano in mano a Israele

Il valico di Rafah è stato riaperto il 19 marzo 2026. Pochi palestinesi sul lato egiziano, ambulanze ferme per pazienti dalla Striscia. Era chiuso dal 28 febbraio — il giorno in cui Israele e gli Stati Uniti avevano avviato l’offensiva sull’Iran.

Il Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori, Cogat, ha spiegato la riapertura con «una nuova valutazione», «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza». Nessun cargo. Nessuna evacuazione medica. La chiave è in mano israeliana.

Nelle stesse ore, Rami Mhanna, direttore medico dell’ospedale Shifa di Gaza City, ha dichiarato all’AP che due attacchi aerei avevano ucciso quattro palestinesi nei quartieri di Zeitoun e Tuffah. L’esercito non ha risposto. Il giorno prima le IDF avevano comunicato l’uccisione di Muhammad Abu Shaleh, ufficiale dell’intelligence della brigata Khan Younis di Hamas: «attacco di precisione per eliminare una minaccia immediata».

A Bruxelles il 19 marzo i leader europei si riunivano con il segretario Onu Guterres. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato «urgente mobilitare la comunità internazionale a sostegno della popolazione di Gaza». Il premier Pedro Sanchez ha detto che la guerra in Iran «è collegata agli altri conflitti: Gaza, la Cisgiordania, il Libano». Nei comunicati, Gaza era premessa al dossier del Golfo.

Il rapporto Unrwa aggiornato al 17 marzo registrava 72.135 palestinesi uccisi, 391 operatori dell’agenzia morti, il 46 per cento dei farmaci essenziali esaurito, il 66 per cento dei materiali chirurgici non disponibile. L’OMS stimava 200 camion al giorno in ingresso contro i 600 necessari.

Cogat, 19 marzo 2026: il valico riapre «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza alla luce della situazione e delle minacce nella zona».

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Infantino, Trump e i Mondiali di calcio: perché l’Unione europea ha ragione ad alzare la voce contro la FIFA

Tre settimane fa, a Bruxelles, il commissario europeo allo Sport Glenn Micallef incontrava Gianni Infantino ai margini di un congresso della Uefa. Gli chiedeva garanzie per i tifosi europei verso i Mondiali. Infantino ascoltava. Poi non ha più risposto. 

E quel silenzio vale più di qualsiasi dichiarazione. Micallef lo ha detto in una recente intervista a Politico: dalla Fifa non è arrivato nessun seguito. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aperto una guerra contro l’Iran, paese qualificato al torneo, le forze dell’Immigrations and Customs Enforcement (Ice) faranno parte del dispositivo di sicurezza e a Minneapolis agenti federali hanno già ucciso due cittadini americani. Quel silenzio di Infantino ha quindi un nome preciso: è una scelta. 

La medaglia appesa al collo

Il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center di Washington, Infantino consegnava a Donald Trump il «Fifa Peace Prize». «Questo è il tuo premio per la pace», diceva Infantino; Trump se lo appendeva al collo dichiarando che era «uno degli onori più grandi della mia vita». Il premio non esiste nella tradizione sportiva. L’organizzazione FairSquare ha depositato un esposto all’ufficio etico della Fifa per violazione della neutralità politica. Le specifiche del trofeo le aveva dettate la Casa Bianca, secondo il Times di Londra: almeno grande quanto la Coppa del Mondo originale.

La deriva è documentata. Infantino era presente alla seconda inaugurazione di Trump ed è frequentatore di Mar-a-Lago. A febbraio 2026, alla riunione del Board of Peace, indossava un cappellino rosso «Usa» con i numeri 45 e 47. A luglio la Fifa ha aperto un ufficio nella Trump Tower. Quando il Chelsea ha vinto la Coppa del Mondo per Club, ha dovuto issare una replica perché l’originale stava nell’Ufficio Ovale, regalo di Infantino.

Il Board of Peace è un organismo creato dall’amministrazione Trump come alternativa alle Nazioni Unite. Infantino ha annunciato una partnership della Fifa con un investimento di 75 milioni per le “infrastrutture” calcistiche a Gaza. Micallef ha criticato la scelta a Politico dicendo di preferire «partnership con organizzazioni multilaterali che rispettano l’ordine internazionale basato sulle regole, come l’Unesco e l’Unicef». Sostanzialmente Infantino ha consegnato il trofeo della pace a chi quella guerra la finanzia.

Un torneo ostaggio

Sedici paesi europei qualificati manderanno negli Stati Uniti centinaia di migliaia di tifosi. I Mondiali iniziano l’11 giugno a Città del Messico. Quegli stessi Stati Uniti dove a gennaio due cittadini americani sono stati uccisi da agenti federali durante l’Operation Metro Surge a Minneapolis. L’Ice farà parte della sicurezza del torneo ma Washington non consente ai paesi partecipanti di inviare delegati di polizia al seguito dei tifosi, prassi consolidata nei Mondiali precedenti.

E poi c’è l’Iran, qualificato al torneo: avrebbe dovuto giocare a Los Angeles e Seattle. Con l’attacco militare americano e israeliano contro Teheran, la partecipazione iraniana è sostanzialmente sfumata. «Dopo questo attacco non possiamo aspettarci di guardare ai Mondiali con speranza», ha detto Mehdi Taj, il massimo dirigente del calcio iraniano. Sarebbe il primo ritiro forzato da un Mondiale degli ultimi 75 anni.

A chi chiedeva se Infantino stesse facendo un buon lavoro, Micallef ha risposto: «Direi che c’è spazio per migliorare». Nel linguaggio diplomatico europeo equivale a un stroncatura. Infantino ha la possibilità contrattuale di imporre agli Stati Uniti le condizioni di accesso ai Mondiali, incluse le garanzie di sicurezza. Ma non sembra intenzionato a farlo, anzi. Del resto la dinamica è collaudata: Vladimir Putin aveva già conferito a Infantino l’Ordine dell’Amicizia russo nel 2019, stessa grammatica.

L’Unione Europea alza la voce tardi. Solo che nel frattempo Infantino ha già portato il calcio dentro la guerra.

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Basi Usa in Italia: da Vicenza a Pisa alle Madonie, la contestazione si allarga

La Marina militare degli Stati Uniti ha pensato bene di pubblicarlo su Instagram. Due elicotteri MH-60S Sea Hawk dell’Helicopter Sea Combat Squadron 28, decollati dalla base di Sigonella, sono atterrati il 13 marzo a Piano Catarineci, nel cuore del Parco delle Madonie: zona A, livello massimo di tutela ambientale, Zona Speciale di Conservazione della rete europea Natura 2000, geopark Unesco. Didascalia del post: «Sea Hawks sulla Sicilia». Come a dire: siamo qui, facciamo quello che vogliamo, e ve lo mostriamo.

I 22 sindaci madoniti e il presidente dell’Ente Parco, Giuseppe Ferrarello, hanno scritto al governatore Renato Schifani e al prefetto Massimo Mariani: erano stati avvisati? Il piano di volo era autorizzato? Era stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale, obbligatoria per legge? «Nessuna istituzione locale era stata informata preventivamente», ha risposto Ferrarello. La deputata all’Assemblea Regionale Siciliana Valentina Chinnici (Partito democratico) ha presentato interrogazione urgente a Schifani: «Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una ‘portaerei’ in balia di decisioni prese altrove». Ma quello delle Madonie non è un episodio isolato. È l’ultimo fotogramma di una settimana densa.

Il treno di Pisa

Il 12 marzo, circa 200 persone siedono sui binari della stazione centrale di Pisa davanti a un convoglio di 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari diretti a Palmanova, in provincia di Udine. Un filo diretto tra ferrovieri antimilitaristi, lavoratori JSW di Piombino, una vedetta a Sant’Ermete e gli attivisti del Movimento No Base: qualcuno di dentro ha avvisato. L’Unione Sindacale di Base proclama uno sciopero per il trasporto di armamenti rivolto ai macchinisti di Mercitalia Rail. I binari vengono occupati alle 18.30; il treno fa dietrofront verso mezzanotte, dopo sei ore di presidio con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Di fatto, il convoglio è poi arrivato a destinazione passando da un’altra linea, con circa 8 ore di ritardo. Il blocco ha retto per una notte; il sistema logistico della guerra ha trovato un’altra strada. E la lista civica Diritti in Comune ha posto la domanda che nessuno vuole sentirsi rivolgere: il sindaco era a conoscenza del passaggio del convoglio militare attraverso la città? Se sì, ha taciuto. Se no, è peggio, perché vorrebbe dire che i mezzi bellici attraversano Pisa senza che nessuno ne venga avvisato.

Vicenza: quattro basi, due ore, nessuna risposta

Il 14 marzo, più di 500 persone bloccano per due ore l’accesso a Camp Del Din, a Vicenza, sede della 173ª brigata aviotrasportata statunitense, inaugurata nel 2013. Le altre tre installazioni americane in città: la Caserma Ederle (comando Setaf), la Caserma Miotto (intelligence Usa) e la Caserma Tormeno. Quattro basi presenti da decenni, accettate da governi di ogni colore. Il Centro Sociale Bocciodromo e No Military Bases Vicenza hanno scritto che queste strutture «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori». Sulla rotatoria di viale Ferrarin restano le scritte «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra». Nessuna risposta istituzionale.

La mobilitazione vicentina si innesta nel percorso No Kings Italy, che il 27 e 28 marzo porta a Roma concerto e corteo in contemporanea con Londra e gli Stati Uniti, con l’adesione di oltre 700 movimenti. «In Europa stanziano 6.900 miliardi in dieci anni per le armi», ha ricordato Raffaella Bolini dell’Arci: «Non per il clima. Non per le emergenze sociali». In una settimana, il movimento ha bloccato un treno di armamenti, per due ore una base americana, aperto un caso diplomatico su una riserva naturale trasformata in area d’addestramento. La Marina statunitense ha pubblicato le foto su Instagram. Sanno già dove sono. Il punto è che lo sappiamo anche noi.

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Il pieno prima del voto

Tre settimane di crisi, quattro giorni prima del referendum: il consiglio dei ministri si riunisce alle sette di sera. Fino a mercoledì mattina l’ipotesi più probabile era il rinvio a dopo il voto. Poi, nel pomeriggio, la decisione improvvisa: annuncio al Tg1, Mattarella che firma il decreto da Salamanca. Urgenza selettiva, con tempistica chirurgica.

Solo che l’urgenza aveva già tre settimane di età. La guerra in Iran aveva fatto salire i prezzi alla pompa da subito. Il governo aveva chiesto tempo, valutato, rimandato. La scorsa settimana in Parlamento Meloni aveva invocato cautela, dicendo di voler valutare bene come calibrare l’intervento. Poi arriva il 18 marzo e la calibrazione è pronta in trenta minuti di consiglio dei ministri.

Il decreto prevede 25 centesimi al litro su benzina e diesel per venti giorni, crediti d’imposta per autotrasportatori e pescherecci, più poteri al Garante dei prezzi, multe ai petrolieri. Circa 500 milioni di euro. Tutto temporaneo, tutto urgentissimo.

Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha centrato il meccanismo: «Il governo ha inventato un nuovo modello economico: uno sconto di 20 giorni pagato con i soldi che gli italiani hanno già versato con i rincari delle settimane scorse».

Matteo Salvini, da canto suo, ha aggiunto che se i petrolieri «diranno di no a tutto», l’extrema ratio sarà tassare gli extraprofitti. Tradotto: il governo sapeva, poteva agire prima, ha aspettato. E ora brandisce la tassa come carta futura, non come errore da ammettere.

Sostanzialmente, questo decreto è la firma del governo sulla propria incapacità di gestire una crisi senza un tornaconto immediato. Non perché tagliare le accise sia sbagliato in sé, ma perché farlo adesso, così, con questo tempismo, rivela la funzione reale del provvedimento.

Vorrebbe sembrare una risposta alla crisi ma è una banale risposta al sondaggio.

Buon giovedì.

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Palestinesi sfollati per fare largo ai coloni

La notte del 17 marzo, mentre i missili attraversavano i cieli di Tel Aviv, l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani — l’Ohchr — pubblicava un rapporto che nessun canale ha messo in prima pagina. Dodici mesi fino al 31 ottobre 2025: 36.234 palestinesi sfollati con la forza dalla Cisgiordania. Per insediamenti, violenza dei coloni, demolizioni di Stato.

L’Ohchr registra 1.732 episodi di violenza, il 24 per cento in più rispetto al periodo precedente. Nell’ottobre 2025, 42 attacchi in un mese hanno ferito 131 persone. La violenza sessuale ha funzionato da detonatore finale in più comunità, documenta il rapporto. Nella notte tra il 16 e il 17 marzo coloni mascherati hanno aggredito sessualmente un uomo a Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano: lo riportano testimoni sentiti da Haaretz e Drop Site News.

Il documento non usa violenza spontanea. Usa politica concertata. «Lo sfollamento appare indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa, finalizzata allo sfollamento permanente, sollevando preoccupazioni di pulizia etnica.» Il Commissario Volker Türk attribuisce alle autorità israeliane «il ruolo centrale nel dirigere, partecipare o consentire questa condotta».

L’Autorità Palestinese ha usato una formula precisa: Israele sfrutta l’atmosfera della guerra per intensificare lo sfollamento nell’ombra mediatica. Lo schermo funziona. Il valico di Rafah è chiuso dal 28 febbraio, le evacuazioni sospese. In Cisgiordania: 27.200 nuovi alloggi negli insediamenti, 84 avamposti stabiliti nel solo anno del rapporto.

«Il trasferimento illegale di persone protette costituisce una grave violazione della Quarta convenzione di Ginevra, configurando un crimine di guerra. In determinate circostanze, può anche configurarsi come crimine contro l’umanità».

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Pensioni 2027, l’Inps conferma un mese in più: scatta l’automatismo senza nemmeno un voto

67 anni e un mese. Non è un dettaglio burocratico. È la distanza tra una promessa e il suo contrario. L’INPS ha confermato con la circolare n. 28 del 16 marzo 2026 quello che la Cgil denunciava da mesi: dal 2027 per andare in pensione di vecchiaia servirà avere compiuto 67 anni e un mese di età. Dal 2028 i mesi in più saranno tre. Tutto scritto nella legge di bilancio per il 2026, tutto agganciato al meccanismo automatico di adeguamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita: un meccanismo silenzioso, già dentro la legge, già dentro il futuro di chi lavora.

Il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita non nasce oggi. Lo ha introdotto il governo Berlusconi nel 2010, lo ha perfezionato la riforma Monti-Fornero nel 2011, e da allora funziona da solo, con scatti biennali che non richiedono un voto parlamentare riconoscibile. Il decreto direttoriale del 19 dicembre 2025 aveva fissato un aumento di tre mesi già dal 1° gennaio 2027. La legge di bilancio 2026 del governo Meloni lo ha diluito: un mese nel 2027, i restanti due nel 2028. Una mediazione che il governo ha presentato come tutela sociale. Solo che il meccanismo non è stato bloccato, non è stato riformato, e il prossimo governo erediterà una traiettoria già scritta.

Il paradosso dell’Ape sociale

L’Ape sociale, la misura che consente ai lavoratori più fragili di uscire anticipatamente accompagnandoli fino alla pensione, ha una durata massima di quattro anni. Chi è uscito nel 2023 a 63 anni, contando di arrivare alla pensione nel 2027 a 67 anni, si ritrova davanti a un calcolo che non torna. Il requisito è salito a 67 anni e un mese. L’Ape sociale è finita. La pensione non è ancora iniziata. In mezzo c’è un mese senza reddito da lavoro, senza assegno, senza pensione: di fatto un vuoto, prodotto dall’incrocio automatico tra due norme che nessuno si è fermato a verificare. La platea colpita non è quella dei privilegiati: sono i disoccupati, le persone con invalidità almeno pari al 74%, i caregiver, i lavoratori in attività gravose. Quelli che l’Ape sociale era nata per tutelare.

Ezio Cigna, responsabile previdenziale della Cgil nazionale, ha definito gli incrementi «l’ennesima dimostrazione di una tendenza ormai strutturale»: le categorie escluse dagli incrementi sono «una quota estremamente ridotta, che non raggiunge nemmeno l’1% di chi oggi lavora». Uno su cento. Questo è lo scudo reale dietro cui il governo si ripara quando parla di eccezioni e lavoratori tutelati. Il restante 99% va avanti, un mese alla volta, verso un traguardo che si sposta con cadenza biennale.

Pensioni, chi paga il meccanismo

Il problema non è solo il 2027 o il 2028. È l’architettura. La Ragioneria generale dello Stato ha già pubblicato le proiezioni sui requisiti pensionistici dal 2029 in avanti: incrementi progressivi e biennali, agganciati all’aspettativa di vita. Un automatismo che non richiede voti parlamentari, non richiede dibattito, non richiede un atto riconoscibile. E qui va detto quello che le comunicazioni istituzionali comprimono: l’aspettativa di vita non è un parametro neutro. Chi ha lavorato trent’anni in un cantiere non ha la stessa aspettativa di vita di chi ha lavorato trent’anni in uno studio. Aggiungere mesi di requisito su carriere già fragili non è una correzione tecnica: è una penalizzazione che pesa di più dove il sistema è già più debole.

C’è poi la questione degli esodati, lezione già imparata in questo paese e già dimenticata. Chi è uscito tramite isopensione o fondi di solidarietà, con un piano concordato, rischia di non maturare la pensione nei tempi stabiliti perché il meccanismo ha spostato il traguardo. Un tavolo al ministero del Lavoro era previsto per oggi, 18 marzo 2026. Nessun impegno concreto era stato comunicato al momento della diffusione della circolare INPS. Il governo convocava una riunione per discutere delle conseguenze di una norma che non ha intenzione di toccare.

67 anni e un mese. Il numero con cui si è aperta questa storia è anche il numero con cui si chiude. Solo che adesso è più chiaro cosa contiene: un mese di vuoto per chi è già fuori dal lavoro, un automatismo che nessuno ha votato ma che continua a girare, e un governo che convoca tavoli per gestire i danni di scelte che non ha il coraggio di riconoscere come proprie.

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Ponte sullo Stretto, di rinvio in rinvio siamo arrivati al 2034: adesso Salvini non dà più scadenze

«Spero che questo sia l’anno». Matteo Salvini (Lega), vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, lo ha detto il 10 marzo a LetExpo 2026. Stavolta ha usato il congiuntivo per il Ponte sullo Stretto. Prima ricorreva l’indicativo futuro, quasi sempre con una data. Adesso dice «spero». Intanto il governo ha approvato il decreto-legge n. 32/2026, che sposta 2,8 miliardi dall’opera verso Rete Ferroviaria Italiana, allunga il cronoprogramma al 2034 e nomina due commissari. Dopo tre anni di annunci.

La cronologia è brutale. A maggio 2023 Salvini disse che aprire i cantieri nell’estate del 2024 era un impegno che il governo era «assolutamente in grado di garantire». Da allora la data è slittata ogni pochi mesi: estate 2024, poi inizio 2025, poi primavera 2025, poi tra settembre e ottobre. Il 9 aprile 2025 giurò che i cantieri erano distanti «poche settimane». La figlia, a Natale, gli ha regalato il modellino del ponte «in attesa di quello vero». La data del via è settembre 2026, ancora futura.

La Corte dei Conti e il nodo irrisolto

A ottobre 2025 la Corte dei Conti ha ricusato il visto sulla delibera Cipess che approvava il progetto definitivo. A novembre è arrivata la seconda bocciatura, sull’atto aggiuntivo di concessione: due no in meno di un mese.

Il primo rilievo riguarda l’ambiente: il governo aveva superato la valutazione negativa della Commissione Via-Vas sui tre siti Natura 2000 ricorrendo alla procedura «Iropi». Per la Corte, la relazione era priva di firma e di valutazione autonoma da parte delle amministrazioni competenti. Il secondo riguarda gli appalti: il progetto riattivava i contratti del 2006 con il consorzio Eurolink, guidato da Webuild, senza nuova gara. La direttiva europea lo consente solo entro il 50% del valore iniziale. Dai 4,6 miliardi del 2005 si è arrivati a 13,5 miliardi: oltre la soglia.

Il decreto-legge n. 32/2026 non scioglie questo nodo. L’associazione Invece del Ponte denuncia che il testo «elude l’obbligo di una nuova gara e non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva». Rifare la gara significherebbe ammettere che l’intera impalcatura procedurale degli ultimi tre anni era viziata. Il governo non la rifà.

I soldi del Ponte

Il decreto sposta 2,8 miliardi verso Rfi, 1,8 miliardi nel 2026 e 1 miliardo nel 2027. Riduce la spesa per il Ponte tra il 2026 e il 2028 di circa 2,3 miliardi, con promessa di restituzione dal 2030. L’entrata in funzione slitta dal 2033 al 2034.

Il paradosso è cristallino: i fondi spostati verso RFI vengono presi dal Ponte stesso. Di fatto il Ponte finanzia le ferrovie esistenti, quelle che Salvini nel 2016 citava come alternativa. «Non vorrei spendere qualche miliardo per un ponte in mezzo al mare quando in Sicilia e Calabria i treni non ci sono», disse. Adesso i miliardi del Ponte vanno alle ferrovie e lui è il ministro che costruisce il Ponte. Si ritrova a fare quello che aveva detto di non voler fare.

Fratelli d’Italia (FdI) e Forza Italia (FI) hanno votato il decreto senza dissenso ma il Ponte è rimasto nell’orbita di Salvini: se parte è il suo successo, se affonda è il suo fallimento.

Il cambio di linguaggio del ministro è la notizia dentro la notizia. L’ostacolo è stato la burocrazia dei governi precedenti, poi i comitati del no, poi la «magistratura permettendo». Sempre nel giusto, sempre frenato da altri. Solo che i ritardi ci sono, in toto: dal 2024 al 2034 sono dieci anni di scarto tra la prima promessa e la prima giornata di esercizio. Una promessa per ogni anno perduto.

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Il capo dell’antiterrorismo americano dice quello che in Italia non si può dire

Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, scrive a Donald Trump: «L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». E si dimette.

Queste parole, in Italia, si chiamerebbero antisemitismo.

Il meccanismo è collaudato: Moni Ovadia e Gad Lerner, entrambi ebrei, vengono accusati di antisemitismo ogni volta che nominano il genocidio di Gaza. Il 5 marzo il Senato ha approvato il ddl che adotta la definizione Ihra, International Holocaust Remembrance Alliance, per cui criticare le politiche di Israele è antisemitismo. Ora passa alla Camera.

Solo che Kent non è un intellettuale di sinistra. È un veterano dei Berretti Verdi, undici missioni, ex agente Cia, vedovo di guerra. Leggeva i briefing ogni mattina ma ha scritto che l’America è stata trascinata in guerra attraverso «una campagna di disinformazione» israeliana. Trump lo ha liquidato: «Era debole sulla sicurezza».

Gaza è stata il laboratorio. L’impunità concessa durante il massacro sistematico della popolazione civile, che la Corte Internazionale di Giustizia, su ricorso del Sudafrica, ha già giudicato plausibile come genocidio, ha spostato il confine del tollerabile. Poi il Libano, poi una guerra contro l’Iran su intelligence contestata dai funzionari stessi. È uno schema che Israele applica su larga scala.

Trump è il servo utile, non l’architetto. Tredici soldati americani sono morti, duecento feriti.

In Italia discutiamo di chi ha usato la parola sbagliata.

Buon mercoledì.

Foto WMC

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La vita impossibile tra le macerie di Gaza

Il 16 marzo 2026, nell’area al-Mawasi di Khan Younis, un muro dell’edificio distrutto dell’Al-Ribat è crollato sui tendoni di famiglie sfollate. L’ospedale Nasser ha identificato i morti: Intisar Abu Dan, 65 anni; Tasneem Barbakh, 19 anni, incinta; Husni Abu Taha, 5 anni. Nessun soldato aveva sparato. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 era formalmente in vigore.

Le Nazioni Unite stimano che l’occupazione militare israeliana abbia prodotto 61 milioni di tonnellate di macerie nella Striscia. Dall’ottobre 2023 le forze israeliane hanno distrutto o danneggiato oltre l’ottanta per cento delle infrastrutture civili. I materiali da costruzione restano bloccati agli ingressi: Israele subordina ogni autorizzazione all’approvazione militare. L’Unrwa segnala che 117 proprie strutture restano nella zona militarizzata, con accesso subordinato a coordinamento militare israeliano.

Il rapporto dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani del 19 febbraio 2026 contiene una formula precisa: le condizioni imposte ai palestinesi a Gaza sono «sempre più incompatibili con la loro esistenza continuata nella Striscia come gruppo». Non è una metafora. È la soglia giuridica che distingue la distruzione materiale dalla sua intenzionalità. Nessun piano di rimozione delle macerie è autorizzato da ottobre 2025.

Le macerie non sparano. Crollano quando il vento soffia, quando una donna incinta di diciannove anni dorme in un tendone a tre metri da un muro che nessuno ha potuto rimuovere. Da ottobre 2025 AP documenta dodici casi analoghi con morti. Il cessate il fuoco non ha interrotto questa sequenza: l’ha ereditata.

L’Alto Commissario Volker Türk ha dichiarato: «L’impunità non è astratta: uccide». L’ospedale Nasser di Khan Younis ha registrato i tre nomi. I materiali da costruzione restano fuori.

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